Ingrid D. Rowland

Sotto il vulcano

da ''The New York Review of Books''
STORIA: Una mostra del British Museum e il libro Ercolano. Colori da una città sepolta forniscono l'occasione a Ingrid Rowland di parlare della storia di Pompei e Ercolano, le meravigliose città sepolte che oggi devono affrontare cataclismi forse meno spettacolari delle eruzioni del Vesuvio ma non meno distruttivi: inquinamento, cambiamento climatico, avidità, ignoranza, povertà, corruzione politica e crimine organizzato.
Life and Death in Pompeii and Herculaneum, catalogo di Paul Roberts di una mostra al British Museum, British Museum Press, pp. 320 , $45, 00

MARIA PAOLA GUIDOBALDI, DOMENICO ESPOSITO, LUCIANO PEDICINI, Ercolano. Colori da una città sepolta, Arsenale, pp. 352, € 122,00

Lo scrittore francese Marcel Brion sottotitolò il suo studio del 1960 su Pompei ed Ercolano «La gloria e il dolore» una frase che cattura il persistente mistero di queste due antiche città romane, entrambe sepolte dall’eruzione del Vesuvio nel 79 d.C. L’esplosione stessa fu una vista maestosa, se non esattamente gloriosa: abbiamo la parola di un testimone, Plinio il Giovane, che paragonò la colonna di fumo creatasi dal centro polverizzato della montagna a un pino domestico, l’alto e grazioso albero locale che virtualmente simboleggia la Baia di Napoli.

Il pino domestico fu un’immagine così perfetta per la nuvola vulcanica che quasi ogni successivo testimone a un’eruzione del Vesuvio l’ha riproposta. Quando la montagna tornò a vita violenta nel 1631 dopo secoli di quiete, la nuvola a forma d’albero apparve di nuovo:

Il fumo si restrinse a forma di pino domestico, e aumentò gradualmente così tanto, come gli osservatori hanno riferito, che arrivò fino a trecento miglia d’altezza – la terra sembrava volersi mescolarsi al cielo. Ciò fu seguito immediatamente da un’enorme eruzione di globi di fuoco e da un brontolio sotterraneo e schianti come quelli di un orribile tuono, poi da continui fulmini e lampi, e poi si riversò un’enorme quantità di sabbia nerastra simile a cenere, che all’iniziò sembrò presentare una superficie umida, ma velocemente, come il sole l’asciugò, cambiò il suo colore in quello delle nuvole bianche e luminose, quasi come seta[1].

Eruzione del Vesuvio del 1944

Eruzione del Vesuvio del 1944

La più recente eruzione del vulcano è avvenuta nel 1944, sul finire della Seconda Guerra Mondiale. L’ufficiale britannico Norman Lewis vide il pino di fumo, seguito da uno spettacolo di fuochi pirotecnici geologici:

Simboli di fuoco venivano scarabocchiati intorno all’acqua della baia, e periodicamente il cratere scaricava nel cielo serpenti di fuoco rosso sangue che pulsavano con riflessi di lampi.[2]
 

Ma queste gloriose esplosioni simili ad alberi di fuoco celestiale portarono anche una disgustosa nuvola di detriti nella loro scia, e la puzza di uovo marcio dello zolfo. Nel 1767, William Hamilton, l’ambasciatore britannico a Napoli, fu sorpreso da un’esplosione secondaria mentre esplorava un’attività eruttiva del Vesuvio:

La terra tremò nello stesso momento in cui una raffica di pietra pomice cadeva copiosamente su di noi; in un’istante, nuvole di fumo nero e di cenere causarono una quasi totale oscurità; le esplosioni dalla cima della montagna furono molto più rumorose di qualsiasi tuono che io abbia mai sentito, e la puzza di zolfo fu molto forte.
 
La colonna di fumo e i fuochi d’artificio celestiali fecero da preludio a cataclismi più terrificanti. Nel 79, come riporta Plinio il Giovane, le acque gloriose della Baia di Napoli si trasformarono in un vorticoso gorgo (come si svuotò, il vulcano mandò scosse attraverso la terra), e poi la montagna eruttò la sua più mortale carica: spruzzi di detriti solidi sospesi sul gas bollente. Queste sospensioni gassose, chiamate flussi piroclastici, si comportarono come fiumi liquidi, ma si mossero molto più velocemente dei liquidi, scendendo lungo il fianco della montagna veloci come una Ferrari, uccidendo ogni essere vivente sul loro cammino.

