Paola Villano

Appunti sul pregiudizio

SOCIOLOGIA. Slogan e manifestazioni contro il razzismo sono veramente “sincere”? Quanto invece il razzismo è insito nell’uomo e perché? La diffidenza verso il “diverso” (di qualunque diversità si parli) spiegata dal punto di vista antropologico e psicologico, con proposte di cambiamento reale.

Il 14 luglio di quest’anno a Parigi, prima dei fuochi d’artificio per la festa della Repubblica francese, sono comparsi due grandi manifesti che riportavano lo slogan “Touche pas à mon pote” (“Giù le mani dal mio amico”), in difesa dei migranti e di chiunque sia diverso dalla maggioranza, quello che in sintesi chiamiamo “l’Altro”, in modo che l’occasione diventasse una sorta di grande festa del “siamo tutti uguali”, con tanto di buone intenzioni e forse anche di retorica. È una formula, questa, che fa intravedere quanto una società perfetta, cioè la nostra, vorrebbe la fine della dicotomia “Noi/Loro” e delle difficoltà conseguenti; un mito della “benign bigotry”, delle società multietniche contemporanee – americana e non –1, che nasconde, dietro il “sono tutti uguali” e dietro un’apparente manifestazione di trattamento egalitario per tutti, una forma invisibile di pregiudizio e un inespugnabile muro ideologico di esclusione sociale.

Si tratta di uno dei sei miti culturali, il primo, che Kristin Andersen ben descrive nel suo ultimo libro Benign Bigotry: The Psychology of Subtle Prejudice. La psicologa americana sostiene che il mito dell’altro, del “sono tutti uguali”, riflette la nostra generale incapacità a individuare e a distinguere le caratteristiche dei gruppi ai quali non apparteniamo. Un processo psicologico che viene chiamato “effetto dell’omogeneità” e che si può applicare a qualsiasi categoria etnica, nazionale o religiosa.

A questo proposito, il giorno dopo la manifestazione parigina, il filosofo del razzismo Pierre André Taguieff è intervenuto con la provocazione «l’antirazzismo, una macchina per fabbricare esclusione?»2, sostenendo lo svuotamento del termine razzismo in quanto verrebbe applicato a sproposito a ogni tipo di discriminazione (omofobica, di genere, etnica) diventando così una formula magica per scongiurare il Male.

Ma la questione va ben al di là della semplificazione o dell’apparente uso “banale” dei termini. Forse occorre innanzitutto distinguere questi termini, spesso usati come sinonimi: talvolta si parla di razzismo, di stereotipi, di pregiudizi, senza sapere il significato preciso che sta dietro a ognuno di essi e i processi psicologici che li caratterizzano. La confusione fra parole è spesso pericolosa, oltre che un errore. Generalizzare non sempre produce gli effetti desiderati: nel considerare “razzismo” ogni forma di eterofobia e di inimicizia competitiva si rischia di annullare la forza di rifiuto e di sdegno che una comprensione corretta del concetto e delle pratiche che implica evoca in chi si confronta con esso.

“Pregiudizio” è una parola che ricorre molto spesso nei discorsi quotidiani, ma anche “stereotipo” e “razzismo” sono termini di uso comune. Che differenza c’è fra questi termini? Si può cominciare col dire che i concetti di “stereotipo” e “pregiudizio” non sono la stessa cosa, ma sono strettamente collegati: lo stereotipo è infatti il nucleo cognitivo del pregiudizio. Quest’ultimo viene generalmente inteso, come ci ricordano gli psicologi sociali, come un atteggiamento negativo nei confronti di un altro gruppo o dei suoi membri, e si basa solitamente su uno stereotipo negativo, ovvero sulle credenze associate a un determinato gruppo sociale, con attributi per lo più negativi3.

Anche prendere in considerazione come le manifestazioni e le espressioni di discriminazione e razzismo siano cambiate nei periodi storici può aiutare a essere più precisi. Dopo la seconda guerra mondiale, dopo l’esperienza del nazismo, molte cose sono cambiate. Martin Barker, nel suo libro intitolato The New Racism, nel 1981 denunciava i cambiamenti di espressione del razzismo, come ci mostrano le numerosissime ricerche in ambito psicosociale sulle sue nuove forme. Già all’inizio degli anni Settanta, infatti, gli psicologi sociali americani dichiararono che il razzismo nei confronti degli afroamericani era cambiato. Esso appariva meno aperto e ostile, apparentemente privo di ogni idea di supremazia. Per usare un termine in voga oggi, si potrebbe parlare di espressioni di razzismo “politicamente corrette”.

Numerose ricerche in quest’ambito hanno effettivamente focalizzato l’attenzione sulle forme più indirette di pregiudizio e discriminazione, forme che sono state riscontrate principalmente negli Stati Uniti, ma anche in molte nazioni europee. Varie le definizioni che sono state date: pregiudizio latente, razzismo aversivo, razzismo simbolico, razzismo moderno e riluttante. Al di là della proliferazione linguistica e della sovrapposizione sostanziale di molti termini, l’elemento comune di tutte queste etichette è che esse denotano espressioni latenti e nascoste del pregiudizio e del razzismo, espressioni che paradossalmente sostengono l’egualitarismo e che contrastano con le forme più classiche e obsolete di pregiudizio, cioè quelle manifestamente più dirette e ostili nei confronti di bersagli sociali. Miti che contraddistinguono le società multietniche contemporanee e che si caratterizzano non tanto nel generale “sono contro il razzismo” o “rifiuto il razzismo”, ma nelle barriere indirette che esistono e si creano nelle società, ad esempio per ostacolare le politiche di uguaglianza, per mantenere la stratificazione sociale4 o per difendere i propri valori culturali.

In particolare, il cambiamento maggiore si è avuto nel rifiuto dell’unità biologica della specie umana. La varietà e la specificità di ogni esperienza annullano le generalizzazioni di cui spesso le scienze sociali si sono servite per parlare di temi quali l’immigrazione, i pregiudizi o i razzismi. Oggi esistono identità plurali, che conferiscono alle persone una pluralità di riferimenti, e questo è un aspetto particolarmente innovativo delle relazioni etniche sul quale occorre centrare l’attenzione.

Discutere sui concetti è utile, ma lo è ancora di più, secondo Stephen Reicher5, comprendere la natura dei fenomeni, perché le persone parlano, agiscono, partecipano alla vita collettiva, condividono esperienze significative, e tutto ciò non può essere ricostruito in laboratorio. Occorre intrecciare i livelli di analisi e le metodologie di indagine, tenendo però presente che alcuni fenomeni, come i conflitti sociali e le differenze culturali, possiamo coglierli considerando principalmente il valore unico della realtà e dei contesti di vita, senza pretendere di ridurli a sistemi rigidi e predeterminati.

Quindi sembrerebbe che la necessità di discutere di razzismo sia superata, tramontata. In realtà, non è questo il problema, o almeno non lo è più: tutti siamo contrari al razzismo. Oggi rimane irrisolta la spinosa questione se veramente vi sia uguaglianza (di opportunità) per tutti, e questo tema porta a guardare oltre, a parlare di culture – rigorosamente al plurale –, alle inevitabili differenze, ai confini scivolosi ma anche alla ricchezza psicologica che questo comporta. Le culture sono senza indugio plurali, anche nell’esperienza quotidiana che ne facciamo, e l’impatto con le differenze è una realtà inevitabile: le persone nascono, crescono e vivono all’interno di specifiche comunità, le quali trasmettono strumenti conoscitivi e pratici di interpretazione del mondo. In quello che chiamiamo “cultura” sono compresi i nostri comportamenti, le espressioni della nostra appartenenza, ma anche i significati condivisi del mondo in cui si vive: un processo interattivo in cui vengono considerate sia le pratiche culturali, sia la loro interpretazione. La cultura è quindi un processo e in tal senso possiede l’idea intrinseca di progresso, di dinamicità, di non fissità6.

Riflettere sulle diversità è un’operazione che ci porta inevitabilmente a mettere in gioco la “nostra” cultura, spesso respingendo fuori, ovvero nella natura, come sosteneva Claude Lévi-Strauss, tutto ciò che non rientra e non si conforma alle nostre regole e ai costumi di vita. Ma c’è anche un altro problema insito in questa riflessione: la diversità fra le culture ci obbliga a chiederci se essa sia un vantaggio oppure un grave inconveniente, perché il termine “cultura” può essere ambiguo, se considerato in termini di valori. In alcuni contesti esso può avere valenza positiva, in altri meno, ad esempio quando opponiamo al termine “cultura” quello di “natura”. Ciò accade quando istintivamente, per difendere la nostra cultura, rifiutiamo «di ammettere il fatto stesso della diversità culturale; si preferisce respingere fuori dalla cultura, nella natura, tutto ciò che non si conforma alle norme sotto le quali si vive»7. In tal modo natura diviene sinonimo di artificiale e innaturale.

Gli studi psicosociali ci mostrano come spesso siano i gruppi minoritari a essere associati al concetto di natura opposto a quello di cultura, ovvero considerandoli fuori dai confini della civilizzazione. È un atteggiamento atavico, che spesso riappare in ognuno di noi, e che consiste semplicemente nel ripudiare altre forme culturali che sono più lontane da quelle con cui ci identifichiamo. «Il disgusto» dell’altro, lo chiama Martha Nussbaum, come quello che si prova di fronte a un odore nauseante, e che dimostra un forte atteggiamento di repulsione anche solo di fronte ad abitudini e modi di pensare un po’ lontani da noi.

Ma “separazione” fra noi e loro significa non solo “differenza” (“loro” hanno una cultura, “noi” abbiamo la nostra), ma anche guardare all’altra cultura come straniera, e quindi per forza diversa e lontana, mentre la nostra ci è familiare e quindi più “giusta”. Le culture diventano perciò uno spartiacque che divide i gruppi e il confronto assume il significato di una minaccia per l’identità e una causa quasi inevitabile di conflitti. L’altro viene stereotipato come radicalmente diverso; diviene impossibile vivere “con” lui.

Un esempio chiaro di questi fenomeni ce lo fornisce lo studio del linguaggio, che evidenzia l’uso che possiamo fare delle parole per distanziare noi e loro.

Nell’ambito delle riflessioni sulla costruzione discorsiva dell’ideologia razzista, Teun A. van Dijk8 sottolinea come essa venga concretamente espressa nel discorso attraverso strutture precise, sia a livello esplicito, sia in modo indiretto, implicito, nascosto (per esempio nel chiamare qualcuno “combattente per la libertà” o “terrorista”); oppure, come abbiamo argomentato in una ricerca di qualche anno fa sulla stampa italiana volta a cogliere il cambiamento della rappresentazione degli “arabi” dopo gli eventi dell’11 settembre 2001, non appare ininfluente l’obliqua – probabilmente involontaria e tuttavia ricorrente – associazione per semplificazione dell’“immigrato” all’“arabo”, per cui accade che le due parole finiscano per condividere, oltre che la comparsa nelle stesse sfere semantiche, anche lo stesso alone emozionale.

Abbiamo così ragione di credere che l’ideologia possa mostrarsi praticamente in tutte le strutture del testo o della conversazione. Secondo van Dijk (2004), di fatto, le ideologie tipicamente organizzano le persone e la società secondo termini polarizzati. L’appartenenza di gruppo, prima di tutto, ha a che fare con chi appartiene o no a noi, al nostro gruppo, e come distinguiamo noi stessi dagli altri mediante le nostre azioni, gli scopi e le norme. La nostra posizione rispetto agli altri è fondamentalmente sociale, ovvero se siamo in una posizione dominante o dominata e se siamo marginalizzati o meno.

In generale, la strategia del discorso ideologico si può riassumere secondo i seguenti quattro principi: a) enfatizzare le nostre azioni positive; b) enfatizzare le loro azioni negative; c) de-enfatizzare i nostri comportamenti negativi; d) de-enfatizzare i loro comportamenti positivi. Queste quattro possibilità formano un quadro ideologico che si può applicare all’analisi di tutti i livelli delle strutture di discorso. Quanto al suo contenuto, esso può applicarsi all’analisi semantica e lessicale e l’uso delle coppie opposte “enfatizzare” e “de-enfatizzare” apre a molte forme di variazione strutturale. Possiamo parlare a lungo o brevemente circa le nostre azioni buone o cattive, in maniera esplicita o implicita, con iperbole ed eufemismi. Possiamo utilizzare tecniche di quantificazione (cioè dare l’idea che vi siano per esempio onde migratorie vastissime, piuttosto che usare percentuali sul totale della popolazione, oppure utilizzare termini vaghi e indeterminati come “molti” ecc.), analogie (parlare dell’immigrazione usando la metafora dell’invasione), ambiguità (riferirsi a un gruppo come “il problema”) e citazioni scorrette.

Altre forme discorsive che le ricerche9 mostrano come maggiormente utilizzate sono la presentazione di eventi estremi delle minoranze (per esempio dando un’infinità di dettagli) per giustificare le accuse rivolte loro dalla maggioranza; oppure presentare le minoranze come prive di valori universali o considerare i loro comportamenti come devianti dalla “vera cultura”, ovviamente quella maggioritaria. Il meccanismo che si mette in moto è quindi quello dell’esclusione progressiva delle persone non appartenenti al nostro gruppo dai confini di ciò che chiamiamo “civiltà”, al fine di marginalizzarle, delegittimarle e infine de-umanizzarle10.

 

Di fronte a tutto questo possiamo comunque intravedere delle vie di uscita. Non delle soluzioni certe, assenti in questo campo, ma possiamo pensare ad alcune riflessioni e azioni volte a un possibile cambiamento. La prima ce la presenta Martha Nussbaum nel suo ultimo libro, Non per profitto, un elogio della cultura umanistica, spesso dimenticata dalle democrazie e dalla formazione dei giovani, sostiene l’autrice. La cultura umanistica getta le basi e fornisce gli strumenti per «pensare criticamente, trascendere i localismi, affrontare i problemi mondiali come “cittadini del mondo”, raffigurarsi e riconoscere simpateticamente la categoria dell’altro»11. Per contrastare i pregiudizi, che portano a volte al “disgusto” delle altre persone, dice semprela Nussbaum, occorrerebbe insegnare cose autentiche sui gruppi diversi (sulle minoranze etniche, religiose, di genere, e così via), promuovendo contemporaneamente il pensiero critico e incoraggiare nelle giovani generazioni la responsabilità. Ecco, possiamo allora pensare alla cultura come a una possibile soluzione alle disuguaglianze. Ma non è l’unica, ovviamente. Accanto a ciò, la psicologia sociale ci insegna che le persone vivono a stretto contatto con altre culture e tradizioni e ridefiniscono continuamente la loro identità attraverso l’identificazione con varie collettività o comunità.

Proprio questo costituisce il punto nodale. In altre parole, sia il concetto di cultura sia quello di identità sono “aperti”, vitali, nel senso che si rivitalizzano proprio attraverso lo scambio con altre tradizioni e forme culturali. Stuart Hall12 sostiene che il pericolo maggiore oggi sta proprio nell’aumento delle forme di identità culturale e nazionale che cercano di difendersi con la chiusura e rifiutando di affrontare le inevitabili difficoltà che nascono quando si cerca di vivere con le differenze. Questi argomenti vengono riferiti alla tendenza della “cultura dominante” – spesso bianca –, la quale si è arroccata su posizioni di egemonia rispetto alle altre culture minoritarie. Nel senso comune ciò significa concretamente che il nostro modello sociale, politico, culturale è ritenuto il migliore che esista. «Troppo spesso ci fermiamo ad osservare i fenomeni o le persone come se si trattasse di fotografie e non di film. Li osserviamo con gli occhiali che indossiamo al momento del primo impatto […] e continuiamo a farlo con gli stessi occhiali, attraverso le stesse lenti, che con il passare del tempo diventano sempre più distorcenti. Le nostre categorie interpretative rimangono prigioniere di una immagine che corrisponde sempre meno alla realtà e così finiamo per dare nomi vecchi a una realtà completamente nuova, condannandoci a non capirla»13.

E, allora, di fronte a una realtà molteplice, spesso caratterizzata da legami sociali e comunitari fragili, la soluzione non è nella pur comprensibile costruzione di muri e confini – fisici, mentali e psicologici –, ma in un incrocio di orizzonti, nel quale lo scambio interculturale destabilizza ogni gerarchia che definisce cos’è centrale e cosa marginale e forse contribuisce all’idea di culture come spazi di scambio e risorse vitali per agire. Una possibile soluzione, che potrebbe risultare una valida alternativa alla chiusura (marginalità), spesso la sola alternativa alle nostre paure, reali o immaginarie, potrebbe puntare a una pluralizzazione di prospettive critiche e modi di vita differenti. Per costruire un mondo decente dobbiamo preoccuparci di comprendere la vita delle persone che vivono al di là dei nostri confini. E ancora, occorre sviluppare la capacità di autoesaminarsi, di interrogarsi e di pensare alla maniera socratica, una nuova modalità di stare insieme, che implica una ricombinazione delle forme culturali in nuove forme e nuove pratiche. È quello che può accadere a un giovane cittadino straniero oggi in Italia, che non è più lo stesso del primo giorno di immigrazione, e che a partire da due culture – una italiana e una di provenienza – ne costruisce una terza, ricombinando il vecchio e il nuovo.

Insomma, una delle competenze fondamentali alla quale dovremmo educare è l’empatia, ovvero la capacità di assumere la prospettiva altrui e comprenderne gli stati d’animo. È proprio questo uno degli strumenti che la psicologia ha a disposizione per superare anche i nostri preconcetti e i confini, mentali e non, che troppo spesso ostacolano le nostre vedute. Capire l’altro, e soprattutto incoraggiare le persone ad assumere la prospettiva di una persona appartenente a un gruppo discriminato, può essere una strategia efficace non solo per instaurare e mantenere relazioni sociali positive, ma anche per rispondere in maniera adeguata alle sue richieste e ai suoi bisogni.

1. Kristin J. Anderson, Benign Bigotry. The psychology of subtle prejudice,Cambridge, Cambridge University Press, 2010.
2.www.atlantico.fr, sito di informazione francese sui temi del razzismo.
3. Alberto Voci e Lisa Pagotto, Il pregiudizio. Che cosa è, come si riduce, Bari, Laterza, 2010.
4. Michael O. Emerson e George Yancey, Trascending racial barriers: Toward a Mutual Obligations Approach,Oxford, Oxford University Press, 2011.
5. Si veda Stephen Reicher, From perception to mibilisation: Shifting the paradigm of prejudice, manoscritto non pubblicato.
6. Paola Villano e Bruno Riccio, Culture e mediazioni, Bologna, Il Mulino, 2008.
7. Claude Lévi-Strauss, Razza e storia e altri studi di antropologia, Torino, Einaudi, 1967.
8. Teun A. van Dijk, Ideologie. La costruzione sociale del pregiudizio, Roma, Carocci, 2004.
9. Idem, Discourse and Power. Contributions to Critical Discourse Studies, Houndsmills, Palgrave Macmillian, 2008.
10. Daniel Bar-Tal, Causes and consequences of delegitimization: Models of conflict and ethnocentrism, in ‘Journal of Social Issues’, 46 (1), pp. 65-81.
11. Martha C. Nussbaum, Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, Bologna, Il Mulino, 2011, p. 26.
12. Stuart Hall, Culture, Community, Nation, ‘Cultural Studies’, 1993, 7(3), pp. 349-363.
13. Stefano Allievi, Islam italiano, Torino, Einaudi, 2003.

Paola Villano è professore associato di Psicologia Sociale presso la Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Bologna. Fra le sue recenti pubblicazioni: Pregiudizi e stereotipi (Carocci, nuova edizione in corso di stampa), Parlare di Ogm in Italia (con B. Zani, Clueb, 2011), Discorso e terrorismo: la rappresentazione degli arabi nella stampa italiana e internazionale dopo l’11 settembre 2001, con S. Passini e D. Morselli, sulla rivista edita da Il Mulino ‘Psicologia sociale’ (2010).

 

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