Leonard Mlodinow

La maggior parte di noi è prevenuta, dopotutto

da ''The New York Review of Books''

MAHZARIN R. BANAJI, ANTHONY G. GREENWALD,Blindspot: Hidden Biases of Good People, Delacorte, pp. 254, $27.00

ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA: La maggior parte di noi è prevenuta verso vari gruppi di persone, alcuni lo ammettono pubblicamente, ma la maggioranza delle persone ha pregiudizi sepolti a un livello così profondo delle nostre menti da essere inaccessibile alla nostra coscienza. Questa è la tesi di Punto cieco: i pregiudizi nascosti delle brave persone, qui recensito da Leonard Mlodinow.

Nel suo infelice tentativo di vincere un seggio al Senato nel 1858, Abramo Lincoln si confrontò con il senatore democratico in carica, Stephen Douglas, in una serie di sette dibattiti che erano focalizzati sul problema dello schiavismo. Lincoln, naturalmente, era il candidato a favore di un uguale trattamento da parte della legge per la gente di colore. Ecco un estratto da questi dibattiti, in cui Lincoln rivela i suoi sentimenti riguardo agli stessi neri, allineandosi il più possibile con la correttezza politica del suo tempo:

Esiste una differenza fisica tra la razza bianca e nera che credo impedirà per sempre alle due razze una convivenza in termini di parità sociale e politica. E poiché esse non possono convivere, finché rimangono assieme vi dovrà essere la posizione superiore e inferiore. Io, al pari di chiunque altro, sono favorevole a che la posizione superiore venga assegnata alla razza bianca.

Questo non sembra l’uomo che liberò gli schiavi, ma Lincoln non vedeva un’incongruenza nel richiedere i diritti civili mentre contemporaneamente sosteneva una supremazia dei bianchi. Ecco come la metteva, «Non capisco perché l’uomo bianco debba avere una posizione superiore e al nero debba essere negata ogni altra cosa»1.

Oggi, naturalmente, le cose sono diverse. Oggi abbiamo un presidente il cui padre era nero, e le dichiarazioni fatte nel segno dell’intolleranza razziale, etnica, o di genere, possono causare grandi danni alla carriera di una figura pubblica, com’è successo per esempio all’ex presidente di Harvard, Lawrence Summers, al conduttore radiofonico Don Imus, al Premio Nobel James Watson, all’attore Mel Gibson, alla conduttrice radiofonica Laura Schlessinger, all’opinionista Juan Williams e al comico Michael Richards. Tuttavia la nostra società mostra ancora una tendenza caparbia a discriminare, non solo sulla base della razza, ma anche del genere, della religione, del gruppo etnico e del peso corporeo, solo per nominarne alcune. Se spesso dichiarazioni di pregiudizio da parte di persone note provoca una disapprovazione pubblica immediata, il disprezzo tenuto in privato può essere pervasivo e forte.

Nel loro nuovo libro, Blindspot: Hidden Biases of Good People (Punto cieco: i pregiudizi nascosti delle brave persone), gli psicologi sociali Mahzarin R. Banaji e Anthony G. Greenwald esaminano la natura del pregiudizio sociale di oggi, e la difficoltà che incontriamo nel cancellarli. Il punto centrale degli autori è che la maggior parte di noi è prevenuta verso vari gruppi di persone. Inoltre, benché solo alcuni di noi sappiano di essere prevenuti, e pochi esprimano pubblicamente i propri punti di vista intolleranti gli autori riferiscono che la maggior parte di noi ha pregiudizi seppelliti a un livello così profondo nelle nostre menti da essere inaccessibile alla nostra coscienza consapevole. Questi atteggiamenti negativi latenti in questo punto cieco, dicono gli autori, svolgono un ruolo importante nel perpetuarsi della discriminazione.

Il punto di vista di Banji e Greenwald si allinea nello studio del pregiudizio a un largo movimento che ha trasformato la psicologia accademica in anni recenti. «Venticinque anni fa», come dicono gli autori:

 

la maggior parte degli psicologici credeva che il comportamento umano fosse guidato primariamente da pensieri e sentimenti coscienti. Oggigiorno la maggioranza concorderà facilmente che molto del comportamento e del giudizio dell’uomo è prodotto con poco pensiero cosciente.

