Ildo Tumscitz

La comunicazione ipnotica

COMUNICAZIONE (SOCIOLOGIA-PSICHIATRIA). Cosa c’è dietro alla comunicazione mediatica? Dietro a un discorso politico, a un notiziario del telegiornale? Cosa porta un giornalista a dare precedenza a certe notizie piuttosto che ad altre? La risposta è molto più complessa di quanto si possa pensare e affonda le sue radici nella psichiatria: Tumscitz, citando autorevoli studiosi e psichiatri, individua nella pratica ipnotica e, più in generale, nella rievocazione di emozioni forti o sopite gli strumenti per “influenzare” il pensiero non solo di un singolo individuo, ma di intere masse.

Sembra che nell’epoca del disincanto lo sviluppo impressionante dei mezzi di comunicazione di massa abbia posto all’ordine del giorno la mente degli individui, quale luogo privilegiato di riferimento e di manipolazione. La mente studiata dalle neuroscienze convive con quella osservata dalla psicoanalisi, e resuscita il mondo incantato e mitico.

Il mondo di oggi è il mondo postgalileiano che ha messo al centro delle proprie scoperte e interpretazioni la mente degli individui, attribuendole il potere di stabilire i confini nei confronti delle cose del mondo e assegnando i significati corrispondenti. Nel mondo incantato premoderno, i significati, secondo Charles Taylor, non erano solo nelle menti, ma potevano risiedere nelle cose oppure in vari soggetti extraumani. Questi ultimi avevano la capacità di imporci un certo significato oppure significati a noi del tutto estranei, indipendentemente cioè dal nostro funzionamento mentale. «La concezione premoderna ammette che questa capacità interumana di indursi reciprocamente significati oltrepassi la sfera umana […] Ciò dipende dal fenomeno dell’influenza. Una volta che i significati non sono più esclusivamente nella mente, una volta che possiamo cadere sotto l’influsso magico o entrare nella zona d’influenza del significato esogeno, possiamo concepire questo significato come qualcosa che ci include, o forse che ci penetra…»

Qualcosa del genere, sottolinea Taylor, ci capita anche oggi quotidianamente, nel senso che spesso le nostre risposte sono «involontariamente suscitate da quanto accade nel mondo».

Il ruolo pragmatico del mito nella comunicazione di massa odierna, in particolare nella comunicazione «ipnotica», che si svolge in una zona «collocata a metà tra linguaggio del sogno e linguaggio della veglia», ci induce ad approfondire la sua funzione, la sua capacità di sopravvivere e rinascere continuamente nel contesto comunicativo.

Siamo debitori di Hans Blumenberg quando nel suo libro più conosciuto, Elaborazione del mito, rivendica la specificità funzionale del mito, come momento autonomo di un vero illuminismo, che non è quello di chi guarda al mito «come ad una specie di preistoria della ragione civile, come ad un’epoca dell’evoluzione dell’umanità ancora incapace di dare giuste risposte a problemi sempre uguali, bensì quello che sappia coglierne l’essenza non demitizzabile, la libertà di apparire».

Anche Taylor fa del mito un momento significativo, ma finalizzato al decorso della razionalità civile. Invece Blumenberg fa del mito qualcosa di già sempre «selezionato», un prodotto, caratterizzato da «significatività» liberamente prodotte. I miti non sono risposte distorte a problemi ben posti, bensì «procedure narrative» per scacciare il disagio e l’insoddisfazione, che sono «la prima condizione perché possano sorgere domande». Un tentativo mai saturo di ridurre la complessità.

Il mito è visto anche come «esonero», affrancamento nei confronti delle pretese avanzate dall’assolutismo della realtà, una difesa dalle minacciose potenze della vita nuda, una visione capace di renderci familiare il mondo perturbante, «procedendo a nominarlo, dividerne i poteri, a illuminarlo con zone di significatività». La funzione del mito consiste, infine, nel determinare ciò che è indeterminato mediante narrazioni di storie sempre rinarrabili. «Dove c’è evento, contingenza, imperfezione, qui non può non esserci il mito.»

La concezione di Blumenberg avvicina il mito al sogno, un’apparenza che ci consente di prendere le distanze dalla realtà. Tuttavia, grazie al sospendersi della coscienza, il sogno prefigura e guida l’individuo nella conoscenza degli stati del mondo.

