Pico Iyer

La galassia McLuhan

da ''The New York Review of Books''

Douglas Coupland, Marshall McLuhan, Milano, Isbn, pp. 198, € 19,00

Comunicazione. La vita e la carriera di Marshall McLuhan sono oggetto di questo saggio di Pico Iyer sulla funzione della comunicazione nella società e sugli effetti di essa sul singolo e sul gruppo. Le intuizioni del sociologo e teorico della comunicazione vengono descritte e affrontate alla luce delle nuove conquiste nel campo delle comunicazioni.

È un gioco da ragazzi, spesso efficace, mostrare quante descrizioni incredibilmente accurate del nostro mondo – un mondo inondato dai media, passivo e guidato dalle opinioni – derivano da Marshall McLuhan, che le ha coniate più di mezzo secolo fa. Nel suo primo libro del 1951, La sposa meccanica, e ancor più in La galassia Gutenberg, scritto nel 1962, McLuhan fu così bravo a penetrare aspetti apparentemente marginali della cultura del suo tempo, che sembrò predire il futuro. Combinando, com’era solito, cinque concetti in uno, nel 1962 – tredici anni prima che il primo personal computer entrasse in commercio – scrisse in una sua tipica enunciazione: «Un computer, come strumento di ricerca e comunicazione, potrebbe intensificare il recupero, rendere obsoleta l’organizzazione della biblioteca pubblica, richiamare la funzione enciclopedica individuale e tramutarsi in una linea privata per conseguire dati confezionati velocemente e facilmente smerciabili»1.

La prosa di McLuhan era quasi sempre illeggibile, come nella frase precedente, densa all’inverosimile eppure misteriosamente preveggente; e la prontezza con cui diede vita agli arguti slogan, prefiguranti un futuro in cui il mezzo sarebbe stato il messaggio, gli garantirono fama e ostilità in uguale misura. Dentro di sé, egli era incline più alla diagnosi che alla celebrazione, e i suoi erano essenzialmente segnali di fumo, un monito verso il mondo postalfabetizzato, dallo schermo condiviso, ipnotizzato e irreale, che egli vedeva profilarsi. Ma la sua incapacità di resistere a un brillante doppio senso o a un facile paradosso (il denaro, disse, era la carta di credito del povero) e le sue interpretazioni intricate e autorecluse hanno lasciato di lui l’impressione di un messaggero del proto-testo o di un pioniere del sound byte, del frammento di dichiarazioni (come pure di uno dei suoi primi critici). È facile oggi considerarlo un dottor Frankenstein della teoria dei media, che ha generato il mostro che lo avrebbe in un primo tempo avvolto fra le braccia e in un secondo tempo fagocitato.

Eppure è sorprendente riprendere oggi i suoi scritti e realizzare quanto egli sia ben più longevo di un personaggio che compare nella testata della rivista ‘Wired’ come «Santo Patrono» o del tizio anziano che recita una particina in Io e Annie di Woody Allen. «Per l’uomo tribale lo spazio era un mistero incontrollabile. Per l’uomo tecnologico è il tempo che occupa lo stesso ruolo»2 ha scritto (in un saggio, com’è nel suo stile, sui jukebox), anticipando il nostro sentirci sempre meno condizionati dalla geografia e sempre più ostaggi, invece, dell’istante. «Non sono possibili adattamenti al cambiamento rapido» ha dichiarato nel 1960, «diventiamo semplici spettatori e dobbiamo rifugiarci nella conoscenza». In queste parole possiamo ascoltare non solo la neutralità di un uomo che sarebbe stato più volentieri fra i libri, a rileggere La veglia dei Finnegan, ma anche quel distaccato fatalismo che i suoi detrattori hanno sempre frainteso. Poi, come a ricordarci che i suoi saggi erano spesso «esplorazioni» emersoniane3, un liberarsi dalle possibilità, egli aggiunge: «non sono necessariamente d’accordo con non sono necessariamente d’accordo con tutto quello che dico».

