Radio3suCarta. Wikiradio. La strage al teatro Drubovka di Mosca

Marcello Flores racconta la strage al teatro Dubrovka di Mosca

Wikiradio costruisce giorno per giorno una sorta di almanacco di argomenti significativi e utili da sapere per orientarsi nella nostra modernità. Ogni puntata racconta un evento accaduto proprio nel giorno in cui va in onda, intrecciando il passato con il presente, la memoria storica con ciò che oggi essa significa per noi.

Dalla storia all’economia, dal cinema alla scienza, la letteratura, il teatro, le arti visive, la musica, i grandi momenti che hanno segnato un punto di svolta raccontati da esperti, studiosi, critici, con spezzoni di repertorio, sequenze cinematografiche, brani musicali, in un articolato mosaico che vuole restituire agli ascoltatori tutti i significati possibili di un avvenimento.

 

In questo numero ‘451’ propone la Puntata di Wikiradio del 26 ottobre 2011.

È l’alba del 26 ottobre quando in un teatro di Mosca le forze speciali del Ministero dell’Interno pongono fine, in modo tragico e drammatico, a uno degli episodi di terrorismo che da due giorni e mezzo sconvolgeva il mondo intero. È passato quasi un anno dall’11 settembre, e quindi il terrorismo è un fenomeno a cui tutti fanno attenzione, di cui tutti tengono conto, e che minaccia l’equilibrio mondiale. Questa volta èla Russiaa essere il centro di un attacco terroristico.

Che cosa succede quella mattina? Le forze speciali devono liberare circa 800/900 persone: gli spettatori che due sere prima stavano assistendo a uno spettacolo e che sono stati sequestrasti da una cinquantina/sessantina di terroristi ceceni. Quello che i giornalisti, presenti lì fuori, vedono immediatamente è che, quando il blitz delle forze di polizia termina, non c’è praticamente nessuno colpito da armi da fuoco. Tutti gli uccisi e i primi morti che vengono portati all’esterno e messi in fila fuori dal teatro sono i corpi dei terroristi, tutti estremamente pallidi, bianchi. Si intuisce e si capisce presto, e ben presto sarà anche detto ufficialmente, che sono morti perché le forze di polizia hanno utilizzato un gas particolare, di cui non vengono date ulteriori specificazioni; questo gas ha permesso di porre fine – sembra, all’inizio, in modo incruento o poco cruento, se non per i terroristi – a questa azione. Ben presto però, nella stessa giornata, nelle ore successive, viene fuori la drammatica verità: circa una quarantina sono i corpi dei ribelli che vengono uccisi, ma oltre a questi ci sono anche cento ostaggi (129 è il numero che viene dato, e molti parleranno poi di almeno 200) colpiti da questo gas utilizzato per mettere fuori gioco i terroristi.[private]

Rai GR1.
Sembra essersi concluso con la liberazione degli ostaggi il drammatico sequestro attuato nel teatro Dubrovka di Mosca da terroristi ceceni. Ma colleghiamoci subito con il nostro inviato Marcello Ugolini. Buongiorno Marcello, qual è la situazione?

Marcello Ugolini.
Buongiorno a tutti. Io ti confermo che il teatro è sotto il controllo delle teste di cuoio della Brigata Alfa e la gran parte degli ostaggi è stata liberata. Tutto è cominciato alle 5:40, le 3:40 in Italia, quando si sono sentite esplosioni e raffiche di mitra; i ribelli avevano sparato contro due uomini, anzi quattro: due sono stati uccisi e due sono stati feriti perché avevano tentato la fuga, ad altri otto ostaggi invece la fuga è riuscita. A quel punto è scattata l’azione delle teste di cuoio: è stata fulminea. I militari ceceni sono stati colti di sorpresa e, secondo fonti mediche, ne sono stati uccisi dieci, tra i quali il capo Movsar Baraev. All’interno del teatro sono stati trovati i venti corpi degli ostaggi uccisi in precedenza. Il bilancio esatto di questa tragedia lo sapremo più tardi, con il passare delle ore e specialmente quando saranno identificate queste venti salme. Molti autobus sono arrivati al teatro per portare via gli ex ostaggi, a questo punto, e si sa anche che sono state disinnescate molte bombe all’interno del teatro.