Analizzare la comunicazione, che oggi si realizza prevalentemente attraverso i media, vuol dire riconoscerne il potere di influenza ipnotica, strettamente collegata alla dimensione mitica prossima al linguaggio del sogno.

Le analisi più suggestive in questa direzione fanno riferimento alla scuola psicoanalitica di Franco Fornari. Un particolare interesse, in questo contesto di ricerca, ha avuto il lavoro di Laura Frontori intitolato Il mercato dei segni. È interessante confrontare l’ispirazione psicoanalitica di questi studi con il recente contributo su Comunicazione e potere da parte di uno dei più accreditati studiosi di comunicazione di massa, Manuel Castells.

In Psicologia delle masse e analisi dell’io Freud parla del carattere «perturbante» dell’ipnosi, in quanto allude a qualcosa di «antico e familiare». Si tratta di quel potere che i primitivi attribuiscono alla fonte del tabù e «alla forza che emana dai re e dai capi». Anche Ferenczi riconosce due tipi di ipnosi: uno «carezzevole e distensivo» che rimanda alla figura materna, l’altro «minaccioso» che fa risalire al padre. Fornari sottolinea «una sorta di circolarità dell’effetto ipnotico nella relazione tra la madre e il bambino», mettendo in relazione l’effetto di incantamento dello «sguardo sortilegio» del bambino con il «lungo guardarsi estatico» degli innamorati.

«Basta pensare a tutto questo per riconoscere nella comunicazione ipnotica (nella carezza, nella minaccia e nell’incantamento) una componente fondamentale della fondazione della nostra esistenza.»

«Dall’essere innamorati all’ipnosi» ha scritto Freud «c’è evidentemente un breve passo». Nell’ipnosi c’è «la stessa umile sottomissione, la stessa accondiscendenza, la stessa assenza di critica nei confronti dell’ipnotista che c’è nei confronti dell’oggetto d’amore». Il rapporto ipnotico riflette la «devozione illimitata di chi è innamorato». Il suggerimento di Freud consiste nel sottolineare che l’ipnosi comporta un forte elemento di identificazione, in quanto la comunicazione ipnotica richiama inconsciamente figure significative della storia dei soggetti, come quelle di genitori amati e ammirati. La comunicazione ipnotica, e in particolar modo l’ipnotista, viene messo al posto di ciò che Freud chiamava l’«ideale dell’io».

Basti pensare come la seduzione materna ci abbia aiutato a conoscere e accettare gli stati del mondo, permettendoci di ritrovare «le tracce del paradiso perduto», la profonda fusione con la madre, «nel momento stesso in cui la crescita ce ne separava». Come le regole di vita e di convivenza sociale «sono state mediate per noi da figure parentali capaci di legarle, attraverso il linguaggio degli affetti, al ripristino della presenza materna o paterna dentro di noi». Così come nell’innamoramento, ritroviamo «il sortilegio dello sguardo».

L’ipotesi che si profila oggi nella civiltà mediatica, di un luogo mentale della comunicazione collocato in quell’area di esperienza che sta tra il sogno e la realtà, si rivela sempre più probabile.

La pubblicità, aveva già detto Baudrillard, testimonia negli oggetti la presenza di una natura «salvata dal tempo e dall’angoscia», sottratta allo svolgersi irreversibile della vita reale.

In uno dei Frammenti lo stesso autore ci ricorda che «Con il sogno noi facciamo l’esperienza fantastica di un reale allo stato puro, con effetti di mobilità, di emozione e di controllo a tal punto che lo stesso reale è incapace di produrli […] Il sogno è capace di generare una perspicacia psicologica, una divinazione degli altri e del loro modo di pensare con una superiorità maggiore di quella che noi abbiamo nella realtà».

Un altro frammento di Baudrillard ci riporta ancora più direttamente al nostro tema: «Questa sostanza volatile e morbida che mantiene, anche inconsciamente, il nostro corpo nello stato di sogno e di semi-ipnosi, questa parte d’ombra che ci protegge dalla trasparenza e dalla vigilanza totale, questa parte di sonno che dorme in noi sino alla veglia e nella vita attiva: funzione vitale, oggi incalzata dall’esigenza permanente di vigilanza riflessa al servizio della realtà».