Tutte le citazioni, eccetto una, sono incluse in Marshall McLuhan, di Douglas Coupland, che faceva parte in origine di una nuova serie su personaggi illustri canadesi sbocciati a nord del confine – con la supervisione di John Ralston Saul – in cui si commissionava ad autori relativamente conosciuti la stesura di brevi saggi personali su celebrati compatrioti del passato. Questa serie è una sorta di rivincita per McLuhan – molti lettori oggi sentono poco la mancanza di grandi menti, preferibilmente filtrate dalla lente spesso esageratamente idiosincratica di autori di grido. Ma la monografia suggestivamente laconica e fuori dal comune ci ricorda quanto sia meglio avere qualche McLuhan che non averne affatto. Prima degli anni Settanta, l’«apostolo dell’era elettronica», come egli fu definito, era già stato spodestato da alcuni sviluppi che lui stesso aveva predetto, e nel 1979 solo sei studenti si iscrivevano ai corsi di un «guru dei media» che solo dieci anni prima ne attirava a centinaia. Eppure, se McLuhan oggi è in buona parte dimenticato – perlomeno fuori dai confini del Canada – forse è perché lo stiamo vivendo più che leggerlo.

Il senso del saggio di Coupland – il quale attinge a piene mani il suo materiale dalla biografia esauriente e godibile del 1989, Marshall McLuhan. The Medium and the Messenger – è che l’antiquato, il fervente cattolico e spesso l’arretrato conservatore McLuhan, il quale andava a messa quasi ogni giorno e fu l’ultimo abitante nel suo isolato a possedere un televisore, «odiava il mondo moderno e detestava la tecnologia». Agli albori della televisione, egli ebbe l’acutezza di interpretare lo scenario contemporaneo – le strisce dei fumetti, le pubblicità e le banalità della cultura pop – con la tenacia appresa dai suoi docenti del New Criticism4 a Cambridge, in Inghilterra. Superman divenne così per lui il sintomo delle conseguenze per la scomparsa della filosofia e della religione dal pensiero quotidiano, e Dale Carnegie5 era «il Machiavelli d’America». Non bastasse, fu il distacco dal suo mondo, profondamente cattolico, che gli permise di volgere un occhio imparziale, quasi scientifico, ai segni intorno a lui. Il mondo era creazione di Dio – così egli credeva – ed era perciò nostro dovere osservarlo in profondità; eppure buona parte delle creazioni erano i prodotti del tempo, e perciò non potevano sembrare che inconsistenti alla luce dell’eternità.

A riguardo, come ribadisce Coupland, fu l’essere un esperto di letteratura del Rinascimento inglese, e un lettore di Joyce, che permise a McLuhan di scoprire i fenomeni ricorrenti nel mondo delle moderne comunicazioni, che pochi politologi o sociologi vedevano con la stessa lucidità. Addestrato al riconoscimento di figure, di pattern, egli guardava ciò che lo circondava come se fosse poesia. E i suoi studi su Thomas Nashe, il pamphlettista del XVI secolo sul quale svolse la tesi di dottorato, lo illuminarono sul potere della polemica, degli assiomi e della «prosa polifonica» sulle argomentazioni ragionate, che egli trasferì al proprio tempo. Fu il fatto stesso di essere così impregnato di cultura classica – retorica, grammatica e dialettica – che aiutò McLuhan, come volutamente evidenzia Coupland, a interpretare il nuovo come mai avrebbe potuto una persona che vi fosse immersa.

La storia della trasformazione di McLuhan in lettore visivo del presente e in interprete delle cose che altrimenti noi, come sonnambuli, nemmeno vedremmo, è stata ripetutamente raccontata, specialmente in Canada. A Coupland resta dunque poco da aggiungere in questa brillante panoramica biografica, se non alcuni bizzarri rilievi. Lo stesso McLuhan diceva che l’essere nato a Edmonton (nel 1911), nipote di un irlandese di seconda generazione che contribuì a costruire le strade e le linee telefoniche nell’Ontario nordoccidentale, lo aveva precocemente predisposto a pensare in termini di distanze e a comunicare attraverso di esse. E poi, il crescere a poche centinaia di chilometri a nord degli Stati Uniti permise a lui e a molti suoi successori di volgere un occhio acuto, anche se non certo di ammirazione, verso la nazione del grande fratello, alla cui ombra egli dovette maturare. Figlio di un agente immobiliare e di una madre «aspirante attrice» – i biografi si attaccano ovviamente a quest’ultima – egli fu un mediocre studente in scienze umanistiche all’Università di Manitoba, uno sconclusionato figlio delle praterie.

