Thomas Powers

La frontiera vista dagli indiani

da ''The New York Review of Books''
STORIA: Il giornalista Thomas Powers recensisce due libri: Custer, il nuovo libro di Larry McMurtry dedicato alla storia del Generale che perse la vita a Little Bighorn, e A Lakota War Book, dedicato ai disegni realizzati dai Nativi Americani a partire dagli anni '60 dell'800. Due libri che ci permettono di osservare la frontiera americana da una prospettiva inedita.

LARRY MCMURTRY, Custer, Simon and Schuster, pp.178 , $ 35,00

CASTLE MCLAUGHLIN, A Lakota War Book from the Little Bighorn: The Pictographic “Autobiography of Half Moon”, Houghton Library/Peabody Museum Press, pp. 355, $ 50,00 (distribuito da Harvard University Press)

Nel giugno 1876, il colonnello George Armstrong Custer e cinque compagnie del Settimo Reggimento di Cavalleria degli Stati Uniti furono uccisi fino all’ultimo uomo dagli indiani Lakota e Cheyenne sulle colline sovrastanti il fiume Little Bighorn in quello che successivamente divenne lo stato del Montana. Gli americani si stanno ancora chiedendo come questo possa essere accaduto, ed è stato probabilmente inevitabile che Larry McMurtry,  principale scrittore western del paese da almeno una generazione, giungesse alla fine a Custer, così come uno scalatore di montagne si dedica prima o poi all’Everest. Ma egli affronta le tenaci questioni del disastro di Custer da un’ottica indiretta, senza dichiarare quello che di fatto tutti gli altri scrittori annunciano con trombe e tromboni: una nuova interpretazione.

McMurtry è interessato all’uomo Custer. Castle McLaughlin invece è interessata al popolo che Custer cercò di sottomettere, cominciando dalla questione di fondo: chi essi fossero. Little Bighorn non è il soggetto di  A Lakota War Book ma si staglia sulla vicenda come Dallas si staglia sulla vita di John F. Kennedy. I settantasette disegni di  A Lakota War Book vennero tutti realizzati dai loro artisti Lakota e Cheyenne prima – probabilmente molti anni prima – della battaglia che rese Custer immortale.

The Custer Fight, dipinto di Charles Marion Russell

The Custer Fight, dipinto di Charles Marion Russell

Il Little Bighorn si guadagna un posto nel titolo di McLaughlin per caso, proprio perché i disegni furono trovati vicino al campo di battaglia in una capanna funeraria pochi giorni dopo la battaglia. I dettagli della scoperta sono abbastanza interessanti, ma sono gli stessi disegni – ciò che essi rappresentano e chi li fece – che ci danno una ricca e sorprendente visione della vita nelle Pianure del Nord negli ultimi anni prima che gli indiani, che pensavano di esserne i proprietari, fossero confinati nelle riserve.

Ma questa ricca e sorprendente visione non si presenta facile. Il libro descritto e analizzato da McLaughlin, curatrice del reparto etnografico nord americano del Peabody Museum di Harvard, è un lavoro a più mani: diversi artisti nativi americani, un artista e incisore bianco di Chicago attivo negli anni ’90 dell’800, un rilegatore e conservatore dello stesso periodo e un giornalista del ‘Chicago Tribune’ che si unì alle truppe americane sul campo un mese dopo la battaglia.

I disegni, quasi tutti fatti prima in bozza e poi colorati, sono di quel genere conosciuto come “ledger art”[1] perché la maggior parte di essi furono eseguiti su carta ricavata dai comuni libri mastri presi a uomini morti o avuti da commercianti o da avamposti militari a partire dagli anni ’60 dell’800. Comprendere i disegni richiede prima di tutto una vigorosa pulizia dai detriti, a cominciare dal caos introdotto dal giornalista, James W. Howard, che spesso  firmava le sue cronache con il nome di uno statista ateniese, Focione.

