Joseph Lelyveld

Dentro la nostra nuova America

da ''The New York Review of Books''

GEORGE PACKER, The Unwinding: An Inner History of the New America, Farrar, Straus and Giroux, pp. 434, $27.00

ATTUALITÁ: Joseph Lelyveld recensisce un saggio che ci porta in un viaggio all’interno della “nuova America”. Una società spaventata e incerta davanti a una recessione che ha visto i legami che tengono uniti comunità, famiglie e individui sciogliersi,  lasciandoli in caduta libera.

Prima di saltare giù nella sua coraggiosa discesa speleologica all’interno della “nuova America”, George Packer fornisce un orientamento, o forse è un discorso di incoraggiamento, ai lettori che lo accompagneranno in questa spedizione. In soli otto paragrafi, abbozza una filosofia della storia che è vagamente Hegeliana. La sua dialettica funziona così: ogni tanto – un paio di volte in un secolo, sembra – la società americana si disfa, sciogliendo i legami che tengono unite comunità, famiglie e individui, abbandonandoli in caduta libera, esclusi egocentrici e arrampicatori che riescono a rimanere  appesi e a trovare appigli sempre più in alto.

Tali disfacimenti sono l’equivalente dei suoi “sfilacciamenti” [unwinding in lingua inglese], il più recente dei quali – non ancora finito, secondo questo punto di vista – ha avuto inizio in America ad un certo punto negli anni ’70. «Il futuro è stato in declino fin dal 1973», scrive Packer, parafrasando uno dei personaggi della vita reale che egli presenta come voci rappresentative, se non archetipi, della nostra era.

L’overture di Packer, con queste ampie tematiche, può sembrare un tantino esagerata. Ma segnala che qui c’è in offerta qualcosa di grande. Quanto grande diventa ben presto evidente. È il suo ambizioso progetto di far rivivere in queste pagine, e per queste tempi, la tentacolare trilogia di John Dos Passos degli anni ’30: U.S.A.

I romanzi di Dos Passos, spesso descritti come collage, offrono rappresentazioni giustamente normali di storie di personaggi destinati ad essere rappresentativi della generazione di americani che raggiunsero la maggiore età, più o meno, durante la Prima Guerra Mondiale. Ad interagire con loro ci sono dei “cinegiornali” di una pagina o due – frammenti lucenti di cultura popolare in forma di titoli, discorsi, liriche, e pubblicità – e poemi in prosa numerati, ognuno etichettato come “Occhio fotografico”, che trasmettono le riflessioni personali del narratore. Infine, la ricetta di Dos Passos prevede una spruzzata di luce, bozzetti sardonici di politici e detentori del potere: Heny Ford e Teddy Roosevelt, J.P. Morgan e “Fighting Bob” La Follette1.

Lo stesso Dos Passos iniziò a chiamare il pacchetto completo un “montaggio” o “cronaca contemporanea”, spiegando in un’intervista alla ‘Paris Review’ due anni prima della sua morte nel 1970, che voleva «ottenere qualcosa di un po’ più accurato della finzione». Allo stesso tempo, insisteva, «L’obbiettivo era sempre quello di produrre finzione».

Questo non è l’obbiettivo di Packer. Dos Passos fornisce l’armatura scultorea piuttosto che il modello per ciò che Packer ha assemblato. L’idea stessa di fare di The Unwinding un omaggio a U.S.A. – un libro che la maggior parte dei suoi lettori avrà letto solo di sfuggita nel migliore dei casi – è allo stesso tempo audace e limitante. A differenza del suo predecessore, The Unwinding non può essere letto semplicemente come un’opera d’immaginazione. Tuttavia merita di essere salutata per ciò che è: un’opera di reportage prodigiosa, altamente originale. L’ambizione che guida Packer è investigativa, giornalistica nel senso migliore del termine, piuttosto che letteraria. I vecchi mezzi del giornalismo – giornali “stampati”, riviste, network televisivi – possono provare ad essere parte degli avvenimenti che Packer racconta. Ma egli dimostra che il futuro del raccontare il mondo – la funzione alla base del giornalismo, alto o basso – non si sta eclissando.