 

Banji e Greenwald attribuiscono questa rivoluzione in psicologia a un nuovo metodo di ricerca che mira a rivelare processi mentali che sono detti essere al di là della possibilità di essere raggiunti dall’introspezione personale. Con riguardo alla nostra comprensione del pregiudizio, quello che ci dice di più tra questi è l’Implicit Association Test, o IAT, descritto per la prima volta in un articolo del 1998 sul ‘Journal of Personality and Social Psychology’. Gli autori hanno basato Blindspot sui dati raccolti dallo IAT. Conoscono bene il test: è lo stesso Greenwald ad averlo inventato.

Il campo della psicologia come noi lo consociamo oggi è sorto dal lavoro di gente come Wilhelm Wundt, a cui, nel 1879, fu negato dal governo tedesco il finanziamento per il suo primo laboratorio di psicologia, a cui diede vita lui stesso, in una piccola aula scolastica; e Williams James, che, circa nello stesso periodo mise in piedi un laboratorio informale di psicologia in due stanze sotterranee della Lawrence Hall ad Harvard. Loro ed altri pionieri dibattevano sulla funzione e importanza dell’inconscio, ma mentre Freud prese quell’idea e l’applicò nel suo lavoro clinico, la psicologia scientifica subito crebbe ignorando ampiamente l’inconscio in favore dei processi mentali di cui noi siamo ben consci. Perciò, Banaji e Greenwald ci dicono, che quando gli psicologi iniziarono a studiare la discriminazione nel 1920, lo fecero intervistando direttamente le persone sui loro pregiudizi.

I questionari non erano raffinati. Uno studio sviluppato dallo psicologo E.D. Hincley, introdusse uno strumento psicologico chiamato la scala di “Atteggiamento verso il Negro”. In quello studio, Hinckley chiedeva ai suoi pazienti di indicare se fossero d’accordo o meno con trentadue affermazioni. Banaji e Greenwald non rivelano nessuno dei risultati ma le affermazioni stesse rivelano molto sui pregiudizi della cultura americana di quel tempo. Per esempio, l’affermazione numero sei: «La debolezza di mente del Negro lo confina a un livello sociale solo un po’ superiore a quello degli animali più evoluti».

Osservando le chiare immagini che gli americani sembrano avere circa la natura di persone che non avevano mai incontrato, nel 1922 Walter Lippmann adottò il termine “stereotipo” dal business della stampa. Nella stampa il termine si riferiva a un processo per cui venivano create forme di metallo multiple, rendendo possibile la stampa massiva di giornali e libri sulle stesse rotative nello stesso tempo. Per la psicologia umana, fu, come lui spiegò, un modo per districarsi con la complessità. «L’ambiente reale è allo stesso tempo troppo grande, troppo complesso, e troppo fugace per averne una diretta conoscenza», scrisse. «E benché noi dobbiamo agire in quell’ambiente, dobbiamo però ricostruirlo su un modello più semplice prima di poter aver a che fare con esso»2.  Quel modello più semplice è lo stereotipo.

Il «riconosciuto punto d’inizio della moderna comprensione degli stereotipi», ci dicono gli autori, era il libro di Gordon Allport del 1954 The Nature of Prejudice (La natura del pregiudizio, Basic Books, 1974). Allport scrisse: «La mente umana deve pensare con l’auto di categorie…Una volta formate, le categorie sono la base del comune pregiudizio. Non possiamo evitare questo processo. Una vita regolata dipende da esso»3.

Immaginate come sarebbe la vita se non potessimo formulare categorie, se noi trattassimo ogni poltrona, ogni mela, ogni taxi che incontriamo come un oggetto unico, una tabula rasa il cui carattere e scopo dovremmo decifrare ogni volta. Non andremmo molto lontano, nè avremmo resistito a lungo neanche nell’antica savana,  se ci fossimo fermati a considerare le intenzioni di ogni singolo leone incontrato. Invece, una volta visto un solo leone mangiare un umano, abbiamo dato vita a un pregiudizio contro l’intera specie.

I problemi che si presentano quando una mente umana fallisce nel dividere il mondo in categorie potrebbe essere tristemente e forse unicamente rappresentata dal caso di un negoziante di Londra negli anni ’80 che ebbe un ictus che danneggiò la parte più bassa del suo lobo occipitale. Le sue qualità motorie e funzioni cognitive sembravano intatte, eccetto che in un aspetto: se gli venivano mostrati due oggetti che avevano la stessa funzione, come due scope o due boccali da birra, sbagliava nell’associarle. Come risultato aveva grandi difficoltà nella vita di tutti i giorni, anche quando cercava di svolgere semplici mansioni come apparecchiare la tavola, o quando leggeva – poichè decifrare la parola stampata coinvolge di comprendere il fatto che a e A, benché diverse, siano in qualche modo identiche4.