Se ripercorriamo la storia della psicoanalisi, scopriamo che l’individuo oltre ai due stati psichici normali, veglia e sonno, ne possiede un terzo, lo stato ipnoide. Gli stati ipnoidi sono «un luogo di rappresentazioni affettive molto intense, separate dal normale discorso associativo e di fatto costituenti un’altra coscienza». Breuer e Freud collegano gli stati ipnoidi agli stati crepuscolari che si verificano quando le attività vengono svolte con la mente solo a metà, quando si pensa ad altro, per evitare occupazioni monotone. Lo stato ipnoide si configura non tanto come «terzo stato», ma come una regolarità dell’accadere psichico, che convive accanto alla coscienza vigile nell’esperienza quotidiana. Si tratta di una zona dell’attività diurna, «una sorta di zona d’ombra», che annulla temporaneamente il pensiero vigile, e permette «l’emergenza di rappresentazioni affettive attinenti all’universo simbolico del sogno».

In un secondo tempo Freud abbandona il concetto di stato ipnoide e lo sostituisce con l’attività del sogno a occhi aperti, come specifica attività del pensiero libera dall’esame di realtà. I sogni a occhi aperti vengono collocati nel regno psichico della fantasia, «una specie di cittadella del sogno e degli affetti all’interno della vita della veglia dove predominano le strutture del pensiero simbolico-affettivo su quelle del pensiero logico-cognitivo».

Franco Fornari porterà alle estreme conseguenze l’ipotesi che lo stato ipnoide, o veglia paradossale, faccia parte del regolare accadere psichico. Egli si pone il problema non infondato se «la capacità di sognare non sia una necessità primaria indispensabile per la sopravvivenza dell’uomo allo stesso modo della capacità di ragionare». E non dimenticando la lezione di Breuer che gli stati ipnoidi sono determinati dagli affetti, Fornari sottolinea come gli affetti siano anche «generatori di significazione».

Il lavoro di Manuel Castells, Comunicazione e potere, realizzato sulla base delle scoperte della neuroscienza e della psicologia cognitiva, dimostra la connessione tra gli stati emotivo-affettivi della mente e il pensiero nel processo decisionale, in particolare quello politico. Le emozioni, nello specifico la paura e l’entusiasmo, sono fattori che attivano «un livello più alto di comportamento riflessivo». Emozione e informazione sono strettamente collegate: le emozioni, secondo ricerche attendibili e consolidate, «danno forza all’argomento, non tanto rendendolo più convincente ma contribuendo a spostare l’attenzione e a spingere il pensiero a farsi azione. Le emozioni ci mandano segnali che dicono “questo è importante”. E la rapidità delle nostre reazioni emozionali permette a questo processo di condizionare, nel bene e nel male, la reazione all’informazione che stiamo ricevendo». Dal momento che la mente degli individui si costruisce e si modella sulla base dell’esperienza, la pubblicità e le campagne di informazione politica puntano a «connettere date immagini con specifiche esperienze per attivare o disattivare le metafore che più potrebbero motivare l’appoggio ad un determinato attore politico».

Gli individui tendono a ricordare meglio le informazioni che confermano «i loro esiti desiderati o i loro scopi». Emozioni conflittuali intensificano l’attenzione su determinate informazioni, diminuendo al tempo stesso la percezione di nuove informazioni contrastanti.

Castells passa in rassegna gli specifici meccanismi tramite i quali i sistemi di comunicazione attivano la mente. Assume una notevole importanza il «Framing nella mente», quei meccanismi che mettono il contenuto e il formato dei messaggi in relazione con i frame, modelli di reti neuronali, esistenti nella mente. Diventa così cruciale comprendere come si producono le notizie e i messaggi, in che modo vengono selezionati e interpretati. Il framing deliberato è basato tipicamente sul risveglio delle emozioni: odio, ansia, paura e accesa euforia sono particolarmente stimolanti e sono trattenuti nella memoria a lungo termine. Il framing opera attivando la mente con uno stimolo adatto, «la chiave sta nella registrazione dell’informazione, anche se la presentazione non è spettacolare». L’attivazione di framing nel telegiornale, ad esempio, deriva da struttura e forma della narrazione, e dall’uso selettivo di suoni e immagini. La paura di un pericolo a livello individuale, sostiene Castells, interagisce con la percezione di un potenziale danno a livello di società.

