Pietro Federici

Fiction – L’amore al tempo di internet

 

 

451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

  Domenica sera

Eccolo…

Lo vedo scendere con passo lento verso il mare dietro una coppia con due bimbi al seguito.

Stavo pensando ai fatti miei e lo vedo apparire nel mio campo visivo come se fosse un sogno. Indossa un paio di jeans, una maglia attillata celeste con le maniche lunghe e un paio di sandali ai piedi… il solito buon gusto.

Ci avviciniamo e fingo di non averlo visto, guardo a sinistra verso il mare poi alzo gli occhi a fare una panoramica sulle case come se fossi una turista. Con la coda dell’occhio vedo che sta guardando nella mia direzione e mi sento osservata.

Mentre mi raggiunge alla mia destra mi volto verso di lui come se avessi bisogno di farmi un bagno nel suo sguardo. Incrocio i suoi occhi fermi su di me.

Non saluto, come se non ne avessi la forza, lui nemmeno.

“Maleducato e stronzo” penso.

Eccolo è tornato…

«Hai visto chi è arrivato?»

Giulia mi accoglie con questa domanda, seduta sullo scalino vicino alla gelateria dove lavora. Non rispondo, mi siedo alla sua sinistra e affondo la testa fra le gambe formando una palla di carne e ossa.

«Non mi ha nemmeno salutato lo stronzo.»

Inizio la frase con un tono di voce offeso ma nel finale sembra rianimarsi come se una parte di me fosse contenta e pensasse “Cazzo è tornato!”.

«Potevi salutarlo tu» dicela Giuliacon una spruzzata di malizia.

«Per favore Giulia!» alzo il tono della voce come se il suo suggerimento mi offendesse a morte. «Ti ci metti pure tu» aggiungo amichevole.

«Scusa.»

Meno male che gli amici sono dalla nostra parte.

Rimaniamo in silenzio, lei finisce di fumare la sigaretta poi si alza.

«Il lavoro mi chiama, ci vediamo dopo» e spegnela Marlboronel grosso portacenere con la sabbia vicino alla porta di ingresso.

«Vai a fare un giro al molo?» chiede prima di rientrare.

«Mavvaffanculo Giulia.»

E questa volta alzo la testa e la guardo. La smorfia che le colora il viso mi ruba una sana risata, breve e intensa. Ride pure lei e sparisce dentro la gelateria.

Rimango seduta sullo scalino e mi accendo una sigaretta.

A cosa stavo pensando prima di trovarmelo di fronte?

Ah già… Ripensavo alla piccola discussione che avevo avuto con mia madre durante la cena. Regnava un dolce silenzio fino a quando lei non mi ha chiesto: «Non ti sembra di buttare i soldi vivendo in affitto?».

«No» rispondo sperando che lei non continui.

«Potresti fare un mutuo» invece continua.

«Per favore ma’, ne abbiamo parlato troppe volte di questo argomento e sai già come la penso.»

«Come vuoi.»

Non è stata una gran discussione, solo che mi ha lasciato l’amaro in bocca come se avessi mangiato un cioccolatino andato a male. Pensavo al motivo che spingeva mia madre a farmi incazzare. Pensavo a come riusciva nel suo scopo. Pensavo a come una domanda di mia madre potesse occupare i miei pensieri e alterare il mio stato d’animo. Come se i quattro anni di psicoterapia non fossero serviti a niente.

A questo stavo pensando prima di vederlo apparire nel mio campo visivo. Di colpo ho cancellato la scena con mia madre, le sue parole e il mio lieve turbamento. Mi è bastato rivederlo per annullare ogni mio pensiero. Beh, sarebbe meglio dire che lui è diventato il protagonista all’occhio della telecamera del mio cervello. Mentre salivo in paese continuavo a rivederlo mentre ci incrociavamo, il modo lento e regolare di camminare con quell’aria distaccata e presente allo stesso tempo, lo sguardo così fermo e penetrante. Continuavo a rivedere la scena come per timore che non fosse mai successo, come per convincermi che era lui e che era tornato in paese. Mi ero dimenticata di me stessa, della mia vita, dei miei casini e di tutto il resto.

“Vai a fare un giro al molo” ha detto Giulia con malizia provocatrice. Già…

Sarà là seduto da qualche parte rivolto verso il mare. Da solo. Guarda il mare, le barche ormeggiate alle boe dentro il porto che galleggiano, il paese illuminato e il panorama che si trova intorno. Ogni tanto fuma e sembra in pace con il mondo. Come se non desiderasse nient’altro. A pensarci mi fa quasi incazzare. Sul molo ci passa le giornate, dalla mattina fino a notte. Di giorno in costume e in compagnia dei suoi libri, di sera vestito e senza la compagnia di qualche lettura. Quando non è al molo lo si vede in giro per il paese, qualche volta a passeggio con amici del posto, ma non è uno che ama fare vita sociale, anzi. Molto spesso se ne sta per i fatti suoi. Mio cugino è la persona con cui sembra avere un rapporto di amicizia, forse perché anche lui è un tipo introverso e solitario.

Oggi è il 3 luglio e conoscendolo dovrebbe fare le ferie e fermarsi per due settimane. Abitudinario da fare venire la nausea. Penso che domani mattina lavoro e che potrebbe passare per un cappuccino. L’anno scorso passava tutte le mattine e dopo pranzo, prima di raggiungere il suo pezzo di molo preferito che sembra avere affittato in Comune…

«Ciao Marghe.»

La voce e la presenza di mio cugino mi riportano alla realtà, non l’ho nemmeno visto arrivare.

«Ciao Tom» saluto con un tono di voce che fatico a riconoscere.

«Da dove arrivi?» chiedo d’istinto come se avessi paura che potesse leggermi nel pensiero.

Ma che cazzo di domande è?

«Ero al molo con Alex.»

Ecco appunto.

«Ah, sì?»

«È arrivato stasera. È in ferie per due settimane e sembra molto contento di essere qui, tra l’altro non lo vedevo da marzo.»

Già, una toccata e fuga di giornata… mi ricordo bene. Era passato al bar per due caffè a distanza ravvicinata e lo avevo rivisto in giro al pomeriggio, prima di vederlo salire gli scalini della stazione verso sera.

Tom rimane in piedi come se volesse fare una pausa, senza aggiungere altro.

«Ti siedi o vuoi farmi venire il torcicollo?»

Meglio cambiare argomento.

«No, grazie, domani devo fare la mattina e sono stanco morto. Meglio se me ne vado a dormire.»

«Allora buonanotte e ci si vede domani.»

«A domani. Ciao Marghe» dice e si avvia su per il paese.

«Ciao Tom.»

Guardo la sua figura salire la strada fino a quando sparisce dal mio campo visivo.

Due settimane, penso. E fra quindici giorni toglierà le tende senza fare rumore, e come è arrivato se ne andrà. Chissà come sarò ridotta fra due settimane. So già che per questo tempo sarà il centro dei miei pensieri, della mia immaginazione, delle mie fantasie, senza che possa controllare questo strano meccanismo che scatta dentro di me quando Alex si aggira per il paese. Sono innamorata di lui, anche se non credo sia la parola giusta, è solo per rendere l’idea, da quando avevo quindici anni. Dall’estate dei quindici anni.

Diciamo che questo sentimento o ossessione ha avuto una pausa tra i diciannove e i ventisei, quando studiavo all’università e in estate lavoravo in un bar per guadagnarmi la pagnotta. È come ho scoperto poi di imparare il mestiere che faccio. In quel periodo ogni tanto si infilava nei miei pensieri, vuoi per volontà, vuoi perché qualche particolare me lo riportava alla mente. Ma la distanza e la mancanza fisica lo tenevano nascosto e inaccessibile.

Poi cinque anni fa per le vacanze di Natale ci siamo rivisti e mi è bastato posarmi nel suo sguardo per capire che per me non era cambiato niente. Come se questo sentimento non si fosse arreso al passare del tempo. Come se dentro di me ci fosse stata ancora una piccola fiamma accesa che aveva bisogno di essere rianimata per diventare il solito fuoco.

Giulia fa un’altra piccola pausa, visto che me la trovo in piedi sull’ingresso.

«Non ti sei mossa?» chiede stupita.

Infatti, quando mi ero seduta c’era ancora luce, mentre adesso si è fatto buio. A essere sincera ho anche un discreto mal di culo che avverto solo ora. La vita continuava mentre ero persa nei miei pensieri.

«No» dico come se fosse normale starsene due ore seduta su uno scalino.

Lei si siede e accende una Marlboro, tirando con gusto le prime due boccate.

Giulia è l’unica persona a essere a conoscenza di quello che provo per Alex. Diciamo che lei è l’unica persona amica di cui mi fido ciecamente. Ci siamo conosciute quando sono tornata a vivere in paese dopo l’università. Lei si era trasferita un anno prima da Milano. In seguito mi ha raccontato di essere venuta a Vernazza da piccola con i genitori per tipo sei estati, che le piaceva molto il paese. Poi era tornata per due vacanze estive mentre ero via e di aver capito che questo era il posto dove le sarebbe piaciuto vivere. Poi da cosa nasce cosa e si è trasferita. Ci siamo piaciute al volo, abbiamo fatto conoscenza e siamo diventate amiche. Niente di straordinario ma, come si dice, chi trova un amico trova un tesoro; anche se non mi piacciono molto i detti popolari, in questo caso credo che funzioni così.

«Quando chiudo facciamo un giro o hai intenzione di ritirarti prima?» chiede.

«Facciamo un giro, ma non posso fare tardi domani lavoro la mattina.»

«E io che volevo tirare fino all’alba…» sorride divertita.

Due turisti americani si fermano davanti alla gelateria e dopo aver deciso di concedersi un gelato varcano la soglia.

«Il lavoro mi chiama» spegne la sigaretta e li segue.

Guardo le persone che passeggiano per il paese e decido di fare due passi. Lentamente dopo aver praticato dei leggeri stiramenti ed essermi massaggiata il culo comincio a salire il corso che attraversa Vernazza. Conosco questo posto come le mie tasche e ancora rimango stupita se guardo le file di case colorate che costeggiano la via, i tavolini di bar e ristoranti che ospitano i clienti, la montagna che scende a picco sul paese, i panni stesi ad asciugare fuori dalle finestre e sento questo profumo che non si può descrivere e che allo stesso tempo è inconfondibile. Raggiungola Fontana Vecchia, dove termina il centro abitato e comincia il parcheggio e inizia la strada che porta lontano da qui. Guardo la stretta e ripida strada che svolta a sinistra e porta al cimitero e comincio a salire come se volessi allontanarmi dai rumori e dalla gente per stare da sola. La salita è faticosa, ma mi piace questo alzarmi al di sopra delle case e questo silenzio che mi avvolge se non fosse per il canto sfrenato delle cicale. Dopo un lungo rettilineo c’è una curva a gomito che svolta a destra e a sinistra si rimane sopra il paese dove c’è il Comune. Mi riposo per prendere fiato. Da qua si vedono i tetti delle case e le luci del paese che si tuffano in mare. Quando riprendo a respirare regolarmente comincio a scendere gli scalini dei carruggi che scendono tra le case e portano in piazza. Mi piacerebbe condividere tutto questo con Alex, vedere le stesse cose, sentire lo stesso profumo, scendere gli stessi scalini e fermarsi a scoprire angoli nascosti.

«Hai intenzione di lasciarci la tua forma su questo scalino?» dicela Giulia. Nonmi ero neanche accorta che aveva spento le luci della gelateria e che stava chiudendo il grosso portone verde.

«Beh, prima ho fatto un giro.»

«A proposito, ho proprio voglia di fare due passi.»

Da noi è molto comune fare continue passeggiate per il paese da mattina a sera. Visto dall’alto è un continuo su e giù come fossimo delle formiche al lavoro. Mi alzo e scendiamo verso il mare. Di notte il paese sembra una bomboniera gigante e la luce fioca dei lampioni sembra volerlo tenere nella penombra. Un paesaggio che non stanca come se fosse il tuo quadro preferito. Appena prima di arrivare nella piazza circondata dai tavolini dei ristoranti, incrociamo due turiste americane che parlano tra di loro a voce alta, come se fossero a dieci metri di distanza. Sono ubriache e una di loro tiene una bottiglia nella mano destra come fosse un trofeo.

«Andiamo fino al molo?» chiedela Giulia. Nonriesco a vedere se nella sua voce c’è traccia di malizia comunque non dico niente e la seguo. Chi tace acconsente. Personalmente chi tace sta zitto, come diceva Troisi. Percorriamo la passeggiata che porta al molo. Sulla sinistra è costeggiata dalle case, un muro colorato interrotto da porte e finestre e sulla destra la spiaggia e il piccolo porto protetto dal molo come fosse un grande braccio. Un gruppo di ragazzi fanno grappolo davanti alla gelateria chiusa e sembrano allegri e divertiti come se domani fosse un giorno di festa. Ci salutiamo a vicenda. In paese ci si saluta sempre, anche se ti incontri venti volte al giorno. Appena prima di scendere gli scalini che portano sotto un terrazzo da dove si sbuca sul molo, guardo sulla mia destra e intravedo un’ombra seduta. Potrei giurare che è Alex.

Giulia, che ha notato dove stavo guardando (non si è mai abbastanza furbi o astuti per ingannare chi ti conosce bene), si volta verso di me come se dovessi commentare.

«Che c’è?» chiedo come se cadessi dalle nuvole.

«Niente…» ma sono sicura che sta ridendo sotto i baffi.

Avanziamo lentamente sul molo con la mia amica sulla destra verso il mare. Quando siamo a una distanza tale da poter essere messe a fuoco, Alex si volta verso di noi. Bene, ora dovrebbe cambiare panorama, invece rimane su di noi, anzi su di me. E anche io non riesco a spostare lo sguardo, come se fossi rapita e tenuta prigioniera.

«Ciao» dice, quando gli passo davanti, con voce amichevole e un sorriso nello sguardo.

«Ciao» rispondo con un tono troppo… femminile.

Giulia non ha partecipato al saluto e si è quasi allontanata come se non volesse interferire. Poi dopo una decina di metri mi taglia la strada e si siede sul grosso scalino che costeggia la spalliera. Mi siedo pure io.

«Hai visto come ti ha guardato?» chiede con troppo entusiasmo.

«Ma se guardavi il mare?»

Rispondere con una domanda è un vecchio e sporco trucco per non affrontare l’argomento.

«Intuito femminile. E poi quel ciao suonava di… simpatia.»

«Hai finito?»

«Sto solo dicendo quello che mi è parso di intuire. E non fare la finta tonta con me.»

«Mi stai dicendo che forse è l’estate buona che si dà una mossa?»

«Lo spero per te. Anche perché la testa a questo toro prima o poi bisognerà tagliarla.»

«Grazie ma non voglio illudermi.»

«Non voglio illudermi… non voglio illudermi» ripete come se fosse il ritornello di una canzone. «Il fatto di ammetterlo è già un passo avanti.»

«Già mi chiedo quando la smetterò.»

«Al cuore non si comanda.»

Intanto raccoglie il pacchetto di sigarette che tiene nella piccola sacca ricamata da chissà quale indiano, e mi offre da fumare.

Alex poco dopo si alza e passando all’estremità del molo torna lentamente verso il paese. Penso che si sia stancato e che magari ha avuto una giornata pesante e che ha solo voglia di raggiungere casa e andarsene a dormire. Immagino di accompagnarlo per il corso, salire le scale del suo carruggio fino alla porta di casa di sua nonna e dargli la buonanotte.

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