Andrew Hacker

La matematica della speranza

da ''The New York Review of Books''
The Great Alignment: Race, Party Transformation, and the Rise of Donald Trump di Alan I. Abramowitz, Yale University Press, 196 pp., $35.00

“Mi aspetto una vittoria schiacciante dei Democratici nel 2018”, ha detto George Soros[1] a un convegno a Davos a gennaio. I suoi ascoltatori non desideravano altro che dargli ragione. È una previsione che ha basi solide. Sin dalle prime settimane in carica del presidente Trump, l’istituto di ricerca Gallup aveva verificato che il suo indice di gradimento era molto basso. Il fatto che Hillary Clinton abbia vinto il voto popolare nel 2016 con un margine di 2.984.757 elettori suggerisce che i Democratici siano numericamente più forti. Milioni di americani si sono indignati per la pratica di divisione delle famiglie migranti, per le dimostrazioni di tangenti in politica e molte altre scelleratezze, tra cui l’apparente desiderio di Trump di isolare gli Stati Uniti dal resto del mondo.

Ma a questo punto è meglio non confidare troppo sulla previsione di Soros. I Repubblicani sanno di essere secondi dietro ai Democratici come numero di elettori. Hanno perso il voto popolare in termini numerici assoluti in sei delle ultime sette elezioni presidenziali. Questo fatto, quindi, li ha motivati sia a sviluppare strategie per ridurre l’elettorato Democratico sia a fidelizzare i propri sostenitori in un modo che i Democratici non hanno fatto. Il fatto che i Repubblicani siano più fedeli nel votare e che più spesso scelgano i candidati del loro partito indipendentemente da tutto, renderà le elezioni di midterm[2] difficili da vincere per i Democratici in alcuni distretti.

Nel libro The Great Alignment, Alan Abramowitz, un politologo all’Emory University, offre varie argomentazioni sul perché i Repubblicani potrebbero vincere anche le elezioni di quest’anno. Per cominciare, egli sottolinea come essi si appassionino di più ai problemi reali, quindi alla politica, di quanto normalmente facciano i Democratici, il che spinge i Repubblicani ad andare a votare con più regolarità. Spiega anche che i loro elettori non dipendono tanto da Trump quanto si pensa. Trump ha i suoi fan, ma sono per lo più gli stessi fedelissimi che avevano sostenuto entrambi i Bush, John McCain e Mitt Romney. Abramowitz ha scoperto che esiste una corrispondenza del 90% tra i voti di Trump e quelli di Romney, una percentuale più alta non è possibile. Secondo i sondaggi di Pew, il 93% dei sostenitori di Trump nel 2016 erano elettori Repubblicani o di inclinazione Repubblicana che avrebbero probabilmente votato Marco Rubio o John Kasich se avessero vinto le primarie.

Donald Trump, 45º presidente degli Stati Uniti d’America

Per i Democratici, novembre sarà l’opportunità di sbarazzarsi della maggioranza Repubblicana in Parlamento. Alla Camera, i seggi Repubblicani più vulnerabili, almeno sulla carta, sono nei 23 distretti che avevano votato per la Clinton nel 2016. Se tutti e 23 dovessero andare ai Democratici questo autunno, ad essi servirebbero solo due altri seggi per controllare la Camera. Anche questo non sarà facile, comunque. In totale, la Clinton aveva ottenuto tre milioni e mezzo di voti in questi distretti. Eppure 549.254 di essi non hanno sostenuto i Democratici nella corsa alla Camera del 2016. Ciò una volta era chiamato “ticket splitting” (voto disgiunto) ed era visto come un segno di indipendenza degli elettori, che votavano al di là dei confini del partito di appartenenza. Ma ciò rappresenta una debolezza, che ha impedito alla Clinton di ottenere alla Camera la maggioranza per il suo partito. Anche mentre la Clinton stava vincendo in termini di voti a livello nazionale, i Democratici hanno ottenuto quasi quattro milioni e mezzo di voti in meno nell’elezione per la Camera, il che significa che quegli elettori hanno scelto un Repubblicano o semplicemente non hanno votato per la Camera. Al contrario, i Repubblicani hanno votato in maniera diligente in massa tutti i candidati proposti.

Al Senato, 26 Democratici, o Indipendenti che hanno fatto gruppo con i Democratici, cercheranno la rielezione quest’anno, contro solo 9 Repubblicani. Un primo passo verso la loro conquista del Senato sarebbe la vittoria sui candidati Repubblicani in Arizona e Nevada, il che è possibile. Un’impresa ben più difficile è che tutti i 26 Democratici (o Indipendenti) mantengano i loro seggi – e 10 di loro tra l’altro concorrono in Stati che la Clinton ha perso. Nel 2012, quando questi senatori furono eletti l’ultima volta, avevano dimostrato che i loro Stati potevano raccogliere una maggioranza Democratica. Ma questa volta le elezioni di midterm non coincidono con le elezioni presidenziali, situazione in cui meno Democratici sono di solito motivati ad andare a votare. Nell’ultima situazione del genere, cioè nel 2014, considerando tutti gli Stati assieme, più di 11 milioni di Repubblicani si sono presentati alle urne, mentre meno di 9 milioni di Democratici lo hanno fatto. Ovviamente, i Repubblicani hanno vinto l’elezione.

Certamente essere già stati eletti spesso aiuta i candidati a conservare il seggio. La cosa più importante da capire è se gli elettori Democratici supereranno il loro storico disinteresse per le elezioni di midterm. Questo punto è fondamentale, non ultimo perché al Senato, essendo assegnati due seggi per Stato, il partito Repubblicano ha avuto negli ultimi anni una maggioranza sproporzionata rispetto al numero reale di voti ottenuti. Ho raccolto tutti i voti delle elezioni del 2012, del 2014 e del 2016 (più un’elezione speciale del 2017), che hanno portato agli attuali 51 seggi Repubblicani e 49 Democratici. Questi dati ci possono dire, ad esempio, quanti votanti di ritorno hanno supportato ogni partito in conseguenza della nuova legge fiscale di dicembre. Secondo i miei calcoli, i 51 senatori Repubblicani rappresentano solo il 41% degli elettori che hanno approvato quella legge. I 49 senatori Democratici, che hanno perso nel voto sulla legge, rappresentano il 59% degli elettori. Per ribaltare la maggioranza al Senato questo autunno, i Democratici dovrebbero quindi aver bisogno di un’approvazione popolare ancora più alta.

Se i Democratici potessero conquistare solo un’ala di Capitol Hill, dovrebbero concentrare i loro sforzi sul Senato. La ragione è semplice: per allontanare la prospettiva di una Corte Suprema solidamente Repubblicana, che ribalterebbe il paese per almeno una generazione. Ho usato una definizione partitica della Corte, piuttosto che il consueto termine “conservatrice”, perché sono d’accordo con Abramowitz quando scrive che “i giudici attualmente si schierano sui casi più importanti secondo le indicazioni del partito di appartenenza con maggior frequenza di quanto avessero mai fatto da decenni”. Trump avrà ancora due anni per nominare nuovi giudici – e dopo che è stato rimpiazzato Anthony Kennedy[3], altri due posti potranno essere probabilmente vacanti, dato che Ruth Bader Ginsburg ha 85 anni e Stephen Breyer 79 – e un Senato a maggioranza Repubblicana confermerebbe di certo le nomine di Trump con sollecitudine.  E senza dubbio sarebbero fedeli conservatori come Neil Gorsuch[4]. I Democratici devono sperare di evitare questo risultato a tutti i costi. Clarence Thomas, ora settantenne, potrebbe cercare una scusa per dimettersi mentre Trump è ancora in carica, sicuro che un suo pari sia sulla lista dei possibili candidati.

Il Congresso degli Stati Uniti d’America, che sorge su Capitol Hill

Il bacino dei possibili elettori Democratici è presto misurato: consiste negli americani che si sono schierati per Barack Obama nel 2008 dimostrando la loro preferenza per il partito ed anche per un nuovo tipo di candidato. Calcolando la crescita dell’elettorato, questa falange conterebbe 75 milioni di adulti, oggi. Ma il conto totale dei voti della Clinton, sempre corretto rispetto alla crescita dell’elettorato, è stato di oltre 9 milioni in meno di quelli presi da Obama alla sua prima elezione. Relativamente pochi di questi elettori persi sono passati a Trump. Più precisamente, il Cooperative Congressional Election Survey ha trovato un milione e mezzo di sostenitori di Bernie Sanders che hanno votato per terzi partiti o che sono rimasti a casa. Se quegli elettori residenti in Wisconsin, Michigan e Pennsylvania avessero scelto invece la Clinton, quest’ultima avrebbe vinto le elezioni in quegli Stati. Ciò suggerisce che per almeno alcuni Democratici, la fedeltà al partito non è sentita in modo profondo.

Per quanto incredibile, i dati dei Repubblicani mostrano 1,821,140 voti persi da McCain a Trump – in sostanza una fedeltà al partito del 97%. Il calo da Romney nel 2012 a Trump nel 2016 ammonta ad appena 143.904 elettori, una porzione minuscola rispetto al divario di 3,067,914 di voti tra la Clinton e l’Obama di quattro anni prima. Anche se la maggior parte dei Repubblicani aveva sostenuto un altro candidato alle primarie, i numeri mostrano come la stragrande maggioranza di loro abbia poi votato per lui in autunno. È difficile trovare una prova più forte della loro fedeltà al partito.

Le recenti elezioni di midterm hanno mostrato la stessa tendenza. Poco meno della metà degli elettori Democratici del 2012 non ha votato nel 2014. Il disinteresse di questi 33 milioni che sono rimasti a casa è difficile da comprendere. Ma almeno una parte di essi sono stati tenuti lontano dalle misure restrittive applicate soprattutto negli Stati Repubblicani, in cui i governatori hanno escogitato ostacoli burocratici molto forti riguardanti il rilascio dei documenti d’identità da parte del governo locale. Documenti necessari per esercitare il diritto di voto. È vero, non tutti i sostenitori di Romney hanno votato nel 2014. Ma, a differenza dei Democratici, quasi i due terzi di essi lo hanno fatto, dando così il controllo di Capitol Hill al loro partito.

Le dieci elezioni straordinarie che si sono tenute dal 2016 per riempire nove seggi vacanti alla Camera e uno al Senato, hanno mostrato la stessa problematica. I Democratici ne hanno perse otto. La consolazione comune è stata che almeno i perdenti hanno fatto meglio di quanto i Democratici facessero abitualmente in quei distretti, sottintendendo che bisognava aspettarsi le sconfitte – attitudine sostenuta dai media, come testimoniato dalla raffinata descrizione della CNBC di quelle elezioni come di “una serie di risultati in cui i Democratici hanno battuto le loro performance del 2016”. Uno studio più attento delle analisi, però, mi ha convinto che, a parte nello Utah, sette delle sconfitte non erano inevitabili. Nel distretto del Kansas, ad esempio, 90.541 elettori avevano votato la Clinton. Tuttavia solo 56.400 di loro hanno votato alle elezioni straordinarie, in cui i Repubblicani l’hanno spuntata con un margine di soli 7.609 voti. Questo non sarebbe successo se 7.610 dei 34.106 Democratici non votanti si fossero presentati.

Ci sono stati casi simili in Georgia e Arizona. Più preoccupanti sono stati il South Carolina e il Texas, dove rispettivamente ben 76.000 e 71.000 elettori della Clinton sono rimasti a casa. Il Montana è decisamente uno Stato diviso equamente in due. Il suo attuale senatore Democratico è stato eletto nel 2012, e il suo governatore Democratico è stato rieletto nel 2016, entrambi con un buon margine. Né serve sottolineare che alcuni candidati Democratici fossero di scarso appeal, o, come in Georgia, appena arrivati nel loro distretto. In Arizona, i Democratici hanno schierato una novizia della politica, la dottoressa Hiral Tipirneni, contro Debbie Lesko, un ben noto senatore dello Stato. In Montana, il loro candidato per la Camera era un cantante bluegrass di settant’anni coperto di debiti, Rob Quist, mentre il suo avversario, Greg Gianfonte, era una persona condannata per aver aggredito un giornalista. Ma i Repubblicani sostengono i loro candidati indipendentemente dalla loro mancanza di esperienza o dai loro difetti personali. Se i Democratici vogliono vincere le elezioni, forse devono modificare in quella direzione i loro comportamenti verso i loro stessi candidati.

Detto questo, ci sono comunque alcune buone notizie per i Democratici: i potenziali voti ci sono, anche in terreno Repubblicano. Nel distretto della Pennsylvania, in cui i Repubblicani hanno stravinto di venti punti nel 2016, un candidato Democratico giovane, energico e fortemente sostenuto, Conor Lamb, l’ha spuntata per 627 voti quest’anno. Ma non è stato un caso isolato; l’80% dei votanti della Clinton si sono espressi per lui. Con questi numeri, persino la fedeltà Repubblicana al partito può essere sconfitta. Cartelloni, spot pubblicitari, banner online, persino sostenitori pagati per telefonare agli elettori e leggere loro un copione non hanno alcuna possibilità contro elettori che cominciano a pensare che un’elezione valga il tempo richiesto per andare a votare.

Conor Lamb

La vittoria alle elezioni per il Senato in Alabama sono state un caso speciale, dal momento che il candidato Repubblicano, Roy Moore, era davvero indecente. In ogni caso, la vittoria di Doug Jones è stata la prima del suo partito in quello Stato per un incarico federale negli ultimi 25 anni. Addirittura il 92% dei votanti della Clinton lo ha sostenuto, mentre solo il 49% dei Repubblicani si è fatto avanti per Moore. Non c’è mai stata un’elezione in cui tanti Repubblicani – quasi 700.000 secondo i miei calcoli – si sono tirati indietro.

Le ragioni della forza di Jones possono essere dedotte dalle statistiche elettorali che hanno rivelato che il suo principale bacino elettorale sono stati i 375,484 neri dell’Alabama, a cui si sono aggiunti 267,047 bianchi. In nessun’altra sfida a livello statale, in nessuna regione, c’è stata una tale frattura razziale. Bisogna anche notare che quasi il 70% dei bianchi ha votato per Moore. Che la vittoria di Jones sia stata fortemente dovuta agli elettori neri deve essere considerato un punto di riferimento. Ma è stata anche un’anomalia. Dopotutto, questo è uno Stato che ha dato a Jeff Sessions il 63% dei suoi voti alle ultime elezioni (il 28 febbraio 2016, Sessions è stato il primo senatore a esprimere sostegno alla candidatura presidenziale di Donald Trump).

 

Il problema non è solo che i Democratici mostrano troppo poco entusiasmo per il voto. È anche che i Repubblicani nei fatti mostrano poco attaccamento all’idea di suffragio universale. Negli anni recenti hanno adottato strategie per ridurre i votanti, prendendo di mira in particolare i Democratici attivi o potenziali. Una delle tattiche dei funzionari del governo Repubblicano è quella di preservare le leggi che negano il voto ai cittadini con precedenti penali. Secondo il Sentencing Project, più di sei milioni di americani adulti non possono votare a causa della loro fedina penale. In Kentucky e Mississippi, ad esempio, un abitante su undici non ha completi diritti di cittadinanza, e i legislatori Repubblicani sono certi di come la maggior parte di loro voterebbero.

La più recente tattica è stata quella di ridurre il registro degli elettori, formalmente per rimuovere persone che si sono trasferite o sono morte. I funzionari Repubblicani in Ohio sono stati pionieri di questa pratica, inviando lettere piuttosto vaghe ai votanti che non avevano votato in elezioni precedenti con incluse cartoline prepagate da rispedire al mittente in cui si chiedeva di confermare il loro indirizzo – alcuni di questi erano veterani che non avevano votato mentre erano in missione all’estero, ma un numero sproporzionato di essi erano votanti poveri o appartenenti a minoranze razziali. Inutile a dirsi, queste sono state spedite soprattutto in aree a maggioranza Democratica, e, come previsto, molte delle cartoline allegate non sono state rispedite. Quei votanti ovviamente sono stati rimossi dal registro elettorale. Uno studio della Reuters sulle contee che comprendono Cleveland, Columbus e Cincinnati ha individuato circa 144.000 cittadini che erano stati rimossi dai registri elettorali. Quando questi cittadini inconsapevoli si sono presentati ai seggi, il loro voto è stato inibito. A metà giugno cinque membri Repubblicani della Corte Suprema hanno avallato la pratica – creando un pericoloso precedente per future limitazioni del diritto di voto.

Un’area povera degli Stati Uniti

Una pratica più conosciuta è quella di chiedere che i votanti esibiscano un documento di identità ufficiale. La richiesta più comune è quella della patente, contando sul fatto che meno Democratici che Repubblicani ne hanno una. Nel 2016, il Dipartimento dei Trasporti ha calcolato che 16 milioni di adulti non guidano, tra cui il 17% di adulti in Georgia e il 22% in Oklahoma. Sebbene tali Stati rilascino un documento sostitutivo, ottenerne uno richiede di trovare un ufficio dei trasporti, farsi fare una foto e compilare un lungo modulo. In Wisconsin, dove 419.000 adulti non hanno la patente, i non guidatori che vogliono votare devono dichiarare il loro peso, il colore dei loro occhi e il numero di Previdenza Sociale. I Repubblicani non prevedrebbero la richiesta di questi dati se non pensassero che fosse efficace. È probabile che ciò tenga lontano dai seggi un certo numero di elettori. Nel 2016, Trump ha vinto in Wisconsin per 22.748 voti.

E poi c’è la questione del “gerrymandering”[5]. Come Michael Tomasky ha fatto notare, il principale ostacolo all’avvicendamento di maggioranza alla Camera dei Rappresentanti sta nella mappatura dei distretti elettorali. Nel 2012, i Democratici hanno avuto più voti per la Camera a livello nazionale, ma hanno ottenuto solo 201 dei 435 seggi della Camera. Attualmente ci sono dei sistemi di cartografazione computerizzati per decidere i confini dei distretti, e questo processo può essere piegato agli interessi del partito che ha il controllo del parlamento dello Stato. La tecnica usata dai Repubblicani in molti Stati è consistita nel ridisegnare i confini dei distretti per concentrare i prevedibili Democratici in pochi di essi (ogni distretto ha un suo numero di rappresentanti eleggibili), in modo tale che i loro voti abbiano un peso elettorale minore rispetto a quello di altri distretti. In North Carolina nel 2016 questo tipo di algoritmi ha assicurato che l’86% dei Repubblicani riuscisse ad eleggere un rappresentante, mentre solo il 35% dei Democratici ha potuto farlo. Tomasky cita un’analisi del Brennan Center che dimostra che i Democratici “avrebbero bisogno di un margine nazionale, quasi da record, di 11 punti percentuali” per ottenere solo un seggio di vantaggio alla Camera. Questo vantaggio è stato ottenuto l’ultima volta nel 1964, quando Lyndon Johnson surclassò Berry Goldwater. Nel giugno di quest’anno, la Corte Suprema ha rimandato la decisione sui casi di gerrymandering in Wisconsin, Maryland e North Carolina. Ma durante le audizioni, molti giudici si sono mostrati a disagio alla richiesta di valutare le mappature attuali o possibili. In Pennsylvania, la Corte Suprema dello Stato ha assegnato questo compito a un professore di legge di Stanford.

In una scala che ha misurato l’intensità delle convinzioni politiche, Abramowitz ha scoperto che i Repubblicani hanno raggiunto un punteggio dell’82% più alto rispetto ai Democratici. Una porzione più alta di elettori del GOP[6] ha opinioni estremamente precise su temi quali l’aborto, le armi e l’immigrazione (sarebbero interessanti analisi di questo tipo anche in Italia). Gli elettori Democratici (che quindi rappresentano la parte più liberal dell’elettorato americano) spesso hanno bisogno di interi paragrafi per spiegare la loro posizione su, per esempio, il commercio con l’estero, i combustibili fossili o le ineguaglianze di reddito. Per quanto mi riguarda, ho domandato a diversi follower di siti web Repubblicani di dirmi cosa li avesse spinti verso quel partito. In poco tempo ho ricevuto un migliaio di risposte, alcune succinte e altre più estese. Fra esse c’erano rituali allusioni al limitato potere del governo e al contare su se stessi. Ma di gran lunga i temi più ricorrenti erano le armi da fuoco e l’aborto. Ma c’è anche una terza ragione, una ragione che solo una manciata di chi mi ha risposto ha ammesso. Uno di loro l’ha esplicitata: “È l’unico partito che aspira a un’America bianca”.

Questi tre argomenti, i Repubblicani hanno scoperto, sono quelli che spingono i loro elettori con più certezza a votare. Questi tre argomenti sono stati strumentalizzati nel 2010 e nel 2014, e ci sono tutte le ragioni per pensare che è stato e sarà ancora fatto questo autunno.

Alla prima convention Repubblicana dopo la decisione Roe vs Wade nel 1973[7], contemporanea alla caduta di Nixon e all’ascesa al potere dello sfortunato Gerald Ford, il partito era preoccupato per la diminuzione della sua base elettorale. Il senatore Jesse Helms del North Carolina, sempre in allerta sulle questioni drasticamente divisive, suggerì al partito di prendere posizione sull’aborto. I cattolici, che si erano a lungo opposti a tali tattiche divisive, erano stati da tempo corteggiati con appelli alla comune ”etnia bianca”. Al programma del partito fu subito aggiunto l’obiettivo anti-abortista. Gli evangelici erano stati permissivi con la pratica dell’aborto fino ai primi anni ’70, come la storica R. Marie Griffith mostra abilmente nel suo recente libro Moral Combact. Ma questo atteggiamento mutò dopo che la sentenza Roe fu utilizzato a livello nazionale, e in questo modo i Repubblicani ebbero la possibilità di ottenere più voti dagli evangelici.

Norma McCorvey, nota con lo pseudonimo legale Jane Roe, manifesta assieme al suo avvocato per il diritto all’aborto

Dal 1976 ogni programma Repubblicano ha chiesto un ampio divieto all’aborto, che sarebbe idealmente garantito dalla Costituzione. Una ricerca di Pew dello scorso anno ha scoperto che il 65% dei Repubblicani vuole che la procedura sia resa illegale in tutti o nella maggior parte dei casi, mentre solo il 22% dei Democratici lo vuole. Ciò di cui le statistiche non danno conto è il fervore che anima i Repubblicani su questo argomento. Molti di loro mi hanno risposto che è la prima cosa che valutano quando giudicano un candidato. I Democratici non sono mai riusciti a mobilitare una massa così ampia e compatta di loro elettori sulla difesa del diritto di scelta. Con le nomine alla Corte Suprema fatte (e previste) da Trump, l’inversione di rotta è più probabile che mai; rimane da valutare quanto questa prospettiva di cambiamento di indirizzo della Corte Suprema spingerà gli elettori al voto. Inoltre non sarà la questione Roe vs Wade in ballo alla Camera e al Senato. I votanti dovranno fare ricerche per conto proprio su quale posizione i candidati assumono, e in più su come reagire a candidati Democratici che mostrano posizioni ambigue.

Né i Democratici sono stati capaci, almeno finora, di mobilitarsi in massa sul problema del possesso delle armi da fuoco. Nel dicembre 2017, la CBS ha chiesto a un campione di americani cosa pensasse del possesso delle armi da fuoco. La linea di demarcazione è risultata molto netta. Il 71% dei Repubblicani ha definito tale possesso un diritto “essenziale”, mentre solo il 24% dei Democratici lo ha fatto. Il sestuplo, rispetto ai Democratici, dei Repubblicani ha detto che il paese sarebbe più sicuro se più cittadini possedessero delle armi, e otto volte di più hanno detto che il Secondo Emendamento[8] è “parte di ciò che rende grande questo paese”.

Sin dal 1968, i programmi Repubblicani hanno affermato il diritto di “acquistare, possedere e utilizzare armi da fuoco”. La loro vittoria più clamorosa è arrivata con la decisione del 2008 della Corte Suprema, con cui la sua maggioranza Repubblicana ha sancito il diritto quasi universale al possesso. Il giudice Clarence Thomas, in un vivace giudizio sul caso District of Columbia vs Heller (2008), faceva notare che “più o meno cinque milioni di americani possiedono un fucile semiautomatico del modello AR”. Ora ce ne sono in circolazione quasi 8 milioni. Egli aggiungeva che gli americani “li detengono per ragioni legali, inclusi l’autodifesa e il tiro al bersaglio”. Egli ha omesso di dire che i fucili AR sono considerati armi da guerra, realizzati allo scopo della rapidità di fuoco. Più che altro, essi hanno favorito gli omicidi di massa – fucili AR-15 sono stati infatti utilizzati da esecutori di omicidi di massa a Newtown, Aurora, San Bernardino, Sutherland Springs e Parkland. Più della metà dei Repubblicani sentiti dalla CBS ha detto che quelle stragi “sono qualcosa che dobbiamo accettare come prezzo per avere una società libera”.

Ma il controllo delle armi è diventato il punto di rottura per una nuova generazione di Democratici che ha reagito alla strage di Parkland e all’affermarsi del crescente modello delle stragi scolastiche. Spingere i giovani a che si registrino per votare è chiaramente il loro primo obiettivo. Ma le elezioni di midterms non avranno nomi familiari come Obama o Trump a dominare la sfida. Quindi potrebbe essere necessario spingere uno studente del secondo anno di college del settimo distretto della Florida a votare per Stephanie Murphy, perché difende un seggio a rischio, o, per esempio, nel decimo distretto della California a votare Josh Hardner, perché sfida un forte Repubblicano in carica.

In conclusione, c’è la questione dell’identità razziale. Sin dai primi giorni del New Deal, il partito Repubblicano è stato prevalentemente un partito di bianchi. Gli americani che si definiscono bianchi hanno in media l’87% di partecipazione nelle recenti elezioni; la maggior parte dei rimanenti sono ispanici che si definiscono bianchi. “La politicizzazione del risentimento razziale tra gli elettori bianchi”, ricorda Abramowitz ai suoi lettori, “ha avuto inizio ben prima del 2016”. La si può far risalire almeno alla “Southern strategy” di Nixon[9] e alla sua adozione a livello nazionale. A differenza dell’aborto e delle armi, questa inquietudine bianca non è mai stata esplicita nelle piattaforme e nei manifesti del partito, nonostante che le allusioni a droghe, criminalità urbana e terrorismo portino tutte connotazioni di razza e giochino un ruolo nel suscitare l’ansia di molti bianchi.

Ogni tanto, una domanda in un sondaggio svela preoccupazioni che solitamente rimangono celate. Il Public Religion Research Intitute ha proposto in un sondaggio un’affermazione a un campione di bianchi americani e ha di conseguenza suddiviso le risposte in base all’affiliazione a un partito. La linea di confine in base all’appartenenza partitica è stata sconvolgente. Il 73% dei Repubblicani concordano con l’idea che la “discriminazione contro i bianchi è diventata un problema tanto grande quanto la discriminazione contro i neri e le altre minoranze”. Solo il 30% dei Democratici crede a questo. In altre parole, quasi i tre quarti di un partito di governo è convinto di subire ingiustizie sociali al pari di chi è erede di una minoranza resa schiava.

Essere bianchi in America significa possedere un consistente vantaggio sociale. Il recente linguaggio Repubblicano, come ad esempio il riferirsi di Trump ai “paesi di merda” o agli “illegali” o il suo mettere in dubbio il patriottismo degli atleti neri, sottintende che l’essere bianco è stato svalutato – prima dalle conquiste sui diritti civili e ora dagli immigrati, specialmente da quelli con la carnagione più scura. In questo modo il partito si rappresenta come il rifugio di una razza sotto assedio. Finanziatori Repubblicani hanno fortemente finanziato cause civili di bianchi che si erano sentiti discriminati in favore di qualcuno appartenente a un’altra cultura o etnia, come nei casi di Allan Bakke o Abigail Fisher, che avevano denunciato istituzioni universitarie sulla base del fatto che la loro richiesta di ammissione come studenti fosse stata rifiutata sulla base di leggi mirate a proteggere le minoranze etniche.

Il sondaggio ha dimostrato che l’appartenenza razziale non è problematica allo stesso modo per i bianchi Democratici. Evidentemente la maggior parte di loro si è abituata a una nazione multirazziale, così come a un partito differente. Alla loro convention del 2016, un quarto dei delegati erano neri, il doppio della loro percentuale come popolazione. I Repubblicani sono riusciti ad attrarre solo 18 delegati neri, nemmeno l’1% dei delegati. Molti Democratici si impegnano per la giustizia razziale e per una società multiculturale, spesso sulla base di argomentazioni filosofiche. I sentimenti Repubblicani sulla razza tendono a essere più emotivi, spesso con sottolineature dettate dalla paura o dall’angoscia.

Una lunga fila a un seggio negli USA

Nel novembre 2006, a metà del secondo mandato di George W. Bush, più di 42 milioni di Democratici si sono presi il tempo e il disturbo di andare a votare, superando abbondantemente i nemmeno 36 milioni di Repubblicani. Entrambe le camere del Congresso sono passate sotto il controllo dei Democratici, prefigurando l’arrivo di Barack Obama il ciclo successivo. Può essere di nuovo raggiunta questa affluenza? È generalmente riconosciuto che ciò che ha spronato la gente al voto nel 2006 sia stata la rabbia contro il caos iracheno. I Democratici non hanno minor ragioni per essere furiosi quest’anno. I Repubblicani faranno leva sulla bassa disoccupazione, sui tagli alle tasse e sulle mosse di Trump in Corea del Nord per mantenere il Congresso nelle loro mani. Ma c’è un’infinità di argomenti che possono dare energia ai Democratici. L’insensibilità, la cupidigia e la crudeltà sono marchi distintivi dell’iniziativa Repubblicana, e ora fanno capo a una figura spaventosa senza precedenti nella vita pubblica americana.

La domanda è se i Democratici saranno capaci di canalizzare questa rabbia nel sostegno per candidati locali e statali talvolta poco conosciuti, alcuni dei quali inoltre rivolti verso il centro. Le due camere del Campidoglio avranno la possibilità di cambiare solo se i votanti finora non coinvolti saranno desiderosi di farsi avanti per qualunque Democratico si presenterà alle loro elezioni. Così se anche ci fosse una pioggia torrenziale in tutto il paese il 6 novembre, il futuro della nazione potrebbe dipendere da quanti cittadini ritengano più importante rimanere asciutti che andare a votare.

[1] Imprenditore e attivista ungherese naturalizzato statunitense, sostenitore del movimento liberal del partito Democratico degli Stati Uniti.

[2] Che si terranno il 6 novembre di quest’anno.

[3] Dal contestato Brett Kavanaugh, accusato di violenza sessuale dopo la nomina ma comunque eletto dal Senato.

[4] Nominato da Trump nell’aprile 2017, giusnaturalista e convinto Repubblicano.

[5] Pratica, ideata nel ‘700 dal governatore del Massachusetts Elbridge Gerry, che consiste nel ridisegnare i collegi elettorali per favorire un determinato partito all’interno di un sistema elettorale maggioritario.

[6] “Great Old Pary”, soprannome del partito Repubblicano.

[7] Sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti che garantiva il diritto all’aborto.

[8] «Essendo necessaria, alla sicurezza di uno Stato libero, una milizia ben regolamentata, il diritto dei cittadini di detenere e portare armi non potrà essere infranto».

[9] Il tentativo di guadagnare consensi negli Stati del sud appellandosi ai sentimenti razzisti della popolazione contro gli afroamericani.

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