Il framing della «mente pubblica» si svolge in gran parte mediante processi che si svolgono nei media. Il primo processo è costituito da «l’agenda-setting», la capacità cioè di attribuire priorità, speciale rilevanza e organizzazione mediatica ai problemi che si sceglie di affrontare. Castells sottolinea che, in questo contesto, i media, anche se non sono in grado di dire alla gente come deve pensare, hanno un ruolo di primo piano nell’influenzare «ciò a cui deve pensare». Tutto dipende anche dal livello di copertura giornalistica che viene riservata a un dato tema.

Il framing è un meccanismo fondamentale nell’attivazione della mente perché «lega direttamente la struttura di una narrazione veicolata dai media alle reti neuronali cerebrali».

Il framing è il processo con cui «si selezionano» alcuni aspetti di eventi o temi, e «si stabiliscono tra loro connessioni in modo tale da promuovere una particolare interpretazione, valutazione e/o soluzione».

Un altro meccanismo importante per attivare la mente è il priming, che viene considerato un’estensione dell’agenda-setting. Se quest’ultimo rende alcuni temi più salienti nella mente delle persone, i mass media possono anche «dar forma alle considerazioni» di cui la gente tiene conto quando formula giudizi sulle questioni politiche attraverso le interviste.

L’ipotesi del priming poggia sul «modello cognitivo delle reti associative, ipotizza che i servizi su questioni che colpiscono un dato nodo della memoria possano estendere la propria influenza anche su altre opinioni e posizioni relative ad altri temi. Così più spesso si parla di una questione, più probabilità ci sono che la gente attinga alle informazioni presentate nel suo trattamento giornalistico per formulare le proprie valutazioni politiche».

Castells riporta il punto di vista di Lakoff secondo il quale il framing non è semplicemente una questione di slogan, ma si tratta di una modalità di pensiero, una modalità d’azione. Comunque il punto fondamentale sembra essere che i frame non sono esterni alla mente. Soltanto quei frame che sono in grado di connettersi al messaggio di frame preesistenti diventano capaci di attivare una condotta. Entman viene citato perché sostiene che i frame che impiegano «i termini culturalmente più consonanti» hanno il maggior potenziale per «influenzare». Si tratta di parole e immagini che si fanno notare, che sono «comprensibili, memorizzabili e emozionalmente carichi».

I frame sono efficaci se trovano «risonanza e accrescono l’ampiezza della loro ripetizione».

In assenza di contro-frame alle informazioni fornite dai media il pubblico «graviterà verso i frame che gli vengono suggeriti».

Mentre agenda-setting, priming e framing, sono «meccanismi chiave» nella costruzione del messaggio, l’erogazione dei messaggi nei media «dipende anch’essa da specifiche operazioni che riducono l’autonomia del pubblico che interpreta il messaggio».

Non bisogna dimenticare l’importanza dell’indicizzazione, l’indexing, nella pratica del giornalismo professionale, la propensione cioè a classificare l’importanza di una questione in base alle dichiarazioni del governo. Ciò significa che il governo è sempre più spesso «la fonte primaria d’informazione sulle questioni di primo piano». La capacità dei media di decidere in fatto di indicizzazione dipende «dal livello di accordo o disaccordo che esiste tra l’élite e gli opinion leaders». Se il dissenso non è forte i media indicizzeranno secondo valutazioni che trovano un consenso convergente, come è avvenuto dopo l’11 settembre, dove tutti furono indotti ad accettare il frame “war on terror”. Nello stesso tempo i sondaggi sono selezionati in modo da «appoggiare la narrazione che si adatta all’informazione giornalistica».

Castells pensa che per ottenere un’opinione informata i cittadini abbiano bisogno di informazioni non manipolate e contro-frame per poter esercitare una scelta tra le interpretazioni. Egli cita autori e analisi che dimostrano senza ombra di dubbio che notiziari e servizi giornalistici favoriscono determinate interpretazioni. Infatti gli attori del potere impiegano massicce risorse per favorire i propri interessi «imponendo i propri schemi sulle comunicazioni mediali».

Lo stesso Entman, già citato, propone una integrazione analitica tra agenda-setting, framing e priming sotto la nozione di parzialità.

La parzialità per distorsione si riferisce alle notizie che distorcono deliberatamente la realtà. La parzialità di contenuto si riferisce a «consistenti modelli nel framing della comunicazione mediatica che promuovono l’influenza di una parte nei conflitti sull’uso del potere statale». La parzialità decisionale si riferisce invece alle motivazioni che spingono i professionisti dei media a produrre contenuti tendenziosi. Secondo Entman, se si mettono insieme questi tre meccanismi per influenzare l’opinione pubblica, i media non solo dicono al pubblico «a che cosa pensare» ma anche «cosa pensare». «È attraverso il framing che gli attori politici danno forma ai testi che influenzano o innescano le agende e le considerazioni a cui pensa la gente […] Poiché la migliore definizione sintetica del potere è la capacità di qualcuno di indurre altri a fare quello che costui vuole, dire agli altri cosa pensare è il modo in cui l’influenza politica viene esercitata nei sistemi politici non coercitivi.»

A questo contesto, caratterizzato da una manipolazione mentale generalizzata, dobbiamo aggiungere un elemento chiave della politica mediatica presente nella realtà italiana da qualche tempo: la personalizzazione, frutto della comunicazione politica veicolata attraverso lo spettacolo.

La politica italiana si caratterizza per la presenza di un leader di governo che Umberto Eco non ha esitato a definire un abile, geniale piazzista, che ha capito gli umori del mercato e la natura profonda degli italiani che non si sono mai identificati con lo stato. Secondo Giancarlo Bosetti un pubblico di massa richiede un messaggio semplice. Il messaggio più semplice è l’immagine; e l’immagine più semplice è quella con cui la gente si identifica di più, è il volto umano. Per immagine non si intendono soltanto i tratti fisici, più importante sembra il carattere della persona. Castells dice che ciò dipende in parte dal fatto che comprendere questioni politiche o informazioni complesse può risultare faticoso per molti cittadini, mentre quasi tutti si fidano della propria capacità di giudicare il carattere attraverso l’immagine.

Bosetti sottolinea che l’elaborazione quotidiana dell’informazione politica avviene tramite pratiche di manipolazione, il cosiddetto “spin”, che viene definito come «l’attività esercitata dai politici, per lo più attraverso consulenti, che consiste nel comunicare le cose in modo favorevole a sé, cercando di nuocere ai loro avversari».

Sembra, pertanto, che la comunicazione mediatica, ricorra in modo sempre più sofisticato agli espedienti del marketing commerciale, individuando il target dei cittadini così come Visa individua i clienti delle carte di credito. Per Baudrillard si manifesta così la doppia faccia della corruzione: per il potere si tratta di corrompere i dominati, di condurli a una forma, quale che sia, di «servitù volontaria» e, per i dominati di corrompere i dominanti proprio attraverso la loro schiavitù volontaria, rigirata in arma. È tutta la strategia delle masse, delle maggioranze silenziose. Al cittadino resta lo spettacolo e il godimento ironico dello spettacolo. Ma è proprio vero che i cittadini sono in questo modo «agli arresti domiciliari» e non possono essere gli attori?

Abbiamo analizzato due contesti differenti di riflessione, quello socioanalitico centrato sulla comunicazione ipnotica, quello di Castells basato sulle reti neuronali e sulla complessa realtà manipolativa di oggi. Entrambi presentano un terreno comune di convergenza: riconoscono gli stati emotivo-affettivi della mente come il luogo cruciale, nel bene e nel male, per le interpretazioni della vita sociale e politica, per la stessa sopravvivenza democratica.

Il sociologo Mauro Magatti ha sottolineato che uno dei fenomeni più impressionanti del nostro tempo è «l’intreccio tra forme arcaiche di dominio dell’uomo sull’uomo e le più raffinate e sofisticate infrastrutture tecniche». «Nel momento in cui la globalizzazione indebolisce gli apparati normativi di natura democratica, l’altro viene inevitabilmente ridotto a mero strumento.» La «piena disponibilità» dell’altro procede «fino a superare anche la soglia della mera sostituibilità per avventurarsi lungo la strada che porta alla sua producibilità». Magatti cita Baudrillard: «Con la modernità si entra nell’era della produzione dell’altro. Non si tratta di ucciderlo, di divorarlo, di sedurlo, di rivaleggiare con lui, di amarlo o di odiarlo – si tratta innanzi tutto di produrlo. Esso non è più un oggetto di passione, è un oggetto di produzione». La conclusione, secondo il sociologo italiano, è molto amara. «Le sempre più straordinarie possibilità di intervento sia sul corpo – di continuo rilanciate dalle narrazioni sulla sua perfettibilità – sia sulla mente – con le più raffinate strategie di marketing esperienziale e i rapidissimi progressi delle neuroscienze – non rendono solo possibile la sua virtualizzazione, ma espongono anche al rischio di una mercificazione dell’essere umano. L’altro è sempre più esplicitamente tematizzato come un oggetto su cui intervenire in vista del raggiungimento di un determinato scopo.»

Se accettiamo l’ipotesi che dalla comunicazione dipenda la modellazione della mente, diventa decisiva la capacità di reagire all’imposizione di messaggi parziali e distorti, anche se contrassegnati da un codice materno «carezzevole e distensivo», come avviene nelle società moderne «non coercitive». La reazione alla comunicazione ipnotica può farsi valere soltanto vincendo le connivenze con il nostro psichismo addomesticato, imprigionato nell’ottica claustrofobica, eterodiretta, della produzione-consumo. Utilizzando in modo efficace e creativo i nuovi mezzi di comunicazione di massa, come internet e altri ancora, possiamo sperimentare nuove opportunità democratiche e affettive, ristrutturando «l’impianto delle nostre menti»? Attraverso l’autocomunicazione, pensa Castells, siamo oggi in grado di creare nuovi contenuti e nuove forme di contropotere nelle reti che connettono le menti e l’ambiente della comunicazione. Basta pensare al ruolo svolto da internet nei cambiamenti che si stanno producendo nell’Africa del nord.

In un’intervista recente Bernard Stiegler, direttore dell’Istituto di ricerche e innovazione del Centre Pompidou, ha sostenuto che l’irruzione dei dispositivi mediatici nella nostra vita è paragonabile all’irruzione della scrittura nella vita quotidiana dei Greci all’epoca di Socrate. E come la scrittura secondo Socrate i media e il web sono un pharmacon, cioè, insieme, un veleno e un rimedio. La causa di questa ambivalenza che caratterizza i media risiede principalmente nel fatto che combinano il “real time”, così vicino alla pulsione freudiana e alle sue vicissitudini somato-psichiche, e il tempo differito della scrittura, che è anche «il tempo dell’azione ritardata, della critica, della sublimazione». La difesa più efficace contro gli effetti nocivi dei flussi mediatici è affidata, pertanto, alla nostra capacità di sperimentare regole pratiche e tecniche del sé, come diceva Foucault, che permettano di «rendere efficaci gli scambi e di lavorare in modo cooperativo», ottimizzando il nostro status immunitario contro i pericoli della comunicazione ipnotica.

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ILDO TUMSCITZ è stato psicoterapeuta nei servizi pubblici per la salute mentale per anni. Oggi lavora come consulente privato. È da sempre coinvolto e interessato alle problematiche che investono la psiche e le scienze sociali, psicoanalisi e filosofia e, in particolare, i temi della colonizzazione dello spazio psichico nella società. Ha scritto, fra l’altro, La funzione materna nel processo psicoanalitico (Bologna, 2005), Note sulla mente globalizzata e il principio di riforma (in Forme e figure della Riforma, Bologna 2007), L’ideologia della morte dal nazionalismo a Salò. La memoria e l’oblio (in Pagine per la giornata della memoria, Bologna 2006 e 2009). [/box]

LIBRI citati in questo ARTICOLO

Charles Taylor, L’età scolare, Milano, Feltrinelli, 2009

Jean Baudrillard, La società dei consumi, Bologna, Il Mulino, 1976

Idem, Fragments, Parigi, Galilée, 1995

Hans Blumenberg, Elaborazione del mito, Bologna, Il Mulino, 1991, con un’introduzione di G. Carchia

Giancarlo Bosetti, Spin: trucchi e tele-imbrogli della politica, Venezia, Marsilio, 2007

Joseph Breuer, S. Freud. Studi sull’isteria, in Opere, v. 1, Torino, Bollati Boringhieri, 1983

Manuel Castells, Comunicazione e Potere, Milano, Università Bocconi, 2009

Franco Fornari, Teoria del sintomo e lettura sintomale della teoria, Atti del Convegno “Studi sull’isteria”, Milano, giugno 1983

Idem, Affetti e cancro, Milano, Raffaello Cortina, 1985

Sigmund Freud, Psicologia delle masse e analisi dell’io, in Opere, v. 9, Torino, Bollati Boringhieri, 1977

Laura Frontori, Il mercato dei segni, Milano, Raffaello Cortina, 1986

Mauro Magatti, Libertà immaginaria, Milano, Feltrinelli, 2009

 

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