 Le polemiche, ovviamente, scoppiano immediatamente. Polemiche sulle responsabilità. La responsabilità prima, ovviamente, è quella dei gruppi terroristici ceceni che hanno preso in ostaggio un numero così elevato (quasi mille) di civili, fra cui donne, vecchi e qualche bambino. Solo pochi di questi sono riusciti a fuggire, alcuni sono stati liberati anche precedentemente, nei giorni delle trattative. Ma è tragico il risultato, di cui il presidente Putin si assumerà l’intera responsabilità, non solo raccontando di essere stato lui a dare l’ordine, quella mattina all’alba, di intervenire, ma dicendo anche: «Noi in questo modo abbiamo salvato centinaia e centinaia di persone». Dimenticando, se non scusandosi, in modo un po’ frettoloso, che tra gli ostaggi c’erano circa 130 persone morte per aver respirato il gas.

Rai GR1.
A Mosca si fa sempre più pesante il bilancio dell’assalto delle forze speciali russe al teatro Dubrovka. Oltre ai cinquanta terroristi ceceni, sono già novanta gli ostaggi deceduti, ma si teme che il conto possa aggravarsi, in quanto negli ospedali vi sarebbero almeno venti persone in gravissime condizioni. Da Mosca, il nostro inviato Marcello Ugolini.

Marcello Ugolini.
Il Ministero dell’Interno di Mosca ha confermato che gli ostaggi liberati sono 750, quelli rimasti uccisi all’interno del teatro 77, altri 13 sono poi morti in ospedale a causa del gas paralizzante che devono aver respirato in grossa quantità.
Per quello che riguarda il numero dei terroristi uccisi, la stessa fonte afferma che sono 42, mentre altri dicono che sono 50. Tra i ribelli uccisi 18 erano le donne, tra le quali la moglie di Šamil Basayev, che ha guidato il gruppo delle kamikaze. Basayev è stato uno dei capi storici della guerra russo-cecena, ucciso anche lui in battaglia come Arbi Baraev, zio del capo di tutto il commando Movsar, morto nell’attacco della notte scorsa. Le teste di cuoio russe, prima di fare irruzione nel teatro, come detto, hanno usato un gas paralizzante ammesso dalla convenzione di Ginevra, così almeno hanno dichiarato le unità governative russe.
È stato evitato un massacro di proporzioni enormi, e resta il dolore dei parenti che hanno perso i loro cari, uccisi dai terroristi e dal gas paralizzante, e l’angoscia di chi non ha avuto ancora il permesso di vedere i propri familiari ricoverati in ospedale.

Com’è iniziata questa crisi degli ostaggi al teatro Dubrovka di Mosca, che per tre giorni ha tenuto tutto il mondo con il fiato sospeso? La sera del 23 ottobre, durante uno spettacolo teatrale che da giorni dava il tutto esaurito e che quindi vede anche quella sera il teatro pieno, c’è un assalto improvviso di una cinquantina di terroristi ceceni. Molti di loro sono donne, che, oltre a essere velate, sono imbottite di esplosivo. Sono pronte a farsi esplodere. Si crea immediatamente una situazione di panico all’interno del teatro. Qualcuno riesce a fuggire, mentre i terroristi obbligano tutti a sedersi, a stendersi sotto le sedie, a non muoversi, e inizia una fase di convulsa trattativa cui prenderanno parte alcune delle figure più importanti del governo russo, del mondo politico russo. Già il giorno dopo Grigorij Javlinskij, uno dei grandi consiglieri di Gorbačëv, partecipa ai negoziati; lo stesso Gorbačëv sembra che possa intervenire. C’è anche il giovane governatore di una delle regioni più ricche e dinamiche della Russia, Boris Nemcov, che partecipa. Con la libertà concessa inizialmente a una quarantina di ostaggi, quelli che sembrano più malati, di salute cagionevole, con problemi, sembra inizialmente che si possa giungere a un risultato positivo del negoziato. Il giorno dopo, un altro numero rilevante: circa 75 ostaggi vengono liberati, sono prevalentemente stranieri. C’è la speranza che si possa arrivare a una soluzione quando alcuni cittadini dell’Azerbaigian vengono rilasciati e, in questo modo, una cinquantina degli ostaggi possono essere considerati liberi. Poi, improvvisamente, la mattina del 26 ottobre si verifica la scelta e la decisione dell’assalto con un gas che porrà interrogativi enormi anche alle forze mediche, soprattutto a quelle responsabili della task force che negli ospedali si occupano degli ostaggi che devono essere curati, ma soprattutto di coloro che arrivano senza speranza, moribondi o già morti. È un gas che nessuno conosce esattamente. Le autorità russe si rifiutano esplicitamente, trincerandosi dietro il segreto militare, di spiegare che tipo di gas è, e quindi i medici non possono individuare nessun antidoto per riuscire a salvare almeno quelli che sono ancora in vita. La fine terribile, con un numero così elevato di vittime, di un atto terroristico così grandioso da un punto di vista quantitativo riporta comunque all’attenzione di tutto il mondo la questione della Cecenia, che già da anni costituisce una spina nel fianco nella vita della Russia post comunista.
Il rapporto della Cecenia conla Russiaha una storia lontanissima, che risale a Pietro il Grande, lo zar che ha dato inizio all’espansione della Russia verso il Caucaso, e poi continua con Caterina di Russia, che ha inglobato nell’Impero zarista tutto il Caucaso settentrionale, i cui territori più importanti sono Cecenia e Daghestan. C’è sempre stato un continuo tentativo da parte dei ceceni di ribellarsi: il più importante si verificò in una grande battaglia nel 1859; poi ci furono dei tentativi da parte dei ceceni di ottenere l’indipendenza durantela Rivoluzione Russanel 1917, e in quell’occasione l’indipendenza fu ottenuta, ma già l’anno dopo, nel 1918, venne nuovamente meno perchéla Ceceniarientrò a far parte del territorio che di lì a poco diverrà l’Unione Sovietica.
Nella metà degli anni Trenta, nell’anno in cui Stalin varò la nuova costituzione, nacquela Repubblica Autonomadella Cecenia Inguscezia. Una repubblica autonoma salita agli onori delle cronache segrete perché di tutto questo si saprà qualcosa solo molto più tardi, nel corso della guerra, perché i ceceni, nella stragrande maggioranza, durante la guerra vennero deportati verso gli Urali e in Kazakistan, perché ritenuti infidi, e un possibile e potenziale nemico. Fu solo dopo la condanna del regime staliniano da parte di Chrušcëv nel 1957 che i deportati ceceni poterono tornare nuovamente nella loro repubblica.
Con la fine del Comunismo, nel 1991, anchela Cecenia, sull’onda di quello che hanno fatto e stanno facendo la maggior parte delle repubbliche che appartenevano all’Unione Sovietica, decise di dichiararsi indipendente. Il primo leader della Cecenia indipendente fu Dudaief, un ex generale dell’aeronautica sovietica, che iniziò una ribellione aperta divenuta più forte nel1994. Aquesto puntola Russiadi Eltsin decise di intervenire con la forza in quella che viene chiamata la prima guerra cecena, in cui si verificò un bombardamento terribile, specialmente sulla capitale della Cecenia, Groznyj. La città fu rasa al suolo: fu un bombardamento più massiccio di quelli che ebbero luogo a Dresda e a Tokyo nella seconda guerra mondiale, e solo dopo una fase di morti, uccisioni e scontri si arrivò a una tregua che per il momento pose fine alla guerriglia e diede spazio a negoziati diplomatici. Perla Russiafu il generale Lebed a parteciparvi; è stato poi questo generale, estromesso senza alcun motivo da Eltsin, a dare inizio a una nuova fase di guerra.
Intanto, a seguito di un primo compromesso, nel 1997 Aslan Maskhadov è diventato il presidente della Cecenia con elezioni libere:la Ceceniaera indipendente ma rimaneva all’interno della Federazione Russa, e dunque ha continuato a lottare per la propria indipendenza anche con forme di terrorismo che hanno iniziato a colpire obiettivi civili nella Russia e a Mosca.
Solo nel 1999 però ci si è cominciati a porre l’interrogativo se siano stati davvero i terroristi ceceni gli autori di questi atti terroristici, nel momento in cui sono stati fatti esplodere dei palazzoni alla periferia di Mosca che hanno ucciso decine di persone; sulla base di questi attentati, che molti osservatori hanno poi ritenuto essere opera del governo e delle forze di polizia, è iniziata la seconda guerra cecena, nell’autunno del 1999. La capitale Groznyj era di nuovo circondata, 250.000 i profughi che dovevano scappare, mentre continuava una battaglia casa per casa che è durata fino a tutto il 2000. C’è stata un’enorme mobilitazione contro la guerra in Cecenia a partire dalla Russia stessa. In quel momento la voce più forte che si è proclamata contraria al proseguimento della guerra e che ha condannato le gravi violazioni dei diritti umani portate avanti dall’esercito e dalla polizia russa nel corso dell’occupazione della Cecenia è stata Elena Bonner, la vedova di Sakharov, il premio Nobel per la Pace, il grande dissidente che aveva accompagnato la fine dell’Unione Sovietica e la riconquista della democrazia; questi, nel ricevere nel 2000 il premio Hannah Arendt, ha ricordato che il più grande disastro e vergogna della nuova Russia sono state le due guerre cecene e il genocidio de facto del popolo ceceno: è stata un’accusa a Eltsin, e successivamente al suo successore Putin, senza mezzi termini. Sarà su questo conflitto che riprenderà, nel corso del nuovo secolo e del nuovo millennio, quella lotta nella quale i ceceni sono pronti a usare anche il terrorismo, come si è visto nell’assalto e nell’attacco al teatro Dubrovka.
L’assalto contro i terroristi che hanno invaso e sequestrato gli spettatori del teatro Dubrovka di Mosca, conclusosi con l’uccisione di quasi tutti i terroristi, una cinquantina, e di un numero di ostaggi che si può valutare tra i 140 e i 200, secondo le fonti più diverse, naturalmente non può terminare con la fine del blitz poliziesco. Le polemiche sull’operato della polizia continueranno per giorni, per mesi e addirittura per anni, grazie all’associazione delle vittime dei familiari uccisi, che condurrà una battaglia non ancora conclusa per ottenere dei risarcimenti per l’operato della polizia. Gli osservatori che sono rimasti fuori dal teatro (i giornalisti, i diplomatici) raccontano come le versioni ufficiali non reggano: si parla di mezz’ora – un’ora di sparatoria tra le forze di polizia e i terroristi, quando invece si è visto che solo uno o due dei terroristi sono stati uccisi con armi da fuoco, mentre tutti gli altri sono morti per via del gas.
Cosa succede in questa fase polemica? Naturalmente c’è da parte di giornalisti coraggiosi della Russia il tentativo di fare un’investigazione autonoma cercando di scoprire che cosa sia veramente successo. La protagonista di questa investigazione è una giornalista che diventerà tristemente famosa in tutto il mondo qualche anno dopo: nell’ottobre del 2006 verrà uccisa, probabilmente per via del suo interessamento e della denuncia di tutto quello che le forze militari e le forze di polizia russe hanno fatto negli ultimi cinque-sei anni in Cecenia.

