Andrea Segrè

451 parole: felicità

Siamo sempre più poveri, dunque dovremmo essere anche più felici. O, per dir meglio, la povertà non incide sulla nostra felicità. È questo il cosiddetto “paradosso della felicità” scoperto dall’economista Richard Easterlin, nel 1974. Nel corso della vita la felicità delle persone dipende assai poco dalle variazioni di reddito e dalla ricchezza.

Allora, paradossalmente appunto, dovremmo essere quasi contenti quando leggiamo i dati – drammatici – nel rapporto dell’Istat Reddito e condizioni di vita nel biennio 2009-20101: in Italia un residente su quattro (24,5%) è a «rischio povertà» o «esclusione sociale», molto peggio che in Francia (19,7%) e in Germania (19,3%) tanto per fare un confronto con altri Paesi europei. Nel nostro Paese il 16% delle famiglie ha dichiarato di arrivare con molta difficoltà alla fine del mese, l’8,9% si è trovato in arretrato con il pagamento delle bollette, l’11,2% con l’affitto o il mutuo, l’11,2% non ha potuto riscaldare adeguatamente la casa. Dunque: felici perché poveri o poveri e felici? Dilemmi dei nostri tempi di crisi.

In realtà, la felicità nelle scienze economiche è stata riscoperta da poco. Il marginalismo di fine Ottocento l’aveva soppressa, anche se il tema veniva trattato fin dai tempi di Aristotele: «È chiaro che non è la ricchezza il bene da noi cercato: essa infatti ha valore solo in quanto “utile”, cioè in funzione di qualcos’altro»2. Molti studi dimostrano – in effetti – che la life satisfaction è debolmente correlata con il reddito. Su di essa pesano inoltre altre variabili: il confronto con gli altri, la natura e la qualità di esperienze passate, ad esempio3. Quando aumenta il reddito, e quindi – come si sarebbe portati a pensare – il benessere economico, la felicità umana aumenta fino a un certo punto, poi comincia a diminuire seguendo una curva a U rovesciata. Insieme al reddito aumentano le aspettative.

Gli individui desiderano sempre nuovi beni, non si accontentano. La felicità diventa dunque una gara fra reddito corrente e consumo atteso, ma il primo è sempre in ritardo rispetto al secondo. Oppure, quando gli individui guardano il consumo degli altri, la gara diventa relativa e non contro se stessi. Ma il risultato è uguale. Maggiore il reddito, minore la felicità: ecco l’economia dell’infelicità. Ovvero il consumismo che associa la felicità non tanto alla soddisfazione dei bisogni, quanto alla costante crescita della quantità e dell’intensità dei desideri. Il che implica a sua volta il rapido utilizzo e la veloce sostituzione degli oggetti con cui si pensa o si spera di soddisfare quei desideri. Il consumismo abbina l’insaziabilità dei bisogni all’impulso e all’imperativo di «guardare costantemente alle merci per soddisfarli»4. E così nuovi bisogni richiedono nuove merci. Nuove merci richiedono altri bisogni e desideri. Il consumismo inaugura l’era dell’usa e getta, dell’obsolescenza programmata e di quella percepita dei beni offerti sul mercato. E mostra nel contempo la spettacolare ascesa dell’industria dello smaltimento dei rifiuti: l’incontenibile economia marrone.

Pare che ogni tedesco possieda qualcosa come diecimila oggetti diversi5. Degli italiani non si sa, ma saremo molto vicini a quel numero probabilmente. Poiché le imprese producono sempre nuovi oggetti, è evidente che la macchina – l’economia di mercato nella metafora dell’economista Joseph Schumpeter – raggiunge il suo scopo solo se le persone, non solo i tedeschi naturalmente, continuano a comperare.

Dopo la caduta del muro di Berlino la grande macchina ha iniziato a correre anche nel Secondo Mondo, avendo già colonizzato il Terzo e il Quarto. L’espansione globale del capitalismo sembrava, a questo punto, inarrestabile grazie all’apertura dei nuovi mercati, assai vogliosi di crescere come il Primo Mondo, i Paesi sviluppati, industrializzati, ricchi, come vengono (venivano) comunemente definiti.

Sembrava. Invece è successo qualcosa che non ha funzionato: l’economia ha rallentato la crescita, e in alcuni casi è entrata in recessione con un effetto domino determinato dallo stesso processo di globalizzazione. Qualche ingranaggio della macchina deve essersi inceppato. O meglio è la macchina stessa che non funziona più. Da tempo in realtà, anche se gli effetti si vedono (sentono) adesso.

