Ronald Dworkin

Le imbarazzanti decisioni della Corte Suprema

da ''The New York Review of Books''
Giustizia americana: 5 giudici conservatori della Corte Suprema statunitense hanno adottato da tempo un atteggiamento arbitrario nei confronti della Costituzione, leggendola e interpretandola (a volte forzatamente) dal loro punto di vista. Questo ha portato a varare provvedimenti circa finanziamenti a scuole religiose, scatenando polemiche come quella di Ronald Dworkin in questo articolo.

1.

Cinque giudici conservatori oggi dominano la nostra Corte Suprema (Supreme Court of the United States; è utilizzato talvolta l’acronimo Scotus): il presidente John G. Roberts e i giudici Anthony Kennedy, Antonin Scalia, Clarence Thomas e Samuel Alito. Essi continuano a riesaminare la nostra storica Costituzione e due casi recenti mostrano che le argomentazioni da loro offerte continuano a essere sbagliate in modo imbarazzante. Un caso riguarda i contributi alle scuole religiose, l’altro il finanziamento pubblico per le spese elettorali. Descriverò i due casi sostenendo le critiche che sono state avanzate, ma sarà bene rilevare, prima di tutto, perché i giudici hanno dovuto ricorrere ad argomenti di qualità tanto mediocre.

Non possiamo accusare questi magistrati di ignorare il significato puro e semplice della Costituzione. Ritenere, come fa la maggior parte della popolazione, che i giudici della Corte Suprema possano decidere sui casi di costituzionalità semplicemente consultando il testo di questo documento e rispettando le intenzioni degli autori che l’hanno redatto nel XVIII e nel XIX secolo, senza affidarsi al proprio senso della giustizia, è semplicistico e sbagliato. Molte delle più importanti clausole costituzionali, come, ad esempio, la promessa contenuta nel Primo Emendamento di “libertà di parola”, la garanzia del libero esercizio della religione e la proibizione di qualsiasi religione di stato, sono formulate in un linguaggio astratto; i giudici della Corte devono interpretare tali clausole cercando di individuare principi di moralità politica in grado di spiegare e giustificare il testo e l’applicazione che ne è stata data in passato. Inevitabilmente essi non si troveranno d’accordo sui principi che meglio possono soddisfare questa operazione e, altrettanto inevitabilmente, saranno influenzati, nel formulare questo giudizio, dalla propria opinione su ciò che una buona costituzione dovrebbe offrire.

Ciò non significa però che i giudici della Corte siano liberi di interpretare le astratte clausole della Costituzione in modo che corrispondano alle loro personali convinzioni politiche, qualunque ne sia l’orientamento. È essenziale, per il ruolo che la legge deve avere, che i giudici accettino le limitazioni ma anche le responsabilità della giurisprudenza del principio. Essi devono basarsi soltanto su principi che essi, in tutta onestà, ritengano tali da poter fornire una convincente giustificazione delle nostre reali tradizioni costituzionali. Devono stabilire i principi sui quali basano le loro opinioni in maniera trasparente e applicare coerentemente tali principi in tutti i casi che vengono loro sottoposti. Non devono arbitrariamente escogitare eccezioni, quando questi principi portano a risultati che essi non trovano congeniali al loro pensiero. Se i giudici della Corte non accettano queste limitazioni, sono semplicemente uomini politici non eletti.

Un giudice della Corte Suprema potrebbe credere, per convinzione personale, che un governo corretto, moralmente responsabile, contribuirà a finanziare e a sostenere in vari modi l’educazione, la formazione e la pratica della religione. Questo giudice potrebbe anche ritenere che, per la prosperità e la felicità della nazione, siano migliori le iniziative politiche del Partito Repubblicano e che i presidenti repubblicani, consigliati da senatori repubblicani, siano più propensi a nominare futuri giudici della Corte Suprema che opereranno bene al servizio del paese. Non si tratta di opinioni scandalose: sono condivise da molti milioni di persone rispettabili, ma ovviamente non è possibile immaginare che costituiscano una guida adatta per l’interpretazione e l’applicazione della Costituzione. In base a ogni interpretazione degna di fiducia, questo documento separa nettamente chiesa e stato ed è neutrale su qualsiasi scelta politica che comporti lo schierarsi su un fronte o su un altro. Per cui se un giudice ha intenzione di avvantaggiare le sue preferenze politiche per mezzo delle sue decisioni, deve trovare argomentazioni che mascherino le sue reali convinzioni invece di palesarle. È probabile che i ragionamenti per farlo risulteranno artificiosi e dunque non buoni.

È questo un resoconto veritiero del programma dei cinque giudici conservatori della Corte Suprema? Negli ultimi anni essi hanno revocato una lunga serie di recenti e importanti decisioni prese in precedenza dalla stessa Corte e hanno rovesciato numerose tradizioni interpretative della Costituzione che erano acquisite da tempo. Hanno recisamente proibito anche scelte politiche sensibili in termini di integrazione razziale e di istruzione, sostenuto il finanziamento statale della religione e progressivamente ridotto l’applicabilità del diritto all’aborto. Questi giudici hanno anche cambiato il sistema elettorale vigente negli Usa per rendere più probabile l’elezione di candidati repubblicani, ad esempio garantendo alle grandi imprese il diritto costituzionale di spendere quanto vogliono, nelle campagne elettorali, per screditare i candidati a esse non graditi. Come ho sostenuto sulle pagine della ‘New York Review’, queste varie decisioni non possono essere giustificate da alcun insieme di principi che si possono ricavare da un qualsiasi resoconto, purché appena decoroso, della storia passata della nostra Costituzione1.

Esaminiamo ora qualcuno dei ragionamenti che costoro ci propongono.

2.

Consideriamo la decisione della Corte Suprema espressa il 4 aprile 2011 nella vertenza tra l’Arizona Christian School Tuition Organization e Winn et al. Lo stato dell’Arizona consente ai contribuenti di detrarre, dalle tasse dovute sui loro guadagni, le somme che versano a titolo di contributo alle organizzazioni per l’istruzione scolastica (STO, acronimo per School Tuition Organizations) cui poi compete l’assegnazione dei fondi a scuole private a loro discrezione. Le scuole che usano test sulla religione per l’ammissione o l’assegnazione di borse di studio possono essere scelte e buona parte del denaro dato a queste organizzazioni finisce effettivamente proprio a queste scuole. Un gruppo di contribuenti dell’Arizona ha contestato questa detrazione dalle tasse, sostenendo che viola il Primo Emendamento, nel quale si proibisce agli stati di dare posizione di privilegio a qualunque religione. La Corte d’Appello federale competente (detta “Corte del Nono Circuito” [Ninth Circuit Court of Appeals]: valuta i ricorsi di quindici Corti Distrettuali, tra le quali quella dell’Arizona) ha approvato questa contestazione, ma la Corte Suprema, con una maggioranza di 5 voti contro 4, ha rovesciato tale decisione. La Corte non ha affermato che la scelta dell’Arizona è costituzionale, ma ha invece deciso che i privati cittadini non hanno il diritto (il “titolo”) di contestare la sua costituzionalità.

La distinzione tra queste due affermazioni (se un atto del governo è incostituzionale e se qualche persona o un gruppo di persone abbia legalmente il titolo per denunciarne l’incostituzionalità) può apparire una pedanteria, ma è parte integrante del nostro modo di gestire le questioni costituzionali. La Costituzione garantisce infatti che le corti federali, compresa la Corte Suprema, hanno competenza per decidere soltanto su autentiche “cause o controversie” e, secondo l’interpretazione datane dalla Corte, questo requisito significa che soltanto alle persone che sono, in qualche modo, state danneggiate da un atto del Governo, è permesso contestare la costituzionalità dell’atto stesso. Questo principio, in generale, è ragionevole. È probabile che parti contendenti aventi specifici interessi nei temi in gioco siano, nel presentare argomentazioni basate sulla Costituzione, più corrette ed efficaci di coloro che hanno soltanto un interesse accademico, mentre la procedura opposta, che consente a chiunque ritenga una legge anticostituzionale di intentare una causa, potrebbe inondare le Corti con tantissime cause.