U.S.A., va detto, dimostra di essere più vivace, più facile da leggere, quando i due libri sono paragonati per la loro prosa. Packer ha una passione ammirevole per i fatti e i dati, per la prova tangibile che un reporter registra sui suoi taccuini. Ma ciò delle volte è eccessivo per quanto lodevole, rendendo le pagine dense. Per fare un esempio poco importante, egli ama la specificità degli indirizzi delle strade, quindi trova necessario dirti che un reporter che sta investigando su una truffa sui mutui si è fermato in una suddivisione di Tampa al 4809 di North Seventeenth Street, o che l’ufficio di un’azienda miliardaria che si occupa di tecnologia si trovi al quarantatreesimo piano del 555 di California Street a San Francisco.

Con la stessa esattezza, dice dove i genitori dei personaggi sono nati, cresciuti e andati a scuola, dove hanno lavorato e pregato. Cataloga i nomi di rapaci istituzioni finanziarie e di studi legali che fanno il loro sporco lavoro. Questa tendenza ad accumulare i fatti e a nominare troppi nomi, non sempre avvantaggia «la storia interiore della nuova America» ma esibisce certamente il duro lavoro e la perseveranza con cui egli ha affrontato la sfida.

Principalmente comunque, pagina dopo pagina, l’avida attenzione di Packer per i fatti concreti di situazioni locali – quante imprese hanno chiuso, quanti posti di lavoro sono andati persi, dove va il denaro – anticipa la storia interiore. Guardando il paese dal livello del terreno, racconta di come la simbiosi fra Wall Street e Washington sia stata percepita durante o dopo le fusioni aziendali, la sparizione dei posti di lavoro, la deindustrializzazione, lo sprofondamento delle economie locali. Lettori pazienti potrebbero persino concludere che egli sia arrivato più in profondità di Dos Passos.

In conclusione, non è la natura suggestiva ma quella problematica della struttura del libro e dei suoi antecedenti che rendono The Unwinding eccezionale. Sono le storie che Packer riporta nella forma di storie personali raccontate, storie che si distendono su tre o quattro decadi e si accavallano una all’altra. Fondamentalmente ci sono quattro protagonisti principali, diversi altri in importanti ruoli da comprimari e un più ampio cast di comparse, inclusi importanti o noti politici e celebrità da Newt Gingrich2 a Robert Rubin3 a Jay-Z4.

La selezione di Packer di grandi profili da ritrarre è più eclettica e sorprendente di quella di Dos Passos; i ritratti (prodotti, egli nota, interamente da fonti secondarie) sono anche più lunghi. Poiché l’anomia era il suo soggetto, lo scrittore Raymond Carver fa parte della lista. Poiché è una crociata della salute, la patrona di Chez Panisse5, Alice Waters, ne fa anche lei parte. Una nuova entrata sul palcoscenico della politica, Elizabeth Warren, è presentata come la personificazione dei nostri tempi dello spirito populista di “Fighting Bob”, celebrato da Dos Passos. Tutte queste vite, famose e oscure, corrono su linee parallele senza intersecarsi; spesso sono modellate – in alcuni casi distorte – dal potere di ciò che Packer chiama «la forza riequilibratrice nella vita americana, il denaro organizzato».

Le storie di questi quattro protagonisti principali prendono più di metà del libro. Ognuno è nato negli anni sessanta, il più giovane nel 1968, il più vecchio nel 1960, l’anno in cui è nato Packer. Ciò potrebbe spiegare in qualche modo l’arbitraria datazione dello sfilacciamento come fenomeno emerso negli anni settanta. È quando questi hanno raggiunto la maggiore età. I titanici Sessanta, quando non poche cose che hanno finito per avere un significato culturale e sociale hanno fatto irruzione sulla scena – la guerra, la pillola, l’erba, le marce di protesta, gli assassinii, le rivolte, la cruda, palpitante musica –erano parte della scena quando i personaggi scelti da Packer iniziavano ad essere coscienti del mondo che li circondava. Egli ovviamente li ha seguiti da vicino, ha parlato con loro a lungo in più di un’occasione, li ha guardati mentre andavano avanti con le loro vite ed è rimasto in contatto con loro.