Lippmann riconoscerebbe che, benché le scorciatoie siano utili, persino necessarie, quando applicati alla gente, gli stereotipi possono essere pericolosi. Oggi, molti sondaggi riportano che gli americani sono a favore di una società tollerante in cui le persone sono giudicate dai loro meriti, e pensano che sia sbagliato valutare le persone in base alle categorie sociali ed etniche a cui appartengono5. Perché allora la discriminazione basata sulla classe e sull’etnia sembra essere endemica nella società americana?

La risposta degli autori è che i pregiudizi che sono spesso nascosti influenzano i nostri giudizi e azioni in molte delle situazioni che incontriamo solitamente nella vita. Alcuni pregiudizi sono così prevalenti, affermano, che persino le persone che nella loro coscienza aborriscono il pregiudizio li perpetuano grossolanamente – così forti, che anche membri di gruppi giudicati negativamente in modo stereotipato sono spesso prevenuti contro il loro stesso gruppo sociale.

Un esempio che Banji e Greenwald forniscono riguarda la razza: riferiscono che circa il 75 percento degli americani hanno una preferenza inconscia e automatica per i bianchi rispetto ai neri. Una percentuale simile, dicono, accetta stereotipi riguardo al genere maschile-femminile. E un numero significativo mostra anche pregiudizi riguardo all’«orientamento sessuale, all’ età, così come a peso corporeo, altezza, disabilità e nazionalità».

Benché la loro ricerca sul pregiudizio sia stata accettata da molti psicologi, Banji e Greenwald sono consapevoli che molte persone possano essere scettiche riguardo alle loro dichiarazioni. «Nonostante l’influenza di Freud», ammettono, «è duro per gli esseri umani, dotati della capacità del pensiero cosciente, accettare che i credi e le preferenze che così ci definiscono possano essere formate da forze al di fuori della nostra consapevolezza». La prova che le associazioni inconsce di cui parlano esista discende dal test IAT di Greenwald. Fin’ora, Greenwald e i suoi colleghi hanno somministrato il test 14 milioni di volte attraverso internet (puoi farlo su implicit.harvard.edu/implicit).

Dopo averci introdotti all’idea del pregiudizio inconscio, i capitoli di mezzo di Blindspot sono un guazzabuglio in cui gli autori descrivono lo IAT e il l’importanza su ciò che ci dice di noi. In tutti questi capitoli, non ci allontaniamo mai dalla discussione sul test IAT. Per farsi un impressione del test, immaginate di tenere un mazzo di carte a faccia in giù e di estrarre le carte il più rapidamente possibile dividendole in due pile, con  cuori e quadri sulla sinistra, e sulla destra picche e spade. Ora immaginate di ripetere la prova questa volta piazzando cuori e spade sulla sinistra e quadri e picche sulla destra.

Probabilmente non è sorprendente il fatto che se effettivamente compi queste due prove, impiegherai più tempo a compiere la seconda. Questo perché naturalmente fai un’associazione mentale fra quadri e cuori e fra picche e spade basate sul loro colore. Questa è la base del test IAT – puoi scegliere le cose più velocemente se le stai scegliendo in un modo coerente con le tue associazioni mentali piuttosto che se scegli contro le inclinazioni che già hai. Come dicono Banaji e Greenwald, l’efficacia del test IAT «si basa sul fatto che il tuo cervello ha immagazzinato anni di esperienze passate che non si possono mettere da parte quando fai le prove di scelta delle carte per il test IAT».

Nella versione sulla razza dell’Implicit Association Test, si chiede di abbinare un mix di volti chiaramente di afroamericani ed europei, con una scelta di parole gradevoli (“gentile”. “Paradiso”) e sgradevoli (“dolore”, “pena”). Si chiede di abbinare le facce europee e le parole spiacevoli sulla sinistra, diciamo, e le facce afroamericane e le parole piacevoli sulla destra – il più velocemente possibile. Poi si chiede di abbinare di nuovo queste facce e parole questa volta con le facce europee e le parole piacevoli su una parte, e le facce afroamericane e le parole spiacevoli sull’altra. Se trovi che il primo compito sia più difficile (e perciò richiede più tempo), poi, come si associa il rosso nelle carte con quadri e cuori, così si associano anche gli afroamericani con la spiacevolezza. È la tempistica comparata dei due compiti che ci dice qualcosa. Come ha sviluppato il test IAT sulla razza, Greenwald ha sviluppato test IAT che verificano atteggiamenti verso molti altri gruppi sociali.