Ma anche nella adolescenza, nel mezzo del nulla, egli confidava al suo diario: «io devo, devo, devo assolutamente conquistare il successo nel mondo in misura concreta». L’occasione gli si presentò quando, fra le altre cose, la sua tesi di laurea su George Meredith gli fece vincere una borsa di studio commemorativa finanziata dalle Figlie dell’Impero6 per studiare a Cambridge. Fu qui, sotto la tutela di F.R. Leavis, di I.A. Richards e di altri studiosi, che egli imparò a prestare molta attenzione alle parole e, dopo la conversione al Cattolicesimo avvenuta intorno ai venticinque anni (il fratello sarebbe diventato ministro presibiteriano), a cercare una sorta di teoria del campo unificato che – racconta Coupland – «spiegherebbe, o forse guarirebbe, lo stress e l’incoerenza che egli ha visto nel mondo».

Il McLuhan che Coupland ci propone era una Cassandra scettica e provocatoria più che un esaltato visionario – «un giovane secco con l’aria da vecchio anzitempo che parlava solo di religione e letteratura, non sapeva ascoltare e con tutta probabilità si dimenticava dell’esistenza degli altri non appena capiva che non erano altrettanto magniloquenti». Andando in giro con il formaggio nella borsa, scandalizzando il prossimo per la sua incuranza (Coupland lo colloca «all’estremità più leggera dello spettro autistico»), svegliando i figli alle quattro del mattino per leggere loro la Bibbia, era già guidato dalla insofferenza e dalla svagatezza che avrebbero in seguito generato sue dichiarazioni sui temi più disparati.

Nel 1944 (mentre il ‘Journal of the History of Ideas’ gli commissionava una riedizione dell’articolo sulla «Eredità patristica in Francis Bacon») ‘Columbia’, una rivista cattolica con un buon numero di lettori, accettava un suo pezzo su Dagwood Bumstead7, un personaggio castrato – a modo di vedere di McLuhan – che doveva recuperare «l’uso freddo della ragione per valutare criticamente la vita». McLuhan capì presto – pensa Coupland – che le stesse abilità testuali che avrebbero potuto fare di lui un ennesimo professore di letteratura di provincia, se applicate al proliferante materiale insignificante del mondo postbellico, ne avrebbero fatto una persona originale. «Buona parte della cultura pop è a mio avviso mostruosa e nauseante» avrebbe affermato anni dopo, nonostante egli stesse contribuendo a generare il campo degli studi sui media e a far esplodere generazioni di decostruzionisti scatenati.

Le idee di McLuhan non sono mai state così nuove come i titoloni vorrebbero farci credere: già nel 1934 Lewis Mumford aveva divulgato in Tecnica e cultura8 alcune idee sugli effetti della tecnologia, e nel 1948 Wyndham Lewis, amico occasionale di McLuhan, in America and Cosmic Man aveva osservato che «la terra è diventata un unico grande villaggio, ricoperto da un capo all’altro da linee telefoniche». Più che la sostanza fu il tono dei libri di McLuhan a conquistare visibilità. Lo storico dell’economia Harold Innis, suo collega dell’Università di Toronto, in Le tendenze della comunicazione9 esplorava già nel 1951 le conseguenze dei differenti media sulla conoscenza, e se leggete The Image di Daniel Boorstin (uscito in contemporanea a La galassia Gutenberg di McLuhan), troverete riflessioni sull’età dell’immagine e sullo schermo globale, trasmesse con maggiore eloquenza e avvedutezza storica. Del resto, fu Boorstin a mostrare come gli «pseudoeventi» – riprodotti o simulati, il più delle volte nelle pubblicità e nelle pubbliche relazioni – stessero rapidamente sostituendo l’esperienza diretta, e la celebrità oscurando la personalità.

Ma il talento di McLuhan consisteva nel capire come, diminuendo la durata dell’attenzione, uno slogan a effetto avrebbe fatto presa sulla gente con più facilità del più eloquente dei trattati; perfezionò il talento di parlare della tecnologia del XXI secolo per oracolari frasi concise, come il koan zen che stava diventando di moda negli anni Sessanta10. «Tutte le forme di violenza sono ricerche di identità» sosteneva, e la stessa vaghezza delle frasi dava alla profezia una magia (o perlomeno una facilità di citazione) che la precisione avrebbe sciupato. «Il politicante sarà più che felice di abdicare in favore della propria immagine» osservò, offrendo avidamente un consiglio a gente come Pierre Trudeau e Jerry Brown, «perché tale

immagine avrà immensamente più potere di quanto ne potrà mai avere lui». E, sebbene i colleghi scrittori storcessero il naso al cospetto di questa fumosa creazione di frasi, i lettori meno smaliziati ingollavano le pillole facili da digerire.

È sotto questo aspetto che Coupland è assai provocatoriamente mcluhanesco nel suo saggio breve e ambiziosamente imprevedibile. Se gran parte di chi in precedenza ha scritto sul maestro di «koan» sui media era uno studioso di McLuhan, un amorevole curatore della memoria di un saggio che parlava assai meglio di quanto scrivesse, Coupland è, invece, un distratto figlioccio letterario. Poiché scrive con un’intimità irrequieta, a sua volta marchiato un paio di generazioni dopo dai termini che lui stesso aveva creato, come «Generazione X» e «McJobs», è considerato un alfiere di un nuovo ordine che in realtà provoca in lui perlopiù tristezza. Decidendo, pare, che il modo migliore di evocare «Marshall» – così spesso lo chiama – è fare del suo medium il suo messaggio, Coupland apre la sua opera (almeno nell’edizione canadese) con sei pagine di anagrammi formati dalle lettere della parola «Marshall McLuhan». Seguono una battuta di McLuhan da sola nella pagina («il nome è un colpo tramortente dal quale non ci si riprende mai più») e una lista che include un «nome da pornostar […] generato automaticamente on line», il «nome da wrestler messicano […] generato on-line» e «un nome da fuorilegge in moto»: tutti ricavati dalle lettere incluse in «Marshall McLuhan». In altri punti, interrompe il saggio per includere i percorsi stradali verso l’ultima residenza di McLuhan, un tweet di Karl Lagerfeld e una lunga nota in calce su Wikipedia (la fonte di buona parte delle sue informazioni, come gioiosamente ammette). Tra un incontro con gli elenchi di Abebooks, i commenti su YouTube, due lunghi stralci dal recente romanzo di Coupland Generazione A11 e quattro pagine di anagrammi del «villaggio globale», potrete deliziarvi pure con cinquanta domande dalla cui risposta ricaverete il vostro «Quoziente di spettro autistico».

Tutto ciò sembra a priva vista di effetto e non persuasivo, se non che Coupland li sceglie per mostrarci fino a che punto abitiamo nel mondo che McLuhan aveva previsto. «Siamo tutti capaci di saltare da un link a un altro a un altro» scrive Coupland – «è questo che fanno quasi tutti»; il fatto è stato ampiamente sostituito dal frammento, o dalla didascalia, e nonostante ogni sforzo di Wikipedia di simulare il rigore dei fatti, tutti e tre potrebbero presto diventare indistinguibili on line. La stessa biografia sembra ormai passé, datata, nell’era di Google, a meno che non assuma le forme multimediali e le tecnologie alternative del nuovo secolo (al pari di McLuhan, Coupland non ha paura dell’iperbole, perché l’iperbole è a sua volta un segno dei tempi).