Anna Politkovskaya per ‘Novaja Gazeta’.
Durante la seconda guerra cecena alcuni ufficiali hanno salvato diversi civili. Persone come queste esistono. Insieme all’ex presidente dell’Inguscezia, Ruslan Aushev, ho tentato di istituire un riconoscimento ufficiale per consegnarlo a uno di questi ufficiali proclamandolo eroe di Russia. Il dipartimento dell’amministrazione presidenziale preposto a vagliare questo tipo di istanze ha risposto ufficialmente che non sono previste onorificenze per chi salva la vita a qualcuno, ma solo per chi uccide. È giunto il momento di battersi per la giustizia. Solo così chi è al potere si accorgerà che esisti. Non basta lamentarsi del governo. È ora di opporre resistenza. È ora di chiedergli ciò che serve alla società.
E la domanda che bisogna porsi è: che cosa è cambiato dopo che ho scritto quell’articolo pagandone le conseguenze? In qualche misura la società ne ha tratto giovamento?

Anna Politkovskaya scopre che all’interno del teatro tra il gruppo dei terroristi c’era anche un “agente provocatore”, come si dice normalmente, Khanpash Terkibaev, che lavorava per le forze di polizia di Putin. Anna Politkovskaya addirittura è riuscita a intervistarlo e a parlarci; ha pubblicato questa intervista in cui gran parte delle risposte sono delle non risposte o solamente delle affermazioni rispetto alle ipotesi che vengono fatte dalla stessa Politkovskaya. Evidentemente dietro all’atto più grave di terrorismo che ha colpitola Russia nel 2002 c’è stato anche lo zampino delle forze di polizia; quindi diventano più forti le accuse che questo zampino fosse già presente nelle esplosioni dei palazzi di Mosca: la scusa e l’occasione per iniziare la seconda guerra cecena. Le vicende di questo agente provocatore continueranno perché sono legate anche a un altro personaggio che è diventato successivamente famoso in Europa: Litvinenko. Litvinenko è l’altro agente che dà informazioni nel 2003 proprio su Terkibaev e successivamente ucciso a Londra; costituisce un altro dei misteri della repressione, in questo caso all’estero, della polizia di Putin. Naturalmente, all’interno e attorno a questa grave denuncia si scatena l’attacco alla giornalista Anna Politkovskaya che per due o tre anni è continuamente oggetto di minacce. La più importante si verifica due anni dopo, quando c’è un altro grave attentato terroristico alla scuola di Beslan: si cerca di avvelenarla mentre è diretta proprio lì per cercare di favorire una mediazione con i terroristi e, successivamente, il 7 ottobre del 2006la Politkovskayaviene uccisa.