Banaji e Greenwald dicono che il test IAT rivela che la separazione è fortemente permeabile tra la cultura “là fuori” e il contenuto delle nostre menti “qui dentro”. Perciò «che noi lo vogliamo o no gli atteggiamenti della cultura in senso lato ci condizionano». Quindi anche il potenziale pregiudizio persino contro il nostro stesso gruppo sociale. In un drammatico esempio, Banaji e Greenwald ci dicono di un’attivista gay che fece il test IAT e fu scioccato nell’apprendere che «la sua mente conteneva associazioni più forti gay=cattivo piuttosto che associazioni gay=buono». O possiamo considerare Malcom Gladwell, che dopo aver fatto il test IAT disse in un’intervista a Oprah Winfrey: «La persona nella mia vita [sua madre] che io amo più di chiunque altro è nera, ed ecco che mi sono ritrovato a fare un test, che dice, esplicitamente, che non sono troppo entusiasta delle persone di colore».

Data la diversità e l’ubiquità dei pregiudizi che il test IAT ha rilevato, sembra che pochi di noi siano immuni dall’avere alcune associazioni mentali che la parte cosciente della nostra mente non approverebbe. Un pregiudizio non voluto, dicono gli autori, di cui siamo affetti quasi tutti, è il pregiudizio contro gli anziani. Possiamo amare i nostri nonni pazienti, calmi e gentili, ma apparentemente, nell’80 percento di noi, il nostro inconscio, per parafrasare Gladwell, non prova troppa simpatia per i vecchi. Solo il 6 percento di coloro che hanno fatto il test IAT sull’età ha mostrato una forte associazione tra vecchio=buono piuttosto che tra  giovane=buono.

La ricerca sull’età è particolarmente interessante perché la “vecchiaia”, a differenza del caso degli altri gruppi sociali è, il gruppo in cui la maggior parte di noi finirà comunque di far parte, ma nessuno inizia la sua vita facendone parte. Verrebe da pensare, perciò, che i nostri pregiudizi verso l’età cambierebbero man mano che diventiamo più vecchi, ma il test IAT sorprendentemente suggerisce che non è così. Al contrario, il test IAT rivela che anche i vecchi hanno un forte pregiudizio antivecchiaia.

Come trovano gli anziani il modo di gestire il conflitto del sapere di essere vecchi e preferire i giovani? Banjai e Greenwald forniscono la riposta attraverso uno studio dell’università del Kansas, che mostra che gli americani più vecchi «fanno associazioni automatiche fra se stessi=giovani che si sovrappone ad ogni altra identificazione se stessi=vecchi». Aparentemente, Banaji e Greenwald ci dicono, che gli ottantenni sono sinceri quando dicono «dentro di me mi sento diciottenne».

In un’immagine azzeccata, gli autori dicono che il test IAT è uno specchio in cui la gente vede il riflesso di un se interiore che non riconoscono. Tecnicamente, quello specchio riflette “le preferenze automatiche” e “pregiudizio implicito”. Ma avere tali preferenze e pregiudizi non vuol dire necessariamente agire secondo questi. Così se il test IAT è più che un puro esercizio accademico, la domanda chiave è: Le semplici associazioni e pregiudizi inconsci, influenzano il comportamento della gente?

Un insieme di prove molto importante, riferiscono Banaji e Greewald, suggerisce che la risposta è “si”. Per esempio, un’analisi statistica di 184 studi sul pregiudizio razziale mostrarono che lo IAT «prevede giudizi e comportamenti discriminatori in maniera significativamente più efficace di quanto facevano le tipiche misurazioni basate su questionari che erano state usate a lungo per gli studi sul pregiudizio». Questo può essere significativo, e gli autori vanno in profondità riguardo alla matematica dei sondaggi statistici, ma sarebbe stato più illuminante se invece si fossero concentrati sull’argomento più importante, e cioè come il pregiudizio che essi misurano si trasferisca nel comportamento.