Questo Howard acquistò il libro originale di disegni dal sergente John R. Nelson, che gli disse di averlo trovato con altri documenti il 28 giugno del 1876, dentro un sacco della posta lasciato in un tepee o capanna funeraria. Lo stesso libro era stato presumibilmente posseduto e firmato da un certo “J.S. Moore”. Howard traccia un profilo semplice del destino di Moore: lasciò Nebraska City per i campi agricoli del Montana nel giugno del 1866 e fu ucciso dagli indiani due anni dopo mentre stava tornando attraverso le montagne del Bighorn. Dagli scout indiani, inclusi il capo Shoshone Washakie e  il Crow Jack Rabbit Bull, Howard imparò sui disegni abbastanza da scriverne un saggio introduttivo in seguito allegato al libro originale.

Nel suo racconto Howard trattava una serie di affermazioni e supposizioni come fatti reali: che i cinque indiani morti trovati nel tepee funerario fossero stati tutti uccisi nella battaglia tra l’esercito e gli indiani al Rosebud Creek una settimana prima del Little Bighorn; che uno di loro avesse fatto tutti i disegni sul “ledger book”; che i disegni degli scudi identificassero l’artista come Mezza Luna o Grande Tartaruga; che il libro scorresse all’indietro; e che i disegni fossero in effetti l’autobiografia di Mezza Luna. McLaughlin è indeciso sulla dichiarazione di Howard che gli indiani morti fossero caduti nella battaglia di Rosebud, ma il resto delle sue supposizioni le rigetta come completamente sbagliate prima di procedere a identificare che cosa sia realmente il libro.

Una veloce scorsa ai disegni fatta da un lettore casuale non avvezzo alla “ledger art” potrebbe lasciarlo o lasciarla a chiedersi quale sia la questione. Alcuni disegni sono poco più che graffi a matita. Gli altri, a uno sguardo veloce, sono rozzamente disegnati a due dimensioni e ripetitivi come soggetto – il tipo di cosa che gli ignoranti potrebbero dire che anche i bambini delle elementari possono fare. Ciò che è interessante nel libro di McLaughlin, nel modo in cui solo una ricerca esaustiva può essere veramente interessante, è la quantità di informazioni di base che lei riesce a spremere da questi disegni – quando furono fatti, chi li fece e cosa ritraggono. McLaughlin non fa grandi dichiarazioni su quello che ha intenzione di fare, ma A Lakota War Book dovrebbe comunque far parte della collezione di qualsiasi serio studioso delle pianure del Nord o del Little Bighorn. Lei  cerca di dirci chi c’era dall’altra parte.

Alcuni fatti sul libro mastro di Howard/Focione, acquistato da Harvard nel 1930, sono definiti velocemente. I disegni, per cominciare, non sono il lavoro di un solo uomo ma di sei e forse più. Sappiamo che erano uomini perché le donne indiane delle Praterie non cominciarono a disegnare fino a molti anni più tardi. Ciascuno degli artisti ha il suo proprio modo di disegnare alcune cose – il naso di un uomo, per esempio. Alcuni sono definiti e altri sono trascurati. Alcuni artisti mettono un cerchietto nero come occhio nel volto di un uomo, altri non disegnano l’occhio del tutto. Questi artisti sono tutti bravi nel disegnare i cavalli, come ci si aspetterebbe da gente che ama i cavalli, ma alcuni hanno un modo di fare lo zoccolo e la parte inferiore della zampa, altri un modo diverso. Alcuni cavalieri montano sui loro cavalli con le gambe allungate e altri piegano le ginocchia. Diventa subito chiaro che ogni artista vede i dettagli a modo suo, ha la sua propria sensibilità per come comporre l’immagine e un suo proprio modo di disegnare una linea. Il lettore attento non avrà difficoltà a distinguere i sei artisti principali identificati da McLaughlin con le lettere dalla A alla F.