La giornalista Anna Politkovskaya è stata uccisa ieri a Mosca. Il suo corpo è stato trovato da una vicina di casa nell’ascensore del palazzo dove abitava. Sulla sua morte è stata aperta un’inchiesta per omicidio premeditato. La Politkovskaya era una delle voci del dissenso più forti nei confronti della politica del presidente Putin. La sua attenzione verso la questione cecena l’aveva portata più volte nella tormentata repubblica del Caucaso per raccontare una guerra cruenta ormai dimenticata dall’Occidente. Il giornale Radio Rai l’aveva intervistata nel marzo 2005 per la rubrica Voci dal mondo in occasione dell’uccisione del presidente ceceno Auslan Maskhadov.

L’intervista è di Virginia Della Pietra.
Anna Politkovskaya: Maskhadov era un presidente eletto, voglio sottolinearlo subito, e quando nel 1999 le truppe federali di Mosca entrarono in Cecenia Maskhadov si rivolse subito al Cremlino chiedendo un incontro e un negoziato per fermare il massacro e lo spargimento di sangue. Purtroppo nessun negoziato ha fermato la guerra. Sono morte migliaia di persone e Maskhadov è rimasto in Cecenia guidando la resistenza armata, in questo senso ha portato a termine il suo compito fino alla fine proprio perché aveva giurato da presidente.

 Virginia Della Pietra: E Putin l’ha delusa?
 Anna Politkovskaya: Lei intende se mi ha delusa l’8 marzo, giorno dell’uccisione di Maskhadov? Le posso rispondere che mi ha deluso ben prima di quella data. Mi delude ogni giorno di questa guerra che si trascina e va avanti, e le vittime di questa guerra non sono solo oggetto della mia personale delusione nei confronti di Putin ma rappresentano la prova che siamo di fronte a un delitto contro il suo stesso popolo.

Il fatto che a due anni di distanza circa, nel settembre del 2004, una nuova offensiva terroristica abbia avuto luogo nella scuola di Beslan e che finisca anch’essa in un grande massacro (186 bambini dei circa mille che sono stati presi in ostaggio moriranno per l’intervento delle forze speciali russe e oltre 700 verranno feriti) dimostrano quanto da una parte la questione della Cecenia non si possa risolvere con la diplomazia (e quindi lo stato russo cerca e vuole risolvere solo con la forza), dall’altra però, dietro a questi attentati o al modo in cui poi le forze dell’ordine risolvono e intervengono c’è qualcosa di particolarmente oscuro che ancora non si riesce a sapere. Uno dei più grandi poeti russi viventi, Evgenij Evtušenko, proprio all’indomani dell’attacco alla scuola di Beslan, scriverà una poesia la cui ultima strofa dice:

E il passato, guardandoci, trema

e il futuro, promessa innocente, tra i cespugli si sottrae al presente che gli spara alla schiena.

È un giudizio terribile, con cui un poeta come Evtušenko riassume il dramma che sta vivendola Russiadi Putin.

MARCELLO FLORES insegna Storia Contemporanea e Storia Comparata alla facoltà di Lettere dell’Università di Siena, dove dirige anche il Master in Human Rights and Humanitarian Action. È stato direttore della rivista ‘I viaggi di Erodoto’ e collabora con la rivista ‘Il Mulino’. Fa parte del comitato scientifico per la pubblicazione dei documenti diplomatici italiani sull’Armenia. Fra le sue più recenti pubblicazioni: Il secolo-mondo. Identità e globalismo nel XX secolo (Il Mulino, 2002), 1917 (Einaudi, 2007), Il genocidio degli Armeni (Il Mulino, 2007), Storia dei diritti umani (Il Mulino, 2007), La fine del comunismo (Bruno Mondadori, 2011).

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