Quando potrebbe accadere che un cittadino sia davvero danneggiato da un atto presumibilmente incostituzionale? Io, cittadino bianco, sono danneggiato se il mio stato usa il denaro incassato con le tasse, comprese le tasse da me pagate, per fornire sussidi a scuole private per soli bianchi? Molto tempo fa la Corte Suprema diceva di no: anche se un atto è incostituzionale, il danno economico che subisce un contribuente qualunque, soltanto perché, mettendolo in pratica, si è usato il denaro delle “sue” tasse, è irrisorio, troppo piccolo per prenderlo in considerazione. Gli scolari neri hanno titolo per far causa alle scuole “bianche” sostenute dallo stato perché lo svantaggio li danneggia in modo specifico: a essi viene negata, diversamente da quanto accade per i contribuenti bianchi, la tutela che la Costituzione garantisce a tutti i cittadini. Io però non posso intentare una tale causa, perché non sono stato danneggiato direttamente. I giudici di destra della Corte Suprema si sono riferiti a questo principio nella causa dell’Arizona Christian: poiché ogni contribuente può ottenere un tax credit per qualsiasi contributo dato a qualunque STO da lui scelta, essi sostenevano, nessun contribuente subisce uno specifico danno, e dunque nessuno ha titolo per intentare una causa.

Per vari decenni la Corte aveva tuttavia riconosciuto un’importante eccezione a questo principio generale. Nel 1968, nella causa Flast contro Cohen, la Corte aveva deciso, con l’opposizione di un solo membro, che il principio non è applicabile in alcuni casi, come quello dell’Arizona Christian, basati sulla clausola dell’establishment, in cui si afferma che il Congresso non può «fare alcuna legge relativa al “riconoscimento” di qualsiasi religione»2. Nota come l’“eccezione Flast”, questa decisione della Corte è indubbiamente logica. Gli altri diritti stabiliti nel Bill of Rights (i primi dieci emendamenti della Costituzione degli Usa), tra i quali la clausola sul “libero esercizio della religione” del Primo Emendamento, sono previsti per proteggere i cittadini da qualsiasi danno individuale. Se il Governo proibisce una particolare pratica religiosa (ad esempio, l’uso del peyote nelle cerimonie religiose), alcuni cittadini sono specificamente danneggiati e soltanto a essi dovrebbe essere permesso di intentare una causa contro questo divieto. Ma la clausola sull’establishment, e unicamente questa, è differente. Ha come scopo di proteggere tutti i cittadini, proprio in quanto cittadini, da ogni forma di religione di stato. In molti casi di questo tipo, compreso quello dell’Arizona Christian, il requisito di dimostrare il danneggiamento specifico verrebbe a significare che nessuno ha titolo per far causa contro una pur evidente violazione della clausola sul “riconoscimento”.

La revoca dell’eccezione Flast dovrebbe perciò piacere ai sostenitori del conservatorismo sociale, interessati ad aumentare le sovvenzioni statali alle scuole religiose. I cinque giudici conservatori della Corte Suprema hanno compiuto un passo decisivo in questa direzione con la causa Hein del 2007, nella quale un gruppo di contribuenti aveva chiamato in causa il presidente George W. Bush per il finanziamento di “iniziative basate sulla fede religiosa”. Due di questi giudici, Scalia e Thomas, hanno dichiarato che l’eccezione Flast doveva essere revocata perché il requisito circa le “cause e controversie”, contenuto nel terzo articolo della Costituzione, non ammette eccezioni. Gli altri tre giudici hanno invece scelto di basarsi su una distinzione che la Corte aveva effettivamente respinta in un caso precedente: essi hanno detto che l’eccezione Flast non era applicabile perché, in quella causa, i querelanti contestavano una spesa deliberata dal Congresso mentre nel caso Hein veniva contestata una spesa discrezionalmente decisa dal presidente. Non esiste però assolutamente una differenza di principio tra le spese deliberate dai due rami del Governo. Se la delibera di un ramo viola la clausola dell’establishment, lo fa anche quella dell’altro ramo; se i contribuenti hanno titolo per citare uno dei rami, devono poter citare anche l’altro. Respingere il riferimento a un precedente in modo così scorretto significa in realtà annullarlo fingendo di non farlo.

I cinque giudici conservatori si sono dunque rifiutati di applicare l’eccezione Flast anche nella nuova causa Arizona Christian. Ancora una volta Scalia e Thomas hanno detto che l’eccezione poteva semplicemente essere respinta. E ancora una volta gli altri tre giudici si sono serviti di una distinzione ridicola per evitare di farlo: il giudice Anthony Kennedy, cui subito si sono associati i restanti due, ha detto che l’eccezione non era applicabile perché il Governo non aveva esso stesso sostenuto con denaro le scuole religiose. Aveva soltanto concesso ai contribuenti un credito sulle loro tasse, qualora essi avessero voluto sostenere tali istituti.

In realtà non c’è alcuna differenza di motivazione, di conseguenze o di principio tra un finanziamento diretto a una scuola religiosa con fondi provenienti dalle casse dello stato e una diminuzione delle tasse per coloro che direttamente finanziano una scuola religiosa. Le STO, nel richiedere contributi, hanno correttamente detto ai potenziali finanziatori che essi faranno una donazione con denaro altrui, cioè con il denaro che lo stato dovrebbe riscuotere da altre persone per compensare il mancato incasso dalle tasse per il credito concesso3.

Ai tre giudici della Corte Suprema occorreva comunque un’ulteriore imbarazzante asserzione per completare la loro argomentazione. Come ha rilevato il giudice Elena Kagan, nella sua devastante dichiarazione di dissenso, dopo l’eccezione Flast, la Corte Suprema aveva più volte ammesso, senza alcun commento, che un generico contribuente aveva titolo di contestare i vantaggi fiscali che favoriscono le organizzazioni religiose. Ad esempio, nella causa Committee for Public Education & Religious Liberty (PEARL) contro Nyquist4 del 1973, la Corte aveva annullato la deduzione, nel pagamento delle tasse, delle somme date per il sostegno delle scuole religiose. La Kagan disse di aver contato quattordici casi analoghi, aggiungendo: «Credo di averne dimenticato qualcuno». Kennedy allora replicò che, avendo tutte le parti e gli stessi giudici semplicemente accettato, in tali casi precedenti, che l’eccezione Flast fosse applicabile quando venivano contestati i crediti riconosciuti nelle tasse e non gli esborsi diretti, la Corte non aveva di fatto legiferato sul contenuto di quella delibera; quindi ora egli stesso era libero di ignorare tutte queste decisioni. Tuttavia la Corte, per accettare la giurisdizione, aveva dovuto accettare che i contribuenti avessero titolo per intentare queste cause e che naturalmente le decisioni della Corte stessa contassero come precedenti. Il fatto che tutte le parti coinvolte in queste cause avessero ritenuto troppo ridicola per essere considerata la distinzione proposta da Kennedy tra crediti sulle tasse e finanziamenti diretti avrebbe dovuto farlo esitare nella sua scelta, invece di rassicurarlo.

Chiediamoci allora perché i tre giudici conservatori, Kennedy, Roberts e Alito, non hanno seguito la proposta di Scalia e Thomas, semplicemente revocando la decisione Flast. Avrebbero così evitato di dover ricorrere a tante pessime argomentazioni come invece hanno fatto: ne sarebbe bastata una sola. Roberts e Alito avevano entrambi promesso, nelle audizioni di conferma al Senato, di rispettare i precedenti. Entrambi hanno però limitato la portata della promessa: non avrebbero ritenuto necessario rispettare le decisioni prese in passato la cui logica fosse “minata” da decisioni successive. Forse l’operazione in cui oggi si impegnano è intesa a disseminare “mine”, un passo dopo l’altro, in modo da potere, più tardi, giustificare la revoca della decisione Flast e di altri precedenti che non gradiscono. Il giudice dalla Corte Stephen Breyer ha definito questa strategia “morte dei mille tagli”. Si può immaginare che la strategia sia stata seguita anche nelle recenti decisioni della Corte Suprema sul diritto all’aborto.

3.

Consideriamo ora la causa, essa pure intentata in Arizona, relativa alla nuovissima riforma elettorale. Con la loro precedente sentenza sul caso Citizens United, i cinque giudici hanno garantito alle imprese il diritto costituzionale di utilizzare il proprio capitale per la propaganda elettorale. Essi hanno detto che il punto essenziale del Primo Emendamento implica di fornire all’elettorato la massima quantità di informazione possibile nel dibattito politico. Non hanno negato che le operazioni in questo campo sarebbero più corrette se il divario tra le risorse di cui dispongono i candidati e le organizzazioni politiche per le campagne elettorali fosse meno forte. Ma hanno anche rilevato che il Primo Emendamento proibisce di violare la libertà di parola sia pur allo scopo di ottenere l’uguaglianza, dunque la scelta di “livellare il campo di gioco” non giustifica affatto la necessità di impedire a un’impresa o a chiunque altro di spendere quanto vuole per la propaganda politica.

Alcuni commentatori hanno detto che la decisione sul caso Citizens United non avrebbe prodotto, in pratica, una grande differenza: a livello di principio, così pensavano, essa era sbagliata, ma nella pratica non avrebbe provocato danni ingenti. Si sbagliavano: l’impatto di questa decisione ha già avuto effetti disastrosi5.

La nuova causa Arizona Free Enterprise Club PAC contro Bennett fornisce ai cinque giudici un’altra opportunità per salvaguardare il potere del denaro in politica. L’Arizona, come molti altri stati, offre un finanziamento pubblico ai candidati alle elezioni che accettano di limitare le spese per la campagna, ma consente ai candidati che rifiutano il finanziamento pubblico di spendere quanto vogliono. In un referendum del 1998, che faceva seguito a una serie di scandali politici, i votanti dell’Arizona si sono espressi a favore del Clean Elections Act [“Atto per le elezioni pulite, trasparenti”, n.d.R.]: questo provvedimento garantiva che, se la somma spesa da un candidato sostenuto da finanziamenti privati avesse superato un certo valore stabilito, gli altri candidati, che avevano accettato il finanziamento pubblico, avrebbero ricevuto dallo stato un ulteriore sostegno finanziario per la propria campagna elettorale.

Varie organizzazioni politiche sostenute dai conservatori hanno intentato una causa contro il Clean Elections Act, sostenendo che anche questa legge viola la clausola sulla libertà di parola sancita dal Primo Emendamento. Il 28 marzo 2011 la Corte Suprema ha ascoltato, per questo caso, un oral argument (la presentazione delle argomentazioni del dibattito in forma di arringa delle parti e non nella consueta forma di documentazione scritta; alla discussione che segue partecipano tutti i giudici). La decisione non è stata ancora pubblicata6, ma i commenti di quattro dei cinque giudici conservatori (Thomas non ha quasi mai parlato durante l’oral argument) lasciano ben pochi dubbi sul fatto che tutti e cinque revocheranno il Clean Elections Act come incostituzionale7.

Essi sono d’accordo con la parte ricorrente nel sostenere che l’atto in questione potrebbe “congelare” la lingua ai candidati sostenuti da finanziamenti privati nel momento in cui saprebbero che, qualora spendessero più delle somme concordate, i loro antagonisti riceverebbero fondi supplementari. In questo modo, suggeriscono, l’atto lederebbe il diritto dei candidati finanziati da privati di parlare liberamente quanto desiderano.

Un ragionamento bizzarro. I cinque giudici non hanno contestato la costituzionalità del finanziamento pubblico: sarebbe stato difficile farlo perché una tale forma di finanziamento aumenta la quantità (e anche la diversificazione) dell’informazione politica. Il finanziamento pubblico però scoraggerebbe presumibilmente i candidati ricchi dal diffondere dichiarazioni di dubbia correttezza che sarebbero invece più tranquilli nel diffondere se i loro antagonisti non avessero denaro per confutarle. In effetti il finanziamento pubblico dei potenziali antagonisti potrebbe anche scoraggiare alcuni individui, che dispongono di grandi mezzi economici, dal competere per la carica, rinunciando dunque del tutto alla campagna elettorale. Il Primo Emendamento può essere difficilmente pensato come uno strumento per garantire ai politici e alle organizzazioni con grandi risorse che non saranno effettivamente contrastate, anche quando la possibilità di una valida opposizione dovesse indurre costoro a controllare maggiormente i loro discorsi.

E non è neppure possibile che un incremento dei contributi ai candidati sostenuti dal finanziamento pubblico diminuisca la quantità complessiva di informazioni disponibile per l’elettorato. In Arizona la spesa per l’attività politica è aumentata da quando è stato approvato il Clean Elections Act e, a rigor di logica, si può ritenere che la legge renderà più consistente il dibattito politico invece di ridurlo. Organizzazioni come il Free Enterprise Club sono in grado di raccogliere somme di denaro ben più grandi di quelle che i candidati sostenuti da un finanziamento pubblico potrebbero ottenere, in base alla legge, anche contando sui fondi aggiuntivi. L’atto infatti diminuirebbe il vantaggio economico dei candidati e delle organizzazioni ricche. Ma difficilmente potrà cancellarlo, ed è dunque improbabile che possa impedire ai candidati finanziati da privati e ai gruppi di raccogliere e spendere quanto in ogni caso avrebbero speso. Se così fosse, il Clean Elections Act aumenterebbe la quantità complessiva delle informazioni fornendo una disponibilità di mezzi un po’ più ampia ai candidati meno abbienti.

La trascrizione del dibattito del 28 marzo rivela anche un diverso e più inquietante ragionamento che alcuni dei giudici conservatori sembrano comunque avere in mente, un ragionamento che potrebbe rendere irrilevante l’impatto del Clean Elections Act sull’oratoria di chiunque. Essi hanno ripetutamente dichiarato che lo scopo effettivo di questa legge era ottenere l’egualitarismo, che cioè essa era stata in realtà elaborata non per diminuire la corruzione, ma per rendere disponibili risorse in certa misura uguali per tutti i candidati e che, per questa ragione, l’atto sarebbe incostituzionale8. Roberts ha espresso il concetto in questo modo: «Bene; questa mattina ho dato un’occhiata al sito della Citizens’ Clean Elections Commission [“Commissione dei cittadini per le elezioni pulite”, n.d.R.]: vi si dice che questo atto è stato approvato per, sto citando, “livellare il campo di gioco” quando comincia la corsa per l’incarico. Non è questa una prova lampante della sua incostituzionalità?».

È quasi sempre poco plausibile attribuire un singolo obiettivo anche a una legge ordinaria: legislatori diversi possono aver avuto intenzioni e aspettative ben diverse nel votarla. Ma il Clean Elections Act è stato approvato con un referendum direttamente dai cittadini dell’Arizona ed è ben più che implausibile attribuire un’unica e predominante motivazione a tutte le persone, molte migliaia, che l’hanno votato. Non possiamo avere un’idea, ad esempio, di quanti di costoro hanno soltanto voluto mettere un freno alla ben nota corruzione dello stato.