Il primo che incontriamo è Dean Price, figlio di un coltivatore di tabacco fallito e predicatore Battista la cui avventura ha a che fare con viaggi in Pennsylvania, Europa e un po’ d’alcool, ma finisce dov’era iniziata, nell’orgogliosa, grintosa regione di Piedmont del North Carolina. Price passa dal boom alla recessione al boom e di nuovo alla recessione, quando la regione perde decine di migliaia di posti di lavoro nel settore manifatturiero. Price ha un modesto successo dando vita a piccoli negozi e a un parcheggio per camion ma arrivano Walmart e altre grandi catene, facendo abbassare prezzi e salari, ed anche il prezzo della benzina. Allora si mette nel mercato dei biocarburanti, aggiungendo olio di colza al diesel, diventando l’evangelista di un’economia verde a base locale, ma i suoi debiti lo travolgono e lo portano alla bancarotta. Quando lo vediamo per l’ultima volta, nelle pagine finali del libro, ha cinquant’anni ed è ancora un visionario, che promuove un nuovo metodo per convertire l’olio esausto da cucina e grassi animali in biocarburanti. Gli scuola bus locali viaggeranno grazie agli scarti dei barbecue e lui costruirà una casa, e la riempirà di bambini adottati, sulla terra una volta coltivata da suo nonno; i bambini cresceranno per divenire i coltivatori indipendenti idealizzati da Jefferson.

Packer abita la mente di Dean Price mentre questi rivisita la sua vita, che lo ha portato attraverso una scuola di economia, un lavoro in azienda per la Johnson & Johnson, diverse chiese, un paio di matrimoni e una drastica perdita della fiducia nell’economia e nelle istituzioni politiche del suo paese, incluso il primo Democratico per cui abbia mai votato ed anche il primo nero, eletto presidente nel 2008. Ha ottenuto finanziamenti per la sua impresa di biocarburanti e persino di stringere la mano del presidente. Dean non è crollato ai suoi piedi. («Era la mano più soffice che avessi mai stretto a un uomo», non la mano di un uomo che aveva fatto del lavoro fisico.) Nessun partito o sindacato o associazione parla per lui. Distilla i suoi punti di vista da blog apocalittici, da un manuale chiamato Bibbia della prosperità e da alcune pagine di Gandhi sulla fiducia in se stessi. Conta su se stesso – l’inevitabile destino, siamo ovviamente portati a concludere, di chiunque sia stato preso a schiaffi nel disfacimento.

Fra gli altri protagonisti principali della storia di Packer c’è in prima fila Jeff Connaughton, la cui educazione politica è una parabola in se stessa. È un laureando in economia all’Università dell’Alabama quando, nel 1979, sente il discorso di un giovane Joe Biden che cambia la sua vita. Non è ciò che Biden ha detto ma come lo ha detto. Subito invitò il senatore a Tuscaloosa per il primo di tre interventi pagati. Biden dice le stesse spiritosaggini ogni volta ma Connaughton è «agganciato». Va ad una businesses school e a Wall Street, ma lascia un posto da broker a sei cifre per andare a lavorare nella prima, molto breve campagna presidenziale di Biden, dove guida la raccolta fondi, facendo chiamate che lo stesso candidato disdegna fare; la disillusione è il risultato immediato. Si ritrova a cene per potenziali donatori da 25.000 dollari con il senatore (le cene a casa sua in Delaware andavano sui 50.000 dollari). Ma Biden ha dimenticato da tempo il suo nome e quando lui prova a parlare al candidato, ottiene un borbottante rifiuto.

Ciò nonostante, rimane a Washington. Il giovane idealista che stravede per le celebrità è diventato “un uomo di Biden” sebbene non sviluppi mai una relazione di qualche intensità con il senatore. («Biden lo ha usato e lui ha usato Biden, e avrebbero continuato a usarsi l’uno con l’altro, ma questo sarebbe stato tutto», scrive Packer. «Era una tipica relazione alla Washington».) La porta girevole ruota diverse volte – egli ottiene una laurea in legge, passa dall’essere membro dello staff del Senato ad assistente legale della Casa Bianca di Clinton – poi si unisce ad una potente società di lobbisti che lavora per entrambe le sponde, finché è comprato per un freddo milione di dollari durante un cambio di gestione. Ha prosperato come membro della classe permanente di Washington ma sente, almeno qualche volta, che per tutta la sua carriera, si è venduto.