In uno dei pochi studi sul pregiudizio comportamentale che Banaji e Greenwald descrivono, viene chiesto a dei giovani professionisti, «Ti interessa se il tuo capo è un maschio o una femmina?» Le loro risposte erano «un risonante no». Invece, al contrario, citavano il salario, la collocazione, e la personalità del capo fra i fattori importanti nella scelta di un lavoro. Ma di fronte a una serie di scelte lavorative l’analisi statistica delle risposte dei soggetti suggeriva che i soggetti desiderassero un salario inferiore di 3.400 dollari, per lavori con una media salariale di 42.500, se questo avesse comportato di avere relazioni con un capo maschio piuttosto che con un capo femmina.

«In modo significativo – scrivono Banaji e Greenwald – le risposte dei maschi e delle femmine mostravano un eguale desiderio di rinunciare a una manciata di soldi per il piacere di avere un capo uomo, anche se avevano giurato di non avere tali preferenze». Queste persone in cerca di lavoro, dicono gli autori, – uomini e donne allo stesso modo – non stavano compiendo una decisione conscia, ma piuttosto agivano «come se avessero cercato di evitare di essere consci dei pregiudizi delle loro scelte».

Banjai e Greenwald fanno anche un elenco di una manciata di altri comportamenti che gli studi suggeriscono essere collegato alle associazioni negative inconsce misurate dal test IAT:

 

In una situazione simulata di un’assunzione per un lavoro, il giudizio riguardo ai candidati bianchi per quel lavoro risulta più favorevole rispetto ai candidati neri ugualmente qualificati; il pronto soccorso e  i medici di base raccomandano un trattamento ottimale la terapia  trombo litica (per dissolvere un coagulo di sangue) meno spesso per un paziente nero che per un paziente bianco che si presenta con gli stessi acuti sintomi cardiaci; e gli studenti del college sono più pronti a percepire la rabbia sulla faccia di un nero che su quella di un  bianco.

 

Benché il test IAT sia generalmente fatto su un computer, Blindspot distribuisce nei suoi capitoli di mezzo diversi fogli di test IAT che consentono al lettore di verificare le proprie associazioni inconsce. Gli autori includono una “nota di cautela”. Se non vuoi rischiare di scoprire una sorprendente – e presumibilmente non ben accetta – verità su te stesso, dicono, «potresti desiderare di evitare questo test IAT». Suona un po’ melodrammatico, ma, come Malcom Gladwell dice, guardare il tuo pregiudizio implicito riflesso nello specchio che è il test IAT può essere un «momento spaventoso, demoralizzante, devastante». Infatti, per coloro che non hanno familiarità con i test IAT, il quadro del pregiudizio rampante descritto da Banaji e Greenwald, potrebbe essere sorprendente e disturbante.

Nel libro per bambini The Sneetches del dottor Seuss, un gruppo chiamato gli “Star-Belly” considerano se stessi naturalmente superiori e rifiutano di avere niente a che fare con i “Plain Belly”, che non hanno le stelle. Un inventore chiamato Sylvester McMonkey McBean inventa una macchina “per mettere le stelle” che può trasformare un “Plain-Belly” in uno “Star-Belly” per poco tempo. Questo getta il sistema sociale in un grande caos, poiché diventa difficile decidere contro chi esercitare una discriminazione. McBean ha un rimedio anche per quello – una macchina che toglie la stella che può creare una nuova elite – questa volta i “Plain-Belly” – per una cifra leggermente più alta.

«Nelle storie del Dr. Seuss – scrivono Banaji e Greenwald –McBean appare soddisfatto e ricco, convinto che gli Sneetches non lo verranno mai a sapere. M a si sbaglia, poiché alla fine del libro, capiscono che, con o senza stelle, gli Sneetches sono gli Sneetches».

Se manteniamo pregiudizi automatici che sono al di fuori del nostro controllo e della nostra consapevolezza, possiamo sperare di riuscire eventualmente ad ottenere una società giusta ed equa? Possiamo superare i pregiudizi nell’assunzione delle persone, nel dare accesso all’educazione e alle cure sanitarie, e in altre interazioni sociali? Il capitolo finale di Blindspot è mirato a rispondere a queste domande. È intitolato “Outsmarting the Machine” (“Raggirando la macchina”), la macchina è il nostro inconscio.

Nel leggere questo capitolo, speravo vi fosse la discussione dei fattori che contribuiscono a mantenere pregiudizi inconsci per alcune persone, mentre per altre no. Se ci sia una tale ricerca gli autori non lo menzionano. Invece, Banaji e Greenwald dicono che possono offrirci «poche armi efficaci».