La crescita economica misurata dall’andamento del Pil è aumentata parallelamente al processo di indebitamento (pubblico, privato, delle imprese). Crescita e debito sono aumentati parallelamente e della stessa entità, anzi il debito è superiore al Pil in molti Paesi. La macchina corre a vuoto: la crescita – che qualcuno chiama benessere – è stata costruita facendosela prestare. Non è nostra, dunque. Del resto l’indebitamento è la base dell’economia di mercato, il capitalismo è costruito sull’indebitamento: lo stato, un imprenditore si fa prestare denaro da una banca e produce qualcosa di utile per i consumatori creando un plusvalore ovvero crescita, benessere. È necessario però continuare a comprare perché il circolo si mantenga. Altrimenti il debito non si ripaga, e invece aumenta considerando, anzi componendo, anche gli interessi. Ma come si fa a continuare a comprare sempre? E senza sosta per di più. Quanti devo essere numericamente gli oggetti che riempiono la nostra vita e le nostre case? Diecimila come i tedeschi? Come riusciremo a usare tutto quello che abbiamo?

Da tempo nei Paesi cosiddetti ricchi il “tasso di felicità” sociale non cresce più. Aveva smesso di farlo già negli anni Settanta, quando c’erano sei o settemila cose da comprare. Figuriamoci adesso, con la crisi economica in atto, per di più.

Non sorprende che nelle elaborazioni più recenti sulla felicità – «la nuova scienza del benessere»6, «la sorprendente economia del nostro bene di maggior valore»7 il rapporto con il denaro sia negativo. «Il denaro fa la felicità?» si domanda l’economista Leonardo Becchetti8. «Il denaro non fa la felicità, figurarsi la miseria!» risponde Woody Allen. Del resto, secondo un altro regista, Mimmo Calopresti, «la felicità non costa niente». Eppure la categoria di “ricchi scontenti” è in crescita. «Sei così ricco, perché non sei felice?» chiede l’economista-barone lord Richard Layard, definendo però l’uomo ricco così: «Dicesi ricco l’uomo che, all’anno, guadagna 100 dollari in più del marito della sorella di sua moglie». Secondo Layard la felicità cresce all’aumentare del reddito solo fino a una certa soglia, che coincide con il punto di soddisfacimento dei bisogni di sopravvivenza essenziali o naturali. Al di sopra di tale soglia la correlazione fra ricchezza e felicità scompare. Ulteriori incrementi di reddito non fanno salire il livello di felicità9. La società dei consumatori cresce rigogliosa finché riesce a rendere perpetua la non-soddisfazione dei suoi membri, e dunque la loro infelicità10.

Del resto, nell’ultimo mezzo secolo, mentre la ricchezza dei Paesi occidentali fino a un certo punto ha continuato a crescere – anzi, si sono diffuse vere e proprie malattie sociali come ansia e depressione –, la famiglia è entrata in crisi e sono drasticamente diminuite la fiducia negli altri e la fedeltà ai valori comunitari. Negli ultimi anni nei Paesi cosiddetti ricchi è aumentata la schiera dei frustrated achievers: arricchiti scontenti, appunto. Cioè l’effetto positivo del reddito personale sulla felicità individuale è via via decrescente.

Lo studio del rapporto tra economia e felicità si basa sulla vistosa distorsione che affligge le economie contemporanee e che consiste in un eccesso di risorse destinate a generi di comfort – che si accompagnano troppo spesso a un atteggiamento passivo nel consumatore – a scapito di una più adeguata destinazione di risorse a fonti di stimolo e di felicità. Lo psicologo Daniel Kahneman11, nobel per l’Economia, ha dimostrato che uno studio più attento delle emozioni, degli affetti, delle sensazioni e, in generale, delle esperienze soggettive è indispensabile per fornire una base più seria e costruttiva a considerazioni legate al benessere e alla felicità: solo in questo modo si possono superare le insufficienze mostrate dagli strumenti e dalle misurazioni a disposizione della teoria economica, che troppo spesso ha evitato di misurare direttamente il benessere a causa della natura privata dell’esperienza.