Nel suo ultimo lavoro a Washington cerca di fare ammenda. Torna sul Colle, come capo di uno staff del Senato, e combatte una giusta battaglia per un emendamento che contribuisca a ridimensionare le grandi banche. Inevitabilmente, l’emendamento dell’ex lobbista viene schiacciato dai lobbisti. Quando incontriamo per l’ultima volta Jeff Connaughton, vive a Savannah, fa il volontario per l’ufficio locale dei servizi legali e sta scrivendo un libro che  chiama La tangente: perché Wall Street perde sempre. Niente in un libro con quel titolo sorprenderebbe Dean Price.

O Peter Thiel, un polemico e auto-definitosi libertario nei giorni da studente a Stanford, che incarna l’avvento di Internet e la spinta della Silicon Valley nella cavalcata di Packer. Thiel, che diventa un accolito di Ayn Rand6, è un altro dei protagonisti principali di Packer che finisce con l’essere un disilluso, anche se si è guadagnato un posto, in ogni caso per poco tempo, nel Valhalla in cui dimorano i miliardari della Silicon Valley. Avendo fatto 55 milioni di dollari su un investimento da 240.000 dollari su PayPal, ne investe 500.000 su Facebook e se ne va con un miliardo di dollari.

Allora fa la sua prima mossa sbagliata, dando vita a un hedge fund che si ritrovava bloccato nella crisi bancaria del 2008, portandosi via gran parte ma non tutta la sua ricchezza. Dopo un po’ di tempo Mitt Romney si presenta alla sua porta per chiedergli supporto e denaro, Thiel ha questo da dire: «Penso che vincerà il candidato più pessimista, perché se sei troppo ottimista ciò indica che sei fuori contatto». Il candidato non è sicuro di aver capito bene. E la promessa dell’era dell’informazione? Chiede. L’ex miliardario tecnologico ha concluso che la promessa è sopravvalutata, se non falsa. Prese tutte insieme, le compagnie tecnologiche in cui investe i suoi soldi, stima, impiegano poco più di 15.000 persone. Twitter offre un posto di lavoro stabile a forse 500 persone in questo paese. Stigmatizza le compagnie e i loro leader come “evasivi” e “autistici”, tanto sono assorbiti dai gadget e da un mondo virtuale. «Hai un cambiamento vertiginoso dove non c’è progresso», dice. Nell’arena politica, Ron Paul7 è il suo uomo. Dona 2.6 milioni di dollari al Super PAC8 di Paul.

Gli interessi del successivo investimento di Peter Thiel cambierebbero il mondo reale se potessero essere realizzati. Sono estensioni della vita (usando un microscopio elettronico per leggere il genoma umano e aprendo la strada al recupero dei disordini genetici); e, se tutto quanto fallisse, la criogenia, lo sforzo di mantenere gli organismi a basse temperature in modo che possano essere rianimati e trattati in una qualche data futura. Questo, aggiungerebbe probabilmente, è l’esatto opposto di “evasivo”.

La quarta protagonista principale – la sola donna e non bianca – è quella che inizia e finisce con meno denaro in tasca ma con più forza con cui si è indurita e con cui ora affronta il futuro. Il suo nome è Tammy Thomas. È la figlia di una tossicodipendente, a sua volta madre single a sedici anni, licenziata come assemblatrice alla catena di montaggio a quaranta e che ha vissuto la sua intera vita a Youngstow, Ohio, la città più martoriata della Rust Belt9, dove la popolazione è calata di un terzo in vent’anni e dove la disoccupazione è aumentata a più del 22 percento.

Eppure lungo la strada ha imparato ad evitare la maggior parte delle trappole che le circostanze le hanno messo davanti. Nel tempo è stata costretta, insieme ad altri dipendenti, all’acquisizione della compagnia di ricambi d’auto per cui ha lavorato per vent’anni, finendo con una paga di circa 25 dollari all’ora, ha terminato con successo un corso presso un istituto tecnico ed è proprietaria di una casa in una città decente proprio dietro il degrado urbano di Youngstwon. Abbandonata a se stessa, stava progettando di andare al college per ottenere un diploma come consulente, ma un organizzatore di comunità, riconoscendo la forza della sua personalità, la recluta per un lavoro in un programma sostenuto da una fondazione. A lei e ad altri viene detto di:

andare fuori e parlare a ogni gruppo di chiesa, di quartiere, a leader potenziali che potessero trovare, di reclutare settantacinque persone per partecipare a un incontro, organizzare qualche tipo di azione o  sarebbero stati licenziati.