Gli autori in verità offrono due armi, nessuna delle quali è, nella maggior parte dei casi utilizzabile. Chiamano la prima il “metodo accecante”. Semplicemente si deve fare in modo di non incontrare veramente la persona con cui stai interagendo. Forniscono l’esempio di orchestre sinfoniche che erigono una parete divisoria in modo tale che i giudici non possano determinare il genere delle persone che partecipano all’audizione. Questo metodo ha raddoppiato il numero di donne assunto dalle orchestre maggiori, ma è difficile immaginare qualcuno che intervisti il potenziale vicepresidente di una multinazionale o un leader sindacale stando dall’altra parte di una parete shoji6.

La loro altra strategia è il metodo “no-brainer”, in cui si applica a occhi chiusi un insieme di regole stabilite per eliminare la decisione umana da qualsiasi scelta sia in gioco, come fanno i programmi del computer che diagnosticano un sintomo o altri dati del paziente. Di nuovo, sembra che sia una regola molta limitata nella sua applicabilità.

La reale speranza per un più profondo progresso nel superare i nostri pregiudizi probabilmente giace da un’altra parte. Banaji e Greenwald non parlano della preoccupazione di Walter Lippman riguardante i media come fonti dei nostri pregiudizi, ma nel loro capitolo finale riferiscono che i mass media sono sorgenti potenzialmente ricche di “contro stereotipi”.

Cinema e televisione continuano regolarmente a rappresentare in maniera stereotipata neri, ispanici, gay e altri gruppi sociali, ma nel momento in cui questi gruppi fanno progressi, i media dell’ informazione, in definitiva, non aiutano a superare questi atteggiamenti ma semplicemente ritraggono questi “contro stereotipi” singoli. Ci sono molti neri, per esempio, in posizioni di rilievo nella società odierna, e quando appaiono sulla stampa, ciò può aiutare ad erodere gli stereotipi negativi sui neri. Si potrebbe sperare che questa erosione diminuisca gli ostacoli nel confrontarsi con gli afroamericani in futuro, conducendo a storie di successo ancora meglio pubblicizzate. Questi episodi in aumento possono in definitiva portarci lontano dalla discriminazione in tutte le sue forme, in particolar modo se genitori e insegnanti faranno di più per promuovere valori d’uguaglianza fra i bambini. Sarebbe, comunque, ingenuo pensare che i risultati delle buone disposizioni cancellerebbero subito i pregiudizi.

Blindspot è un libro breve, il cui contributo è una descrizione in profondità dei test IAT e della sua implicazioni per la lotta per l’ottenimento di una parità sociale. Malgrado le manchevolezze del libro, gli autori spiegano chiaramente le loro idee, anticipando domande che potrebbero nascere nelle menti dei lettori, e si dedicano a spiegare punti che potrebbero causare confusione. Il loro stile colloquiale rende il libro facile da leggere, e soprattutto, ha il potenziale, quantomeno, di cambiare il modo in cui pensi te stesso e quelli che ti circondano.

 

1. Si veda The Collected Works of Abraham Lincoln, edito da Roy P. Basler (Abraham Lincoln Association/Rutgers University Press, 1953), Vol. 3, pp. 248, 146.2. Walter Lippmann, Public Opinion (Harcourt Brace, 1922) p. 16.

3. Gordon W. Allport, The Nature of Prejudice (Addison-Wesley, 1954), p. 20.

4. Rosaleen A. McCarthy and Elizabeth K. Warrington, “Visual Associative Agnosia: A Clinico-Anatomical Study of a Single Case”, Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry, Vol. 49 (1986). Si veda anche Leonard Mlodinow, Subliminal: How Your Unconscious Mind Rules Your Behavior (Pantheon, 2012), Chapter 7.

5. Si veda, per esempio, Jeffrey M. Jones, Most in US Say Gay/Lesbian Bias Is a Serious Problem, ‘Gallup Politics’, 6 dicembre 2012 e “Americans: Racial Discrimination Still a Big Problem,” NPR, 1° luglio 2009.

6. Parete divisoria, in legno o in bambù, tipica dell’architettura giapponese N.d.R.

LEONARD MLODINOW è un fisico e scrittore americano. È coautore, insieme a Stephen Hawking di Il grande disegno (Mondadori 2012) e La grande storia del tempo. Guida ai misteri del cosmo (BUR 2012) e di La passeggiata dell’ubriaco. Le leggi scientifiche del caso (Rizzoli 2009).

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