John Gray

Il vero Karl Marx

da ''The New York Review of Books''
JONATHAN SPERBER, Karl Marx: A Nineteenth-Century Life, Liverlight, pp. 648, $ 35,00
STORIA: «Marx aveva ragione?». È quello che molti di fronte all'attuale crisi economica oggi si chiedono.  Ma recensendo  il saggio dedicato alla vita e al pensiero di Karl Marx, John Gray (oltre a rivelare aspetti poco conosciuti della vita e del pensiero del filosofo tedesco), spiega perché secondo lui la figura di Karl Marx sia troppo legata al suo tempo per poter rispondere alle domande e ai dubbi di oggi.

In molti modi, suggerisce Jonathan Sperber, Marx era «una figura che guardava all’indietro», la cui visione del futuro era modellata su condizioni molto differenti da qualunque altra che oggi prevale:

 

La visione di Marx come un contemporaneo le cui idee stanno formando il mondo moderno ha fatto il suo corso ed è tempo per una nuova comprensione di lui come figura di un’epoca storica passata, sempre più distante dalla nostra: l’epoca della Rivoluzione Francese, della filosofia di Hegel, dei primi anni dell’industrializzazione inglese e della politica economica derivante da essa.

 

L’obbiettivo di Sperber è di presentare Marx per come egli era davvero – un pensatore del diciannovesimo secolo coinvolto con le idee e gli eventi del suo tempo. Se tu vedi Marx in questo modo, molte delle dispute che hanno infuriato attorno alla sua eredità nel secolo passato sembreranno infruttuose, persino irrilevanti. L’affermazione che Marx era in qualche modo «intellettualmente responsabile» del comunismo del ventesimo secolo apparirà completamente errata; ma così sarà la difesa di Marx come democratico radicale, poiché entrambe le visioni «proiettano indietro sul diciannovesimo secolo le controversie di tempi successivi».

Certamente Marx comprese le caratteristiche cruciali del capitalismo; ma erano «quelle del capitalismo che esistevano nelle prime decadi del diciannovesimo secolo», piuttosto che quelle molto differenti del capitalismo che esiste all’inizio del ventesimo secolo. Inoltre, mentre guardava avanti a un nuovo tipo di civiltà umana che ci sarebbe stata dopo che il capitalismo fosse collassato, Marx non aveva stabilito una concezione di come sarebbe stata una tale società. Rivolgersi a lui per una visione del nostro futuro, per Sperber, è tanto sbagliato quanto rimproverarlo per il nostro passato.

Usando come una delle sue fonti principali l’edizione recentemente disponibile degli scritti di Marx ed Engels, comunemente conosciuti dai loro acronimi tedeschi come il MEGA, Sperber dà un quadro della politica di Marx che è istruttivamente differente da quello che è conservato nei racconti consueti. Le posizioni che Marx adottò erano raramente dettate da un qualsiasi impegno teorico preesistente riguardante il capitalismo o il comunismo. Più spesso, riflettevano i suoi atteggiamenti verso i poteri che governavano l’Europa e i loro conflitti, e gli intrighi e rivalità in cui egli era coinvolto come attivista politico.

Al tempo l’ostilità di Marx per i regimi reazionari dell’Europa lo condusse ad estremi bizzarri. Ardente oppositore dell’assolutismo russo compiva campagne per la guerra rivoluzionaria contro la Russia nel 1848-1849, mentre era sconcertato dall’indecisa conduzione degli inglesi della guerra di Crimea. Denunciando l’opposizione alla guerra dei leader radicali inglesi, Marx arrivò a dichiarare che la vacillante politica estera dell’Inghilterra era dovuta al fatto che il primo ministro, Lord Palmerston, era un agente pagato dallo zar russo, uno di una successione di traditori che occupavano posizioni di potere in Inghilterra da oltre un secolo – un’accusa che egli reiterò per diversi anni in una successione di articoli di giornale ristampati da sua figlia Eleanor come Storia segreta diplomatica del 18° secolo.

Similmente, la sua lotta con il rivale russo Mikhail Bakunin per il controllo dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori (AIL) rifletteva l’odio di Marx per la monarchia prussiana e il suo sospetto che Bakunin fosse un panslavista con legami segreti con lo zar, piuttosto che la sua ostilità al tipo di anarchismo autoritario di Bakunin. Erano passioni e animosità tipiche del diciannovesimo secolo piuttosto che conflitti ideologici del genere che sono divenuti familiari dall’era della guerra fredda quelli che formarono la vita di Marx nella politica.

La visione sottilmente revisionista di Sperber si estende a ciò che è stato sostenuto essere l’impegno ideologico finale di Marx. Oggi, come lungo tutto il ventesimo secolo, Marx è inseparabile dall’idea di comunismo, ma egli non fu sempre sposato ad essa. Scrivendo sulla ‘Gazzetta Reniana’ nel 1842 nel suo primo pezzo dopo averne preso il controllo come editore, Marx lanciò un’aspra polemica contro il principale giornale della Germania, la ‘Gazzetta d’Augusta’, per aver pubblicato articoli che sostenevano il comunismo. Egli non basava il suo assalto su qualche argomento riguardante l’impraticabilità del comunismo: era l’idea stessa che egli attaccava. Lamentando che «le nostre città una volta fiorenti commercialmente ora non sono più prospere», egli dichiarò che la diffusione delle idee comuniste avrebbero «sconfitto la nostra intelligenza, conquistato i nostri sentimenti», un processo ingannevole con nessun evidente rimedio. Invece, qualsiasi tentativo di realizzare il comunismo, sarebbe potuto essere represso facilmente con la forza delle armi: «tentativi pratici [di introdurre il comunismo], persino tentativi di massa, possono essere contrastati con i cannoni». Come scrive Sperber: «l’uomo che avrebbe scritto il Manifesto Comunista solo cinque anni dopo, stava appoggiando l’uso dell’esercito per sopprimere la sollevazione dei lavoratori comunisti!»

Né fu questa un’anomalia isolata. In un discorso alla società Democratica di Colonia nell’agosto del 1848, Marx rifiutò la dittatura rivoluzionaria di una singola classe come un «nonsenso» – un’opinione così sorprendentemente in contrasto con le visioni che Marx aveva espresso solo sei mesi prima nel Manifesto Comunista che più tardi gli editori marxisti-leninisti dei suoi discorsi erroneamente rifiutarono di accettarne l’autenticità – e vent’anni più tardi, allo scoppio della guerra franco-prussiana, anche Marx respinse qualsiasi nozione di Comune di Parigi come un «nonsenso» .

Marx l’anticomunista è una figura non familiare; ma c’erano indubbiamente tempi in cui egli condivideva la visione dei progressisti del suo tempo e successivi, in cui il comunismo (intendendolo come un qualcosa che si potesse realizzare) sarebbe stato dannoso per il progresso umano. Questo è solo un esempio di una verità più generale. A dispetto delle sue aspirazioni e degli sforzi di generazioni di suoi discepoli da Engels in avanti, le idee di Marx non formarono mai un sistema unitario. Una ragione di ciò fu il carattere discontinuo della vita lavorativa di Marx. Benché noi pensiamo a Marx come a un teorico installatosi nella libreria del British Museum, la teorizzazione era solo una delle sue vocazioni e raramente la sua attività primaria:

 

Generalmente la ricerca teoretica di Marx doveva essere stipata accanto ad altre attività che richiedevano molto tempo: esuli politici, giornalismo, l’AIL, il soddisfare i creditori e le serie o fatali malattie che colpirono i suoi bambini e sua moglie, e, dopo l’inizio della sua malattia della pelle nel 1863, lo stesso Marx. Tutti i lavori teoretici di Marx spesso furono interrotti per mesi alla volta o riservati a ore inconsuete a tarda notte.

 

Ma se le condizioni della vita di Marx erano difficilmente congeniali alla continuità del  lavoro richiesto per la costruzione di un sistema, la qualità eclettica del suo pensiero presentava un ostacolo ancor più grande. Che egli abbia preso in prestito idee da molte fonti è un luogo comune accademico. Dove Sperber aggiunge al consueto racconto dell’eclettismo di Marx è nell’indagare il conflitto tra la sua continua aderenza al credo di Hegel che la storia abbia una logica interna di sviluppo e la sua dedizione alla scienza che Marx raccolse dal movimento positivista.

Nel sottolineare il ruolo intellettuale formativo del positivismo nel diciannovesimo secolo, Sperber dimostra di essere una guida dal passo sicuro al mondo delle idee in cui si muoveva Marx. In parte senza dubbio perché ora sembra per alcuni aspetti reazionario in maniera imbarazzante, il positivismo è stato rifiutato dagli storici intellettuali. Tuttavia produsse un corpo enormemente influente di idee. Nato con il socialista francese Henri de Saint-Simon (1760-1825) ma più pienamente sviluppato da August Comte (1798-1857), uno dei fondatori della sociologia, il positivismo promuoveva una visione del futuro che oggi rimane intensa e potente. Asserendo che la scienza era il modello per ogni tipo di conoscenza vera, Comte guardava avanti al tempo in cui le religioni tradizionali sarebbero scomparse, le classi sociali del passato sarebbero state superate, e l’industrialismo (un termine coniato da Saint-Simon) riorganizzato su una base razionale e armoniosa – una trasformazione che sarebbe avvenuta in una serie di passaggi evolutivi simili a quelli che gli scienziati trovarono nel mondo della natura.

Sperber ci dice che Marx descrisse il sistema filosofico di Comte come «merda positivista»; ma c’erano molti punti in comune tra la visione della società e della storia di Marx e quella dei positivisti:

 

Malgrado la distanza che Marx mantenne da queste dottrine [positiviste], la sua propria immagine del progresso attraverso passaggi distinti di sviluppo storico e una duplice divisione della storia umana in un’era originaria irrazionale, e una successiva, industriale e scientifica, conteneva elementi distintamente positivisti.

 

Accortamente, Sperber percepisce le similarità fondamentali tra il racconto di Marx dello sviluppo umano e quello di Herbert Spencer (1820-1903), che (prima di Darwin) inventò l’espressione “sopravvivenza del più forte” e la usò per difendere il capitalismo del laissez-faire. Influenzato da Comte, Spencer divise le società umane i due tipi, «la “militante” e “l’industriale”, designando con la prima l’intero passato, preindustriale, prescientifico e marcando con il secondo una nuova epoca nella storia del mondo».

Il nuovo mondo di Spencer era una visione idealizzata del capitalismo vittoriano delle origini, mentre quello di Marx era supposto che venisse alla luce solamente una volta che il capitalismo fosse stato rigettato; ma i due pensatori erano in attesa di «una nuova era scientifica, fondamentalmente differente dal passato umano». Come conclude Sperber: «Oggi, un visitatore del cimitero di Highgate a nord di Londra può vedere le tombe di Karl Marx ed Herbert Spencer giacere faccia a faccia – malgrado tutte le differenze intellettuali fra i due uomini, non è una giustapposizione del tutto inappropriata».

Non fu solo la sua visione della storia come un processo evoluzionistico culminante in una civilizzazione scientifica che Marx trasse dai positivisti. Egli assorbì anche qualcosa delle loro teorie sui tipi razziali. Il fatto che Marx prese queste teorie seriamente può sembrare sorprendente; ma ci si deve ricordare che molti pensatori eminenti del diciannovesimo secolo – non ultimo Herbert Spencer – erano devoti alla frenologia, e i positivisti credettero a lungo che per essere completamente scientifico, il pensiero sociale dovesse  essere in ultima analisi basato sulla fisiologia.

Comte aveva identificato la razza (insieme al clima) come uno degli elementi fisici condizionanti la vita sociale, e il Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane di Arthur de Gobineau (1853-1855), una difesa molto seguita delle innate gerarchie razziali, fu in parte ispirata dalla filosofia di Comte. Marx reagì al libro di Gobineau con disprezzo, e non mostrò traccia di qualsiasi credo nella superiorità razziale nelle sue relazioni con il genero Paul Lafargue, che era di origini africane. (La sua principale obiezione al matrimonio fu che a Lafargue mancasse uno stipendio sicuro.) Allo stesso tempo Marx non fu immune dagli stereotipi razzisti del suo tempo. La sua descrizione del socialista ebreo tedesco Ferdinand Lassalle, che Sperber definisce come «un brutto sfogo, persino per gli standard del diciannovesimo secolo», mostra quest’influenza:

Mi è ora completamente chiaro, che, come provato dalla forma della sua testa e dalla crescita dei suoi capelli, egli [Lassalle] proviene dai Negri che si unirono alla marcia di Mosè fuori dall’Egitto (se sua madre o sua nonna da parte di suo padre non si accoppiarono con un negro). Ora questa combinazione di ebraismo e germanismo con la sostanza base negroide deve dare alla luce un prodotto particolare. Anche l’invadenza di questo giovanotto è simile a quella di un negro.

Sperber commenta che questo passaggio dimostra «l’idea non razzista degli ebrei che aveva Marx. La “combinazione di ebraismo e germanismo” che Marx vide in Lassalle era culturale e politica», non biologica. Mentre Sperber va avanti nel discorso, tuttavia, anche Marx si riferisce ai tipi razziali in modi che suggeriscono che questi tipi siano fondati su lignaggi biologici. Elogiando il lavoro dell’etnografo e geologo francese Pierre Trémaux (1818-1895), il cui libro Origine e trasformazione dell’uomo e di altri esseri egli lesse nel 1866, Marx lodò la teoria di Trémaux del ruolo della geologia sull’evoluzione animale e umana perché «molto più importante e molto più ricca di quella di Darwin» nel fornire una «base naturale»  alla nazionalità e nel mostrare che «il tipo comune di Negro è solo la forma degenerata di un tipo molto più elevato». Con queste osservazioni, commenta Sperber:

 

sembrava che Marx si stesse muovendo verso una spiegazione biologia e geologica delle differenze nella nazionalità – in ogni caso, una spiegazione che collegasse la nazionalità alla stirpe mostrata in termini di scienza naturale… un altro esempio dell’influenza su Marx delle idee positiviste sulla priorità intellettuale delle scienze naturali.

L’ammirazione di Marx per Darwin è ben conosciuta. Una leggenda comune dice che Marx si offrì di dedicare il Capitale a Darwin. Sperber descrive questo come «un mito che è stato ripetutamente confutato ma che sembra praticamente inestirpabile», poiché fu Edward Aveling, l’amante della figlia di Marx, Eleanor, che avvicinò senza successo Darwin per chiedere il permesso di dedicargli un volume divulgativo che aveva scritto sull’evoluzione. Ma non ci può essere dubbio che Marx accolse bene il lavoro di Darwin, vedendolo (come la mette Sperber) come «un altro colpo inferto a favore del materialismo e dell’ateismo».

Meno note sono le differenze profonde tra Marx e Darwin. Se Marx vedeva il lavoro di Trémaux come «un avanzamento molto importante delle teorie di Darwin», era perché «il progresso, che in Darwin è puramente casuale, è qui inevitabile sulla base di periodi di sviluppo del corpo della terra». Apparentemente ogni seguace di Darwin a quel tempo credeva che egli avesse dato una dimostrazione scientifica del progresso in natura; ma poiché Darwin stesso delle volte tentennava sul punto, quella non fu mai la sua visione di base. La teoria di Darwin sulla selezione naturale non dice niente su alcun tipo di miglioramento – come Darwin una volta notò, se giudicate dalla sua prospettiva le api sarebbero un miglioramento degli esseri umani – ed è testimonianza della penetrante intelligenza di Marx che, a differenza della grande maggioranza di coloro che promuovevano l’idea dell’evoluzione, comprese quest’assenza dell’idea di progresso nel darwinismo. Tuttavia era emozionalmente incapace così come lo erano loro di accettare il mondo casuale che Darwin aveva scoperto.

Come usava metterla nelle conversazioni lo scomparso Leszek Kolakowski: «Marx era un filosofo tedesco». L’interpretazione di Marx della storia derivava non dalla scienza ma dal racconto metafisico di Hegel dello spirito (Geist) universale nel mondo. Asserendo le basi materiali del regno delle idee, Marx notoriamente tramutò la filosofia di Hegel nella sua testa; ma nel corso di questa trasformazione, il credo di Hegel che la storia sia essenzialmente un processo di evoluzione razionale, riappariva come concezione di Marx di una successione di  progressive trasformazioni rivoluzionarie. Questo processo può non essere strettamente inevitabile; la ricaduta nella barbarie era una possibilità continua. Ma il pieno sviluppo delle potenzialità era ancora per Marx il punto finale della storia. Quello che Marx e molti altri volevano dalla teoria dell’evoluzione era una base per il loro credo in un progresso verso un mondo migliore; ma la conquista di Darwin fu di mostrare come l’evoluzione operasse senza riferimento a qualche direzione o stato finale. Rifiutando di accettare la scoperta di Darwin, Marx si rivolgeva invece alle teorie di Trémaux inverosimili e ora meritatamente dimenticate.

Situando Marx pienamente nel diciannovesimo secolo per la prima volta, è probabile che la biografia di Sperber diventi definitiva per molti anni a venire. Scritto in una prosa lucida ed efficace, il libro è pieno di riferimenti biografici e aneddoti memorabili, tessuti abilmente insieme a una convincente immagine dell’Europa del diciannovesimo secolo e a commenti indagatori delle idee di Marx. Le relazioni di Marx con i suoi genitori e con la sua eredità ebraica, i suoi anni da studente, i sette anni di corteggiamento e matrimonio con la figlia di un ufficiale governativo prussiano di scarso successo, e la lunga vita di raffinata povertà e disordine bohèmienne che seguirono sono ritratte vividamente.

Sperber descrive diverse carriere di Marx – fra le quali, Sperber commenta, egli ebbe più successo come giornalista radicale che fondò un giornale più che nei suoi sforzi per organizzare la classe operaia – e analizza attentamente la sua instabilità intellettuale e i suoi comportamenti politici. Non ci possono essere dubbi che Sperber abbia successo nel presentare Marx come una figura complessa e cangiante immersa in un mondo ben lontano dal nostro. Se questo significhi che il pensiero di Marx sia del tutto irrilevante per i conflitti e le controversie del ventesimo e ventunesimo secolo è un altro discorso.

Né asserire che le idee di Marx furono in parte responsabili dei crimini del comunismo né il credo che gli aspetti del capitalismo che Marx comprese continuino ad essere importanti può essere trascurato oggi facilmente come vorrebbe Sperber. Marx può non aver mai voluto niente che assomigliasse allo stato totalitario che fu creato in Unione Sovietica – in realtà tale Stato avrebbe potuto essere stato letteralmente inconcepibile per lui. Ciò nonostante il regime che emerse nella Russia sovietica fu un tentativo di realizzare una riconoscibile visione marxiana. Marx non sosteneva alcuna singola visione della nuova società che si aspettava emergesse dalle rovine del capitalismo. Come nota Sperber: «Marx rimpiazzò una visione utopistica dell’abolizione totale del lavoro alienato e parcellizzato, con un’altra, quella di un’umanità dedita a obbiettivi artistici e accademici». Tuttavia Marx credette che un mondo diverso e incomparabilmente migliore potesse realizzarsi una volta che il capitalismo fosse stato distrutto, basando il suo credo sulla possibilità di un tale mondo su un incoerente miscuglio di filosofia idealista, dubbia speculazione evoluzionista e una visione positivistica della storia.

Lenin seguì i passi di Marx nel produrre una nuova versione di questa fede. Non c’è ragione di ritirare l’affermazione avanzata da Kolakowski ed altri, che il mortale mix di certezza metafisica e pseudoscienza che Lenin assorbì da Marx ebbe una parte fondamentale nel produrre il totalitarismo comunista. Perseguendo una visione irrealizzabile di un futuro armonioso dopo che il capitalismo fosse collassato, i seguaci leninisti di Marx crearono una società repressiva e inumana che collassò essa stessa, mentre il capitalismo – a dispetto di tutti i suoi problemi – continua ad espandersi.

Mentre Marx non può sfuggire dall’essere implicato in alcuni dei peggiori crimini del secolo scorso, è però anche vero che egli illumina alcuni dei nostri dilemmi attuali. Sperber non trova nulla di notevole nel celebre passaggio del Manifesto Comunista dove Marx ed Engels dichiaravano:

Tutto ciò che è solido si dissolve nell’aria, tutto ciò che è santo viene profanato e gli uomini sono spinti finalmente a guardare con sensi asciutti e assennati le reali condizioni delle loro vite e le loro relazioni con gli altri esseri umani.

 

L’idea che questa asserzione di «cambiamento incessante, caleidoscopico» anticipi le condizioni del capitalismo del tardo ventesimo secolo e del primo ventunesimo secolo, Sperber suggerisce, deriva da una traduzione errata dell’originale tedesco, il quale poteva essere reso più accuratamente come segue:

 

Tutto ciò che esiste in maniera sicura e tutti gli elementi della società degli ordini evaporano, ogni cosa sacra è sconsacrata, gli uomini sono finalmente spinti a guardare la loro posizione nella vita e le loro mutue relazioni con occhi asciutti.

 

Ma mentre la versione di Sperber è decisamente meno elegante (come egli ammette), posso vedere che non c’è una reale differenza nel significato tra le due. Comunque tradotto, il passaggio sottolinea il passaggio centrale del capitalismo – la sua tendenza inerente a rivoluzionare la società – che molti economisti e politici del tempo di Marx e successivi ignorarono o sottostimarono fortemente.

I programmi dei “conservatori del libero mercato”, che mirano a smantellare i freni regolatori sul funzionamento delle forze lavoratrici del mercato mentre conservano o restaurano modelli tradizionali della vita famigliare e dell’ordine sociale, dipendono dalla convinzione che l’impatto del mercato possa essere ristretto all’economia. Osservando che i liberi mercati distruggono e creano forme di vita sociale come creano e disfano prodotti e industrie, Marx dimostrò come questa congettura fosse parecchio erronea. Al contrario di quello che egli si aspettava, il nazionalismo e la religione non scomparvero e non ci fu segno del loro andare in questa direzione in un futuro prevedibile; ma nel momento in cui egli percepì come il capitalismo stesse minando la vita borghese, egli colse una verità fondamentale.

Ciò non vuole dire che Marx possa offrire un modo per uscire dalle nostre difficoltà economiche attuali. C’è molta più comprensione della tendenza del capitalismo a soffrire di crisi ricorrenti negli scritti di John Maynard o in un discepolo critico di Keynes come Hyman Minsky che in ogni altra cosa scrisse Marx. Nella sua distanza da ogni condizione esistente o realisticamente immaginabile di società, “l’idea comunista” che è stata resuscitata da pensatori come Alain Badiou e Slavoj Žižek fa il paio con le fantasie sul libero mercato che sono state fatte rivivere dalla destra. L’ideologia sostenuta dall’economista austriaco F.A. Hayek e dai suoi seguaci, in cui il capitalismo è il vincitore in una competizione per la sopravvivenza tra i sistemi economici, ha molto in comune con l’imitazione della versione di evoluzione propagandata da Herbert Spencer più di un secolo fa. Ripresentando errori emersi da tempo, queste teorie neomarxiste e neoliberali servono solo a illustrare il persistente potere delle idee che promisero una liberazione magica dal conflitto umano.

La rinnovata popolarità di Marx è un accidente della storia. Se la Prima Guerra Mondiale non fosse avvenuta e non avesse causato il collasso dello zarismo, se i Bianchi avessero prevalso nella Guerra Civile Russa come Lenin a volte temette accadesse e il leader bolscevico non fosse stato in grado di impadronirsi e di mantenere il potere, o se uno degli innumerevoli eventi non fossero accaduti come accaddero, Marx sarebbe ora un nome che la maggior parte della gente colta farebbe fatica a ricordare. Da come stanno le cose noi siamo lasciati con gli errori e con le vaghezze di Marx. Marx capì la vitalità anarchica del primo capitalismo e probabilmente meglio di chiunque altro. Ma la visione del futuro che egli aveva assorbito dal positivismo, e condivideva con l’altro profeta vittoriano che lo fronteggia nel cimitero di Highgate, in cui le società industriali sono su ciglio di una civilizzazione scientifica in cui le religioni e i conflitti del passato sarebbero scomparsi, è razionalmente senza fondamento – un mito che, come l’idea che Marx volesse dedicare la sua opera più importante a Darwin, è stato smontato molte volte ma che sembra essere inestirpabile.

Senza dubbio il credo che il genere umano sembri evolvere verso una condizione più armoniosa offre conforto a molti; ma saremmo meglio preparati ad avere a che fare con i nostri conflitti se mettessimo la visione della storia di Marx dietro di noi, insieme alla sua fede, tipica del diciannovesimo secolo, nella possibilità di una società differente da ogni altra che sia mai esistita.

 

JOHN GRAY è un filosofo e professore emerito di Pensiero Europeo alla London School of Economics. In Italia sono stati pubblicati i sui libri Liberalismo (Garzanti 1989), Alba bugiarda: il mito del capitalismo globale e il suo fallimento (Ponte alle Grazie 1998) e Cani di paglia (Ponte alle Grazie 2003).
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