 

Così adesso è a sua volta un’organizzatrice di comunità, una speaker informata e navigata in forum locali che promuovono cause come la riforma della sanità pubblica. La notte delle elezioni del 2012 è quando la vediamo per l’ultima volta. Youngstown si sta riprendendo gradualmente e lei è nel pieno della sua storia di successo.

La seconda vittoria di Obama la commuove persino più della prima. Aveva avuto molti presagi del fatto che il suo candidato avrebbe potuto perdere. Ora, così ci racconta Packer, leggendo la sua mente, lei pensa: «Mio Dio, significa che abbiamo la chance di fare davvero qualcosa». Tammy Thomas ha dato a Packer la più pura espressione di speranza di tutto il libro.

Packer non trova nulla di paragonabile a tale speranza a Tampa, se si esclude la caparbietà di un reporter investigativo chiamato Michael Van Sickler, che racconta la devastazione operata  da parte di banche che senza scrupoli confezionano mutui trasformati in  nuove attraenti pillole velenose note come “mortgage-backed securities”, date agli investitori con la benedizione ufficiale di agenzie di rating apparentemente disinteressate. Lo scandalo non è confinato a Wall Street dove il suo impatto sembra essere transitorio. Nella dimensione di Tampa, dove le case sono svuotate e lasciate decadere dopo ondate di pignoramenti in strade in cui non vive in definitiva più nessuno, si è manifestato come una piaga biblica.

In un quartiere chiamato Carriage Pointe, Van Sickler, che scrive per il ‘St. Petersburg Times’, scopre che molte delle case non sono mai state occupate, essendo state comprate da “flipper”10 che intendevano, negli inebrianti giorni precedenti la bolla immobiliare, venderle rapidamente con un grosso profitto. La truffa era al suo culmine. Le case abbandonate sarebbero state acquistate a prezzi inferiori e rapidamente rivendute per somme ampiamente gonfiate a “compratori di paglia” che potrebbero non essere nemmeno esistiti, con un intermediario che incassava i soldi dei mutui. «Le banche – conclude Packer – hanno gettato i loro soldi su mutuatari finti per pagare più del dovuto case schifose perché in quel modo il rischio veniva passato a qualcun altro». Fino a quando il denaro continuava a muoversi, tutti ne beneficiarono, eccetto quei poveri, disillusi cittadini che provarono davvero ad andare a vivere nelle case che pensavano di aver comprato. Nel frattempo in un’aula di tribunale di St.Petersburg venivano ordinati pignoramenti al ritmo di uno ogni tre minuti. Gli ufficiali giudiziari e gli avvocati la chiamavano la “bolla razzo”.

Packer fa a fette, a cubetti e mescola i suoi racconti e, ad ogni scossa del suo caleidoscopio, la sua visione di ciò che egli racconta dello “sfilacciamento” riesce infine  ad essere messa a fuoco. È il quadro che presenta più le conclusioni che lasciano l’impressione più profonda. Non tutte le sue incursioni sono soddisfacenti allo stesso modo – un capitolo sul settore finanziario e sul movimento Occupy Wall Street sembra frettoloso, quasi un ripensamento – e nessuna di loro ci lascia con la sensazione di aver visto i personaggi che presenta nella loro completezza.

Si concentra sulle loro storie lavorative e sul modo in cui interagiscono con i politici del loro tempo e luogo. Hanno gusto per la vita? Sono divertenti o depressi? Possiamo solo immaginarlo. Le loro vite private rimangono essenzialmente private. Apprendiamo più su Peter Thiel che su chiunque altro ma persino con Thiel, Packer lascia molte domande sospese. Ci viene detto che Thiel è stato educato come un cristiano Evangelico, che uno dei suoi amici conservatori a Stanford causò uno scandalo per essersi messo a urlare davanti alla residenza di un docente «Frocio!Frocio! Spero tu muoia di AIDS!» e che dopo Thiel più tardi lo loderà in un libro di cui è coautore per aver esercitato la sua libertà di parola sfidando i “tabù” dei “multiculturalisti”.

