Dan Chiasson

L’assurdità  dell’uomo retto

da ''The New York Review of Books''
ARTE – ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA: Il poeta Dan Chiasson recensisce Critical Mass, raccolta di saggi del critico culturale James Wolcott, un libro sugli alti e bassi delle performance artistiche del XX° secolo che finisce con il diventare a sua volta un grande spettacolo.
JAMES WOLCOTT, Critical Mass. Four Decades of Essays, Reviews, Hand Grenades, and Hurrahs, Doubleday, pp. 491, $30,00

Critical Mass di James Wolcott è, tra le altre cose, una guida attraverso la selva di YouTube. Un modo per leggere questo libro è di fronte allo schermo del computer in cui molti dei soggetti di Wolcott, così memorabilmente catturati dalla sua prosa grottesca, possono essere vissuti di prima mano. Egli è il critico più importante dello spettacolo contemporaneo, che fa incontrare il suo stesso stile sovraccarico con i momenti salienti di quarant’anni di televisione, musica pop, libri e film. Egli scrive ugualmente bene di Philip Larkin e di Telly Savalas, di Bob Dylan e della sitcom Quattro donne in carriera. Egli conosce i canali segreti per mettere in relazione Mort Sahl[1] con  Alexander Haig[2] e i Kennedy.  L’attenzione di Wolcott vaga in maniera naturale da mezzo a mezzo, poiché dovunque guardi trova la stravaganza e, dentro la stravaganza, la tristezza, la noia, e la solitudine che essa è mirata a mascherare.

Il suo soggetto ideale è la televisione in diretta, dove le manifestazioni di fragilità o di puntiglio spesso premiano lo spettatore paziente. Nel 2010, Jerry Lewis presentò il suo ultimo telethon, in cui era come di consueto in compagnia di varie celebrità per raccogliere denaro per la distrofia muscolare. Wolcott ha scritto il suo saggio sull’evento per il numero di settembre 2011 di ‘Vanity Fair’. È parzialmente un omaggio al ventesimo secolo e ai suoi scompigliati superstiti, tra cui la TV:

Attore fin dall’età di cinque anni, lo stesso Lewis incarna la fine di un ‘era protesa dal vaudeville a Las Vegas – l’ultimo principe clown sopravvissuto dell’intrattenimento da nightclub e l’ultimo mimo della farsa cinematografica. Il suo ex partner Dean Martin, quell’uvetta passa che travasava la sua voce canticchiante come da una brocca di caramello fuso, morì nel 1995 e fu il soggetto di una biografia scricchiolante e affettuosa da parte di Lewis…L’annunciatore spalla di Lewis per il telethon, Ed McMahon, i cui ingranaggi ed esuberanza sembravano immortali, è passato a miglior vita nel 2009. Il telethon sarà più corto di una maratona il prossimo Labor Day, essendo stato ridotto a sei ore dalle ventuno del passato. La sua durata precedente lo permeava di psicodramma e suspense finché Jerry, distrutto dalla fatica e dalla frustrazione,  cominciava a riversare un pesantissimo senso di colpa su coloro che stavano seduti sui loro portafogli ed erano riluttanti a donare soldi.

Immagine promozionale del telethon condotto da Jerry Lewis

Immagine promozionale del telethon condotto da Jerry Lewis

 «Parte del fascino di telethon», scrisse Harry Shearer nel 1979, e citato nel pezzo di Wolcott, «era l’opportunità di vedere questa meravigliosa operazione umanitaria divenire autocommiserevole e disgustosa con il passare delle ore».  Gli spettatori che resistevano fino alle ore piccole potevano «contare su una furia veramente preoccupante».

Il pezzo sul telethon è qui uno dei tanti sull’attuale cultura di massa a cerchi concentrici, in cui si può facilmente trovare una traccia di vaudeville  nel discorsetto della star del cinema nel telethon televisivo visto in una clip su YouTube;  o un giro alla Henry Mancini dentro un motivo degli Steely Dan dentro un singolo hip-hop dei De La Soul. Il lettore ideale per questi reperti annidati uno dentro l’altro è qualcuno come Wolcott: un critico attento alle loro ironie, non un semplice sostenitore del nuovo. Oggi si possono vedere online centinaia di brevi clip dei telethon di Lewis, incluse molte in cui egli sembra bisbetico. Con Internet ogni cosa accade proprio nel nostro tempo, ma la TV, ci ricorda Wolcott, ci tiene prigionieri del suo tempo, dicendoci quando e per quanto a lungo noi potremmo soddisfare i nostri desideri. Quello che io ricordo di questi telethon è la rabbia delle persone che sentivano che i loro show preferiti erano stati sostituiti da Jerry Lewis, una rabbia che nessun abbonato ai servizi Hulu per vedere i programmi televisivi on-line oggi sentirà mai. Si può dire che il telethon, che trasformava il guardare la TV in una prova di resistenza (da cui il suo nome), era TV distillata. Sfiniva anche il  suo produttore.

Il telethon è morto perché la televisione come network è morta, o quasi morta. Ma non è passato molto da quando è nata, come ci ricordano i talk show notturni, con i loro palcoscenici e direttori d’orchestra e rulli di tamburo e trovate alla vaudeville. Questi spettacoli, tutt’oggi assolutamente immutati, forniscono un crocevia culturale impareggiabile, e le collisioni a volte possono essere strabilianti. Guardate l’episodio del Dick Cavett Show in cui un’elegante e altezzosa Gloria Swanson osserva sulla sedia davanti a lei l’infilata traballante di sciarpe e braccialetti di Janis Joplin. O, se è per questo, l’episodio con Salvador Dalì e Satchel Paige.

I talk show hanno trasformato Marianne Moore e Tennesse Williams in celebrità televisive, e offerto a Orson Wells una scena nei suoi ultimi anni di vagabondaggio. Queste collisioni (di cultura alta  e pop, di film e televisione, di generazioni e caratteri) si basano sulla confidenza con il mix culturale complessivo, una condizione impossibile, dice Wolcott, nell’Era Digitale, con il suo «drastico restringimento del quadro di riferimento dello spettatore». Ha ragione, e una prosa come la sua può amplificare questo quadro.

Wolcott, per me, qui è al suo meglio nei suoi pezzi a bordo ring in cui parla del «trono girevole» dei talk show, che fiorirono precisamente nel momento in cui, all’inizio degli anni ’70, l’idea di celebrità era sufficientemente elastica da  coinvolgere George Harrison, Truman Capote e Twiggy. L’ospitalità enfatica dei conduttori, «che davano il benvenuto» ai loro «ospiti»  in un surrogato di salotto, monta il dramma principale di ogni buon talk show: Quando e come sarà messa da parte questa compostezza e civiltà fasulle? Wolcott, da studente del Frostburg State College, pubblicò il suo primo pezzo importante: riguardava la notte in cui Dick Cavett «diede il benvenuto» nel suo programma a Gore Vidal e Norman Mailer (si può trovare facilmente su YouTube). È come se Wolcott avesse aspettato ogni istante dei suoi diciannove anni la lite che ne seguì. Mailer e Vidal litigano sul fatto se il secondo abbia il diritto di paragonare il primo (che dopotutto aveva una volta pugnalato sua moglie) a Charles Manson. Cavett e il terzo ospite – Janet Flanner, giornalista del ‘New Yorker’ – siedono cautamente in mezzo a di loro. Mailer implora il pubblico («Ora posso parlare con voi? Posso raggiungervi?») e poi esegue, come racconta Wolcott, «un’autodifesa di cinque minuti, un breve discorso che chiude la questione con brillantezza esistenziale»:

Fu un discorso che il miglior professor di inglese nel giorno migliore della sua vita non potrebbe fare, perché le sfumature nella voce di Mailer parlavano delle frustrazioni, delle vittorie, del logoramento nel perseguire la Grande Puttana, quella generatrice di dolore di un romanzo non inteso per essere scritto. La differenza tra un professore di inglese e Norman Mailer che descrive la ricerca dello scrittore è quella fra un corrispondente di guerra e uno stanco tenente esperto di battaglie che descrivono un assedio militare – uno scrive di pelle, l’altro di sangue.

Norman Mailer e Gore Vidal

Norman Mailer e Gore Vidal

Il Demone «professore di inglese» (a questo punto, Wolcott probabilmente ne ebbe uno simile) che celebra i suoi amati capolavori è come al solito un comodo avversario dell’immediatezza, della passione e di cose simili. Per Wolcott, la cultura esercita sé stessa non nelle aule scolastiche ma in situazioni di affronto, di conflitto, di minaccia e di sorpresa, e il suo ammirato racconto dell’accesso di collera di Mailer guarda oltre ai suoi telegrammi dalle viscere del CBGB[3], il music club sulla Bowery, nel momento in cui esplose il punk. Qui parla dei Ramones:

Una volta lasciai il mio taccuino al bar del CBGB e chiesi al batterista di trascrivere i nomi dei membri del gruppo e i loro rispettivi strumenti; più tardi, quando guardai il taccuino, tutto ciò che avevo erano i loro nomi propri…la qual cosa suggerisce che questi ragazzi sono talmente concentrati sul loro strumento da considerare i cognomi un equipaggiamento non necessario.

1974, concerto dei Ramones al CBGB

1974, concerto dei Ramones al CBGB

La «solida componente macho» della band vuole solo «scuoterti a morte dalle tue orme». La versione di ciò di Patti Smith è il suo modo «minaccioso» e «disturbante» di tirarsi su e giù la cerniera dei pantaloni sul palco. Jonathan Richman dei Modern Lovers è «il bambino selvaggio di Rocky e Bullwinkle[4]». I Sex Pistols e Richard Hell hanno le loro forme di machismo, come le ha Dylan quando è in scena; Wolcott è continuamente alla ricerca delle mutazioni del gene che ha trovato per la prima volta nell’arringa di Mailer.

La sete di Wolcott per le istantanee lo rendono un ricercatore, spesso un critico profondo dei modi in cui la brillantezza artistica, dopo averci toccato una volta, quasi istantaneamente svanisce. I poveri ragazzi punk hanno appena urlato e sputato su di lui prima che egli decida che il loro zenit sia passato. Il punk è diventato «un lungo sentiero di carta», una «giungla di graffiti intellettuali». Gli stessi punk, come i ragazzi degli anni settanta e ottanta possono riferire, divennero un aspetto caratteristico dei fast food nei centri commerciali e nelle canzoni dei balli scolastici, «come UFO schiantatisi, bondage queen[5] e guerrieri irochesi». Il machismo di Mailer non se la passa così bene ora che le sue conseguenze sono state rilevate: la sua attenzione per metà della popolazione del mondo è «psicologicamente, creativamente, empaticamente stonata» così come «il conferimento del titolo di ‘Vendicatore’ al suo cazzo…o le qualità alchemiche che egli assegna all’eiaculazione maschile» nella  biografia di Marilyn Monroe da lui scritta.

Un uomo bianco che invecchia con una penna, un microfono o una videocamera in mano deve avere paura, molta paura di attirare l’attenzione di Wolcott. Un almanacco di media grandezza dell’idiozia maschile potrebbe essere assemblato con gli esempi tratti da questi saggi. Quando gli fu chiesto se gli piaceva passeggiare nei boschi, Richard Ford a quanto pare rispose: «io non cammino. Io caccio. Qualcosa muore quando io cammino in giro là fuori». Si può indovinare il tono di un saggio su Ford che comincia con questo aneddoto. L’opera di Woody Allen dagli anni novanta divide tutte le donne  tra «pazze in menopausa e allegre sgualdrine», che sono spesso «bombe biologiche ad orologeria»:

Il tipo di romantica eccentrica interpretata da Diane Keaton in Io e Annie ha perso la definizione degli zigomi e sta appassendo in una prematura vecchiaia da strega e il suo guardaroba di vestiti usati è destinato a divenire l’abbigliamento di una stracciona dai capelli distrutti.

Può davvero succedere che Allen, dopo «aver ritratto Manhattan per anni come il paese delle meraviglie rigorosamente per bianchi ricchi», scelga Hazelle Goodman per la parte della prostituta in Harry a pezzi? Purtroppo, sì:

Ora, dopo due decenni a far finta che la gente di colore non esista (a parte Bobby Short[6] al piano), egli finalmente inserisce un personaggio principale di colore in uno dei suoi film, e chi è costei?La mamma di Superfly[7].

Hazelle Goodman e Woody Allen in una scena del film Harry a pezzi

Hazelle Goodman e Woody Allen in una scena del film Harry a pezzi

Gli esempi si accumulano: Kingsley Amis[8] voleva «soprattutto essere lasciato solo per potersi ubriacare tranquillamente. Le donne interferivano con il suo proposito. Per lui la maggior parte di loro erano radio a cui mancava il tasto “off”». Wolcott è sorprendentemente gentile con John Updike, ma solo perché altri – Michiko Kakutani, James Wood – lo hanno preceduto nel distruggerlo.

L’apoteosi di questo tipo di narrazione si ha nel saggio di Wolcott sul Rat Pack[9], un insuperato racconto dello sguaiato, pietoso squallore di quel gruppo. La breve moda dei cocktail e dei bar eleganti nel tardi anni novanta, riporta alla mente l’intero triste periodo, e così Wolcott, descrivendo il  The Frank Sinatra Spectacular (uno spettacolo di beneficenza a circuito chiuso del 1965), si fa trovare pronto:

Dopo la scena di Sinatra c’è il consueto scherzo sul Rat Pack, a volte a spese di Dean [Martin] («La sola ragione per cui ha una buona abbronzatura è che ha trovato un bar  con un lucernario») ma più spesso con Sammy [Davis Jr.] come bersaglio principale. La presa in giro razziale…riassume il nervosismo del periodo dei diritti civili. Sammy menziona qualcosa sull’ottenere il permesso da Martin Luther King per apparire. Dean solleva Sammy con le braccia e dice: «Vorrei ringraziare la NAACP[10] per questo meraviglioso trofeo».

Curiosamente, ciò che Wolcott nota fra  «giovialità forzata»  e «gioco razziale pesante» è «l’irritazione affiorante» del conduttore, Johnny Carson, mentre lo show procede. Ciò che lo colpisce non è lo scherzo pesante ma l’imbarazzo.

Tutte questa umiliare persone e loro attività suggerisce che la fascinazione della performance spesso deriva da quello che la performance pensa di poter negare, coprire, addolcire o altrimenti deviare. Puoi fare la battuta della NAACP su Sammy Davis Jr. solo perché pensi che la soavità sconfigga ogni cosa, anche il razzismo, anche la violenza. Mailer chiaramente pensava che le sue frasi fossero più potenti delle sue idee politiche. Woody Allen scommette che l’arte – l’arte rappresentata della conversazione, e la sua stessa arte cinematografica – affascinerà le allegre sgualdrine e attrarrà le pazze in meno pausa. Si tratta di una critica forte in quanto fa luce su quelle cattive scommesse, e mette insieme, a partire da quelle, un controcanone di involontari classici.

Ma che dire del lavoro stesso di Wolcott? La scarsezza di donne in queste pagine è stata notata, ma io credo che il vero soggetto di Wolcott sia l’assurdità degli uomini retti e i termini – i loro stessi termini – che hanno concepito per rappresentare sé stessi. È più difficile ironizzare sulle donne, un target più tosto – che mi porta alla vera obiezione al corpo di questo lavoro.

James Wolcott

James Wolcott

Con Wolcott troviamo quasi un esempio puro del critico come maestro e come superiore: sempre più intelligente, più sottile e più sofisticato, come pure più assennato, più disilluso e più moralmente evoluto delle intense creature che  ritrae con la sua prosa. I pochi momenti in questo libro in cui il critico è ammutolito o non sé stesso – nei resoconti dalle frontiere del punk, nelle più sorprendenti frasi su Dylan, nelle ammirate critiche su Brian DePalma – rivelano d’altra parte quanto poco approfondimento o speculazione troviamo in quei momenti: ogni frase arriva precisamente dove era destinata e al momento giusto. Questo ha molto a che fare con l’intelligenza di Wolcott, ma ha anche molto a che fare con la sua scelta dei soggetti, che sono, in generale,  bersagli facili. Mi piacerebbe vedere questo arsenale di aggettivi alla prova su libri veramente difficili, o sui film che nessuno vede. Ho sentito abbastanza su DePalma; la predilezione per lui a fronte degli altri autori è ora un luogo comune della critica, benché, per essere onesti, Wolcottt abbia dichiarato per primo la sua stima.

Il momento più basso di questo libro, per me, è l’attacco di Wolcott al canone culturale della “Modern Library” di Woody Allen (i fratelli Marx, Godard, Kafka, Mozart, James Joyce). Cresciuto senza nessun altro come guida, ho visto questi film in VHS, ho annotato i nomi, e ho letto i loro libri. Wolcott sembra compiacersi dei modi sorprendenti in cui la cultura promuove sé stessa: un modo è attraverso i grandi film e le grandi star, quelle che raggiungono le tasche e le vie secondarie della vita americana, semplicemente per citare questi nomi classici e lasciare che il resto si immaginato.

Ma Godard è un filmmaker migliore di DePalma, e ci sono cose migliori da fare nel corso di una vita che scrivere dell’orribile talk show di Chevy Chase, o delle papere nello show di Conan O’Brien, o dei film di Doris Day e Rock Hudson. Ho sentito già abbastanza sull’eccellenza di Mad Men, e quando Wolcott, dicendo per l’ennesima volta che la TV è attualmente più vitale ed eccitante del cinema, chiede «Qualcuno pensa che The Artist sia meglio di Mad Men?» mi viene da prendere le difese di un film che non ho neanche visto. Questo non può essere l’intento di Wolcott.

Come il suo bel saggio su Philip Larkin (il solo riconoscimento qui che anche la poesia esiste) suggerirebbe, questa mitragliata di genio avrebbe potuto andare in un’altra direzione. Ma Critical Mass è in definitiva una raccolta delle centinaia, forse migliaia, delle più sorprendentemente durevoli affermazioni che qualsiasi critico americano abbia mai scritto. Questo libro sugli alti e bassi della performance artistica è esso stesso un grande spettacolo.

  1.  Mort Sahl (1927), attore e comico canadese, considerato uno dei precursori della cosiddetta “stand-up comedy”. N.d.R.
  2. Alexander Haig (1924-2010), generale e politico statunitense, ha ricoperto gli incarichi di Segretario di Stato durante la presidenza di Ronald Reagan e di capo di gabinetto della Casa Bianca sotto Richard Nixon. N.d.R.
  3. Il CBGB, club situato nel Lower East Side di Manhattan all’indirizzo 315 di Bowery street a New York, famoso perché ospitò i primi concerti di quelli che sarebbero diventati artisti e gruppi simbolo della scena punk e della musica rock in generale, come i Ramones, Patti Smith, Lou Reed, Blondies e numerosi altri. N.d.R.
  4. Cartone animato statunitense degli anni ’60 che ha per protagonisti un alce e uno scoiattolo. N.d.R.
  5. Donne che praticano sesso sadomasochista. N.d.R.
  6. Bobby Short (1924-2010), pianista jazz americano, partecipò al film di Woody Allen del 1986 Hannah e le sue sorelle. N.d.R.
  7.  Film del 1972 appartenente al filone della “blaxploitation”, che ha per protagonista uno spacciatore di droga di colore che cerca di allontanarsi dall’ambiente malavitoso. N.d.R.
  8.  Kingsley Amis (1922-1995), poeta e critico letterario inglese. N.d.R.
  9.  Rat Pack (letteralmente “branco di ratti”) era il nome con cui negli anni cinquanta veniva chiamato il gruppo di uomini di spettacolo formato da Frank Sinatra, Dean Martin, Sammy Davis Jr., Joey Bishop, e Peter Lawford.N.d.R.
  10. La NAACP, acronimo di National Association for the Advancement of Colored People (Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore), è una delle prime e più influenti associazioni per i diritti civili negli Stati Uniti. N.d.R.

 

DAN CHIASSON, è un  poeta e critico americano. Il suo ultimo libro è Where’s the Moon, There’s the Moon (Alfred A. Knopf 2011).

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico