Timothy Garton Ash

La nuova questione tedesca

da ''The New York Review of Books''
ATTUALITÀ: La Germania della cancelliera Angela Merkel è attualmente il paese dell'Unione Europa più importante sia dal punto di vista economico che da quello politico. Ma può il paese più potente dell’Europa essere il traino nella costruzione di un’eurozona sostenibile e competitiva sul piano internazionale e contemporaneamente di un’Unione forte e credibile sul piano internazionale?

C’è una nuova questione tedesca. È questa: può il paese più potente dell’Europa essere il traino nella costruzione di un’eurozona sostenibile e competitiva sul piano internazionale e contemporaneamente di un’Unione Europea forte e credibile sul piano internazionale? Le difficoltà della Germania nel rispondere in maniera convincente a questa sfida sono in parte il risultato delle problematiche originarie poste dalla Germania e delle soluzioni trovate per queste. Le risposte date ieri hanno gettato il seme della questione di oggi.

Prima che io esplori queste connessioni storiche, comunque, riflettiamo su cosa questa nuova questione tedesca non sia. Ventitré anni dopo l’unificazione, la Repubblica Federale della Germania allargata è una democrazia borghese e liberale così solida come difficilmente se ne trovano sulla faccia della terra. Non ha solamente assorbito gli enormi costi dell’unificazione ma anche, dal 2003, operato fondamentali riforme economiche, abbassando i costi del lavoro attraverso il consenso e di conseguenza restaurando la sua competitività a livello globale.

Questo territorio è civilizzato, libero, prospero, rispettoso della legge, moderato e prudente. Le sue molte virtù possono essere riassunte nella formula “la banalità del bene”. Interrogata dal tabloid ‘Bild-Zeitung’ su quali sentimenti la Germania risvegli in lei, Angela Merkel una volta notoriamente replicò: «io penso a finestre ben sigillate! Nessun altro paese può fare finestre così belle e ben sigillate [dichte und schöne Fenster1. Eppure la questione non è così banale. Aprendo le finestre così ben sigillate della mia stanza d’hotel a Berlino, guardo attraverso il viale Unter den Linden la cupola illuminata, traslucida del palazzo del Reichstag, nel cuore di quella che è ora, dopo Londra, la città più eccitante d’Europa2.

Un amico israeliano che ha preso la cittadinanza tedesca mi descrive la Germania come un paese “equilibrato”, e ciò sembra proprio vero. Il politico di sinistra francese Jean-Luc Mélenchon causò trambusto quando disse che «tra coloro che hanno il gusto della vita, nessuno vorrebbe essere un tedesco»3. In quel caso, ci dovrebbe essere una quantità enorme di gente che non ha il gusto della vita, perché secondo un sondaggio della BBC in venticinque nazioni, la Germania è il paese più benvoluto del mondo – dieci punti avanti alla Francia.4

Ma esso ha anche debolezze e problemi. Chi non ne ha? La Germania ha una popolazione che sta rapidamente invecchiando. In una tenebrosa estrapolazione che non prevede cambiamenti, essa potrebbe essere condotta a un rapporto di una persona che lavora per ogni pensionato entro il 2030. Senza immigrazione, la sua popolazione potrebbe cadere da oltre gli 80 milioni di oggi a sotto i 60 milioni nel 2050. L’immigrazione perciò dovrà avere larga parte nella risposta alla sfida demografica, ma la Germania rimane dietro la Francia e l’Inghilterra, per non parlare di Canada e Stati Uniti, nell’esprimere quei fondamentali e sfuggenti segnali socio-culturali che permettono alla popolazione immigrata di identificarsi con la loro nuova patria5.

Avendo preso una decisione politica miope e irrazionale nell’abbandonare il suo programma nucleare, a seguito del disastro di Fukushima in Giappone, e confidando pesantemente su carbone e gas, i costi dell’energia industriale in Germania sono di circa il 40 percento più alti di quelli francesi. La sua economia è efficace nel costruire cose che la gente in paesi come la Cina vuole comprare – macchine, attrezzature meccaniche, prodotti chimici – ma è più debole nei servizi. Le società tedesche sono eccezionali nei miglioramenti tecnologici ma meno buone per quella che è chiamata “disruptive innovation (“innovazione dirompente”)6, quella del genere che si trova nella Silicon Valley. Il paese che inventò la moderna ricerca universitaria nel diciannovesimo secolo ha molte buone università, ma nessuna di classe mondiale per competere con Oxford o Stanford. Berlino vanta un delizioso Caffè Einstein, ma dagli anni ’30 gli Einstein di questo mondo hanno avuto la tendenza a lavorare altrove.

Se queste debolezze si trasformeranno col tempo in un declino economico, potrà sorgere di nuovo una questione interna tedesca.  Poiché l’identità nazionale e la stabilità liberale ben equilibrata della Germania sono profondamente legate alla sua abilità economica. Si può escludere completamente la possibilità che di fronte a un tale evento potremmo di nuovo vedere un risorgere del pessimismo culturale, dell’estremismo politico e di quello che il campione di tennis Boris Becker una volta durante una conversazione identificò come la tendenza dei suoi compatrioti a «perdere la testa». Ma al momento c’è molto più un perdere la testa isterico negli Stati Uniti che in Germania – e sufficienti fino a quel giorno sono perciò le questioni tedesche.

Nella competizione economica globale, le loro società sono toste e ben organizzate come reggimenti tedeschi abituati alla guerra, e sono sostenute dal loro governo in maniera intelligente e sistematica. Geopoliticamente, comunque, questa Germania non dimostra  alcuna ambizione neo-Guglielmina di dominare i suoi vicini o chiunque altro. Il solo “posto al sole” che i suoi cittadini cercano è quello sulle spiagge di vacanza del Mediterraneo. Le sole battaglie vittoriose che celebra sono sul campo di calcio, un gioco in cui è così brava che qualche volta finisce a giocare contro sé stessa.  Quest’anno la finale di Champions League a Londra, è stata tra due squadre tedesche, Bayern Monaco e Borussia Dortmund.

Nel momento dell’unificazione tedesca, ci furono timori che la Germania potesse arrivare a dominare una nuova Mittleuropa. Economicamente, la Germania occupa ora una posizione preminente nell’Europa centro orientale. Le aziende manifatturiere tedesche come la Volkswagen hanno trasferito parti importanti della loro produzione per usufruire del vantaggio delle paghe più basse, della forza lavoro altamente qualificata dell’Europa centro orientale. Se si prendono in considerazione i quattro paesi dell’accordo Visegrad – Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia – come una unità, essi sono il più grosso partner singolo ufficiale della Germania. Ma questa nuova Mittleuropa è stata ottenuta col consenso ed è vista dalla maggior parte degli slavi, ungheresi e tedeschi come ampiamente di mutuo vantaggio.  Le relazioni tedesco–polacche sono le migliori che i paesi abbiano avuto da un migliaio di anni, e la Polonia è ora il migliore amico della Germania nell’Unione Europea. Nel 2011, il ministro degli esteri di quel paese, Radek Sikorski, dichiarò in maniera memorabile: «Sarò probabilmente il primo ministro degli esteri polacco nella storia a dire questo, ma così è: ho meno paura del potere tedesco di quanto sto incominciando ad avere paura dell’inattività tedesca».

Per comprendere perché la Germania sia così riluttante a fare strada, si deve considerare che l’unione monetaria europea, forgiata durante e dopo l’unificazione tedesca, non era un progetto tedesco per dominare l’Europa, ma un progetto europeo per contenere la Germania. Alla questione tedesca del 1989 – cosa dovremmo fare riguardo a una rapida unificazione tedesca? – la risposta data da François Mitterand e da Giulio Andreotti in Italia fu: legatela ancora più strettamente all’Europa attraverso un’unione monetaria. È vero, i piani per una moneta unica per integrare il mercato unico erano già avviati, il cancelliere Helmut Kohl era a  favore in linea di principio, e c’erano motivazioni economiche per introdurla. Ma la tabella allora velocemente concordata per l’unione monetaria che abbiamo oggi, e alcuni dei suoi fondamentali difetti di progettazione, derivarono dalla politica riguardante l’unificazione tedesca.

Ci accorgemmo di ciò all’epoca, ma la vicenda può ora essere seguita negli avvincenti dettagli nei documenti tedeschi, inglesi, francesi e americani pubblicati. Giusto per fare un esempio, secondo la testimonianza tedesca di una conversazione del dicembre 1989, Kohl spiegava al segretario di stato americano James Baker i suoi tentativi di mitigare le paure europee riguardanti l’unificazione tedesca in questo modo:

 

Egli [Kohl] si domandava che cosa di più potesse fare se non contribuire alla creazione di un’unione monetaria ed economica europea. Egli aveva preso questa decisione [di impegnarsi nell’unione monetaria] contro gli interessi tedeschi. Per esempio, il presidente della Bundesbank era contro la direzione presa. Ma il passo fu politicamente importante poiché la Germania aveva bisogno di amici. Non doveva essere consentito che alcuna sfiducia sorgesse in Europa contro di noi7.

 

Kohl in maniera convincente argomentava che un’unione monetaria avrebbe avuto bisogno di un’unione fiscale e perciò anche di un’unione politica; ma Mitterrand e Andreotti non avevano alcuna idea del genere. L’idea era che essi potessero avere una maniglia sulla moneta della Germania, non che la Germania potesse avere una maniglia sui loro budget nazionali. E così alcuni dei difetti di base con cui l’eurozona sta combattendo oggi per correggerli – un’unione monetaria senza un controllo reciproco dei budget, dei debiti e delle banche – emersero dalla sua enfatica politica iniziale. Come osserva lo storico Heinrich August Winkler: «Per risolvere la questione tedesca con il consenso dell’Europa, la questione europea doveva restare aperta».

Ai tedeschi non fu mai richiesto in un referendum se volessero rinunciare al loro marco, che rappresentava l’identità tedesca occidentale del dopoguerra così come la regina rappresenta l’identità inglese. Se ai tedeschi fosse stato chiesto, avrebbero probabilmente detto no; ma il potente Kohl fece passare la questione. Nella prima decade dell’esistenza dell’euro, essi si abituarono all’euro, ma non impararono mai ad amarlo. A malapena qualcuno ha fatto loro presente che la Germania è stato il più grosso beneficiario della moneta unica, poiché ha creato condizioni eccellenti per l’esportazione del paese, sia all’interno che al di fuori dell’Europa. Secondo una stima, il surplus cumulativo del commercio della Germania, nei confronti del resto dell’Unione Europea, dall’introduzione dell’euro nel 1999 fino al 2009, è stato di più di un trilione di dollari8.

Poi è arrivata la resa dei conti. Nella tempesta  della crisi finanziaria che esplose nel 2008, intensificata dall’isteria dei mercati dei bond, tutti i difetti di questa unione monetaria sgangherata sono stati brutalmente rivelati. Quella questione europea rimasta aperta ora doveva essere risolta. Poiché era una questione di economia, o più precisamente di economia politica, tutti gli occhi si rivolsero a quella che era ora – grazie alla sua bravura economica di lunga data e alle riforme del dopo 2003, ma anche grazie l’euro – la potenza economica leader e indiscussa dell’Europa.

La Germania non aveva cercato questo ruolo di leadership in Europa. Dopo il 1990 la maggior parte dei tedeschi sarebbero stati molto felici di padroneggiare le sfide della riunificazione nazionale e contemporaneamente di divenire ricchi e liberi, al modo della Grande Svizzera, con esportazioni di alta qualità e abbondanti vacanze soleggiate nel Mediterraneo. Invece, l’unione monetaria, voluta da Mitterrand per tenere la Francia al posto di guida dell’Europa, e la Germania sul sedile del passeggero, ha finito per fare l’esatto opposto. Ha messo la Germania al posto di guida come mai era successo prima. Improvvisamente i tedeschi si sono trovati a pagare per salvare gli altri, e il loro governo a dire a quei paesi, ora aggregati insieme come “sud europei”, esattamente che cosa fare in cambio: tagliate i vostri budget, fate riforme strutturali, divenite più simili alla Germania.

La Germania così è scivolata involontariamente nel ruolo che Bismarck, in un grande discorso al Reichstag del 1878, aveva avvisato il suo paese di non assumere: der Schulmeister in Europa, il professorino dell’Europa9. O piuttosto, poiché colei che occupa la poltrona di Bismarck è ora una signora, la professorina d’Europa. Cosa ne ha guadagnato Berlino? I manifestanti ciprioti in strada che sostenevano cartelli con scritto “Hitler Merkel” e Greci che accusavano i tedeschi di comportarsi come dei Gauleiter10. In un sondaggio Harris condotto quest’anno a giugno, l’88 percento delle risposte in Spagna, l’82 percento in Italia e il 56 percento in Francia hanno detto che l’influenza della Germania nell’Unione Europea è troppo forte. Come la Merkel stessa  mi ha detto ironicamente: siamo maledetti sia se siamo la guida sia se non lo siamo.

L’approccio della cancelliera, pragmatico, di basso profilo e di un passo alla volta, riflette in parte il suo stile personale. Ma una ragione per cui la sua popolarità si è mantenuta così forte in Germania in tutti questi anni di crisi è che la sua evidente riluttanza a fare più di ciò che è apparentemente inevitabile ad ogni livello della crisi dell’eurozona ha sia rispecchiato che caratterizzato la riluttanza di una nazione. L’unica azione veramente audace, decisiva nella crisi dell’eurozona finora è stata presa non dalla Germania ma dal Presidente italiano della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, quando ha detto nel luglio 2012 che la banca avrebbe fatto «tutto il necessario» per salvare l’euro. Come risultato l’eurozona è sopravvissuta ma non è ancora prospera – specialmente i paesi debitori del sud. In Spagna, per esempio, la disoccupazione giovanile supera il 50 percento.

Ora, comunque, ci stiamo avvicinando al momento della verità in tutta l’Unione Europea. In tutto il continente, da nord a sud, c’è stato un drammatico declino della fiducia nell’Unione, e sono cresciuti i partiti di protesta. Tra le elezioni parlamentari tedesche del 22 settembre 2013, e le elezioni del Parlamento europeo che avranno luogo il 22 maggio 2014, ci saranno solo otto mesi per convincere queste legioni crescenti di euroscettici che i leader europei, i partiti tradizionali e le istituzioni hanno un’idea di come uscire dal buio. Altrimenti, avremo un parlamento europeo che sarà sia inferocito che bloccato. La rabbia in alcuni paesi del sud Europa potrebbe anche traboccare a un certo punto, a meno che i loro popoli non vedano la luce alla fine di quello che molti vedono come un tunnel imposto dalla Germania.

Il ministro degli esteri tedesco, Guido Westerwelle, giustamente osserva che questo è un periodo costruttivo da tre punti di vista: per la credibilità dell’Europa nei confronti dei suoi cittadini, per la posizione dell’Europa nel mondo e per il modo in cui l’Europa e il mondo vedono la Germania11. Per puro caso, questo storico punto cruciale coincide con il centesimo anniversario dello scoppio della I Guerra Mondiale del 1914.

Subito dopo la pacifica riunificazione tedesca nel 1989-1990, Fritz Stern, indimenticabilmente la descrisse come la “seconda chance” della Germania. L’economicamente dinamica potenza centrale d’Europa aveva avuto la sua prima chance negli anni prima del 1914. «Avrebbe potuto essere il secolo della Germania», come una volta Raymond Aron disse a Stern. Sciupò quella possibilità in due guerre mondiali e nell’Olocausto. Ora ne avrebbe avuta un’altra.

Circa un quarto di secolo dopo possiamo affermare con sicurezza che, nei suoi affari interni, la Germania ha usato bene la sua seconda chance. Questa è una “Germania Europea” di cui Thomas Mann potrebbe essere fiero12. Fuori di essa, però, nel formare un nuovo ordine europeo e dare risposta alla questione europea lasciata aperta al tempo della riunificazione, il vero test di come la Germania userà la sua seconda chance è arrivato al dunque solo ora.

Benché il termine “egemone” sia largamente usato, la posizione della Germania in Europa oggi è quella di una guida piuttosto che di una potenza dominante. Questo non è il predominio totalmente egemonico della Francia Napoleonica sull’Europa continentale, o degli Stati Uniti nel mondo occidentale dopo il 1945. La Repubblica di Berlino ha solo il 16 percento della popolazione Europa e il 20 percento del suo PIL. Questa goffa, media misura, insieme alla collocazione geografica centrale del paese, è una caratteristica ricorrente delle problematiche tedesche attuali. «Troppo grande per l’Europa troppo piccola per il mondo», disse Henry Kissinger con una famosa battuta. Tuttavia la questione oggi è se la Germania sia anche grande abbastanza per l’Europa – non solo oggettivamente ma anche soggettivamente, nel suo spirito e nella sua immaginazione strategica.

Diversamente dagli Stati Uniti, lo stato centrale dell’Europa è preminente solo in una delle tre principali dimensioni del potere. Militarmente non può competere per forza d’urto con l’Inghilterra e la Francia. Quando si è risvegliata  per partecipare all’intervento in Kosovo e per prevenire un altro genocidio serbo (tutt’ora, secondo me, una delle ore più belle della post-unificazione tedesca), e inoltre per unirsi ai suoi alleati occidentali in Afghanistan, è sprofondata di nuovo in un pacifismo piuttosto compiaciuto13. Un anziano ministro del governo tedesco mi parla in modo quasi sprezzante del “dignitoso” esercito del suo paese, prima di sostenere che le vere battaglie del ventunesimo secolo saranno geo-economiche.

E il soft power?14 Sì, come suggerisce quel sondaggio della BBC fatto su venticinque nazioni, la Repubblica Federale ha un considerevole potere di attrazione – coincidendo nella definizione classica di Joseph Nye di soft power. Tuttavia questo ancora non può competere con il potere culturale trainante della terra di Harry Potter, David Beckham, della Royal Shakespeare Company, della BBC, delle università di lingua inglese con studenti da tutto il mondo, della famiglia reale, delle Olimpiadi di Londra e di Mr. Bean.

Eccetto la potenza economica – qui c’è la Germania, la Germania su tutti. E il potere politico, anche. Perciò nei corridoi e nei comitati di Bruxelles, ognuno aspetta di vedere quale via prenderà Berlino. Tutti gli europei sono abituati ad avere un riferimento in comune: l’America. Ora ne hanno due: Germania e America. Nel momento in cui guardiamo alle risposte tedesche alla questione europea, tre sono le aree cruciali da osservare: la politica economica; le istituzioni europee che supervisionano e legittimano quella politica e ultima, ma non in ordine d’importanza, la poesia per accompagnare questa prosa economica e istituzionale, che ispiri gli europei una volta ancora a credere nel sogno che chiamiamo Europa.

Nel parlare con politici e funzionari tedeschi, sono colpito dal punto da cui fanno partire le loro risposte. Questo punto non è la Germania, la Grecia o l’Italia; è la Cina. Nel 2012, il 46 percento delle esportazioni europee verso la Cina veniva dalla Germania. L’Inghilterra ha globalizzato i suoi servizi finanziari, ma nessun settore manifatturiero europeo è più internazionale di quello tedesco. Quello che i miei interlocutori tedeschi vogliono dagli altri paesi dell’eurozona è che diventino economie forti, competitive, indirizzate all’esportazione come la Germania. Allora, e solo allora, avremmo ciò che essi chiamano die Selbstbehauptung Europas, un’Europa in grado di stare in piedi da sola in un mondo in rapido cambiamento. Da qui la loro ferrea, professorale insistenza su una combinazione di consolidamento fiscale e riforme strutturali nelle economie più deboli dell’eurozona.

La loro maggiore preoccupazione è la Francia, specialmente sotto la guida del presidente socialista François Hollande. La Francia è sia il più importante paese per la Germania nella storia dell’integrazione europea, fin dagli anni ’50, e sia un paese drammaticamente difficile da riformare. Come possono mantenere la “pressione sulle riforme” in Francia, si lamentano i tedeschi,  quando è in realtà coperta dalla credibilità creditizia della Germania? (La rendita dei titoli di stato della Francia è molto più vicina a quelli della Germania di quelli di Spagna e Italia perché i mercati giudicano correttamente che la Francia sia l’ultimo paese che la Germania mai lascerebbe andare a fondo.)

Vedi, mi dice un anziano politico tedesco, io lascio usare a mia figlia la mia carta di credito, ma  controllo gli estratti conto. Io lo stuzzico sul punto: «e se la ragazza francese stesse gettando via tutto in meravigliosi vestiti d’alta moda…?» «Esatto!» sbuffa. I funzionari tedeschi dicono in privato, «dobbiamo fingere di trattare la Francia come un pari grado». La loro ultima, più forte speranza per una riforma economica in Francia, è che l’orgoglio nazionale francese non tolleri quel declino relativo del loro paese e l’evidente paternalismo della Germania.

Il problema relativo ai rimedi tedeschi per l’eurozona è che sono – secondo i gusti – o non efficaci o efficaci in modo non abbastanza veloce. Mi sembra valga la pena evidenziare un semplice punto teorico. La Germania, il campione dell’esportazione, è stata descritta come la Cina d’Europa. Ma proprio come non tutti nel mondo possono essere la Cina, e se tutti fossero la Cina, la Cina non potrebbe essere la Cina – poiché chi comprerebbe allora i suoi prodotti d’esportazione? – così non possono tutti nell’eurozona essere la Germania.  E nell’improbabile eventualità che ciascuno diventi come la Germania, la Germania non potrebbe più essere la Germania. A meno che non si pensi che il resto del mondo possa espandere allegramente la sua domanda interna per comprare un’aumentata produzione di prodotti di esportazione di un’eurozona su modello tedesco.

In definitiva, la sola cosa che conta è che cosa funzioni. La sfida per la Germania, dopo le elezioni, è di cercare un mix politico che porti all’eurozona quello che tutti vogliono – investimenti, crescita, lavoro e quindi anche i costi ridotti dei benefit di disoccupazione ed entrate delle tasse aumentate, le quali uniche ridurrebbero in maniera duratura il debito pubblico. Il risultato dipenderà naturalmente dalle linee di tendenza del mondo economico che, in posti come la Cina, sono poco vantaggiose per l’Europa.

La politica della retorica tedesca rimane severamente dogmatica, con la teoria economica tedesca che spesso appare come una branca della filosofia morale, se non della teologia protestante. Merkel, figlia di un pastore protestante della Germania orientale, un volta incautamente suggerì che i paesi debitori dell’Europa del sud dovrebbero «espiare per i peccati del passato». La realtà della politica di Berlino, tuttavia, è stata più pragmatica. Per esempio, all’inizio di quest’anno essa ha autorizzato le banche tedesche controllate dallo Stato ad aiutare nel creare posti di lavoro per la gioventù disoccupata del sud Europa. Le possibilità di vedere un maggior pragmatismo costruttivo, inclusi aumenti dei salari che potrebbero stimolare la domanda interna tedesca, aumenterebbero certamente se i Socialdemocratici entrassero al governo, magari in una “grande coalizione” con i Cristiano Democratici della Merkel.

Ma anche se i leader del paese sono preparati a fare qualunque cosa ritengano essere necessaria, saranno seguiti dal popolo tedesco? I tedeschi sono comprensibilmente preoccupati dal pericolo di dovere pagare, con i loro salari e risparmi guadagnati a fatica, per gli errori degli altri europei teneri con sé stessi. Ho perso il conto di quanti mi hanno detto, «quando gli stranieri ci chiedono di guidarli, quello che intendono è soldi».

Sono anche ossessionati dal pericolo di inflazione. Un sondaggio ha rivelato che i tedeschi hanno più paura dell’inflazione che di prendere il cancro15. Di nuovo l’ombra della storia: in questo caso, il trauma di due drammatiche inflazioni, dopo la prima e dopo la seconda Guerra Mondiale. Tuttavia, come il corrispondente di politica economica del settimanale progressista ‘Die Zeit’ argomenta in una vivace polemica, essi non capiscono né il passato – era deflazione, non inflazione, quella che precedette immediatamente l’ascesa di Hitler al potere – né la realtà di quel pericolo16.

Due delle più influenti istituzioni del paese, pongono anche limiti a qualsiasi governo tedesco nell’agire in maniera decisa. La Bundesbank, tanto scettica sull’euro ora quanto lo fu  quando Kohl confidò nel ritorno di Baker nel 1989, sta ponendo con forza le sue obiezioni davanti alla Bundesverfassungsgericht, la potente Corte Costituzionale. Come testimone esperto, il Presidente della Bundesbank Jens Weidmann  insinua che il modo in cui Draghi ha salvato l’euro lo scorso anno, con la promessa delle così dette transazioni monetarie a titolo definitivo, può violare il mandato previsto dal trattato della Banca Centrale Europea. Non per la prima volta, tutta Europa aspetta con il fiato sospeso il verdetto di questa corte tedesca.

Qui siamo condotti di nuovo alla risposta ad un’altra questione tedesca, quella del 1945. Per assicurarsi che nessun altro Hitler sarebbe di nuovo andato al potere, la Repubblica Federale fu disegnata non solo per essere decentrata geograficamente il più possibile, ma anche per avere una completezza di controlli e bilanciamenti istituzionali, inclusa una Corte Costituzionale molto forte. Così lo Stato al quale è richiesta oggi una leadership esecutiva decisa ha un sistema politico studiato per rendere una tale leadership esecutiva decisa molto difficile.

Se la Germania lavorerà per fare ciò che è necessario nella politica economica con i suoi partner dell’eurozona, l’Europa avrà bisogno di una nuova architettura istituzionale, in modo più urgente per la supervisione dei budget nazionali nell’eurozona, ma in definitiva per l’intera struttura dell’Unione. Berlino oggi è un cantiere, con immense gru e ruspe che stanno scavando per costruire una nuova linea della metropolitana proprio di fronte alle finestre (fortunatamente ben sigillate) della mia stanza d’hotel e, proprio lungo il viale Unter den Linden, per posare la prima pietra per quello che  promette di essere una meravigliosa ricostruzione del palazzo reale prussiano, che fu demolito dai comunisti della Germania Orientale dopo la Seconda Guerra Mondiale. Berlino è anche un cantiere intellettuale, con progetti alternativi per l’Europa  che oscillano come giganti travi. Un amico mi porge una cartolina che dice «La Repubblica Europea è in costruzione». Un documento interno del partito Socialdemocratico fa riferimento a ein anderes Europa – un’altra (e migliore) Europa.

Così questa sarà la Bundesrepublik Europa, la Repubblica Federale d’Europa? Come altri paesi europei, la Germania certamente parte nel pensare all’Europa guardando attraverso il prisma delle sue proprie tradizioni costituzionali, proprio come i francesi immaginano una repubblica laica centralizzata e gli inglesi sognano un Commonwealth allargato. Federale, nel senso tedesco, può anche significare riportare il potere al livello nazionale e statale – qualcosa a cui molti euroscettici europei, e non solo gli euroscettici inglesi, darebbero il benvenuto. Ma il dibattito tedesco è più ampio di ciò.

La Merkel stessa oscilla tra raffigurarsi un grande ruolo per il parlamento europeo eletto direttamente e la preferenza fortemente pragmatica per gli accordi intergovernativi, come il fiscal compact dello scorso anno per l’eurozona. Con un’enfasi crescente nei dibattiti tedeschi all’importanza data della sovranità nazionale democratica, incoraggiata dai giudizi della Corte Costituzionale, ci sono anche richieste perché la voce dei parlamenti nazionali siano ascoltate più direttamente a Bruxelles.

Così i tedeschi, come ogni altro, si destreggiano intellettualmente tra tre generi di legittimità: sovranazionale, attraverso una Commissione Europea supervisionata da un parlamento europeo a elezione diretta; intergovernativa, nel Consiglio dell’Unione Europea, che raccoglie rappresentanti dei governi nazionali eletti democraticamente; e il coinvolgimento dei parlamenti nazionali. Qualsiasi cosa alla fine venga fuori dalla fabbrica di salsicce dei negoziati di Bruxelles, probabilmente da qui a molti anni, non sarà pulito e ordinato, e non sarà solo fatto in Germania: meno una Bundesrepublik Europa, più un Sacro Commonwealth Repubblicano.

Mentre le ruote della politica economica e dei negoziati istituzionali macinano lentamente e avanzano poco, c’è una necessità disperata di poesia. Gli europei desiderano disperatamente che sia data loro una direzione, uno scopo e una speranza. Un cancelliere federale tedesco una volta offrì un superbo esempio di tale leadership visionaria. Willy Brandt confezionò la sua nuova Ostpolitik all’inizio conosciuta come “politica dei piccoli passi” – tipo Merkel, con una retorica ispirata. I tedeschi, dichiarò, dovrebbero essere «una nazione di buoni vicini, in casa e all’estero».

Come osserva il biografo della Merkel Stefan Kornelius, lei ha molti punti di forza, ma l’oratoria da batticuore, non sarà mai tra questi. Sfortunatamente, ciò non è vero solo per lei. L’intera classe politica tedesca usa un tipo di linguaggio a blocchetti sterilizzati, mettendo insieme frasi prefabbricate fatte di vuoto materiale sintetico. Per la maggior parte dei politici tedeschi è più facile volare da soli sulla luna che coniare una frase efficace.

Perché? In parte perché ci sono molti fantasmi nella lingua tedesca. Come notò l’ex ministro degli esteri Joschka Fischer, puoi avere una “conferenza di giovani leader”, ma di “junge Führer…”? Ho trovato persone che spesso scivolavano all’inglese usando la parola “leadership”. Così, a causa di Hitler, la varietà della retorica politica  tedesca contemporanea è deliberatamente angusta, cauta e noiosa. Poi c’è il fatto che, da lungo tempo ormai la gente di talento ha preferito dedicarsi agli affari, o studiare e lavorare all’estero. (Potrei mettere in piedi un intero governo con i nostri eccezionali studenti tedeschi di Oxford.) Mentre il business tedesco si è globalizzato in maniera spettacolare nell’ultimo quarto di secolo, con società che tengono consigli d’amministrazione in inglese, e manager che si sentono a casa loro a Shangai e  San Paolo come a Stoccarda, la classe politica è divenuta ancor più provinciale di quanto non fosse prima.

Di nuovo, questo provincialismo in parte rimanda alle risposte date alle originarie questioni tedesche. Poiché il sistema politico del paese è stato deliberatamente decentralizzato, i politici si sono generalmente fatti strada nella politica degli stati federali, i Länder. Ma non sono venuti fuori da questa dimensione provinciale anche Brandt, Helmut Schmidt e Helmut Kohl? Sì, ma almeno, a differenza dei politici professionisti di oggi, essi avevano fatto qualcos’altro prima di divenire politici. E si erano formati, data una prospettiva continentale e globale, attraverso l’esperienza di due guerre: la Seconda Guerra Mondiale (che Schmidt sperimentò come soldato, Kohl come teenager) e la guerra fredda. Poiché la risposta alla questione della divisione della Germania del dopo 1945 poteva essere trovata solo a Mosca, Washington, Parigi e Londra, i leader della pre-unificazione della Repubblica Federale dovevano per forza avere una veduta più ampia. Da qui il paradosso apparente che mentre il potere tedesco è cresciuto, la sua classe politica si è ridimensionata.

Così, chi parlerà per l’Europa? A cominciare dal 23 settembre, il giorno dopo l’elezione del Bundestag, l’enigma europeo deve essere affrontato in maniera più decisa dalla Germania. Ma questa Germania non è né oggettivamente né soggettivamente grande abbastanza per risolverlo da sola. La repubblica di Berlino può essere, al meglio, la prima tra eguali. La sua leadership deve essere discreta, collaborativa, mirata a costruire relazioni attentamente coltivate con piccoli così come con grandi Stati – che è, dopotutto, la tradizione della politica estera peculiare della Repubblica Federale. E lo sa.

La Germania perciò ha bisogno di tutto l’aiuto che può ottenere dagli amici e partner europei. Solo insieme possiamo generare le politiche e le istituzioni, ma anche quella fresca brezza di poesia per far sì che la nave europea navighi ancora. Le risposte a questa nuova questione tedesca non saranno trovate dai tedeschi da soli.

 

1. ‘BILD-Zeitung’, 30 novembre 2004. Lei aveva appena risposto a una domanda quasi identica – «Che cosa le viene in mente quando pensa alla Germania?» – per cui stava probabilmente cercando di sgonfiare la voglia dei giornalisti di un sentimento nazionalista. Rispondendo a quella prima domanda, parlò del clima temperato della Germania, che, disse, assicurava «che non abbiamo bisogno di una siesta!» Sono grato a Stefan Kornelius per avermi indirizzato all’originale, che differisce leggermente dalla versione citata nel suo libro, Angela Merkel: Die Kanzlerin und ihre Welt (Hamburg: Hoffmann und Campe, 2013), p. 29.

2. Londra vince ancora di una spanna perché a differenza di Berlino ha tutto nello stesso posto – la politica, gli affari, il giornalismo, la cultura, i centri ideativi, lo sport – e per giunta la lingua inglese.

3. Citato in ‘Der Tagesspiegel’, 11 giugno 2013.

4. BBC poll: Germany most popular country in the world. www.bbc.co.uk/news/world-europe-22624104

5. Si veda il mio articolo Freedom and Diversity: A liberal Pentagram for Living Together, ‘The New York Review’, 22 novembre 2012.

6. Con questo termine si indicano quelle innovazioni (soprattutto tecnologiche), che irrompono in un tipo di mercato modificandolo profondamente e spesso in maniera inaspettata, rimpiazzando così le tecnologie precedenti. Ad esempio, l’email è considerata una disruptive innovation perché ha rimpiazzato la posta ordinaria,  così come le macchine fotografiche digitali con quelle analogiche o la plastica con sostanze come il vetro, il legno o il metallo. N.d.R.

7. Registrazione di una conversazione tenutasi a Berlino Ovest il 12 dicembre 1989, in Deutsche Einheit: Sonderedition aus den Akten des Bundeskanzleramtes 1989/90, a cura di Hanns Jürgen Küsters e Daniel Hofmann (Munich: R. Oldenbourg, 1998), p. 638.

8. Stimato da Jorge Braga de Macedo e Urho Lempinene, citato da Risto E.J. Penttila, in Germany Calls the Shots, ‘International Herald Tribune’, 22 marzo 2013.

9. Discorso tenuto il 19 febbraio 1878, riprodotto in Bismarck: Die grossen Reden, a cura di Lothar Gall (Berlin: Severin and Siedler, 1981), p. 155. Questo è il famoso discorso dove egli suggerisce che la Germania avrebbe dovuto piuttosto aspirare ad essere un «onesto agente di borsa».

10. Un  Gauleiter era il capo di una sezione locale del Partito Nazista. N.d.R

11. Si veda il suo discorso al WDR Europaforum, 15 maggio 2013.

12. Anche se forse potrebbe trovarla un po’ noiosa. Dov’è dietro quelle dichte und schöne Fenster il Dr. Faust? Dove sono Ludovico Settembrini e Leo Naphta? Dov’è Felix Krull?

13. Tre scuole medie superiori tedesche sono state recentemente premiate per aver rifiutato di permettere a ufficiali dell’esercito tedesco di entrare e parlare agli allievi sulle possibili carriere nelle forze armate. Si veda ‘Die Zeit’, 20 giugno 2013. Sono grato a Mark Lilla per avermi segnalato questa notizia.

14. Soft power è un termine utilizzato nella teoria delle relazioni internazionali per descrivere l’abilità di un corpo politico di persuadere, convincere ed attrarre altri tramite risorse intangibili quali “cultura, valori e istituzioni della politica”. N.d.R.

15. Allensbach Institut für Demoskopie, Scherheitsreport 2012. Sono grato a Zanny Minton Beddoes per questo riferimento, in cui mi sono imbattuto per la prima volta nel suo report speciale apparso sull’ ‘Economist’, Europe’s Reluctant Hegemon, 15 giugno 2013.

16. Mark Schieritz, Die Inflationslüge (Munich: Knaur, 2013).

 

TIMOTHY GARTON ASH è docente di studi europei e Isaiah Berlin Professorial Fellow presso il St. Antony College di Oxford, e Senior Fellow presso l’ Hoover Institution di Stanford. Attualmente è a capo di un progetto di ricerca dell’Università di Oxford sulla discussione delle norme globali sulle libertà di parola (www.freespeechdebate.com). In Italia è stato pubblicato il suo libro Free World. America, Europa e il futuro dell’Occidente (Mondadori 2006)
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