Tutto molto interessante, alla luce di quello che Packer ci racconta più avanti: che undici anni dopo, nei suoi trent’anni, Thiel infine si dichiara gay. Packer non è stato in grado di portare il suo soggetto a riflettere, sembra, sull’incidente dall’avvantaggiato punto di vista della mezza età; né lo pone di fronte all’ovvia domanda se la sua difesa del discreditamento fosse a misura del suo autoinganno o una doppia vita. Né apprendiamo se abbia dato vita a una qualche relazione duratura in seguito. Thiel, conclude Packer, è «emozionalmente opaco». Ciò che scopriamo delle vite sentimentali di Tammy, Dan e Jeff è ugualmente sintetico e incompleto. Quando loro testimoniano i loro sentimenti sono fondamentalmente sentimenti in quanto operatori economici e cittadini.

Su questo piano, Packer registra una totalità di disillusione e rabbia. Queste sono generalmente attribuite ai suoi protagonisti o soggetti ma è evidente che siano anche del loro autore quando si prende una pausa per fare un elenco degli atti di deregolamentazione approvati e venduti come riforme:

 

• L’abrogazione da parte della Federal Communications Commission della “Dottrina dell’imparzialità” nel 1987, che richiedeva alle emittenti radiofoniche di mandare in onda entrambi i punti di vista su un argomento di dibattito; una riforma fatta in nome della libertà di parola che ha reso la rabbia dell’uomo bianco una risorsa sfruttabile per Rush Limbaugh11 e i suoi imitatori nelle talk radio12.

• L’approvazione nel 1999 del Gramm-Leach Biley act, che ha rimosso la barriera contro la commercializzazione da parte delle banche dei titoli sui loro stessi depositi, come se fossero un qualsiasi speculatore che gioca con il denaro preso in prestito in quei casinò che sono diventati i mercati che si suppongono regolati.

• Il Commodities Futures Modernization Act del 2000, che ha eliminato tutta la regolamentazione di quegli strumenti finanziari ben presto diventati tristemente famosi come “derivati”.

 

Packer sta facendo la sua lista quando osserva acutamente che gli ultimi due atti vennero firmati da Bill Clinton. L’autore di The Unwinding può essere più graffiante dell’autore di U.S.A., che era un comunista quando lo scrisse, anni prima di diventare sostenitore di Barry Goldwater13. È l’imitazione che da a Packer la forza di un piagnisteo.

In quel modo l’insieme può essere definito più della somma delle sue eterogenee e, si deve notare, non uniformi parti. I Piedmont, Youngstown, Silicon Valley  e Tampa sono posti affascinanti ma non possono rappresentare una parte significativa del paese, non più di quanto le esperienze di tre uomini bianchi e di una donna nera rappresentino quelle di una generazione. Ovviamente in questo racconto molto viene lasciato fuori. L’unica persona con origini ispaniche che Packer coinvolge è una giovane donna di Brooklyn che si dirige a Zuccotti Park durante il movimento Occupy. Il fatto che sua madre sia di origini portoricane e che suo padre sia del Belize è solo accidentale per la sua storia così come viene raccontata qui.

Le donne bianche non sono numerose in queste pagine. Un breve ritratto di Colin Powell offre l’unica allusione alle nostre guerre recenti e al loro costo, un argomento che ha occupato George Packer quando scrisse The Assassins’ Gate, un libro impressionante che trattava l’invasione dell’Iraq nel 2003 come una missione plausibile e potenzialmente meritevole trasformatasi in un fiasco per colpa di arroganza e ideologia. I cambiamenti apportati da Internet allo spirito del tempo – i social network, l’accesso istantaneo a vuoti discorsi politici e pornografia mescolati a discorsi sensati e all’arte – sono a malapena toccati.

Si può andare avanti e fare un catalogo persino più lungo di situazioni e argomenti assenti in questo romanzo: gli americani all’estero, non solo per fare la guerra o spiare ma per impegnarsi in studi, imprese idealistiche e affari da Shangai a São Paulo; i mondi dell’istruzione, la filantropia e gli sforzi civili. Per non parlare delle varie patologie sociali che potrebbero essere riflesse nel dibattito sul Secondo Emendamento e le armi; il futuro del matrimonio e il ruolo delle donne.

Nessun problema, perché Packer non promette mai di essere onnicomprensivo. Questo non è un libro su tutte le nostre aspirazioni e sfilacciamenti, solo su quelli che l’autore prende come suo soggetto. Egli parafrasa come in un flusso di coscienza il pensiero di Jeff Connaughton, l’idealista dell’Alabama che va a Washington per fare del bene, solo del bene:

 

L’establishment potrebbe fallire e fallire e continuare a sopravvivere, e persino prosperare. È stato attrezzato per vincere… La promozione sociale e il conflitto d’interesse furono costruiti nell’anima della meritocrazia.

Non si dubita che questa sia la testimonianza di questo singolare transfuga di Washington. Non si dubita anche che George Packer prenda questa testimonianza a cuore come una conferma delle intuizioni e valori che lo hanno guidato in questo reportage. Molti scribacchini, pensatori e predicatori l’hanno pensata allo stesso modo, ma non con tale forza e non in anni recenti accumulando così tante prove sul tavolo.

Packer insiste su ciò che già sappiamo: molti americani sono inciampati malamente o hanno perso la loro strada da quando l’avidità fu liberata e santificata per servire quella competitività e crescita da cui temevano di essere esclusi. Come escursione morale nelle nostre condizioni attuali, l’ardua avventura di Packer obbliga all’attenzione. Il fatto che non si concentri sulle vittime ovvie di tempi difficili ma su individui che si potrebbe dire  ne siano usciti bene, serve bene ad approfondire il senso di perdita che The Unwinding intende raccogliere. Non è più mattina in America 14.

 

1. Robert Marion Fighting Bob “ La Follette, Sr (1855-1925). Senatore repubblicano statunitense che in tarda età divenne un progressista. Fra le sue molte battaglie politiche (da cui il suo soprannome) le più importanti furono l’opposizione all’intervento americano nella Prima Guerra Mondiale, il monopolio delle ferrovie statali e contro la costituzione della Lega delle Nazioni (ora Nazioni Unite). N.d.R.

2. Newt Gingrich (1943). Dirigente nazionale del Partito Repubblicano. N.d.R.

3. Robert Rubin (1938). Politico statunitense, fu segretario al tesoro dal 1995 al 1999. N.d.R.

4.Jay-Z (1969), nome d’arte di Shawn Corey Carter, è un rapper, imprenditore e produttore discografico statunitense. N.d.R.

5. Ristorante che si trova a Berkeley, California, famoso per utilizzare per la sua cucina solo cibo organico e locale, fondato da Alice Waters. N.d.R.

6. Ayn Rand (1905-1982). Scrittrice, filosofa e sceneggiatrice statunitense. Era una convinta sostenitrice dell’individualismo, dell’egoismo razionale e del capitalismo. È stata anche fondatrice della corrente filosofica dell’oggettivismo. N.d.R.

7. Ron Paul (1935) politico statunitense membro del Partito Repubblicano. Fa parte della corrente libertariana e non intervista del partito. N.d.R.

8. I Super PAC sono organizzazioni che raccolgono fondi da sindacati, privati, aziende e organizzazioni per le campagne elettorali. N.d.R.

9. Termine con cui si indicano delle zone post industriali che si trovano nella zona Nordest degli Stati Uniti. N.d.R.

10. L’autore si riferisce all’ “house flipping”, il comprare bene immobili in periodi di recessioni a prezzi stracciati per poi rivenderli a prezzi gonfiati. Le persone o agenzie che praticano queste azioni vengono comunemente chiamati “flipper”. N.d.R.

11. Rush Limbaugh (1951), dj radiofonico statunitense, tanto popolare quanto controverso a causa della sue posizioni fortemente conservatrici che rasentano la xenofobia. N.d.R.

12. Con talk radio si indica un tipo di  programma radiofonico in cui un unico conduttore, che spesso si confronta con telefonate in diretta con i suoi ascoltatori, parla di svariati argomenti, principalmente di politica e attualità. N.d.R.

13. Barry Goldwater (1909-1998), membro del Partito Repubblicano, fu molto attivo come anticomunista durante il periodo della caccia alle streghe. N.d.R.

14. La frase originale (“Morning in America it isn’t”), si riferisce al video utilizzato per la campagna elettorale di Ronald Reagan del 1984 intitolato: It’s Morning again in America. N.d.R.

JOSEPH LELYVELD è direttore editoriale del ‘New York Times’. È autore di Move your shadow. South Africa, black and white (Abacus, 1987),  il suo ultimo libro è Great Soul. Mahatma Gandhi and his Struggle with India (Knopf 2011)

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico