Paul Krugman

L’inconsistenza dell’opzione austerità

da ''The New York Review of Books''

NEIL IRWIN, The Alchemists: Three Central Bankers and a World on Fire, Penguin, pp. 430, $29.95

MARK BLYTH, Austerity: The History of a Dangerous Idea, Oxford University Press, pp.288, $24.95

DAVID A. STOCKMAN, The Great Deformation: The Corruption of Capitalism in America, PublicAffairs, pp. 742, $35.00

ECONOMIA: L’economista vincitore del premio Nobel Paul Krugman, analizza gli effetti disastrosi delle politiche economiche di austerità. Secondo Krugman, la fine dell’austerità è fondamentale per la ripresa dell’economia globale.

In tempi normali, un errore aritmetico in un documento economico sarebbe stato un totale non-evento fino a quando non avesse interessato tutto il mondo. Ma nell’aprile del 2013, la scoperta di questo errore – in realtà un errore di codifica in un foglio di calcolo, insieme ad altri difetti nell’analisi – non solo è diventato un pettegolezzo fra gli economisti di professione, ma ha fatto notizia. Guardando indietro, potremmo persino concludere che ha cambiato il corso della politica.

Perché? Perché il documento in questione, “Crescita in Tempi di Debito” degli economisti di Harvard Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff, ha acquisito lo status di pietra di paragone nel dibattito sulla politica economica. Sin da quando il documento ha iniziato a circolare per la prima volta, gli “austeriani” – gli avvocati dell’austerità fiscale, dei profondi tagli immediati sulla spesa del governo – ne avevano citato le presunte conclusioni per difendere la loro posizione e attaccare i loro critici. Ancora una volta, indicazioni che, come sostenne una volta John Maynard Keynes, «il boom, non la recessione, è il giusto momento per l’austerità» – cioè che i tagli dovrebbero aspettare fino a che le economie non diventino più forti    – si incontravano con le dichiarazioni di Reinhart e Rogoff che avevano dimostrato che aspettare sarebbe stato disastroso, che le economie sarebbero cadute in un precipizio una volta che il debito pubblico avesse superato il 90 percento del PIL.

In realtà il rapporto di Reinhart e Rogoff avrebbe potuto avere un’influenza immediata più di qualsiasi altro documento nella storia dell’economia. L’affermazione sul 90 percento fu citata come argomento decisivo a favore dell’austerità da personaggi che andavano da Paul Ryan, ex candidato alla vicepresidenza che presiede la commissione bilancio della Camera USA, a Olli Rehn, il Commissario Europeo per gli affari economici e monetari, alla redazione del ‘Washington Post’. Così la rivelazione che la soglia del 90 percento era un artefatto di errori di programmazione, omissione di dati e strane tecniche statistiche, fece improvvisamente sembrare stupide un notevole numero di persone importanti.

Il vero mistero in primo luogo, comunque, era perché il rapporto di Reinhart e Rogoff fosse stato preso sul serio e persino messo su un piedistallo. Fin dall’inizio, i critici avevano avanzato forti preoccupazioni sulla metodologia e sulle conclusioni del documento, preoccupazioni che avrebbero dovuto essere sufficienti per far fare a tutti una riflessione. In più, il rapporto di Reinhart e Rogoff era in realtà il secondo esempio di un documento fornito come prova decisiva a favore delle politiche di austerità, solo per poi essere smontato da un esame attento. Era avvenuta più o meno la stessa cosa, sia pure meno spettacolarmente, dopo che gli austeriani si infatuarono di un documento di Alberto Alesina e Silvia Ardagna che pretendeva di dimostrare che riducendo la spesa pubblica ci sarebbe stato solo un piccolo impatto negativo sulla crescita economica e avrebbe potuto avere anche un effetto di espansione. Sicuramente quell’esperienza avrebbe dovuto ispirare un po’ di cautela.

Quindi perché non c’è stata più cautela? La risposta, come documentato da alcuni dei libri qui recensiti e involontariamente illustrata da altri, sta sia nella politica che nella psicologia: la tesi a favore dell’austerità era ed è una delle tante a cui molte persone potenti vogliono credere, spingendole ad accettare qualsiasi cosa che assomigli a una giustificazione. Parlerò di questa voglia di credere più tardi in questo articolo. Prima, comunque, è utile tracciare la storia recente dell’austerità sia come dottrina che come esperimento politico.

 

1.

In principio fu la bolla. Ci sono stati molti, molti libri sugli eccessi degli anni del boom – in effetti, troppi libri. Come vedremo, l’urgenza di dilungarsi sui luridi dettagli del boom, piuttosto che cercare di comprendere le dinamiche della recessione, è un problema ricorrente per le scienze economiche e la politica economica. Per ora, è sufficiente dire che dall’inizio del 2008 sia l’America che l’Europa erano pronte per una caduta. Erano divenute eccessivamente dipendenti da un mercato immobiliare sovraeccitato, i loro settori finanziari erano sottocapitalizzati e sovraesposti.

Tutto quello di cui c’era bisogno per far crollare questi castelli di carte era un qualche tipo di shock contrario, e alla fine l’implosione dei mutui-subprime americani fece il resto. Dall’autunno del 2008 le bolle immobiliari erano scoppiate su entrambi i lati dell’Atlantico, e l’intera economia Nord Atlantica venne intrappolata nel deliveraging, un processo in cui molti debitori provano­ – o sono forzati – a ripagare tutti i loro debiti in una sola volta.

Perché questo è un problema? A causa dell’interdipendenza: la tua spesa è la mia entrata e la mia spesa è la tua entrata. Se noi due riduciamo il nostro debito tagliando la spesa, le entrate di tutti e due crolleranno – e le entrate che crollano peggiorano il nostro indebitamento visto che producono anche una disoccupazione di massa.

Gli studenti di storia economica guardavano lo svolgersi del processo nel 2008 e 2009 con un brivido freddo di già visto, perché era ovvio che lo stesso processo aveva portato alla Grande Depressione. Infatti, all’inizio del 2009 gli storici d’economia Barry Eichengreen e Kevin O’Rourke produssero un grafico scioccante che mostrava che il primo anno di recessione 2008-2009 era del tutto paragonabile al primo anno della grande recessione globale dal 1929 al 1933.

Quindi si stava per aprire una seconda Grande Depressione? La buona notizia era che avevamo, o pensavamo di avere, diversi grossi vantaggi rispetto ai nostri nonni. Alcuni di questi vantaggi erano, si potrebbe dire, strutturali, costruiti dal modo in cui operano le moderne economie e che non richiedevano nessun’azione speciale da parte dei politici. Altri erano intellettuali: sicuramente avevamo imparato qualcosa dagli anni’30 e non avremmo ripetuto gli errori politici dei nostri nonni.

Sul lato strutturale, il più grosso vantaggio rispetto agli anni ’30 è stato il modo in cui le tasse e i programmi di assicurazione sociale – entrambi molto più ingenti rispetto a com’erano nel 1929 – hanno agito da “stabilizzatori automatici”. I salari possono crollare, ma il reddito complessivo non cala in proporzione, grazie sia alla riscossione delle tasse che al fluire continuo di assegni da parte del governo per la Social Security1, Medicare2, sussidi di disoccupazione e altro. In effetti, l’esistenza di un moderno stato sociale ha bloccato la spesa totale e pertanto ha impedito alla spirale discendente dell’economia di andare troppo a fondo.

Dal punto di vista intellettuale, i politici moderni sapevano che la storia della Grande Depressione era un ammonimento; alcuni di loro, incluso Ben Bernanke, sono  addirittura stati importanti studiosi della Depressione nella loro vita lavorativa precedente. Hanno imparato da Milton Friedman la follia del lasciar correre le banche verso il collasso del sistema finanziario e l’opportunità di inondare l’economia con denaro in tempi di panico. Hanno imparato da John Maynard Keynes che in situazioni di depressione la spesa pubblica può essere un modo concreto per creare posti di lavoro. Hanno imparato dalla disastrosa svolta di Roosevelt verso l’austerità nel 1937 che l’abbandono dello stimolo monetario e fiscale troppo presto può essere un errore molto grave.

Come risultato, dove l’inizio della Grande Depressione fu accompagnato da politiche che intensificavano la recessione – aumenti dei tassi di interesse in un tentativo di mantenere le riserve auree e tagli alla spesa in un tentativo di bilanciare il budget – il 2008 e 2009 sono stati caratterizzati dall’espansione monetaria e da politiche fiscali, specialmente negli Stati Uniti, in cui la Federal Reserve non solo ha tagliato le rate di interesse, ma è entrata nei mercati per comprare dai titoli di credito fino al debito pubblico a lungo termine, mentre l’amministrazione Obama lanciava un programma da 800 miliardi di dollari di tagli alle tasse e aumenti di spesa. Le azioni europee sono state meno drastiche – ma d’altra parte, il welfare più forte degli stati europei probabilmente ha ridotto la necessità di uno stimolo programmato.

Ora, alcuni economisti (io incluso) avevano messo in guardia fin dall’inizio che queste azioni monetarie e fiscali, seppur benvenute, erano troppo ridotte data la gravità dello shock economico. Infatti, dalla fine del 2009, era chiaro che sebbene la situazione si fosse stabilizzata, la crisi economica era più profonda di quanto i politici avessero riconosciuto e rischiava di rivelarsi più persistente di quanto avessero immaginato. Così ci si sarebbe potuti aspettare un secondo giro di stimoli per affrontare il deficit economico.