Intanto dovremmo tentare di monitorare lo sviluppo della felicità dei nostri Paesi con la stessa attenzione con cui teniamo sotto controllo la crescita del Pil. Che poi non è l’indicatore adatto, anzi è fuorviante perché misura solo la ricchezza materiale, l’accumulazione di beni. Dunque, alla lunga l’infelicità. Il reddito non riesce a cogliere molte delle dimensioni importanti che contribuiscono alla felicità collettiva, come ad esempio il bilancio del tempo o le valutazioni affettive delle esperienze. Gli sviluppi più recenti in tema di economia e felicità hanno messo in evidenza l’importanza di distinguere tra l’uso dei beni e il coinvolgimento nelle relazioni umane. Si tratta di distinguere tra felicità come sentimento e felicità come autenticità. Importante il secondo, soprattutto se intendiamo la felicità come la capacità di mantenere il controllo sulle fonti della cosiddetta “felicità”, edonistica e consumistica. Essere autenticamente felici non vuol dire privarsi di beni e consumi, ma avere la capacità di mettere in sintonia i comportamenti con i nostri valori interni e i nostri desideri12. Il benessere e la felicità sono inseparabili dal ben fare. E, a pensarci bene, la radice di felicità deriva da abbondanza, ricchezza, prosperità. Che è la stessa di fertilità: fecondo, abbondante.La Terra dunque rende felici, e anche la sua economia.

I tentativi fatti finora allora dall’economia e dalla psicologia accendono una nuova luce “per contare ciò che conta”. Del resto Albert Einstein diceva, non a caso, che «le cose che contano non si possono contare». Aumentare semplicemente le opportunità per le persone non le farà necessariamente stare meglio. Ma per accendere la luce bisogna riprendere una sapienza interdisciplinare, in cui la visione economicistica dell’effetto del reddito sulla felicità individuale viene integrata dal confronto fra reddito del singolo e reddito del gruppo di riferimento (elemento sociologico) e dal rapporto fra realizzazioni economiche e aspettative (elemento psicologico). In altre parole allora l’interazione tra economia e psicologia getta oggi una nuova luce sull’importanza e sui limiti del ragionamento economico, centrato sull’uomo superazionale o “sciocco razionale” – li definisce proprio così il nobel per l’Economia Amartya Sen13 – e consente di comprenderne nuove potenzialità e applicazioni allo studio del benessere e della felicità degli individui. Solo mettendo insieme queste prospettive saremo in grado di far nascere una nuova scienza sociale integrata, capace di sviluppare una vita centrata sul valore della persona nella sua interezza14. Soddisfatti o almeno dedotti, i bisogni di base: arrivare a fine mese, pagare le bollette, riscaldare la casa. Capire, finalmente, che molte delle “cose” che l’economia produce e che la pubblicità induce (a comperare-consumare) hanno un’utilità nulla. Così, l’economia che si fonda sull’utilità finisce. Ed è da questa fine che dobbiamo ricominciare: dall’essenzialità (nel senso letterale) della felicità.

1. Istat, Reddito e condizioni di vita nel biennio 2009-2010, Roma 2011.
2. Aristotele, Etica a Nicomaco (libro I).
3. Daniel Kahneman, Economia della felicità, Milano, Il Sole 24 Ore, 2007, p. 100.
4. Don Slater, Consumer Culture and Modernity,Cambridge, Polity, 1997, p. 100.
5. Wolfgang Uchatius, La fine del capitalismo, in ‘Internazionale929’, 13 dicembre 2011, pp. 43-47.
6. Richard Layard, Felicità. La nuova scienza del benessere comune, Milano, Rizzoli, 2005.
7. Nick Powdthavee, The Happiness Equation. The Surprising Economics of Our Most Valuable Asset,London, Icon Books, 2011, pp. 249.
8. Leonardo Becchetti, Il denaro fa la felicità?, Bari-Roma, Laterza, 2007, p. 133.
9. Richard Layard, Felicità. La nuova scienza del benessere comune, Milano, Rizzoli, 2005, p. 57.
10. Zygmunt Bauman, Consumo, dunque sono, Roma-Bari, Laterza, 2010, p. 59.
11. Daniel Kahneman, op. cit.
12. Morgan Phillips, Emotional well-being, in Arran Stibbe (ed.), The Handbook of sustainability literacy, Foxhole, Green Books, 2010, pp. 171-177.
13. Amartya Sen, Sciocchi razionali: una critica dei fondamenti comportamentistici della teoria economica, in Idem, Scelta, benessere, equità, Bologna, Il Mulino, 1986, pp. 147-178 (ed. orig. 1977).
14. Leonardo Becchetti, op. cit., p. 133.

 

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna. 

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