A Ercolano, arrivò il primo di questi orribili flussi che prese la vita a trecento persone che si ammassavano sulla riva del mare in cerca di rifugio; pochi secondi prima, aveva carbonizzato tutto il cibo, il mobilio, gli alberi, i libri di papiro, i balconi, le imposte e le travi della città. L’esplosione incandescente si mosse così rapidamente da cogliere le vittime di sorpresa, vaporizzandole prima che avessero il tempo di provare paura o dolore. Come i gas refrigeranti di questo flusso e di quelli che seguirono si liquefecero nell’atmosfera, il limo piroclastico che si lasciarono dietro si solidificò in una densa roccia vulcanica,  blindando Ercolano al di fuori del mondo romano.

Ercolano

Ercolano

Pompei, lontana poche miglia a sud, si trovava sottovento rispetto al Vesuvio il giorno dell’eruzione. Il Vulcano sparò fuori una pioggia di sassolini chiamati lapilli, che erano i resti di terriccio del centro esploso della montagna. La ghiaia trasportata dal vento fu spinta verso sud dalle raffiche vulcaniche e dai venti soverchianti, accumulandosi negli angoli e rimbalzando su tetti e teste prima di avvolgere la città in uno spesso strato di ghiaia rossastra. Anche qui, seguirono una serie di ondate piroclastiche, che dilagarono per la città in onde di gas velenoso, e asfissiarono i folti gruppi di rifugiati e un cane al guinzaglio pochi secondi prima che i loro muscoli si contraessero sulle ossa e li facessero attorcigliare nelle posizioni agonizzanti in cui gli scavatori li trovarono secoli dopo. Come le vittime di Ercolano, queste persone e il cane avevano sicuramente provato terrore e paura, e grande sofferenza prima di morire, ma non un vero dolore dell’incenerimento; i nervi e i cervelli si dissolsero troppo rapidamente per registrare qualsiasi sensazione della fine.

Le parti inanimate delle due città, d’altra parte, sopravvissero in misura straordinaria, benché alcune mura dipinte di giallo si fossero trasformate in rosse nel calore delle ondate piroclastiche. Le costruzioni di legno a Pompei si disintegrarono completamente (mentre ad Ercolano furono lasciate intatte ma carbonizzate), ma le porte, gli infissi e i corpi lasciarono impronte cave nei detriti vulcanici induriti che si depositarono intorno a loro.

Il disastro fu grande sufficientemente da avere effetti concreti sulla stessa Roma. Certamente raffreddò l’entusiasmo romano nel fare vacanze nella Baia di Napoli, e uno scrittore dell’epoca,  lo storico ebreo Flavio Giuseppe, arrivò al punto di paragonare l’eruzione del Vesuvio alla distruzione di Sodoma e Gomorra. E anche se le città sepolte erano sparite dalla vista, non sparirono mai del tutto dalla memoria. Un romanzo popolare del 1504, Arcadia di Jacopo Sannazzaro, include un viaggio visionario sotto il Vesuvio, compiuto da una ninfa, che dice all’eroe Sincerus:

Sì come ancora i sassi liquefatti et arsi testificano chiaramente a chi gli vede. Sotto ai quali chi sarà mai che creda che e populi e ville e città bilissime siano sepolte? Come veramente vi sono, non solo quelle che da le arse pomici e da la mina del monte furon coperte, ma questa che dinanzi ne vedemo, la quale senza alcun dubbio  celebre città un tempo nei tuoi paesi, chiamata Pompei … Strana per certo et orrenda maniera di morte, le genti vive vedersi in un punto tòrre dal numero de’ vivi![3]
 
Come Sannazaro e i suoi lettori già riconobbero, la gloria e il dolore di Pompei ed Ercolano ci perseguitano perché la vulnerabilità di questi luoghi e di queste persone è nostra in ugual misura. Il Vesuvio solleva ancora il suo profilo grigio cupo sulla Baia di Napoli, un profilo frastagliato disegnato dalle passate esplosioni: del 79, del 472, del 512, del 1138, forse del 1500, poco prima che Sannazaro pubblicasse il suo Arcadia, del 1631, del 1660, del 1766, del 1822, del 1836 e del 1944.

Alcuni archeologi a Nola, a nordest di Napoli, hanno scoperto i resti di un villaggio di capanne sull’altra parte della terribile montagna che fu sepolto da un’eruzione dell’Età del Bronzo, più di mille anni prima della distruzione di Pompei. Per ora il Vesuvio è rimasto quieto per troppo tempo per poter prevedere un risveglio delicato; quando esploderà di nuovo, e lo farà inevitabilmente, l’eruzione potrà facilmente prendere la forma violenta degli eventi del 79 o del 1631, con una formazione a pino mediterraneo e flussi piroclastici, anziché le più gentili colate di lava che apparvero a intervalli regolari nel diciottesimo e diciannovesimo secolo.

L’archeologia come disciplina cominciò con la generazione dei professori di Jacopo Sannazaro, nel tardo cinquecento, ma gli scavi archeologici di Pompei ed Ercolano iniziarono solo nel diciottesimo secolo. Prima con una serie di interventi privati, poi sotto la diretta sponsorizzazione del re di Napoli e dei suoi successori, e più recentemente sotto l’egida del Ministro Italiano per i Beni e le Attività Culturali. Ercolano fu scoperta per caso quando un contadino scavando un pozzo trovò delle statue prima di raggiungere l’acqua. Il sito poteva essere raggiunto solo con tunnel che attraversavano strati e strati  di detriti piroclastici duramente compattati; fu un lavoro difficile e pericoloso, eseguito dai carcerati che un Grande Turista descrisse come «mascalzoni e perfidi».

I dipinti furono strappati dai muri; marmi, bronzi, gemme, vetro, oro e cammei furono requisiti per la collezione reale. Solo alle persone snelle e atletiche era consentito scendere dentro un cesto nei pozzi di trivellazione dalle scavatrici per vedere i resti del teatro e di quella che sarebbe poi stata conosciuta come la Villa dei Papiri. Un corpulento inglese, William Hammond, scrisse nel 1732 che non si curò «affatto di scendere, essendo pesante, e le corde in cattivo stato»[4].

Scavi di Pompei

Scavi di Pompei

A partire dal 1748, i ritrovamenti a Ercolano cominciarono a diminuire, così il  re rivolse la sua attenzione ad altri siti, inclusa Pompei. Lì le pile di lapilli potevano essere rimosse ben più facilmente dagli strati duramente compattati di Ercolano. Inoltre, lo scavo poteva svolgersi all’aria aperta anziché nei mefitici tunnel sotterranei. Così le visite guidate divennero rapidamente parte indispensabile della visita a Napoli. E poiché la capitale era anche un prospero centro intellettuale, gli archeologi iniziarono a pubblicare i loro risultati con ammirevole prontezza.

Come risultato, la storia degli scavi e la pubblicistica accademica su questi due notevoli siti ora risale a quasi trecento anni fa, a partire dai fogli incisi della pubblicazione reale Le Antichità di Ercolano Esposte (1757-1792) all’altrettanto efficace lavoro sponsorizzato in anni recenti dalle Sovrintendenze di Pompei ed Ercolano e dal Progetto internazionale per la Conservazione di Ercolano. Allo stesso tempo, visitatori così diversi come Mozart, Madame de Staël, Dickens, Freud, Renoir e Picasso hanno tratto ispirazione dalla combinazione di un ambiente naturale incredibilmente meraviglioso, un grandioso disastro naturale, e di una sorprendente gamma di attività umana catturata e conservata tra le rovine.

Pompei

Pompei

Nell’estate del 2013, il British Museum ha portato le città sepolte a Londra in una mostra di immenso successo chiamata “Vita e Morte a Pompei e Ercolano”, organizzata da Paul Roberts, curatore e capo delle Collezioni Romane, che ha scritto anche l’eccellente catalogo[5]. Roberts si è concentrato sull’esperienza della vita nell’antica casa romana. Lo stesso tema guida Ercolano. Colori da una città sepolta, la mirabile collaborazione tra Maria Paola Guidobaldi, direttrice degli scavi di Ercolano e lo studioso Domenico Esposito insieme al fotografo Luciano Pedicini. Questo volume di grande formato offre planimetrie, descrizioni dettagliate e illustrazioni evocative: l’attenta scelta di Pedicini dell’illuminazione e dei punti di vista rende oggetti ben conosciuti come le statue di bronzo della Villa dei Papiri completamente nuovi.

Le città sepolte di Pompi ed Ercolano sono le nostre fonti sopravvissute più complete di informazioni fisiche sulla vita domestica dell’antica Roma, supportate  inoltre da fonti scritte come il trattato di architettura di Vitruvio, che ci dice come fossero disposte e decorate le case circa ottant’anni prima dell’eruzione. C’è poi il libro di cucina di Apicius, che ci dice cosa accadeva nelle cucine circa tre o quattro secoli dopo, e lo sgargiante racconto di finzione di un banchetto di un nuovo ricco nel Satyricon di Petronio, testi che ci permettono di popolare le sale da pranzo vuote e in rovina dei siti archeologici con un divertente, anche se inquietante, cast di personaggi contemporanei agli ultimi giorni di Pompei. Dato che le nostre fonti sono così discontinue e così enigmatiche, c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire su una cosa così complessa come un’antica civiltà. Qualche punto su cui mutare il nostro punto di vista.

Per l’evento londinese, il British Museum ha ricreato una comune casa antica, anche se, come  questi due libri rendono chiaro, gli insediamenti della Baia di Napoli, servivano a due scopi differenti e le loro case riflettono questa distinzione. Ercolano era un luogo di vacanze suburbano; le ville tentacolari sulle scogliere lungo il mare appartenevano a benestanti senatori romani e ai magnati locali che vi andavano per fuggire alla folla e agli odori della vita di città, e vi crearono un raffinato luogo di villeggiatura dedicato al laborioso eroe Ercole. In alto sopra le sue rovine sepolte, i ricchi napoletani del diciottesimo secolo avrebbero costruito a loro volta ville lungo quello che divenne noto come il “Miglio d’oro”.

Pompei, invece, era una città industriale. I suoi sobborghi ospitavano fabbriche, attrezzature portuali e ville che erano più fattorie piene di lavoro che piacevoli ritiri. I suoi quartieri erano formati da case di ricchi, di poveri e della classe media. La patrona di Pompei, appropriatamente, era Venere, dea del sesso, dell’amore, della fertilità e della prosperità, conforto da tempo immemore dei marinai. Le case di Ercolano, perciò, sono sontuose e raffinate; quelle di Pompei mostrano più varietà, incluse ristrutturazioni raffazzonate e una toccante confusione umana – di quante fontane per uccelli avevano davvero bisogno nel loro cortile i fratelli Aulus Vettius Conviva e Aulus Vettius Restitutus? (Sei, a quanto pare.)

Ognuna di queste antiche case godeva di piaceri che solo un clima mite, un suolo fertile e un facile accesso al mare potevano fornire. Il cibo era buono e abbondante, il commercio facile ed esotico, e la maggior parte della vita poteva essere vissuta nelle strade e nelle piazze della città. Le case erano concepite come suite di stanze raggruppate intorno a un cortile interno, l’atrium. Lo stesso atrium poteva essere completamente chiuso o aperto verso il cielo; di solito prevaleva il secondo tipo. Case più grandi vantavano anche un secondo cortile colonnato più privato, a cui i romani diedero un nome greco, peristilio (“circondato da colonne”). Anche le case troppo modeste per consentire un atrium o un peristilio potevano avere un piccolo cavedio decorato con immagini di alberi, giardini o ninfe d’acqua per suggerire, per quanto modestamente, un ritiro silvestre all’interno della casa.

I normali materiali da costruzione era mattoni e blocchi della locale pietra vulcanica dorata, spesso collocati all’interno di cornici di legno per fornire un eccellente protezione contro i terremoti. Le lisce pareti di gesso erano dipinte con colori brillanti e poi lucidate con cera fusa per avere una lucentezza scintillante, ancora conservate in molti luoghi nonostante l’inferno piroclastico che imperversò attraverso questi edifici. I soffitti erano qualche volta a cassettoni di legno o ad arco in muratura con stucchi colorati; incredibilmente, una serie di casse intagliate in modo elaborato sono sopravvissute a Ercolano. I pavimenti più opulenti erano decorati con mosaici intricati, qualche volta con inserti di “Antichi Maestri”, la maggior parte dei quali Greci o Egiziani, o con intarsi di marmo colorato (chiamati opus sectile, “intaglio”).

Le famiglie più modeste collocavano mattoni a spina di pesce o usavano una mistura di mattone tritato e pietra pestata in un mortaio (Vitruvius nota che questo genere di pavimento trattiene bene il calore e non mostra mai le macchie di vino). Le stanze delle grandi ville erano organizzate con cura per sfruttare le brezze marine in estate; bracieri di bronzo portatili, scolpiti con figure mitologiche, fornivano calore in inverno (e l’isolamento era abbastanza insufficiente da allontanare la minaccia di avvelenamento per monossido di carbonio). Le vetrate sono comuni nelle ville lungo il mare ad Ercolano, e ogni sala da pranzo privata doveva fornire qualcosa di piacevole da guardare mentre si mangiava, che fosse un giardino interno, una fontana o il mare.

All’interno di questo modello di base, quasi ogni casa a Pompei ed Ercolano ha il suo proprio stile. Alcune di queste abitazioni erano vecchie di due secoli al momento dell’eruzione; molte di più erano in fase di ristrutturazione dopo il devastante terremoto del 62 o 63, il primo segno, col senno di poi, che il vulcano stava diventando irrequieto. Le pareti affrescate sono una delle caratteristiche più sorprendenti. I primi visitatori di Ercolano furono scioccati da quello che videro, sia per l’esuberanza sfrenata delle decorazioni sia per le scene di sesso esplicito. Roberts ricorda ai suoi lettori che il rampante simbolismo fallico rappresenta la fertilità e la prosperità, ma rappresenta anche una visione dell’intimità umana radicalmente diversa dalla cultura cristiana che stava iniziando a diffondersi proprio in quegli anni. Un contrariato inglese scrisse alla Royal Society nel 1751:

I disegni della maggior parte di questi dipinti sono così strani e rozzi, che è difficile, quasi impossibile, capire per cosa fossero destinati. Una vasta quantità di questi sembrano orlature o ornamenti cinesi, come li vediamo dipinti sui paraventi. C’è un gran numero di piccole figure che danzano su delle corde; alcuni piccoli, brutti panorami; e alcuni pezzi molto strani, anche emblematici, o forse solo il capriccio del pittore[6].

Stava davvero parlando delle stesse figure che noi vediamo nelle affascinanti fotografie di Luciano Pedicini? Non sempre, alcune delle case mostrate in Ercolano. Colori da un città sepolta sono state rinvenute recentemente, ma molti di questi lavori sono esattamente quelli che l’anonimo inglese vide e denigrò. Le reazioni dei visitatori ai dipinti dell’antica Roma sono completamente cambiate; oggi queste eccentriche figure incantano la nostra sensibilità così come catturarono gli artisti del sedicesimo secolo che adottarono lo stesso stile, chiamandolo “grottesco” perché la maggior degli esempi sopravvissuti furono trovati in  “grotte” sotterranee, ovvero, le rovine sepolte. Come scrive il corrispondente inglese da Ercolano, è «difficile, quasi impossibile, capire per cosa fossero destinate» queste fantasiose burle dell’immaginazione pittorica, ma Maria Paola Guidobaldi e Domenico Esposito le fissano in descrizioni meticolose, trovando, in maniera notevole, le parole giuste per ogni singolo dettaglio. Questi racconti  producono una lettura lenta e attenta, ma la descrizione ravvicinata è il solo modo certo per aprire i nostri occhi alla piena brillantezza di questi disegni, e l’abilità dei due archeologi nel trasformarli in parole è straordinaria (il libro è anche incredibilmente ben tradotto in inglese).

Gli artisti che lavorarono ad Ercolano erano probabilmente gli stessi che lavorarono a Roma e Napoli, ovvero, i migliori nel loro campo. I loro soggetti spaziano dall’attenta scelta di scene mitologiche (Ercole appare spesso a Ercolano e Venere a Pompei), ai ritratti dei proprietari delle case alle stravaganti fantasie architettoniche. Scrivendo nel 25 circa a.C., Vitruvio si scagliò contro i mali della pittura moderna e del decadimento morale che ne sarebbe derivato con il mostrare strutture e mostri che non si potranno mai verificare in natura. Ma la maggior parte dei romani amava il nuovo stile così tanto come Raffaello e Michelangelo l’avrebbero amato di nuovo nel Rinascimento.

D’altra parte, come sottolinea Roberts, alcuni aspetti della vita dell’antica Roma sono quasi impossibili da comprendere oggi. I romani possono essere stati superbi nell’ingegneria idraulica, ma la maggior parte delle latrine domestiche erano semplicemente un buco sopra un pozzo nero che veniva periodicamente svuotato da lavoratori specializzati (che non erano troppo accurati nello svolgimento del loro compito).  Il luogo usuale di queste strutture era sotto le scale o in un angolo della cucina, spesso senza una parete divisoria tra la latrina e la zona di cottura. Nessuna conduttura a forma di esse teneva l’odore della latrina al suo posto e nessun rubinetto era previsto per lavarsi le mani dopo aver svolto il proprio bisogno. Il sapone era un’invenzione ancora sconosciuta. Come dice Roberts:

Gli odori della latrina, l’acre odore di ammoniaca dell’urina e il rivoltante odore delle feci si facevano strada in cucina e nella casa.
 
I romani avevano bagni raffinati e meravigliosi, ma probabilmente non li usavano quotidianamente. Le fantastiche acconciature delle donne venivano realizzate sul posto e quindi probabilmente non erano troppo pulite per gli standard di oggi[7].
 
Anche la schiavitù a Pompei ed Ercolano era un aspetto crudele della vita. Una recente mostra al Museo della Via Ostiense a Roma ha mostrato come sei scheletri dell’epoca imperiale trovati in un antico cimitero fossero stati deformati da anni di incessante lavoro manuale[8]. D’altro canto, i Romani erano più disposti a liberare i loro schiavi della maggior degli schiavisti mai esistiti. Roberts suggerisce, in modo affascinante, che una crescente popolazione di ex schiavi prosperi stava iniziando a trasformare la società di Pompei ed Ercolano quando il vulcano eruttò; molti erano probabilmente rozzi come lo schiavo liberato Trimalchio del Satyricon, ma molti erano raffinati come i loro ex padroni, se non di più, e dovevano aver portato un tocco cosmopolita in città che avevano già un miscuglio stimolante di diversi gruppi etnici e linguistici: greci, etruschi, osci, sanniti, latini e alcuni egiziani.

Pompei era grande abbastanza da avere la sua arena di gladiatori, che fu luogo di una battaglia tra tifosi locali e un gruppo dalla vicina Nuceria (la moderna Nocera) nel 59 a.C., un evento commemorato in un dipinto murale di Pompei che ora si trova nel Museo Archeologico Nazionale di Napoli. La maggior parte dei romani era perfettamente a suo agio con la sanguinosa realtà del combattimento tra gladiatori. Per molti, la forma d’intrattenimento popolare più pericolosa era il teatro, perché rappresentava la finzione così dannosa per la salute dell’anima, come i dipinti di bestie fantastiche e l’architettura improbabile. In più, come avverte Vitruvio, il teatro rappresenta anche un rischio per i nostri corpi: stare seduti così a lungo apre i nostri pori alle nocive esalazioni degli animali di palude.

I giochi dell’arena, d’altra parte, presentavano una successione di situazioni reali, concepite per edificare e istruire il pubblico mentre bramava il sangue. I giochi iniziavano con dimostrazioni del dominio umano sul mondo animale sotto la forma della messa in scena della caccia, seguivano poi esecuzioni di criminali condannati e si finiva nel pomeriggio con i combattimenti tra gladiatori, coinvolgenti esibizioni di vero coraggio da parte dei più spregevoli degli uomini, e quindi, o così credevano i romani, un esempio e un’ispirazione per gli spettatori. Fu proprio nell’arena a nord di Napoli, a Capua, che il gladiatore tracio Spartaco si ribellò nel 73 a.C. contro l’intero sistema romano di riduzione alla schiavitù e di crudeltà organizzata, formando una banda di schiavi e gladiatori fuggiaschi che combatterono contro lo stato per due anni da una roccaforte all’interno della verde foresta nel cratere del Vesuvio. La regione intorno alla Baia di Napoli avrebbe potuto raccontare storie di gloria e dolore ben prima dell’eruzione del Vesuvio.

Oggi ci sono altri cataclismi che colpiscono la regione e le città sepolte, meno spettacolari, forse, del Vesuvio nella sua piena gloria piroclastica, ma non meno distruttivi: inquinamento, cambiamento climatico, avidità, ignoranza, povertà, corruzione politica, crimine organizzato. L’area industriale dell’antica Pompei si trova fuori dalle mura della città vecchia, e quindi fuori dal sito archeologico, che si trova sotto la protezione del governo fin dal diciottesimo secolo.

La zona industriale si trova dove il filantropo Bartolo Longo fondò la moderna città nel tardo diciannovesimo secolo, inorridito dalle condizioni di vita della zona: malaria dilagante, povertà e banditismo (due membri della camorra incontrarono Longo appena mise piede giù dal treno nella sua prima visita a Pompei nel 1872). Nel 1880, Longo scoprì (e preservò) i resti di un’antica lavanderia durante i lavori di costruzione delle sue “Case economiche per i lavoratori”. In uno spirito molto diverso, i resti di un’altra antica struttura industriale, la più estesa finora scoperta nell’area, è stata sepolta dalla colata di cemento di un immenso supermercato Carrefour, con l’apparente approvazione di tutte le autorità locali.

Pompei, crollo di un muro nella 'Casa del Moralista'

Pompei, crollo di un muro nella ‘Casa del Moralista’

Ercolano, più piccola e più gestibile, è ora protetta da una fondazione internazionale (la Herculaneum Conservation Project sponsorizzata dalla fondazione Packard), ma Pompei, come ogni altro museo o sito storico in Italia, ha lottato da sola, soffrendo sia di un drastico taglio al budget imposto dal Ministero della Cultura durante i due decenni (1993-2013) in cui l’ex primo ministro (e pregiudicato) Silvio Berlusconi e il suo partito erano al potere, e sia della evidente corruzione di alcune personalità incaricate dal governo Berlusconi. Com’è noto Marcello Fiori, commissario speciale per Pompei nominato nel 2010, ora affronta un processo per appropriazione indebita e per un  “restauro” del teatro antico che i giornali locali hanno definito una «valanga di [moderno] cemento ».

Massimo Bray, Ministro della Cultura nominato del governo Letta (che ha rassegnato le dimissioni il giorno di San Valentino), è stato un benvenuto segnale opposto, deciso a trovare fondi speciali per il sito archeologico più famoso del mondo (e patrimonio dell’umanità dell’UNESCO). Finalmente, sembrerebbe esserci qualche speranza che i peggiori giorni di Pompei come monumento in rovina e trascurato della inconsistenza umana possa essere cosa del passato. Nonostante la magnificenza di questi libri eccellenti e la recente mostra del British Museum, non c’è nulla al mondo come le stesse città sepolte. Si può solo sperare che il primo ministro italiano appena insediato, Matteo Renzi, ne prenda nota.

  1. Athanasius Kircher, Diatribe de prodigiosis Crucibus (Roma: Sumptibus Blasij Deversin, 1661), pp. 30-31.
  2.  Norman Lewis, Napoli ’44, (Adelphi, 1993), p. 93; lettera del 19 marzo 1944.
  3. Jacopo Sannazaro, Arcadia (Venezia, Aldus Manutius, 1534), pp. 77-78.
  4. William Hammond, lettera pubblicata in “An Account of the Discovery of the Remains of a City Under-ground, Near Naples, Communicated to the Royal Society by William Sloane, Esq., F.R.S.”, Philosophical Transactions of the Royal Society, Vol. 41 (1739-1741), p. 345.
  5. Il J. Paul Getty Museum di Malibu ha presentato una mostra sull’impatto di Pompei nella cultura moderna pochi mesi prima: “The Last Days of Pompeii Decadence, Apocalypse, Resurrection”, 12 settembre 2012 – 7 gennaio 2013.
  6. “Extract of a Letter from Naples, concerning Herculaneum, Containing an Account and Description of the Place, and What Has Been Found in It”, Philosophical Transactions of the Royal Society, Vol. 47 (1751-1752), p. 157.
  7. Abigail Pesta, On Pins and Needles: Stylist Turns Ancient Hairdo Debate on Head, ‘The Wall Street Journal’, 6 febbraio 2013, sul lavoro di Janet Stephens.
  8. “Scritto nelle Ossa: Vivere, Ammalarsi e Curarsi Roma in Età Imperiale”, 19 dicembre – 30 aprile 2014.
INGRID ROWLAND, residente a Roma, insegna Storia dell’Arte alla University of Notre Dame School of Architecture. Scrive per ‘The New York Review of Books’ ed è autrice di The Culture of the Hig Renaissance. Ancients and Moderns in Sixteenth Century Rome (1998), The Scarith of Scornello. A Tale of Renaissance Forgery (2004) e Giordano Bruno. Philosopher heretic, con una traduzione del dialogo Gli eroici furori (2009), tutti editi dalla University of Chicago Press.
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