Ciò che avvenne, in realtà, fu esattamente l’opposto.

 

2.

The Alchemists di Neil Irwin ci da un momento e un luogo in cui la maggior parte dei paesi avanzati sterzarono bruscamente dallo stimolo all’austerità. Il periodo è stato l’inizio di febbraio 2010; il luogo, piuttosto bizzarramente, era il remoto insediamento di Iqaluit nell’Artico Canadese, dove il Gruppo dei Sette ministri delle finanze tennero uno dei loro periodici summit organizzati. A volte (spesso), questi summit sono poco più di occasioni cerimoniali, e anche in questo c’è stata un bel po’ di cerimonia, incluso un pasto a base di foca cruda servita alla cena finale (tutti i visitatori stranieri declinarono). Ma questa volta è avvenuto qualcosa di sostanziale. «Nell’isolamento della natura selvaggia canadese – scrive Irwin – i leader dell’economia mondiale concordarono insieme che la loro grande sfida era cambiata. L’economia sembrava essere in salute; era giunto per loro il momento di spostare la loro attenzione, lontano dall’aumento della crescita. Niente più stimoli.»

Quanto è stata importante questa svolta politica? La tabella 1, presa dal più recente World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, mostra il comportamento della spesa pubblica reale in questa crisi paragonata con le precedenti recessioni; nella tabella, l’anno zero è l’anno precedente alla recessione globale (il 2008 nella crisi attuale) e la spesa è paragonata con questo livello in base a quell’anno. Ciò che si vede è che la convinzione diffusa che stiamo sperimentando una spesa pubblica senza controllo è falso – al contrario, dopo una breve impennata nel 2009, la spesa pubblica ha iniziato a cadere sia in Europa che negli Stati Uniti e ora è ben al di sotto del suo normale. La svolta verso l’austerità era molto reale e molto grande.

A fronte di ciò, questa era una svolta molto strana da prendere per la politica. Un qualsiasi libro di testo di economia dice che il taglio della spesa pubblica riduce soprattutto la domanda, che porta a sua volta a diminuimento della produzione e a disoccupazione. Questo potrebbe essere desiderabile se l’economia fosse sovradimensionata e l’inflazione in salita; in questo caso gli effetti negativi della riduzione della spesa pubblica possono essere compensati. Le banche centrali (la Fed, la Banca Centrale Europea, o loro analoghe dovunque) possono tagliare i tassi di interesse, inducendo a una maggiore spesa privata. Comunque, nessuna di queste condizioni si sono verificate all’inizio del 2010, e neppure ora. Le economie avanzate più importanti erano e sono profondamente depresse, senza nessun accenno di una pressione inflazionistica. Nel frattempo, i tassi di interesse a breve termine, che sono più o meno sotto il controllo delle banche centrali, sono vicini allo zero, lasciando poco spazio alla politica monetaria per compensare la riduzione della spesa pubblica. Così qualsiasi manuale di economia direbbe che tutta l’austerità che abbiamo visto è stata molto prematura, e che si dovrebbe aspettare fino a quando l’economia non sia più forte.

La domanda, allora, è perché i leader economici siano stati così pronti a lanciare il libro di testo fuori dalla finestra.

Una risposta è che molti di loro in primo luogo, non hanno mai creduto a quella roba da libri di testo. L’establishment politico e intellettuale tedesco non ha mai fatto molto uso delle teorie Keynesiane; né molti del Partito Repubblicano negli Stati Uniti. Nel mezzo di un’acuta crisi economica – come nell’autunno del 2008 e nell’inverno del 2009 – queste voci di dissenso potevano essere tenute basse; ma una volta calmatesi le acque hanno iniziato a spingere di nuovo duramente.

Una risposta più ampia è quella a cui arriveremo più tardi: le ragioni politiche e psicologiche sottostanti al perché molte figure influenti odino la nozione di deficit di spesa e denaro facile. Ancora un volta, quando la crisi divenne meno acuta, c’è stato più spazio per indulgere a questi sentimenti.

In aggiunta a questi fattori sottostanti, comunque, c’erano altri due aspetti rappresentativi della situazione all’inizio del 2010: la nuova crisi in Grecia e l’apparizione di una ricerca economica apparentemente rigorosa e di alta qualità che supportava la posizione austeriana.