A seguire viene il soggetto. Tra i settantasette disegni quasi tutti sono scene di vita di guerra e di saccheggio nelle Pianure del Nord. Il furto di cavalli e muli è un tema frequente. In molti disegni il protagonista uccide o ferisce un nemico indiano generalmente identificato dallo stile dei suoi mocassini o della sua capigliatura – un ciuffo all’insù per i Crows, un ciuffo sulla nuca per i Pawnee. Secondo i miei calcoli undici disegni mostrano un protagonista che uccide, ferisce o che attacca un soldato o un civile bianco. Molti altri ritraggono la fuga di cavalli e muli identificati come di proprietà dell’esercito dalle loro cavezze, dalle briglie, dalle selle, o dal marchio “U.S.” sul fianco sinistro. Si può dire generalmente che il soggetto preferito di questi artisti sia la guerra, che il nemico fosse spesso bianco e che i nemici bianchi includessero sia soldati che civili.

 Immagine tratta da A Lakota War Book

Immagine tratta da A Lakota War Book

Solo un conflitto militare significativo nelle Pianure del Nord prima del Little Bighorn corrisponde pienamente a questa descrizione – i due anni di combattimento dal 1866 al 1868 conosciuti variamente come la Guerra di Bozeman o la Guerra di Nuvola Rossa[2], dal nome del capo Oglala che ne fu il principale leader. In quella guerra, efficacemente ricordata nella recente ricostruzione storica di John D. McDermott  Red Cloud’s War (2010), i Lakota e i Cheyenne difesero con successo la loro regione di caccia al bufalo conosciuta come il paese del Fiume Powder. La guerra finì con le promesse del governo di interrompere gli insediamenti militari lungo la Strada di Bozeman, e con un trattato che garantiva per sempre un vasto territorio ai Lakota e ai Cheyenne. Questa fu la sola guerra mai “vinta” dagli indiani occidentali, anche se poi Washington si rimangiò l’accordo dopo la scoperta dell’oro nelle Black Hills nel 1874. Quando un tentativo di comprare le colline fallì, Washington lanciò la guerra in cui Custer perse la vita.

Nel chiamare il libro mastro di Howard un “libro di guerra” McLaughlin fa due affermazioni correlate: la prima che è una testimonianza articolata di un particolare conflitto militare, che può essere durato due anni, qualcosa di simile alla storia di una campagna o di una unità militare; e la seconda che rappresenta un tipo di testimonianza fatta spesso o sempre dalle tribù delle pianure. Con questo studio come modello è probabile che molti altri libri mastri in collezioni private e musei diverranno consultabili dagli accademici come “libri di guerra”, approfondendo perciò la nostra comprensione della concezione della storia dei Nativi Americani e dei modi in cui essa è “scritta”.

Il successivo passaggio di McLaughlin è più arduo: identificare gli artisti. Le sue argomentazioni devono essere prese seriamente, ma il lettore deve essere avvertito che esse sono molto prolisse, appesantite da cento e più pagine di dettagli, più dolci del miele per chiunque sia affascinato dallo sforzo di recuperare questi artisti dall’oblio, ma scoraggianti per la gente comune. McLaughlin è pronta a suggerire nomi per tre di loro – l’Artista B, chiamato «il Guerriero Blu Roano» da McLaughlin, che ha fatto ventisei disegni; l’Artista D, identificato come «il sognatore di tuono», o heyoka da McLaughlin (sei disegni); e l’Artista E, del quale tre degli undici disegni comprendono un giogo, o piccolo disegno collegato al protagonista da una linea ondulata che indica il suo nome. Lasciateci tenere il più sorprendente (l’Artista D) per ultimo, e cominciamo con il nome in giogo.

L’Artista E si identifica con il disegno di un uccello collegato da una linea dritta al protagonista e da una linea ondulata al cielo sopra di lui. Per McLaughlin questo è chiaramente un uccello del tuono (wakinyan in Lakota) e suggerisce che il nome dell’uomo sia Falco di Tuono. Molto probabilmente in questo ha ragione, ma quale dei Falchi di Tuono attivi all’epoca fosse l’artista all’epoca è un enigma. Ci sono due candidati principali, ed entrambi, come succede, giocarono un ruolo nel periodo in cui Cavallo Pazzo fu ucciso nel settembre del 1877 a Camp Robinson  in Nebraska.

Un Falco di Tuono delle tribù Miniconjou o Sans Arc è identificato da Toro Bianco, un nipote di Toro Seduto, per aver avuto parte nei due più grandi combattimenti della Guerra di Bozeman. Quest’uomo finì all’Agenzia di Coda Macchiata – la costruzione vicino a Camp Sheridan in Nebraska da cui il governo distribuiva manzo agli indiani e dove egli si arruolò come guida dell’esercito nel marzo 1877. Quel settembre egli evitò che Orso Eretto intervenisse in aiuto di Cavallo Pazzo quando fu pugnalato da un soldato, scena raffigurata da Orso Eretto in un grande dipinto autobiografico su mussolina che per due volte mancò la vendita all’asta, la prima da Stoheby nel 1998 e la seconda da Christie’s nel 2006. Più tardi, questo Falco di Tuono fu pesantemente coinvolto nella politica tribale dopo che gli indiani della tribù Coda Macchiata si spostarono nell’Agenzia di Rosebud in South Dakota nel 1878.

Ma c’è anche un Falco di Tuono Oglala che fu ferito da un colpo di arma da fuoco all’anca a Rosebud e che rimase fuori dal combattimento a Little Bighorn mentre la moglie, in seguito identificata nei documenti della riserva come Julia Face, curava le sue ferite. Egli quell’autunno trascorse diversi mesi in convalescenza quell’autunno nell’Agenzia di Nuvola Rossa in Nebraska, poi si ricongiunse alla banda di Cavallo Pazzo a Nord prima di arrendersi con lui nel maggio 1877. A settembre il Falco di Tuono Oglala aiutò a portare il corpo di Cavallo Pazzo alla famiglia  accampata a quaranta miglia a est sul fiume Beaver vicino all’Agenzia dei Coda Macchiata. Credo che quest’uomo sia stato registrato più tardi nella riserva di Pine Ridge come Falco dalla Voce Tonante e che fosse attivo nel movimento della danza degli spiriti del 1890[3]. È del tutto possibile che entrambi i Falchi di Tuono fossero attivi durante la Guerra di Bozeman, ma è chiaro che solo uno di loro poteva aver fatto i disegni di A Lakota War Book. Nella visione di McLaughlin, come nella mia, farebbe differenza quale dei due.

McLaughlin identifica l’Artista B come «il Guerriero Blu Roano» per il cavallo che egli monta in molti dei suoi disegni, che possono ritrarre episodi della guerra di Nuvola Rossa. «Se cosi fosse», lei scrive, «queste sarebbero le più importanti testimonianze indiane mai venute alla luce di quella storica campagna». Con questa affermazione lei cerca di spiegare il suo obbiettivo più ampio che mi colpisce da tre punti di vista: aumenta la memoria biografica degli individui Lakota e Cheyenne attivi sulle Pianure del Nord negli anni ’60 e ’70 dell’800, aumenta le fonti indiane sulla storia di quel periodo e fornisce un metodologia per l’uso dell’arte dei nativi americani come una di queste fonti. Per quasi un secolo dopo il combattimento a Little Bighorn gli storici tentarono di scoprire ogni fatto possibile sulla battaglia e i suoi partecipanti, principalmente per rispondere a domande irrisolvibili sulle idee e gli ordini dell’uomo più responsabile del combattimento e del suo esito, George Armstrong Custer. È solo negli ultimi decenni che una seria attenzione è stata dedicata alla testimonianza indiana sul combattimento, marcando un importante cambio di interesse dalla conquista bianca delle pianure del Nord all’esperienza degli indiani che furono cacciati dalle loro terre.

McLaughlin argomenta che il Guerriero Blu Roano potrebbe essere stato «l’importante capo guerriero conosciuto come Gobba o Schiena Alta, un caro amico e compagno di guerra di Cavallo Pazzo. Le argomentazioni di McLaughlin sono un modello di accuratezza accademica, variando su un’ampia gamma di materiali, incluse le testimonianze scritte dei bianchi, i dettagli degli accessori dei cavalli militari, le armi dell’esercito in dotazione ai soldati in quel periodo, e le credenze dei Lakota e dei Cheyenne che associavano i cavalli roani con l’occidente da cui provenivano le tempeste i tuoni e la guerra. I guerrieri spesso dipingevano i loro cavalli di blu per assumere questo potere dell’occidente, ma il Guerriero Blu Roano cavalcava un vero roano, identificato dalla testa e dalle gambe scure.

Immagine tratta dal libro A Lakota War Book

Immagine tratta dal libro A Lakota War Book

L’incerta identificazione di McLaughlin del Guerriero Blu Roano come di Schiena Alta si basa principalmente su due disegni – uno raffigurante l’uccisione di una guida indiana dell’esercito, che a Schiena Alta fu detto da Toro Bianco essere avvenuta nell’agosto del 1865; e il secondo l’uccisione di un trombettiere dell’esercito con una lancia decorata con una pipa che identifica il proprietario come un blotahunka,  leader delle bande di guerrieri. Un trombettiere era tra i circa ottanta soldati uccisi nella battaglia di Fetterman del 21 dicembre 1866, in cui Schiena Alta fu uno dei leader principali.

L’identificazione di Schiena Alta da parte di McLaughlin è ragionevole e anche persuasiva senza però essere certa. Lo stesso si può dire della sua identificazione dell’Artista D, l’uomo che Focione/Howard pensava si chiamasse Mezza Luna. McLaughlin suggerisce – cautamente ma con convinzione – che l’artefice dei sei disegni dell’Artista D potesse (parola inevitabile) essere il famoso amico di Schiena Alta, il più conosciuto tra tutti i capi guerrieri Lakota – lo stesso Cavallo Pazzo. Se vero, sarebbe qualcosa come la scoperta di una lunga lettera per mano di Lincoln che spiegasse la sua decisione di mettere Grant al comando dell’esercito dell’Unione.

Le sue argomentazioni hanno a che fare con lo stile personale – andare in battaglia con il corpo dipinto di giallo (come viene mostrato Cavallo Pazzo a Little Bighorn in un disegno di Amos Bad Heart Bull), e striature di fulmini sulle zampe del cavallo (segno di un heyoka, o sognatore del tuono, come si riteneva che fosse Cavallo Pazzo) – e con eventi identificabili. In uno dei disegni il sognatore del tuono uccide due soldati chiaramente identificati dall’artista come un ufficiale dell’esercito e un sergente, cosa che accade due settimane prima della battaglia di Fetterman quando delle imboscate («pensate» dice McLaughlin per coinvolgere Cavallo Pazzo) isolarono e portarono all’uccisione del Tenente Horatio S. Bingham e del Sergente Gideon R. Bowers. Uccidere due soldati in combattimento ravvicinato da in groppa a un cavallo come fece chiaramente questo artista non era un’impresa semplice. Custer e Cavallo Pazzo erano simili in questo; entrambi pensavano di poter fare qualsiasi cosa. Le identificazioni di McLaughlin sono lontane dall’essere provate, come lei sa bene, ma il suo credo nell’importanza dei disegni del libro mastro come fonti storiche è convincentemente confermato in un libro notevole per la sua ampiezza di conoscenza e per la sua sbalorditiva presentazione dei settantasette disegni a lungo trascurati nella Libreria Houghton di Harvard.

Lo scrittore Larry McMurtry

Lo scrittore Larry McMurtry

L’inarrestabile attenzione di McLaughlin sui dettagli per costruire un’argomentazione attenta non interessa Larry McMurtry. La sua «breve vita» di Custer non contiene note a piè pagina e segue un modello che vaga da un punto di interesse all’altro, in modo molto simile a quello che potrebbe fare un gentiluomo di mondo seduto sotto un portico del Texas che medita sulla sua lunga vita rivolto a una persona più giovane a cui è affezionato.  Una cosa conduce all’altra – un’affermazione sulle guide di Custer, per esempio, riporta a un pensiero su Tom Horn, che fece da guida contro gli Apache ma fu più tardi arrestato per l’omicidio di un ragazzo bianco in Wyoming e impiccato. McMurtry cita due volte l’affermazione di Buffalo Bill che Toro Seduto fosse «scorbutico» e nota che il Generale Philip Henry Sheridan aveva una testa così bitorzoluta da avere difficoltà a trovare un cappello. McMurtry, inoltre, preminente commerciante di libri, allo stesso tempo possedeva una collezione su Custer con un migliaio di pezzi e solo per caso, al mercato delle pulci di Portobello Road di Londra, si imbatté in una rara medaglia della pace del tipo dato ai capi indiani nelle trattative di pace. Toro Seduto ne aveva una proprio come quella quando arrivò in Canada dopo Little Bighorn.

Questo stile sconnesso aiuta a spiegare cosa McMurtry abbia intenzione di fare fin dall’inizio. Il mistero dell’umano carattere e dell’ostinazione del fato raccoglie l’attenzione divertita di McMurtry, ma non gli scaffali di tre metri pieni di grossi libri degli storici certi di aver individuato la sola vera causa della sconfitta di Custer. Chi si è dato molto da fare per sapere l’esatto numero di uomini che morirono con Custer, e quanti di loro fossero civili, e perché gli ufficiali non usarono le loro spade, e quali fossero i loro sentimenti nei confronti del generale, e dove furono trovati tutti i corpi, e cosa può essere dedotto dalla scena sul campo, e quale fosse l’ultimo pensiero sul mistero della Compagnia E[4], insieme a una infinità di altri, borbotterà e fumerà di rabbia per il trattamento superficiale che McMurty dedica a ciò che è realmente accaduto, nella misura in cui esso può essere conosciuto (che è, in realtà, un obbiettivo molto ambizioso), e non riuscirà a capire cosa sia rimasto nella testa di McMurtry dopo anni di letture. Meglio prendere Custer così com’è, e lasciare che McMurty dica quello che ha da dire: non ci metterà molto.

Due momenti nella vita di Custer sono tipici di ciò che cattura l’attenzione di McMurtry. Il primo è un litigio tra Custer e la moglie, che egli chiamava Libbie (Elizabeth) durante una sosta al Southern Hotel di St. Louis alla fine del 1870. Ciò che accadde può essere ricavato in parte dai passaggi rimasti di una lettera che Autie (il nome di Libbie per Custer) le scrisse in dicembre. È evidente che lei lo ha criticato per il vizio del gioco d’azzardo, ed è probabile che si sia lamentata per le sue relazioni con altre donne. Custer la rassicura che lei è la donna che lui ama, che regna sul suo cuore come Dio fa sull’universo, che non è lo stessa cosa che dire che il fatto non sia mai accaduto. Ciò che attira McMurtry è l’idea che l’amore per il rischio e la fiducia nella fortuna di Custer  possa spiegare la sua audacia sul campo di battaglia. Tuttavia egli promette a Libbie di smetterla con le carte, segno sicuro di una vera paura che sua moglie stesse per andarsene – cosa, a differenza della morte, di cui egli aveva paura. È il tipo di situazione che guida la narrazione di McMurtry.

Il Generale Custer

Il Generale Custer

Il secondo momento è la nuvola di polvere che oscurò la confusione durante gli ultimi momenti del combattimento sulla collina in cui Custer fu trovato morto. McMurtry da giovane ha avuto una vera esperienza della vita del cowboy e ricordava sempre le dense nuvole di polvere  che si sollevavano anche da una sola manciata di uomini a cavallo a caccia di bestiame. Era la polvere che McMurtry portò nel precedente racconto sul Little Bighorn dedicato alla breve vita del capo Oglala Cavallo Pazzo. Che lo colpì, direi, come soggetto più forte e più profondamente avvolto nel mistero di quello di Custer. Negli ultimi momenti della battaglia centinaia di indiani a cavallo caricarono selvaggiamente le truppe rimaste, frustrando i cavalli l’un l’altro così che nessuno restasse indietro. «La mia ipotesi è che l’immensa nuvola di polvere oscurasse talmente la scena», scrive McMurtry, «che Custer non capì mai veramente la portata del suo errore. Può essere anche che egli pensasse di stare per vincere, fino a quando non fu improvvisamente ucciso».

È una bella frase ma dal mio punto di vista questo è un modo per McMurtry di mettersi l’anima in pace. I realisti là fuori diranno di no; il veterano di così tanti combattimenti della cavalleria doveva sapere che ne stava perdendo uno.

Probabilmente in questo caso la cosa più interessane su Custer è il fatto che McMurtry ha convinto sé stesso a scrivere questo libro. Da giovane narratore negli anni ’60 egli frequentò un terreno letterario diverso, che egli descrisse in un notevole libro di saggi intitolato In a Narrow Grave, come «la graduale metamorfosi del cowboy in suburbanizzato». Questa metamorfosi fu un tipo di morte ripetuta senza fine, poiché ogni forma di forza o virtù richiesta dalla vecchia vita fu rigettata, scartata, o sminuita sulla via del centro commerciale.

Ma poi la vita giocò uno dei suoi scherzi. McMurtry decise di scrivere un grande romanzo su una guida dei tempi andati. Il grande successo di Un volo di colombe non fu qualcosa che uno scrittore di mestiere potesse ignorare, e McMurtry  non lo fece. Da quella sporca paga vennero molti potenti romanzi. Diversamente dai romanzi, il Custer della Storia è un soggetto tosto di tipo non malleabile che rende lo stesso McMurtry insicuro. Egli mise in chiaro che non voleva parlare di lui dicendo che l’irresistibile libro su Custer di Evan Connell, Son of the Morning Star, sarebbe stato duro da superare.  Ma la sua determinazione vacillò. Qualcosa di Custer c’è – la sua autostima, il suo credere che la fortuna compia il miracolo quando è necessario, lo spettacolo dell’ultimo quarto d’ora a Little Bighorn. McMurtry non poteva lasciarlo solo.

  1. “Ledger art” è un termine utilizzato per indicare i disegni o le pitture realizzati dai Nativi Americani nel periodo che va dagli anni ’60 dell’800 fino agli anni ’20 del ‘900. Il termine deriva dai “ledger books”, i libri mastri da cui gli indiani prendevano la carta per realizzare questi disegni. N.d..R.
  2. La Guerra di Nuvola Rossa, chiamata anche Guerra di Bozeman (Bozeman War) o Guerra del Powder River (Powder River War), fu un conflitto svoltosi tra i Lakota e l’esercito statunitense nel territorio del Wyoming e nel territorio del Montana dal 1866 al 1868. N.d.R.
  3. La danza degli spiriti era un culto a cui aderì una grande parte dei Nativi Americani intorno al 1890. Il culto ruotava attorno alla promessa della restituzione delle terre americani agli abitanti originari. N.d.R.
  4. L’autore si riferisce alla Compagnia E, una delle truppe al comando di Custer durante la battaglia del Little Bighorn. Tutti i ventotto uomini della Compagnia vennero uccisi durante la battaglia ma i loro corpi furono ritrovati solo diversi anni dopo in un burrone distante dal luogo degli scontri. N.d.R.
 THOMAS POWERS, vincitore del Premio Pulitzer nel 1971, ha scritto numerosi articoli per  ‘The New York Review of Books’, ‘The New York Times Book Review’, ‘Harper’s’, ‘The Nation’, ‘The Atlantic’ e ‘Rolling Stone’. Il suo ultimo libro The Killing of Crazy Horse (Random House, 2010) ha vinto il Los Angeles Times Book Prize for History.

 

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