Coupland sta rivelando qualcosa di essenziale, credo, quando suggerisce che lui stesso, al pari di McLuhan, è spesso erroneamente accusato di essere un paladino di quel mondo disperso e dissociato di cui è vittima (in una tipica penetrante nota in calce, egli ci racconta che un bizzarro incidente gli ha prodotto un udito acuto al punto da non riuscire a partecipare a eventi in grandi stanze o lavorare negli alberghi fino a quando tutti sono a letto). La forza dei suoi libri ha sempre poggiato sulla nostalgia che li pervadeva, poiché i suoi giovani personaggi affrontano un mondo in cui la comunità, la storia e persino un senso di trascendenza sono dissolti, e nulla è spuntato per sostituirle. Le sue persone hanno il vigore di cartoni animati che si trovano a recitare alle tre di notte nella stanza di un albergo. Non sorprende (e qui egli felicemente coopta McLuhan come suo avo) che uno dei titoli più a effetto sia La vita dopo dio12.

La prosa di Coupland è volutamente gergale e quasi senza peso; McLuhan è visto come «un babbione in giacca a quadri» e «l’equivalente informativo di un soffiatore di foglie». Il villaggio globale potrebbe proiettarci dentro «un’unica grande metacomunità indistinta, cumuliforme e pseudosenziente attiva, ventiquattr’ore al giorno e sette giorni su sette.» La vita «diviene quella stranissima esperienza per cui ci si ritrova a schizzare a tutto gas lungo un’autostrada e di colpo ci si rende conto di non avere prestato alcuna attenzione alla guida nell’ultimo quarto d’ora, eppure si è ancora vivi e non c’è stato nessun incidente». Ma questa non è affatto indulgenza, poiché la demolizione di McLuhan, argomentata con cura, persino esasperata, è stata già scritta, più e più volte, non ultimo da Jonathan Miller in un saggio del 1971, simile per brevità.

L’effetto degli abili strumenti di Coupland – oggi seguiamo improvvisamente una ricerca su Google Book, oggi otteniamo una lista di due pagine di nomi di satelliti – è mostrarci quanto il famigerato pensiero «a mosaico» di McLuhan, la sua impenitente fuga dalla linearità e da quella stessa letteratura che egli ha amato e studiato fanno oggi parte del nostro sistema nervoso. Se voi credete che internet programmi noi tanto quanto è vero il contrario, e che «l’uomo disincarnato», come l’ha definito McLuhan, abbia perso il contatto con la realtà e sia osservato – e ipnotizzato – dagli schermi che lui crede di guardare (come del resto suggerisce Thomas Pynchon nel romanzo Vineland), allora voi siete un cittadino onorario della Galassia Gutenberg. Come Thoreau prima di lui, McLuhan ha cercato di attingere alla cultura classica per dimostrare fino a che punto siamo diventati strumenti degli strumenti che abbiamo concepito.

Se negli anni Sessanta era sopravvalutato perché aveva intuito la voce dei tempi prima dei tempi, McLuhan oggi è sottovalutato proprio perché, come lui ci ha raccontato, il nostro senso della storia è monco e il nostro senso della logica e della continuità interrotto. Siamo sintonizzati sul nuovo al punto che ci sfugge quanto sia vecchio. Già nel 1962 egli ci avvertiva con la tipica scabra laconicità che «mentre i sensi vanno fuori da noi, il Grande Fratello entra in noi». Se non prendiamo il tempo per studiare questo processo – voleva dire – limitandoci a osservare i segni come uno scienziato potrebbe osservare un sistema temporalesco in arrivo, non distratti dalla moralità, «ci ritroveremo improvvisamente in una fase di terrori panici, assolutamente appropriata ad un piccolo mondo di tamburi tribali, di totale interdipendenza e di coesistenza imposta dall’alto». È sorprendente con quanta frequenza egli citi il terrore come caratteristica sovrana del villaggio globale.

Nel 1960, a soli 48 anni, McLuhan fu vittima di un ictus così grave che chiamarono il prete per l’estrema unzione. E sin dalla nascita – come Coupland si è prodigato a evidenziare –, a differenza della maggior parte delle persone, egli non aveva una sola arteria alla base del cranio, bensì due, come i gatti. La non linearità dei suoi processi di pensiero potrebbe risalire addirittura a eventi neurologici. Nel 1964, tre anni dopo avere pubblicato Gli strumenti del comunicare, i suoi blackout divennero più frequenti e le sue frasi bizzarre al punto che fu sottoposto al più lungo intervento di neurochirurgia documentato nella storia della medicina, un evento che rese ancora più difficile seguirlo o afferrarlo.

Le ruvide convinzioni personali – che l’omosessualità «è probabilmente la minaccia primaria alla moralità contemporanea», che le donne fossero «mansuete per costituzione, prive di senso critico e abitudinarie» e che Dio fosse responsabile di ogni cosa – non si addicono al palato di buona parte dei lettori del XXI secolo. E in contrasto con la sua immagine di anticonformista (come ci racconta Marchand, e non Coupland), egli ha bombardato di lettere gente come Jimmy Carter, re Carlo Gustavo di Svezia e Henry Ford II, ha consigliato il personale di Richard Nixon su come usare i media contro Hubert Humphrey nella campagna per le presidenziali del 1968, e in un pranzo al Plaza ha detto a Timothy Leary che davanti ai media avrebbe dovuto rimanere sempre sorridente e positivo. Tuttavia, dopo un ultimo devastante ictus che lo colpì nel 1979, egli perse la capacità di parlare in modo comprensibile, e pure di leggere e di scrivere; negli ultimi mesi di vita gli rimase solo la facoltà di canticchiare inni ripetendo «Oh boy!».

L’ultimo giorno del 1980 McLuhan morì, a 69 anni, tre settimane dopo che John Lennon fosse ucciso con un colpo di pistola da un uomo reso pazzo dai media, e tre settimane prima che Ronald Reagan portasse Hollywood alla Casa Bianca. L’epitaffio sulla tomba, in un cimitero cattolico a nord di Toronto, è scritto nel carattere Future Shock e annuncia «LA VERITà VI FARà LIBERI». Non sappiamo per certo quanto fosse un enigma tipicamente autoingannevole, e quanto un altro frammento di profezia biblica.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Marshall McLuhan e Bruce R. Powers, Il villaggio globale. XXXI secolo: trasformazioni nella vita e nei media, Milano, SugarCo, 1998, p. 185.

2. Marshall McLuhan, La sposa meccanica. Il folclore dell’uomo industriale, Milano, SugarCo, 1984, p. 175.

3. Riferite a Ralph Waldo Emerson (Boston, 25 maggio 1803 – Concord, 27 aprile 1882), filosofo, scrittore e saggista statunitense.

4. Il New Criticism è una corrente critico-poetica sviluppatasi fra gli anni Trenta e Cinquanta in Inghilterra e negli Stati Uniti. N.d.T.

5. Dale Breckenridge Carnegie è stato uno scrittore e insegnante statunitense, diventato celebre per i corsi sullo sviluppo personale e l’abilità di parlare in pubblico. N.d.T.

6. L’ordine delle Figlie dell’Impero (Daughters of the Empire) è un’organizzazione di carità con sede in Canada. Fu fondata nel 1900, durante la seconda guerra boera (1899-1902), combattuta dall’Impero Britannico contro le due repubbliche boere indipendenti, in Sudafrica; il suo scopo era quello di sostenere l’Impero. Attualmente fornisce borse di studio, premi letterari e riconoscimenti, oltre a portare avanti numerosi progetti filantropici ed educativi. N.d.R

7. Douglas Bumstead è il personaggio principale del fumetto Blondie, pubblicato la prima volta il 17 febbraio 1933.

8. Milano, Net, 2005. Prima edizione italiana: Milano, Il Saggiatore, 1961.

9. Milano, SugarCo, 1982.

10. Kōan è un termine proprio del Buddhismo Zen, che indica lo strumento di una pratica meditativa (in giapponese: kanna zen) consistente in una affermazione paradossale o in un racconto che agevoli la meditazione, e quindi il “risveglio” della consapevolezza.

11. Milano, Isbn, 2010.

12. Milano, Tropea, 2000.

PICO IYER è saggista e romanziere inglese. È autore di numerose pubblicazioni, fra cui sono uscite in Italia: Il monaco e la signora. Una stagione a Kyoto (Feltrinelli, 1994), C’era una volta l’Oriente (Neri Pozza, 2000) e La strada aperta. Vita e pensiero del 14° Dalai Lama (Neri Pozza, 2008). Scrive per ‘Time’, ‘Harper’s’ e ‘The New York Review of Books’.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico