Roberto Quagliano e Giovanni Caliò

Ripartire da Collemaggio

ARTE: La Basilica di Santa Maria di Collemaggio, fondata nel '200, è l'unico luogo in cui sia stato eletto per la prima e unica volta un papa al di fuori di Roma e in cui ogni anno avviene la Festa della Perdonanza con l'apertura della Porta Santa. Gravemente danneggiato dal terremoto del 2009, grazie a un progetto dell'ENI questo luogo fondamentale per la storia della cristianità e della città dell'Aquila tornerà presto a rivivere.

Quando Pietro da Morrone vide i tre messi della Curia romana salire al suo eremo probabilmente immaginò quale ne fosse il motivo. La diversità fra gli abiti loro e la semplicità dei suoi raccontava da sé il percorso compiuto da un uomo che avendo conosciuto due differenti mondi ne aveva scelto, con tenacia e con piena consapevolezza delle differenze, uno. La solitudine, il rifiuto di ogni ornamento che potesse distrarlo dalla sua scelta di ascesi estrema, di meditazione, probabilmente di contemplazione del creato da un supporto così scomodo ma di così ampia veduta. Questa sua scelta era venuta prima di avere conosciuto la Curia romana e fu ripresa dopo. Si era recato per un periodo a studiare presso il Laterano per prendere i voti sacerdotali. Al momento in cui i tre messi si stavano recando al suo eremo egli aveva già sperimentato più profondamente il mondo anche fuori della Curia romana in un lungo viaggio a piedi fino in Francia per impedire che il suo ordine monastico fosse sciolto nel concilio di Lione nel 1273. Aveva avuto successo in quel caso perché la sua fama di eremita in tutto il mondo cristiano si accompagnava a quella di santità. Nel momento in cui uno stallo politico che contrapponeva i cardinali legati alla fazione dei Colonna e gli altri, che non volevano sostenere i loro candidati al soglio papale, aveva condotto ad una vacanza di oltre due anni nello stesso soglio, Pietro si sentì in dovere, proprio per il credito che aveva intuito grande in tutto il mondo nel viaggio in Francia, di inviare una comunicazione in cui prefigurava “grandi castighi” se il sacro collegio non avesse provveduto a scegliere subito il proprio pastore. Era un mondo in cui per avere certificazione di autenticità e diritto vi era spesso necessità di un avallo papale anche per il potere politico più forte e protervo.

Era un mondo dominato dalla violenza, dall’intrigo, dall’arroganza del potere e dalla miseria di gran parte della popolazione. Probabilmente ciò costringeva gli spiriti più sensibili, forse anche più nobili (i quali spesso avevano sperimentato e praticato quella violenza e quella arroganza del più forte e ne erano usciti con disgusto e desiderio di rinuncia), a ritirarsi dalla vita secolare per avvicinare quel sentire che dal coacervo di questa tempesta di stimoli e forze in lotta era messo totalmente a tacere. Quel sentire che era per tradizione vicino all’esperienza religiosa in generale e in specifico all’esperienza di colui che diede un nome preciso a quel sentire. Il suo nome. I movimenti che nel duecento si rifacevano all’origine dell’esperienza mistica di Cristo erano numerosi e potenzialmente molto destabilizzanti per un potere politico che rappresentava ovunque le ragioni dei più forti e dei più arroganti. È probabilmente con tale preoccupazione e forse anche con la convinzione che proprio quei movimenti rappresentassero la più degna tradizione della esperienza di quel Cristo che tutti li nominava, che era stata avviata l’opera di ricondurre questi movimenti al di sotto di una gerarchia che rendendosi elastica all’occorrenza si rendeva anche comprensiva e includente. E duratura nel tempo.

Ma lui aveva inviato al cardinale Latino Malabranca la sua profezia e da questo atto, compiuto per senso di responsabilità verso la sua fama di santità, capì cosa stavano venendo a dirgli i tre messi. Sarebbe stato lui il nuovo papa. Era il 1294. In quello stesso anno Pietro da Morrone viene incoronato papa nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio. La stessa Basilica in cui aveva trovato rifugio l’eremita nel 1275 e in cui aveva incontrato in sogno la Vergine Maria. La chiesa che precedette la costruzione nello stesso Collemaggio della grandiosa Basilica aveva nome Santa Maria dell’Assunzione. Ma in quel sogno Pietro concordò con la Vergine di costruire sullo stesso luogo una nuova maestosa basilica. Il progetto prese così vita e condusse alla costruzione, e consacrazione il 25 agosto del 1288, della Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Voluta dal futuro Celestino V essa divenne l’unico luogo fuori Roma che abbia visto l’incoronazione di un Papa. Proprio lì, in quella chiesa voluta attraverso di lui dalla Vergine, egli volle essere incoronato Papa nel momento in cui accettò la decisione del conclave che i tre messi gli comunicarono. Il duecento era un secolo in cui violenza e intrighi politici avevano avuto tanta rilevanza da costringere sensibilità come quella di Pietro a fuggire il mondo civilizzato.

Non v’è nulla probabilmente di quel periodo che possa essere avvicinato a quelle che sono le nostre esperienze della vita pubblica contemporanea. O forse qualcosa sì. Intrighi e violenza, arroganza del potere e sopruso, i deboli sempre più schiacciati sotto il peso del privilegio, sempre meno propenso a trovare giustificazioni per il suo essere tale. C’era molto di peggio sicuramente, ma qualcosa di meglio forse c’era allora rispetto ad oggi. Il paesaggio era ancora in qualche modo preservato dalla insensibilità del materialismo architettonico. Fino al secondo dopoguerra dello scorso secolo la costruzione anche del più misero manufatto architettonico, che fosse abitazione, laboratorio, opificio, ma anche stalla, o fienile, o ripostiglio, godeva della grazia di un approccio estetico che ne armonizzava le linee al contesto paesaggistico o urbano. Non vi era casa contadina, o stalla, o edificio industriale che non portasse con sé la preoccupazione di armonizzarsi al contesto. Con un fregio nella cornice che accompagnava il bordo del tetto, con una piccola edicola dedicata al santo, con una cornice che inquadrava le finestre, con scuri di legno che già nella loro materialità rifuggivano la sinteticità e la mera funzionalità dell’alluminio. In questo sicuramente il duecento poteva mostrare un vantaggio rispetto al nostro tempo. Purtroppo in questa costruzione, o meglio in questa distruzione del paesaggio patrio, siamo rimasti molto indietro, o, più precisamente, siamo andati molto oltre rispetto agli altri paesi in Europa e fuori di essa. Cosa ha condotto alle brutture che infestano, togliendoci il respiro, i nostri paesaggi campestri, le nostre periferie, a volte i nostri centri storici?

Certo che quella arroganza del potere, quella violenza, quel sopruso di cui si diceva hanno fatto la loro parte da protagonisti in tale fenomeno purtroppo irreparabile. Una volta, e Collemaggio ne ha visti più d’uno, erano i terremoti ad infliggere al territorio ferite riparabili. Il nostro secondo dopoguerra ha visto purtroppo i centri del potere eletti dal popolo infliggere al nostro territorio ferite irreparabili. Strano fenomeno, ma perfetto nella sua pervasività, e perpetuato ancora nell’oggi. Ai lati dell’autostrada Bologna-Milano è stata costruita una muraglia di cemento che la costeggia per chilometri e chilometri e per quella lunghezza dimezza lo sguardo a tutti coloro che stanno da una parte o dall’altra. Cioè a tutti. Viene da chiedersi se fosse proprio necessario costruire due file di mura di cemento grigio e indecorato e quindi indecoroso sostenendo anche costi molto elevati? Ma interessa che i manufatti pubblici costino meno? Viene il dubbio che non interessi. Più soldi investiti più soldi guadagnati. Come forse si è pensato, con la stessa logica, di mettere sabbia anziché cemento nelle nuove case dell’Aquila che poi non a caso sono crollate. Stessa logica, stesso obbrobrio, stesso sguardo dimezzato a dispetto del povero cittadino inerme. Chi avesse guardato con occhi che avevano il dono della prospettiva avrebbe certamente intuito già dagli anni sessanta, vedendo quel disfacimento del paesaggio, a quale disastro politico e sociale fosse destinato il nostro paese se non era neppure in grado di accorgersi di tanta manifestazione di odio nei confronti del patto sociale sottoscritto e condiviso. Bene, all’Aquila sono state fatte opere di recupero dei disastri causati dall’ultimo terremoto, oltre la “new town” per dare alloggio nei primi momenti alla popolazione senza più casa. Una cosa che va iscritta certamente tra quelle molto lodevoli è il recupero avviato a spese dell’ENI della Basilica di Collemaggio. È un’opera che rientra tra le bellezze del nostro paese e tra le bellezze dell’umanità e non a caso è protetta dagli organismi internazionali che di esse si occupano. Nel 2009 papa Ratzinger in visita alla città aveva donato e posato il pallio (la fascia di stoffa tessuta in lana bianca che gli fu imposta nella celebrazione di inizio del suo pontificato) sulla teca che contiene le spoglie di Celestino V, il papa di cui avrebbe seguito le orme nel rifiutare le complicatezze della Curia romana.

La Basilica di Collemaggio ha una storia complessa e affascinante. Dalla fine del ’200, passando per una serie infinita di modifiche, crolli, ricostruzioni, restauri, arriva ai nostri giorni, quando, dopo l’ultimo crollo dovuto al terremoto del 2009, si avvia una ricostruzione voluta e finanziata dall’ENI. La Basilica di Santa Maria di Collemaggio sorge in un’area verde su un piccolo promontorio alle porte dell’Aquila. L’area era occupata precedentemente dalla Chiesa di Santa Maria dell’Assunzione, divenuta poi, per volere di Pietro da Morrone, Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Questa Basilica  è il prodotto della combinazione di stili architettonici diversi e appartenenti a periodi storici anche molto distanti fra loro. Si iniziò costruendo in stile romanico per giungere nel corso dei secoli a ristrutturazioni e ricostruzioni in stile barocco. La costruzione della Basilica ebbe inizio il 25 agosto 1287 per proseguire fino a quasi tutto il ’300. Ma le vicende di questa Basilica andarono di pari passo con quelle del territorio che la ospitava. Un territorio ad altissimo rischio sismico tanto che già nel 1315 un terremoto devastante distrusse le tre navate appena costruite. Ricostruita dopo quel terremoto, con tempi rapidi per l’epoca in cui avvenne (tempi rapidi cui ENI oggi decisamente vuole adeguarsi), questa opera fu portata a grandiosità e complessità tale da non far rimpiangere l’originale. Cinque navate terminavano in altrettante absidi semipoligonali, per permettere l’ingresso all’interno della Basilica a grandi folle di fedeli e pellegrini in occasione della Festa della Perdonanza. Il terreno mai placato costrinse però gli architetti già nel 1349 a modificare il progetto di ricostruzione, sicuramente a causa di un altro terremoto a cui fece seguito un’epidemia di peste. Si risolsero quindi, gli artisti e i tecnici del tempo, a ridurne l’importanza ricostruendo l’edificio con solo tre absidi. Seguì un lungo periodo di calma sismica in cui la tradizione della Perdonanza poté essere coltivata e proseguita seguendo il volere del suo ideatore. Quel Pietro da Morrone divenuto Papa Celestino V che aveva rinunciato all’incarico papale, opponendo quello che Dante poi definì nella Commedia il “gran rifiuto”, nello stesso anno 1294 in cui era stato raggiunto dai messi con l’annuncio inaspettato. Passarono oltre tre secoli ma inesorabile ci fu nel 1703 un altro potente terremoto (oggi si stima sia stato di magnitudo 7,3 della scala Richter) che colpì l’Aquila e le zone circostanti, causando la morte di oltre 6.000 persone e distruggendo o danneggiando gravemente numerosi edifici. La Basilica subì numerosi danni, al punto che fu necessario restaurare la facciata e ricostruirne completamente l’interno. La ricostruzione e il restauro della Basilica tenne ovviamente conto di quelli che erano i gusti architettonici del tempo. Non avrebbe potuto essere altrimenti in un’epoca in cui non vi era ancora la preoccupazione conservativa che poi prenderà il sopravvento e si affermerà nel ventesimo secolo. Ricostruzione e restauro vennero quindi fatte senza tener conto dello stile romanico originario. Ci si attenne allo stile architettonico prevalente all’epoca, il barocco. Il campanile, che conteneva le tre campane che provenivano dall’originaria chiesa di Santa Maria dell’Assunzione, fu demolito e solo molto dopo ricostruito nella parte sinistra della basilica. Era già il 1880. Nel corso del ’900 la Basilica subì numerose, spesso criticate, modifiche. Nel 1972 ad esempio vennero rimosse le aggiunte barocche inserite in seguito al terremoto del 1703, e l’interno della Basilica venne riportato all’originario stile romanico.

La storia tormentata della Basilica sembra quasi riflettere la vita altrettanto tormentata del suo fondatore, Celestino V. Rinunciando dopo solo quattro mesi dall’incoronazione al pontificato nel 1294, morì due anni dopo, e il suo corpo fu seppellito a Ferentino. In seguito alla canonizzazione, le sue spoglie furono poi portate nel 1317 nella stessa Basilica in cui venne consacrato Papa. Le sue reliquie non furono distrutte dai terremoti che colpirono L’Aquila e la Basilica, ma le urne d’oro che le contenevano vennero trafugate due volte (nel 1528 dalle truppe del principe Filiberto D’Orange e nel 1799 da quelle di Napoleone ). Il 18 aprile 1988 poi, sconosciuti penetrano nella Basilica, trafugando la salma di Celestino V custodita nel mausoleo. La salma venne ritrovata due giorni dopo nel cimitero di un piccolo comune della provincia di Rieti. I responsabili rimangono tuttora senza nome. Durante l’ultimo, devastante, terremoto che ha colpito il capoluogo abruzzese, il mausoleo che contiene le spoglie di Celestino V è rimasto seppellito dalle macerie e in seguito è stato riportato alla luce dai vigili del fuoco.

La Basilica di Collemaggio è strettamente legata al papa Celestino V per la famosa Festa della Perdonanza (in origine detta Festa del Perdono, il termine “Perdonanza” fu coniato da Gabriele D’Annunzio). Appena eletto nel 1294 Celestino V emanò una Bolla papale che concedeva l’indulgenza plenaria a tutti i cristiani che fossero entrati all’interno della Basilica nei vespri del 28 e 29 agosto di ogni anno. In questo modo egli anticipò la pratica del Giubileo secolare che sarebbe stata introdotta nel 1300 da papa Bonifacio VIII. Quest’ultimo appena eletto cercò di annullare la Bolla voluta dal suo predecessore, ma i fedeli, i monaci, le autorità e i cittadini dell’Aquila disobbedirono, e anziché riconsegnare la Bolla, organizzarono un corteo (da allora in poi chiamato Corteo della Bolla) che portò il documento fino all’interno della Basilica, dove questa fu letta e affidata ai fedeli. La cerimonia si ripeté ad ogni nuovo anno e divenne più importante e sentita da quando le spoglie di Celestino V vennero traslate nella Basilica nel 1327. A partire dai primi del ’900 scemò l’interesse per la festa e ci si limitò alla sola funzione religiosa. Nel 1983 l’allora sindaco dell’Aquila, Tullio De Rubeis, riportò la cerimonia agli antichi fasti, ripristinando il Corteo della Bolla e organizzando mostre ed eventi culturali durante la settimana precedente il rito. Nel 2011 questa ricorrenza è stata riconosciuta Patrimonio d’Italia, ed è stata avanzata la richiesta per il suo inserimento nella lista UNESCO.

Fino al giorno precedente il terremoto del 2009, trovandoci all’Aquila con l’intenzione di visitare la Basilica, ne avremmo ammirato immediatamente la facciata esterna, realizzata tra il ’400 e il ’500. La facciata era divisa da una cornice a mensole caratterizzata da una magnifica composizione di masselli bianchi e rossi. Al di sotto di essa i tre portali, due laterali più piccoli rispetto a quello centrale, imponente e riccamente decorato ai lati da due nicchie contenenti sculture di impronta gotica. Il portone d’impronta barocca risale al 1688. Nella parte superiore tre rosoni risalenti al XIII secolo. Un rosone centrale più grande e più riccamente decorato. A destra della facciata è visibile la base del campanile originario della Basilica demolito nel 1880. Nel lato sinistro si trova la prima Porta Santa della storia della Chiesa cattolica, incorniciata da un portale trecentesco e sormontata a lunetta da un dipinto della Vergine con San Giovanni Battista e Pietro Celestino. Sopra la lunetta si trova l’aquila del periodo Svevo, che è divenuta il simbolo della città. La Porta Santa di Collemaggio viene aperta solo in occasione della Festa della Perdonanza, le sere del 28 e 29 agosto di ogni anno. Questa è solitamente la porta di una basilica che viene murata per essere aperta solo in occasione di un Giubileo, il cui rito più conosciuto è proprio l’apertura della porta. Le quattro basiliche papali di Roma hanno una porta santa, San Pietro, San Giovanni in Laterano, San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore. Oltre ad esse ne ha una solo la basilica di Santa Maria di Collemaggio a L’Aquila (e la Cattedrale di Atri, Teramo) in cui annualmente avviene appunto la celebrazione simile della Perdonanza che è storicamente addirittura precedente, a quella del Giubileo papale.

Il rito della Porta Santa esprime simbolicamente il concetto che è offerto ai fedeli un “percorso straordinario” verso la salvezza. Nel caso del Giubileo è proprio l’apertura della Porta Santa della basilica di San Pietro che ne sancisce l’inizio.

Proseguendo nella descrizione della Basilica di Collemaggio, l’interno (come lo si poteva ammirare prima del terremoto), cui fu tolto il rivestimento barocco, è costituito da tre navate, divise da 16 arcate ogivali coperte da un soffitto a capriate lignee a vista. La pavimentazione è rivestita dalla disposizione geometrica di pietre bianche e rosse che richiamano la facciata esterna. La navata centrale è priva di finestre ma illuminata dal rosone centrale in controfacciata. La navata destra è ricca di nicchie dove è ancora possibile vedere i resti di affreschi quattrocenteschi. Qualsiasi visitatore, camminando lungo la navata sinistra, avrebbe notato che una parte della parete è interrotta da un portone semplice, quasi spoglio: è quello l’interno della Porta Santa. Sempre nella navata sinistra, in una nicchia, è possibile ammirare un affresco del XVI secolo che ritrae una Madonna con bambino affiancati dai Santi Michele Arcangelo e Massimo. Proseguendo lungo la navata si poteva ammirare un prezioso crocifisso medievale scolpito dal Maestro di Visso e infine, sotto l’ultima arcata, un organo risalente al settecento di legno intagliato e dorato con bassorilievi che illustrano momenti della vita di Cristo. Il transetto (unica parte della Basilica a conservare l’impronta del restauro barocco) ospita due grandi altari marmorei che accolgono una Madonna con Bambino in terracotta policromata e due dipinti seicenteschi (Decollazione del Battista di Mattia Preti, 1656 e La Promulgazione della Perdonanza, scuola di Pietro Berrettini). Nell’abside destra si trova il mausoleo che racchiude le spoglie di San Pietro Celestino, mentre nell’abside maggiore si trova l’affresco attribuito a Saturnino Gatti che raffigura Celestino V nell’atto del suo “gran rifiuto”.

La notte del 6 aprile 2009, alle 3,32 del mattino, un sisma di magnitudo 5,9 della scala Richter viene avvertito lungo tutta l’Italia centrale, dall’Abruzzo fino alla Campania. Nella città dell’Aquila e nelle zone circostanti causa la morte di 309 persone e ne ferisce 1.500, lasciando senza una casa circa 65.000 persone. Nella sola Aquila sono 220 le vittime causate dal terremoto. Al terremoto si accompagneranno in seguito numerose polemiche sullo stato e sulle tecniche di costruzione degli edifici crollati (come la Casa dello studente, otto ventenni morti nel crollo, in cui una perizia tecnica della Procura della Repubblica ha riscontrato la mancanza di un pilastro che avrebbe dovuto sostenere le fondamenta del palazzo), sugli interventi del post-terremoto (la scelta dell’allora governo Berlusconi di spostare il summit del G8 dalla Maddalena a L’Aquila, la scelta di costruire una “new town” e la lentezza nei lavori di ristrutturazione del centro storico) e sugli scandali che si accompagneranno agli interventi di ricostruzione (come dimenticare le parole dell’imprenditore Piscicelli, coinvolto nell’inchiesta sulle Grandi Opere, che intercettato nel corso di una conversazione telefonica con il cognato il giorno dopo il terremoto disse: «Io ridevo stanotte alle 3 e mezza», immaginando i soldi che si sarebbero potuti fare grazie alle gare d’appalto per gli interventi di ricostruzione).

Ad essere ferito, danneggiato e distrutto è stato anche il patrimonio artistico di una delle città più belle d’Italia, tra cui la stessa Basilica di Santa Maria di Collemaggio. Nella notte del terremoto crolla la volta della Basilica, portando con sé la parte finale della navata centrale e della volta a crociera della prima campata dell’abside. Crollano le volte della cupola, del transetto e degli archi trionfali; i pilastri centrali vengono gravemente deformati; l’antico organo del settecento viene sommerso dai calcinacci, così come il mausoleo di Celestino V che, come detto sopra, verrà recuperato. La facciata della Basilica non ha subito danni gravi. La protezione civile mette in sicurezza la chiesa con puntellature e cerchiaggio dei pilastri, e viene data copertura provvisoria all’area interessata al crollo della volta. Già dal 24 dicembre del 2009 la Basilica viene riaperta al pubblico e ai fedeli per la messa di mezzanotte, svolgendo le funzioni di proto cattedrale a causa dell’inagibilità della cattedrale dei Santi Massimo e Giorgio. Dopo uno studio accurato dell’Università dell’Aquila, la Basilica nell’agosto del 2013 viene di nuovo chiusa al pubblico per il rischio di crolli.

Ad una prima analisi, sembra che anche la Basilica di Collemaggio sia stata vittima di quella foga di costruire e “rinnovare” che ha colpito il nostro paese dagli anni ’60 in poi di cui si diceva più sopra. Secondo gli esperti infatti, fra le cause imputabili ai danni subiti dalla Basilica durante il sisma, ci sarebbero proprio i lavori fatti all’inizio degli anni ’70 per restituirle l’ossatura trecentesca originaria spogliandola dai rivestimenti barocchi, lavori d’intervento che avevano comportato anche una ricostruzione completa dell’ultima coppia di pilastri della navata e dei pilieri del transetto. A questi lavori si sarebbe sommata una rozza tecnica costruttiva delle murature (i setti murari superiori erano stati infatti ricostruiti in cemento armato e rialzati di tre metri per riprendere le quote del rosone centrale) ad una cattiva qualità delle malte utilizzate per fermare e alettare gli elementi di fodera, in alcuni casi spessi solo 10 cm. Il crollo delle coperture del transetto è infatti dovuto al crollo dei pilastri centrali, letteralmente esplosi sotto l’effetto dello schiacciamento conseguente all’azione martellante delle travi in cemento armato che concatenavano la struttura e raccordavano le coperture.

Ma se nell’agosto del 2013 la Basilica viene interdetta al pubblico, nello stesso mese, proprio in occasione della Festa della Perdonanza, viene siglato l’accordo fra ENI e il Comune dell’Aquila che fa seguito al protocollo d’intesa firmato lo scorso anno “Ripartire da Collemaggio”, per la ricostruzione della Basilica e per la riqualifica dell’adiacente Parco del Sole, che prevede uno stanziamento da parte dell’ENI di 14 milioni di euro per restituire ai cittadini dell’Aquila (e non solo a loro) uno dei simboli più importanti della città entro il 2016. “Ripartire da Collemaggio” vede l’ENI mettere a disposizione non solo risorse economiche, ma soprattutto le sue capacità e competenze tecniche, di project management e di gestione. Il progetto prevede, oltre a una prima fase di indagini tecniche e ricerche storiche a cura dell’Università dell’Aquila, del Politecnico di Milano e della Sapienza di Roma volte a capire come poter meglio pianificare gli interventi, e ai lavori di ristrutturazione “ordinaria”, un lavoro incentrato soprattutto sulla prevenzione, grazie a indagini geotermiche sul terreno su cui poggia la Basilica, scendendo fino a 300 metri nel sottosuolo. Verrà utilizzato un sistema di monitoraggio costante della Basilica per migliorare e monitorare la capacità di resistenza dell’edificio nel caso di eventuali ulteriori eventi sismici. Verranno utilizzate metodologie innovative, come il BIM (acronimo di Building Information Modeling, Modello d’Informazione di un Edificio), un software che consente di ottenere qualunque tipo d’informazione riguardante un edificio, come la localizzazione geografica, la geometria, le proprietà dei materiali e degli elementi tecnici, le fasi di realizzazione e le operazioni di manutenzione. Grazie all’utilizzo del BIM sarà possibile avere le informazioni necessarie su ogni singola parte della Basilica, consentendo di adottare le soluzioni migliori per il recupero dell’edificio. La ristrutturazione di Collemaggio avverrà grazie al continuo dialogo e collaborazione tra ENI e Istituzioni. Come ha dichiarato l’ingegner Angelo Caridi, capo progetto ENI: «L’ultima parola sull’aspetto finale che dovrà avere la Basilica ricostruita spetterà alla Soprintendenza, che noi abbiamo coinvolto. Per ogni concio dell’edificio è stato realizzato un file per comporre un grande modello a tre dimensioni che verrà utilizzato per le simulazioni». L’ENI si è inoltre impegnata a seguire uno schema di lavoro per lotti, per permettere al pubblico di accedere a parti della Basilica prima della chiusura definitiva dei lavori di ristrutturazione, puntando ad aprire un’area di Collemaggio già dal 2015. Ai lavori di ricostruzione si affiancherà anche il progetto digitale, www.ungiornoacollemaggio.it che consentirà a chiunque di pubblicare ricordi, foto e video legati alla Basilica di Santa Maria di Collemaggio come era prima del terremoto.

 

Roberto Quagliano

è caporedattore di ‘451’

Giovanni Caliò

è redattore di ‘451’

 

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