Anche se però ammettiamo che ogni cittadino dell’Arizona abbia sperato, votando l’atto, di ridurre il vantaggio dei candidati e delle istituzioni con molti soldi, una tale ipotesi non fornirebbe nessuna base per ritenerlo incostituzionale. Decisioni prese in passato dalla Corte, tra le quali quella per la causa Citizens United, sostenevano che il desiderio del legislatore di ridurre l’ineguaglianza tra le spese dei candidati non può soccorrere un disegno che sarebbe altrimenti detestabile sul terreno del Primo Emendamento. La dichiarazione del giudice Roberts nel nuovo caso fa pensare a un gioco di prestigio tutt’altro che innocuo: far credere che un atto approvato con un referendum popolare per promuovere l’eguaglianza nella contesa elettorale sarà ora condannato da quel movente anche se non ci sono altre obiezioni costituzionali a esso. L’entusiasmo con cui almeno tre dei giudici conservatori si sono baloccati con l’idea che l’eguaglianza sia proprio in se stessa un fine proibito per i legislatori ci fornisce un’ulteriore prova del fatto che essi sono spinti da convinzioni politiche del tutto estranee alla Costituzione, convinzioni che una giurisprudenza seria, basata su principi rigorosi, deve respingere.

(Traduzione di Giorgio P. Panini)

1. Si veda Ronald Dworkin, The Supreme Court Phalanx. The Court’s New Right-Wing, New York, The New York Review Books Collection, 2008.

2. 392 U.S. 83 (1968).

3. Il giudice Kennedy ha tentato di difendere questa sua distinzione impiegandone un’altra. Il denaro che un contribuente è tenuto a versare come imposta rimane di sua proprietà fino al momento in cui paga la tassa, sosteneva il giudice, perciò questa concessione di un credito sulle tasse da pagare significa che si permette al cittadino di spendere il suo denaro come vuole, ma non significa che lo stato sta spendendo il suo denaro. Un tale assunto costituisce il presupposto di quanto afferma l’estrema destra, secondo la quale la tassazione è un furto perché obbliga la gente a cedere il proprio denaro. Ma è soltanto un problema di contabilità, senza alcun significato sul piano morale, se il Governo pratica una ritenuta sulle buste paga (e dunque il denaro che preleva non passa mai nel conto bancario di un contribuente), o se invece riscuote le tasse periodicamente (e dunque il denaro temporaneamente si trova su un conto privato).

4. 413 U.S. 756, 789-794 (1973).

5. Si veda l’articolo Citizens United. One Year Later, “Public Citizen”, 18 gennaio 2011, disponibile all’indirizzo http://www.citizen.org/pressroom/pressroomredirect.cfm?ID=3257.

6. Il 27 giugno scorso la Corte Suprema ha bocciato in parte la legge sul finanziamento delle campagne elettorali da parte dello stato. La linea conservatrice della Corte, diretta da Roberts, continua dunque a prevalere. L’articolo di Dworkin, scritto precedentemente tale decisione, non ne fa ovviamente menzione. N.d.R.

7. Si veda la trascrizione dell’oral argument all’indirizzo www.supremecourt.gov/oral_arguments/argument_transcripts/10-238.pdf.

8. Scalia ha comunque respinto questa ipotetica intenzione: «Sono sicuro che in alcuni casi di finanziamento pubblico su cui abbiamo sentito discutere si è affermato che lo scopo era quello di livellare il campo di gioco e che si trattava di uno scopo perfettamente valido».

RONALD DWORKIN è professore di Filosofia e Diritto alla NYU e alla University College di Londra. I suoi ultimi libri usciti in Italia sono: La democrazia possibile. Principi per un nuovo dibattito politico (Feltrinelli, 2007), Felicità artificiale. Il lato oscuro del benessere (Tropea, 2009) e Giustizia in toga (Laterza, 2010).

 

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