La crisi Greca arrivò come uno shock quasi per tutti, anche per il nuovo governo greco che si insediò nell’ottobre del 2009. La leadership entrante sapeva che si sarebbe trovata di fronte un bilancio in deficit – ma fu solo dopo il suo arrivo che appresero che il governo precedente aveva falsificato i conti e che sia il deficit che lo stock di debito accumulato erano ben più alti di quanto ciascuno avrebbe potuto immaginare. Appena le notizie allontanarono gli investitori, prima la Grecia, dopo la maggior parte dell’Europa, si ritrovò in un nuovo tipo di crisi – in cui a fallire non erano le banche ma i governi, incapaci di chiedere prestiti sul mercato mondiale.

È un vento malato quello che soffia, per niente buono e la crisi greca è stata una manna dal cielo per gli anti-Keynesiani. Questi avevano messo in guardia sui pericoli del deficit di spesa; la débâcle greca sembrava mostrare proprio quanto possa essere pericoloso lo sperpero fiscale. Ad oggi, chiunque argomenti contro l’austerità fiscale, suggerendo solo che abbiamo bisogno di un altro giro di stimoli, può aspettarsi di essere attaccato come qualcuno che trasformerà l’America (o l’Inghilterra, a seconda del caso) in un’altra Grecia.

Se la Grecia ha fornito l’ovvio ammonimento dal mondo reale, Reinhart e Rogoff sembravano fornissero i numeri. Il loro documento sembrava mostrare non solo che il debito ferisce la crescita, ma che c’è una “soglia”, una sorta di punto d’innesco quando il debito supera il 90 percento del PIL. Vai oltre quel punto, sembravano suggerire i loro numeri e la crescita economica si blocca. La Grecia, naturalmente, aveva già un debito più grande di quel numero magico. Per di più, la maggior parte dei paesi sviluppati, Stati Uniti inclusi, stavano andando incontro a grandi deficit di bilancio e avvicinandosi a quella soglia. Metti insieme Grecia e Reinhart e Rogoff e sembrerà che ci sia una ragione forte e convincente per una svolta verso l’autorità.

Ma una simile svolta verso l’austerità in un’economia ancora depressa dall’indebitamento dei privati non potrebbe avere un impatto negativo immediato? Non preoccupatevi, diceva un altro documento accademico incredibilmente influente, Grandi Cambiamenti nella Politica Fiscale: Tasse contro Spesa, di Alberto Alesina e Silvia Ardagna.

Una delle cose particolarmente buone in Austerity: La Storia di un’Idea Pericolosa di Mark Blyth, è il modo in cui egli identifica la crescita e la caduta dell’idea di “austerità espansionistica”, l’idea che il taglio della spesa porti in realtà a una produzione più elevata. Come dimostra Blyth, questa è un’idea associata soprattutto a un gruppo di economisti italiani (che egli nomina «the Bocconi boys») che portano avanti la loro teoria con una serie di documenti diventati col tempo sempre più striduli e meno qualificati, culminati con l’analisi del 2009 di Alesina e Ardagna.

In sostanza, Alesina e Ardagna attaccano frontalmente l’idea Keynesiana che il taglio della spesa in un’economia debole produca ulteriore debolezza. Come Reinhart e Rogoff, essi hanno presentato prove storiche per perorare la loro teoria. Secondo Alesina e Ardagna, un pesante taglio della spesa nei paesi avanzati era, in media, seguito da un’espansione piuttosto che da una contrazione. La ragione, suggerivano, era che una decisa austerità fiscale creasse fiducia nel settore privato e a questa fiducia aumentata avrebbe fatto da contrappeso il prelievo diretto da spese governative più piccole.

Come documenta Mark Blyth, questa idea si è propagata come un incendio. Alesina e Ardagna fecero una presentazione nell’aprile del 2010 al Consiglio per gli Affari Economici e Finanziari del Consiglio Europeo dei Ministri; l’analisi si fece rapidamente strada nelle dichiarazioni ufficiali della Commissione Europea e della Banca Centrale Europea. Così nel giugno 2010, Jean Claude Trichet, l’allora presidente della BCE, smentì le preoccupazioni circa il fatto che l’austerità avrebbe potuto danneggiare la crescita:

 

Per quanto riguarda l’economia, l’idea che le misure di austerità possano innescare la stagnazione non è corretta… Infatti, in queste circostanze, ogni cosa che aiuti ad aumentare la fiducia delle famiglie, delle aziende e degli investitori nella sostenibilità delle finanze pubbliche è un bene per il consolidamento della crescita e per la creazione di posti di lavoro. Io credo fermamente che, nelle attuali circostanze politiche che ispirino fiducia favoriranno e non ostacoleranno la ripresa economica, perché la fiducia oggi è il fattore chiave.

Ciò derivava immediatamente dal documento di Alesina e Ardagna.

Dall’estate del 2010, dunque, ha preso forma a tutti gli effetti un’ortodossia dell’austerità, che è diventata dominante nei circoli politici europei e influente anche su questa sponda dell’Atlantico. Quindi, come sono andate le cose in questi quasi tre anni che sono passati da allora?

 

 

3.

Generalmente è difficile mostrare prove evidenti sugli effetti della politica economica. I governi di solito sono riluttanti nel cambiare la politica economica, ed è difficile distinguere gli effetti delle mezze misure che essi hanno preso dal resto di ciò che succede nel mondo. Lo stimolo di Obama, per esempio, era allo stesso tempo temporaneo e piuttosto piccolo paragonato alle dimensione dell’economia statunitense, non è mai ammontato a molto più del 2 percento del PIL ed ha avuto effetto su un’economia segnata dalla più grande crisi finanziaria delle ultime tre generazioni. Quanto di quello che è avvenuto nel 2009-2011, nel bene o nel male, può essere attribuito allo stimolo? Nessuno lo sa davvero.

La svolta verso l’austerità nel 2010, comunque, fu così drastica, in modo particolare nelle nazioni europee debitrici, che le abituali cautele persero la maggior parte della loro forza. La Grecia ha imposto tagli di spesa e aumenti delle tasse che ammontavano al 15 percento del PIL; Irlanda e Portogallo misure intorno al 6 percento; e al contrario dei tiepidi sforzi dello stimolo, questi tagli erano sostenuti e in realtà intensificati anno dopo anno. Quindi ha veramente funzionato l’austerità?

La risposta è che i risultati sono stati disastrosi – proprio come chiunque avrebbe potuto dedurre da un libro di macroeconomia. La tabella 2, ad esempio, mostra cos’è successo a un gruppo di nazioni europee (ognuna rappresentata da un simbolo a forma di diamante). L’asse orizzontale mostra le misure di austerità­ – tagli di spesa e aumenti delle tasse – come una parte del PIL, come stimato dal Fondo Monetario Internazionale. L’asse verticale mostra l’effettiva variazione percentuale nel PIL reale. Come potete vedere, i paesi obbligati a una severa austerità hanno sperimentato recessioni molto gravi, e le recessioni sono state più o meno proporzionali al livello di austerità.

C’è stato qualche tentativo per spiegare questi risultati, in particolare da parte della Commissione Europea. Ma l’FMI, guardando con severità i dati, non solo ha concluso che l’austerità ha avuto per lo più effetti negativi, ma ha anche pronunciato ciò che equivale a un mea culpa per aver sottovalutato questi effetti negativi3.

 

Ma c’è qualche alternativa all’austerità? Cosa si può dire sui rischi di un debito eccessivo?

All’inizio del 2010, con il disastro Greco fresco nella mente di tutti, i rischi di un debito eccessivo sembravano ovvi; questi rischi sembravano ancora più grandi nel 2011, visto che Irlanda, Spagna, Portogallo e Italia erano andate a ingrossare la fila delle nazioni che avevano pagato ingenti premi sui tassi di interesse. Ma successe una cosa curiosa agli altri paesi con elevati livelli di debito, inclusi Giappone, Stati Uniti e Gran Bretagna: a dispetto dei grandi deficit e del debito rapidamente crescente, i loro oneri finanziari rimanevano molto bassi. La differenza cruciale, come individuò l’economista belga Paul DeGrauwe, sembrò essere se i paesi avessero o meno delle valute proprie ed effettuassero prestiti in queste valute. Questi paesi non restano a corto di denaro perché possono stamparselo se ne hanno bisogno e non essendoci il rischio di una compressione di liquidità, le nazioni avanzate sono evidentemente in grado di sopportare livelli molto alti di debito senza che ci sia una crisi.

Tre anni dopo la svolta verso l’austerità, quindi, le speranze e le paure degli austeriani sembrano essere state malriposte. L’austerità non ha portato a un’ondata di fiducia; e i deficit non hanno portato alla crisi. Ma il movimento per l’austerità non si basava su una seria di ricerca economica? In realtà, è venuto fuori che non lo era – la ricerca citata dagli austeriani era profondamente viziata da errori.

La nozione di austerità espansionistica è stata la prima cosa ad andare affondo. Persino prima che si conoscessero i risultati dell’esperimento dell’austerità europea, il documento di Alesina e Ardagna stava andando in pezzi sotto gli esami. I ricercatori del Roosevelt Institute notarono che nessuno degli esempi di austerità riportati come conducente ad un’espansione dell’economia, aveva effettivamente avuto luogo nel bel mezzo di una crisi economica; e i ricercatori del FMI scoprirono che la misura di politica fiscale Alesina-Ardagna aveva scarsa relazione con i cambiamenti politici attuali. «Dalla metà del 2011», scrive Blyth, «il sostegno politico e teorico all’austerità di espansione stava svanendo». Lentamente, con poco clamore, l’intera idea che l’austerità avrebbe potuto rafforzare l’economia, sgattaiolò via dalla scena pubblica.

Reinahrt e Rogoff sono durati di più, anche se già da subito si erano sollevate serie domande sul loro lavoro. All’inizio di luglio 2010, John Bivens e John Irons dell’Economic Policy Institute avevano individuato sia un errore lampante – un’errata interpretazione dei dati sull’economia statunitense immediatamente dopo la Seconda Guerra Mondiale – sia un grave problema concettuale. Come hanno evidenziato, Reinhart e Rogoff non offrivano nessuna prova che ci fosse una correlazione fra debito alto e crescita bassa, piuttosto che il contrario, e altre prove suggerivano che questa fosse la correlazione più probabile. Ma questo tipo di critiche avevano poco impatto; per gli austeriani, quella di Reinhart e Rogoff era una storia troppo buona per essere controllata.

Quindi, si potrebbe dire, la rilevazione degli errori di Reinhart e Rogoff nell’aprile del 2013 è arrivata come uno shock. Nonostante l’influenza del loro documento, Reinhart e Rogoff non avevano reso i loro dati disponibili a tutti – e i ricercatori che stavano lavorando con dati apparentemente comparabili non erano stati in grado di riprodurre gli stessi risultati. Alla fine, essi resero disponibili i loro  calcoli a Thomas Herndon, un laureato di Amherst, Università del Massachusetts – ed egli infatti  trovò ciò molto strano. C’era effettivamente un errore di calcolo, ma aveva in ogni caso solo una piccola rilevanza sulle loro conclusioni. Più importante invece, i loro dati erano stati falsati per accomunare l’esperienza di diverse nazioni alleate – Canada, Nuova Zelanda e Australia – che emersero dalla Seconda Guerra Mondiale con un  alto debito ma che registrarono comunque un solido tasso di crescita. Ed avevano usato uno strano schema di comparazione in cui ogni “episodio” di debito alto aveva lo stesso valore, sia che fosse avvenuto in un anno di cattiva crescita o dopo settant’anni di crescita buona.

Senza questi errori e stranezze, c’era comunque una correlazione negativa fra debito e crescita – ma questo poteva essere, e probabilmente era, soprattutto un problema di crescita bassa che aveva portato ad un debito alto, non il contrario. E la “soglia” del 90 percento svanì, indebolendo le storie spaventose che erano state usate per vendere l’austerità.

Non sorprende che Reinhart e Rogoff abbiano provato a difendere il loro lavoro; ma le loro risposte sono state deboli nel migliore dei casi, evasive nel peggiore. Soprattutto, continuano a scrivere in un modo che suggerisce, senza alcun tipo di precisazione, che il debito al 90 percento del PIL sia un qualche tipo di soglia dopo la quale iniziano ad accadere cose cattive. In realtà, anche se si ignora il problema della casualità – se la crescita bassa causi un debito alto o viceversa – e gli effetti apparenti sulla crescita di un debito in aumento, diciamo, dall’85 al 95 percento del PIL, sono piuttosto piccoli e non giustificano il panico per il debito che ha avuto un’influenza così potente sulla politica.

A questo punto, allora, l’austerità economica è in una posizione molto brutta. Le sue premonizioni si sono rivelata profondamente sbagliate; i documenti accademici su cui si basano non hanno solo perso il loro status di venerazione, ma sono diventati oggetto di scherno. Ma come ho sottolineato, niente di tutto ciò (eccetto l’errore di Excel) avrebbe dovuto risultare come una sorpresa: la macroeconomia elementare avrebbe dovuto dire a tutti di aspettarsi quello che sarebbe successo effettivamente e che i documenti che oro sono caduti nel discredito erano chiaramente imperfetti fin dall’inizio.

Questo solleva domande ovvie: Perché l’austerità economica ha avuto in primo luogo un aggancio così forte sull’opinione delle élite?

 

4.

Tutti amano le storie con la morale. “Il salario del peccato è la morte” è un messaggio molto più soddisfacente di: “La merda capita”. Tutti noi vogliamo che gli eventi abbiano un significato.

Quando è applicata alla macroeconomia, questa urgenza di trovare un significato morale crea in tutti noi una predisposizione a credere a storie che attribuiscono il dolore di una recessione al boom che la precede – e, forse, rende anche naturale vedere il dolore come una cosa necessaria, parte di un inevitabile processo di pulizia. Quando Andrew Mellon disse a Herbert Hoover di lasciare che la Depressione facesse il suo corso, così da «togliere il marciume» dal sistema, stava offrendo un consiglio che, per quanto sbagliato in economia, risuonava (e risuona ancora) la psicologia di molta gente.

Per contrasto, l’economia Keynesiana rimane fondamentalmente dell’idea che la macroeconomia non sia un racconto morale – che le depressioni siano essenzialmente una malfunzione tecnica. Mentre la Grande Depressione si aggravava, pronunciò la famosa frase «abbiamo un problema al magnete» – i problemi dell’economia erano come quelli di una macchina con un piccolo ma grave problema nel sistema elettrico e il lavoro degli economisti sarebbe quello di capire come riparare il problema tecnico. L’opera principale di Keynes, Teoria Generale dell’Occupazione, dell’interesse e della moneta (UTET 2006), è notevole e rivoluzionaria – perché non dice quasi nulla di ciò che avviene nei boom economici. I teorici del ciclo economico pre-keynesiani, amavano soffermarsi sui luridi eccessi che avvengono nei tempi buoni, mentre dicevano relativamente poco sull’esatto motivo per cui generino periodi brutti o su cosa si dovrebbe fare quando lo fanno. Keynes invertì questa priorità; quasi tutta la sua attenzione era sul perché le economie rimangono depresse e cosa possa essere fatto per renderle meno depresse.

Direi che Keynes era pesantemente nel giusto proprio nel suo approccio, ma non c’è dubbio che si tratti di un approccio che molte persone trovano profondamente insoddisfacente dal punto di vista emotivo. E quindi non dovremmo sorprenderci che molte interpretazioni comuni dei nostri problemi attuali ritornino, che gli autori lo sappiano o meno, allo stile istintivo pre-keynesiano di concentrarsi sull’eccesso del boom piuttosto che sui fallimenti della recessione.

The Great Deformation di David Stockman dovrebbe essere visto in questa luce. È un’accusa incredibilmente lunga contro gli eccessi di vario genere, i quali, secondo Stockman, sono culminati nella nostra crisi attuale. La storia, agli occhi di Stockman, è una sequela di “eccessi”: un «eccesso di indebitamenti insostenibili», un’«eccesso di ingegneria finanziaria distruttiva» e ancora e ancora, un’«eccesso di stampa di denaro». Nel mondo di Stockaman, tutto il male dell’economia risale al peccato originale dell’abbandono del sistema aureo. Qualsiasi prosperità che potremmo aver pensato di avere dal 1971, quando Nixon abbandonò l’ultimo vincolo con l’oro, o forse persino dal 1933, quando Roosevelt ci portò via l’oro per la prima volta, era un’illusione destinata a finire in lacrime. E naturalmente qualsiasi politica che miri ad alleviare la recessione attuale renderà solo le cose peggiori.

In se, il libro di Stockman non è importante. A parte qualche attacco ai Repubblicani, consiste fondamentalmente in un elogio della retorica standard del sistema aureo. Ma l’attenzione che ha suscitato il libro, i modi in cui ha toccato la corda di molte persone, fra cui persino qualche liberale, suggerisce quanto rimanga forte la necessità di guardare all’economia come a un racconto morale, tre generazioni dopo che Keynes provò a mostrarci che non è proprio niente del genere.

E i potenti funzionari non sono immuni in nessun modo da questa necessità. In The Alchemist, Neil Irwin analizza i motivi di Jean-Claude Trichet, il presidente delle Banca Centrale Europea, nel difendere a spada tratta le politiche di austerità fiscale:

Trichet ha abbracciato una visione, popolare soprattutto in Germania, che affondava le sue radici in una specie di moralismo. La Grecia aveva speso troppo e fatto troppi debiti. Deve tagliare la spesa e ridurre i deficit. Se avesse mostrato coraggio adeguato e decisione politica, i mercati l’avrebbero ricompensata con costi di prestito più bassi. Ha posto una grande fede nel potere della fiducia…

 

Data questo tipo di predisposizione, suscita qualche sorpresa che la teoria economica Keynesiana sia stata buttata dalla finestra, mentre quelle di Alesina-Ardagna e Reinhart-Rogoff siano state celebrate all’istante?

Quindi l’impulso austeriano è tutto un problema di psicologia? No, vi è coinvolto anche un sacco di interesse personale. Come hanno notato molti osservatori, l’allontanarsi dallo stimolo fiscale e monetario può essere interpretato, se vi va, come un dare priorità ai creditori piuttosto che ai lavoratori. L’inflazione e i tassi di interesse bassi sono cattivi per i creditori persino se questi promuovono creazione di lavoro; il taglio del deficit pubblico a costo di una disoccupazione di massa può aggravare la depressione, ma aumenta la sicurezza dei creditori che saranno ripagati in toto. Non penso che qualcuno come Trichet stesse consapevolmente e cinicamente servendo gli interessi di una classe di persone a spese del benessere di tutti; ma di certo non ha urtato che il suo senso di moralità economica coincidesse così perfettamente con le priorità dei creditori.

Vale anche la pena notare che mentre la politica economica dalla crisi finanziaria sembri un misero fallimento per molti indicatori, non sia stata poi così male per i ricchi. I profitti hanno recuperato con forza anche se persiste una disoccupazione di lungo termine senza precedenti; gli indici di borsa su entrambi i lati dell’Atlantico hanno rimbalzato ai massimi pre-crisi anche se il reddito medio langue. Sarebbe troppo dire che quell’1 percento che sta in cima stia in realtà beneficiando di una depressione continua, ma sicuramente non stanno soffrendo troppo, e questo ha probabilmente qualcosa a che fare con la volontà dei politici di stare nel solco dell’austerità.

 

5.

Com’è potuto succedere questo? Questa è la domanda che si facevano molte persone quattro anni fa; è ancora la domanda che molti si fanno oggi. Ma è il “questo” che è cambiato.

Quattro anni fa, il mistero era come una crisi finanziaria così terribile avesse potuto avere luogo, con così poco preallarme. Le dure lezioni che abbiamo dovuto imparare coinvolgono la fragilità della finanza moderna, la follia del lasciare che le banche si regolassero da sole e i pericoli del credere che gli assetti della finanza creativa avessero eliminato o persino ridotto l’annoso problema del rischio.

Vorrei aggiungere, comunque – per quanto potrebbe suonare autoreferenziale (avevo messo in guardia sulla bolla immobiliare, ma non avevo idea di quando sarebbe stato distruttivo il collasso che sarebbe seguito una volta scoppiata) – che il fallimento nell’anticipare la crisi fu un peccato relativamente minore. Le economie sono complicate, entità che cambiano sempre; era comprensibile che pochi economisti potessero individuare il limite in cui i prestiti a breve termine e la cartolarizzazione di azioni come i mutui subprime avrebbero ricreato i vecchi rischi che l’assicurazione dei depositi e la regolamentazione bancaria erano stati creati per controllare.

Vorrei aggiungere che ciò che è avvenuto dopo – il modo in cui i politici hanno girato le spalle a praticamente tutto ciò che gli economisti avevano imparato su come affrontare le depressioni, il modo in cui l’opinione d’élite si sia impadronita di tutto quello che avrebbero potuto usare per giustificare l’austerità – è stato un peccato molto più grave. La crisi finanziaria del 2008 era una sorpresa e fu molto veloce; ma ora siamo stati bloccati in un regime di crescita lenta con una disoccupazione disperatamente alta da anni. E durante tutto questo tempo i politici hanno ignorato le lezioni della teoria e della storia.

È una storia terribile, soprattutto a causa dell’immensa sofferenza che è risultata da questi errori politici. È anche profondamente preoccupante per coloro che credono che la conoscenza possa fare la differenza nelle cose del mondo. Per il modo in cui i politici e l’opinione d’élite in generale hanno fatto uso dell’analisi economica, si sono comportati, per modo dire, come l’ubriaco fa col lampione: come sostegno, non come illuminazione. Le carte e gli economisti che hanno raccontato all’élite ciò che voleva sentirsi dire sono stati celebrati a dispetto del fatto che fossero evidentemente in torto; i critici sono stati ignorati, non importa quanto spesso avessero ragione.

La débâcle di Reinhart e Rogoff ha alimentato qualche speranza tra i critici che la logica e la prova stessero finalmente diventando importanti. Ma la verità è che è troppo presto per dire se la morsa dell’austerità si allenterà in maniera significativa davanti a queste rivelazioni. Per adesso, il messaggio più importante degli ultimi anni rimane solo quanto poco bene venga dal comprendere le cose.

 

1. Legge emanata da Roosevelt nel 1935 che introdusse, negli anni della Grande Depressione, l’indennità di disoccupazione, di malattia e di vecchiaia per i cittadini statunitensi. N.d.R.2. Legge che garantisce un’assicurazione ospedaliera e medica gratuita per le persone sopra i 65 anni e che rientrano in altri  tipi di categorie. La legge venne emanata nel 1965 dal presidente Lyndon B. Johnson. N.d.R.

3. Si veda Olivier Blanchard and Daniel Leigh, Growth Forecast Errors and Fiscal Multipliers, ‘IMP Working Paper’, gennaio 2013.

PAUL KRUGMAN

è un giornalista del ‘New York Times’ e professore di economia a Princeton. Nel 2008 ha ricevuto il premio Nobel per l’Economia. In Italia sono stati pubblicati molti suoi libri, fra cui: Fuori da questa crisi, adesso! (Garzanti 2012), La coscienza di un liberal (Laterza 2009), Il ritorno dell’economia della depressione e la crisi (Garzanti 2009).

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