Margaret Atwood

L’Omero delle formiche

da ''The New York Review of Books''

Anthill, il primo romanzo di E.O. Wilson, ha un titolo che mantiene quanto promette: dentro quest’opera è racchiuso un vero formicaio. Non si tratta di un formicaio metaforico, ma di un formicaio brulicante fino all’orlo… di formiche, naturalmente. E intorno al formicaio gira tutta la vicenda.

Le somiglianze tra la società delle formiche e quella umana ci affascinano da sempre. Anche se nel mondo delle formiche non esistono orchestre sinfoniche, polizia segreta o scuole di filosofia, formiche e uomini partecipano a guerre, si dividono in gruppi distinti (o caste) in base al lavoro svolto, costruiscono città, organizzano asili infantili e cimiteri, hanno schiavi, praticano l’agricoltura e, saltuariamente, si dedicano al cannibalismo. Le società delle formiche però sono più forti, altruistiche ed efficienti di quelle umane.

Questa specularità ci affascina ma insieme ci innervosisce: non siamo abbastanza simili alle formiche o lo siamo troppo? A causa del nostro sentimento ambivalente, la comparazione con le formiche viene considerata a volte un complimento altre volte un insulto. «Va’ dalla formica, o pigro,/ guarda le sue abitudini e diventa saggio»1 esorta il Libro dei Proverbi, invitandoci a imitare l’operosità della formica. A questa incitazione l’esteta Max Beerbohm ha però risposto dicendo che la formica rappresenta un esempio per tutti noi, ma non è un buon esempio. Molte generazioni di bambini sono cresciute con la favola della cicala e della formica di Esopo: la prima è irresponsabile e inutile, la seconda si ammazza di lavoro per mettere da parte le scorte di cibo per l’inverno; la prima fa l’elemosina quando arriva il freddo, la seconda le chiude la porta in faccia con avarizia. Nel romanzo breve del 1956, Considera le sue abitudini2, John Wyndham immagina che tutti gli uomini siano stati eliminati da un’epidemia e che sia sorta, di conseguenza, una società formata da sole donne. In questo mondo “madri” colossali e ottuse producono infornate di cloni di bambine allevate da bambinaie irritabili, le attività manuali sono svolte da lavoratrici amazzoni, mentre una casta di intellettuali pianifica la vita della società. Come nota l’eroina del romanzo, che giunge in questa strana società del futuro provenendo dal nostro tempo, si tratta di un mondo senza sentimento ma molto più pacifico di quello in cui siamo abituati a vivere.

Peraltro questo mondo è anche molto più pacifico di una qualsiasi società di formiche. Nella mitologia greca i Mirmidoni, la tribù di valorosi guerrieri guidati da Achille, prendono il loro nome da una parola che significa appunto “formica”: questi uomini erano noti per la loro ferocia e stimati per la lealtà. I Mirmidoni combattevano fino alla morte, proprio come le formiche sono pronte a morire per difendere il proprio nido. In questo comportamento c’è qualcosa di impulsivo e robotico, non bisogna quindi stupirsi se i guerrieri, alieni e macchine, presenti nei film di fantascienza spesso traggono molte delle loro caratteristiche dalle formiche (si pensi alla lucentezza metallica, agli occhi privi di espressione, alla tendenza a formare sciami, alle mandibole affilate come lame…). Ne La spada nella roccia, romanzo fantasy dedicato ad Artù da T.H. White nel 19383, le formiche rappresentano una metafora della dittatura di stampo fascista e ripetono in modo monotono il loro slogan («mamma, mamma, mamma») e se si sentono minacciate si esibiscono in rappresentazioni politico religiose sul modello dell’agit-prop sovietico all’insegna di: «TUTTO CIò CHE NON È VIETATO È OBBLIGATORIO». Più di recente, nel 1991, l’allora primo ministro francese Édith Cresson si è riferita ai giapponesi e al loro modo di lavorare e commerciare affermando, senza volerli elogiare, che «le formiche gialle stanno cercando di impadronirsi del mondo».

A un certo livello, per quanto possibile, le formiche riescono a spaventarci. Noi esseri umani infatti rischieremmo di morire se le formiche smettessero di dissodare il terreno, un’attività fondamentale per garantire la sopravvivenza delle piante. Che cosa potrebbe accadere se queste fossero fuori controllo? Un numero esiguo di loro ci danneggerebbe, ma anche uno troppo grande sarebbe disastroso. Come possiamo assicurarci che ci sia sempre una corretta proporzione tra formiche e uomini?

Se pensate che si tratti semplicemente di questioni accademiche, date un’occhiata al nuovo e sorprendente libro dedicato a questi insetti dall’eco-esploratore Mark Moffett, Adventures Among Ants4, che si occupa di varie specie di formiche (le formiche legionarie dell’Africa, le tessitrici delle foreste pluviali, le schiaviste amazzoniche e le tagliafoglie che coltivano i funghi). Moffett descrive la massiccia e ancora più inquietante guerra che attualmente vede schierate le formiche argentine contro tutte le altre formiche e ogni forma di microvita biologica. Le formiche argentine non rappresentano un problema in Argentina ma, poiché spesso si fanno dare un passaggio da altri animali, si sono ormai diffuse in luoghi distanti come la California, le Hawaii e l’Africa meridionale dove non hanno nemici naturali. Queste formiche formano gigantesche supercolonie e spargono gli afidi che allevano ovunque, anche sui roseti di molti giardini statunitensi. Una simile “monocultura” di formiche, come è ovvio, non è affatto positiva.

 

E così torniamo ad Anthill. Non sorprende scoprire che il relatore della tesi di Moffett sia stato proprio Edward O. Wilson. Wilson è senza dubbio il grande saggio delle formiche, un esperto che ha studiato questi insetti e scritto su di loro per oltre 40 anni. Con Anthill Wilson è al suo primo romanzo ma certamente non al suo primo libro: i volumi che ha pubblicato sono oltre una ventina e, in diversi casi, si tratta di opere davvero innovative.

Anche le formiche peraltro non hanno compiuto molte escursioni fuori dai libri di entomologia, se non a metà degli anni Settanta del Novecento. Proprio Wilson all’epoca contribuì ad accendere una miccia e riscaldare ulteriormente gli animi nella guerra tra i sessi con il suo Sociobiologia del 1975. Affermando che gli ormoni femminili sono diversi dagli ormoni maschili si tradisce la causa della parità tra i sessi nei luoghi di lavoro? Non siamo niente più dei nostri ormoni? Sono gli ormoni a determinare il nostro comportamento sociale e il nostro stipendio? Secondo il ‘World Economic Forum’ le donne (che lavorano, consumano e vendono) rappresentano oggi la principale risorsa economica (più della popolazione dell’India e della Cina). È sicuro dunque che questi interrogativi continueranno a turbare i nostri sonni.

Certamente devono aver turbato quelli di Wilson. Dopo aver scritto molto sulla natura umana, sui geni, sulla mente, sulla cultura, Wilson ha incominciato, dal 1984 con Biofilia, ad ampliare il suo campo di indagine ponendo la specie umana al centro del proprio cruciale ecosistema, il pianeta Terra. Non è un caso che i bambini piccoli siano attratti da altre forme di vita: noi esseri umani prendiamo coscienza di noi stessi grazie a uno scambio, a una sorta di conversazione necessaria con gli altri organismi. Soltanto negli ultimi 50 anni i bambini hanno incominciato a pensare che i polli vengano dal supermercato e che la Natura sia uno spettacolo televisivo. Inoltre, come spesso accade, ciò che non si conosce può uccidere. Oggi sembriamo esserci dimenticati del fatto che senza una biosfera funzionante (aria, acqua e terra pulite e abitate da una grande varietà di piante e animali) soffriremmo la sete e la fame, avvizziremmo e soffocheremmo fino a morire.

Negli anni Novanta Wilson (come molti altri naturalisti) ha incominciato seriamente a preoccuparsi di quella che, ogni giorno di più, assumeva le forme di una guerra dell’uomo contro la Natura (una guerra la cui fine, scontata, può essere soltanto la scomparsa di ogni specie ed ecosistema). Negli ultimi vent’anni si è pertanto dedicato con molta più forza alla difesa della Natura. In cerca della Natura è uscito nel 1996; L’armonia meravigliosa: dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza nel 1998; Il futuro della vita, testo profondamente inquietante, nel 2002 e, nel 2006, La creazione: un appello per salvare la vita sulla terra (un invito rivolto anche alla destra religiosa a cercare tutti insieme una via comune per salvare il mondo che, in base alle fedi fondamentaliste, sarebbe stato creato in un atto di benevolenza divina). Wilson tuttavia non ha affatto dimenticato le formiche e così nel 20095 ha pubblicato The Superorganism: The Beauty, Elegance, and Strangeness of Insect Societies.

Ma allora perché Wilson ha deciso di scrivere un romanzo? Chi si dedica da tempo a questa attività avrebbe potuto invitarlo a tenersene fuori. Limitati a scrivere quello che sai, poteva avvisarlo, riposati sui tuoi allori già così notevoli. Non rischiare di attirare le critiche e lo scherno dei letterati, non dare ai tuoi oppositori l’opportunità di farti a pezzi. Che cos’hai da guadagnarci?

«Un pubblico di lettori più ampio a cui rivolgere un appello ecologico di estrema urgenza» si potrebbe rispondere. Molte persone hanno difficoltà a comprendere e seguire ipotesi complesse e lunghe file di numeri, mentre la capacità di leggere e capire la narrativa sembra parte integrante dello strumentario fondamentale umano, un adattamento che conferisce un vantaggio evolutivo a chi sa raccontare storie interessanti. Vari studi hanno dimostrato che ci identifichiamo con le storie e le ricordiamo, pertanto impariamo più facilmente da una storia piuttosto che da presentazioni più astratte (“storie” come quelle che si leggono nella scuola elementare; oggi si insegna ai ragazzini usando i fumetti di Andy l’atomo o di Ginny il gene? Se gli insegnanti non lo fanno forse dovrebbero). I biologi, come i medici, sono portati a raccontare storie: studiano i viventi e una forma di vita non è nulla senza la sua storia. Gli organismi si muovono e si trasformano con il tempo, nascendo, crescendo, riproducendosi e rientrando in circolo seguendo la catena alimentare. Wilson avrà di conseguenza pensato di poter trasmettere più facilmente i suoi avvertimenti con un romanzo piuttosto che tramite un altro libro sulla “Natura”.

La motivazione didattica è soltanto una tra molte perché Anthill rappresenta a ben vedere uno strano ibrido. Come si conviene a una saga dedicata agli insetti, l’opera è divisa in sei parti (una per ciascun arto), con un prologo che potrebbe corrispondere alla testa. Nel prologo Wilson illustra tre concetti chiave: primo, la sua storia si svolge su tre diversi livelli vitali interconnessi (uomo, insetti e biosfera che contiene entrambi); secondo, le formiche sono una metafora per riferirsi agli uomini e il mondo degli uomini è una metafora per parlare del mondo delle formiche; terzo, le guerre tra formiche sono come poemi epici in miniatura, di cui Omero potrebbe proprio aver scritto: «Di noi, che Giove, dalla verde etade / infino alla canuta, agli ardui fatti / Della guerra incitò, finché ciascuno / Vi perisca onorato»6.

Lo ammetto, ho riflettuto un po’ prima di scegliere questa citazione. Un piccolo indizio, non è molto, considerando il libro nel suo insieme, ma è perfettamente esemplificativo della sua struttura. Wilson conosce le formiche, ma conosce anche i classici e, da studioso coscienzioso, non sbandiererebbe riferimenti all’Iliade all’inizio della sua opera semplicemente per far colpo sui lettori. Così l’ho preso alla lettera e ho letto il romanzo con un occhio al celebre riferimento che ha scelto.

Il protagonista principale del libro non parla in prima persona ma, come per Achille, ne vengono raccontate le gesta (gli eroi apparirebbero tutti un po’ meno eroici se venissero rappresentati troppo intimamente: immaginate l’Heatcliff di Cime tempestose che si lava i denti). Il narratore di Anthill è uno dei maestri dell’eroe, il dr. Norville, che interpreta una sorta di Chirone, il centauro maestro di Achille. Questa scelta permette di mantenere una certa distanza dalla narrazione: se ci avvicinassimo un po’ di più il nostro giovanotto ci apparirebbe con poco senso dell’umorismo e a volte perfino presuntuoso. Ma, a ben vedere, queste qualità potrebbero anche derivare direttamente dal narratore dr. Norville.

Il ruolo dello stesso Achille (o forse di Achille/Ulisse dato che il protagonista principale dell’opera di Wilson è un ragazzino astuto che non esita, se occorre, a raccontare qualche bugia e a ricorrere a sotterfugi) è impersonato dal giovane Raphael Semmes Cody. “Raff” è cresciuto come Wilson in Alabama in un periodo che coincide indicativamente con quello della giovinezza dell’autore; anche Raff inoltre si interessa notevolmente della natura, soprattutto di formiche, e decide di studiare ad Harvard. Alcuni di questi passaggi, come ci si può aspettare da uno scrittore al primo romanzo, si basano su ricordi giovanili dell’autore. Il cibo e i luoghi sono descritti con affetto, fino nei particolari delle coppe di gelato decorate con granella di noccioline e della zuppa di gombo e granchio. Anche il modo di parlare «sissignora» e «nossignore», oggi superato, è tipico di quel tempo. Il medesimo affetto infine è riservato alla flora e alla fauna del terreno di Nokobee, un pezzo di Alabama ancora selvaggio che nel romanzo svolge il ruolo della fanciulla in pericolo. Raff Cody però non diventa uno scienziato come Wilson, il suo eroismo lo porta su un’altra strada.

Consideriamo ora i nomi dei protagonisti perché, come gli autori dell’antica Grecia che l’hanno preceduto, anche Wilson non li ha scelti a caso. La madre di Raff è una Semmes, che discende (ci viene spiegato) dal vero Raphael Semmes, famoso ammiraglio durante la guerra civile americana. Come molti aristocratici, anche la madre di Raff è ossessionata dalla genealogia, alla stregua di Omero: nell’alta società dell’Alabama (proprio come nell’Iliade) è molto importante sapere chi è imparentato con chi. Tuttavia la madre di Raff si è allontanata dalla sua illustre famiglia quando ha sposato un uomo di livello più basso del suo. Il padre di Raff, Ainsley Cody, un semi-provinciale reazionario con il culto del fucile, è un gran bevitore di birra che vive in base al proprio codice d’onore secondo cui occorre rispettare gli altri, se lo meritano, difendere se stessi e non tornare mai indietro quando si ha ragione. Raff ha ereditato qualche caratteristica sia dal lato Semmes della famiglia, sia dal lato Cody (come è prevedibile, tra l’altro, ci sono incomprensioni tra moglie e marito. Non sposare una dea, erano avvisati i mortali greci, accoppiamenti simili non funzionano).

“Raphael” non è soltanto il nome di un ammiraglio, ma anche di un angelo, anzi di un arcangelo capace di risanare gli uomini e di tenere alla larga i diavoli. Per quanto riguarda il cognome “Cody”, è impossibile per qualunque statunitense della generazione di Wilson non ricordare “Buffalo Bill” Cody, uomo di frontiera dalla mira eccezionale e molto combattivo. Risanatore, combattente esperto della natura, guerriero coraggioso che non cede mai: Wilson ha scelto per il suo eroe panni davvero impegnativi da indossare.

Dopo il prologo presentato, come si confa, in bella forma shakespeariana, l’azione incomincia con una domanda. L’adolescente Raff e suo cugino Junior sono usciti in cerca del «Serpente del Chicobee», un essere mitico simile al drago di Loch Ness che, si dice, nuota nel fiume Chicobee. Sulla strada i due giovani incontrano un uomo eccentrico (lunatico e forse anche assassino) chiamato “Frogman”, che vive da solo in una capanna vicino al fiume, vende zampe di rana per procurarsi da vivere, e si è autonominato guardiano non soltanto della terra circostante ma anche di un enorme alligatore chiamato Old Ben (Frogman, essere ciclopico, mezzo uomo, mezzo custode della natura, mezzo mostro pericoloso, avrà un ruolo fondamentale in seguito).

A questo punto la narrazione torna indietro e Wilson ci racconta dei genitori del protagonista, della nascita di Raff, della sua infanzia e crescita con una riuscita scelta di episodi. Nella storia gli adulti offrono al protagonista i propri doni: il dr. Norville incoraggia il suo interesse per la storia naturale, il padre gli insegna ad aver fiducia in se stesso e gli dona un codice d’onore e qualche lezione su come si usa un fucile. Il più grande maestro di Raff è però il terreno di Nobokee, una distesa immacolata di Pinus palustris, praticamente tutto ciò che resta di questo ecosistema una volta molto diffuso nell’Alabama.

Raff ne conosce ogni aspetto: non c’è sasso che letteralmente non abbia sollevato e il suo interesse viene abbondantemente ripagato da scinchi, onischi e centopiedi e, come è giusto, dalle formiche che scopre ovunque, sopra e sotto i sassi. Durante queste esplorazioni e armato del suo fucile ad aria compressa da ragazzino, Raff incomincia a comprendere la fragilità del suo amato terreno (e la sua personale capacità di distruggerne gli abitanti), ma anche la sua grandissima forza: «Costruì un contesto più ampio nel quale disegnare un’immagine dell’umanità e di se stesso. Sulle prime l’immagine era vaga, ma da quel momento in poi divenne sempre più chiara. Col tempo capì che la Natura non è un elemento esterno al mondo degli uomini. È vero il contrario. La Natura è il mondo reale, e l’umanità vi crea le isole in cui vive».

Raff è ora (come lo chiama Norville) un «cittadino del Nokobee». Questo implica che (come tutti i cittadini e opliti dell’antica Grecia) è obbligato a difendere il proprio territorio.

Così, equipaggiato di una conoscenza fondamentale, Raff è pronto per la terza sezione del libro intitolata Il decollo. Grazie al ricco e inserito lato Semmes della famiglia, Raff riceve un altro regalo: la possibilità di assicurarsi un’educazione universitaria, a patto che scelga legge. Così il protagonista promette. Simile a Ulisse, ma non altrettanto scaltro, Raff è un boy-scout e anche un Cody e sappiamo che sarà obbligato per sempre dal suo onore a mantenere la propria promessa, anche se non è molto attratto dall’idea di diventare un avvocato. Parte così per la Florida State University di Tallahassee, dove incontra di nuovo “zio” Norville che riprende con gioia il ruolo di mentore. Raff può così continuare i propri studi di biologia anche se è ormai instradato verso la carriera di avvocato.

Una volta affinata la propria capacità di identificare coleotteri e altri insetti, Raff completa una ricerca assegnatagli da Norville che ha come soggetto una colonia di formiche di Dead Owl Cove, vicino alla sua città natale. Questo studio ci porta alla quarta sezione del libro in cui il dr. Norville illustra la ricerca di Raff sul formicaio, lasciando fuori «le misurazioni e le tabelle» e descrivendo il più chiaramente possibile «gli eventi dal punto di vista più vicino possibile a quello delle formiche».

Questa sezione è chiamata «Cronache del Formicaio», una sorta di Iliade incentrata sui tragici conflitti tra gli eserciti di formiche. Perché Wilson ha scelto di chiamarle “cronache” e non “storie” o anche “guerre”? Forse perché questa parola porta in sé una certa gravità o una sensazione di antichità mitica. Il lettore può pensare alla Cronaca anglosassone7 o alle Holinshed’s chronicle8, a cui Shakespeare si è ispirato per molte delle sue opere. Ci sono poi le Cronache marziane di Ray Bradbury9, un gruppo di storie di fantascienza che raccontano dei contatti tra uomini e alieni. Le «Cronache del Formicaio» mantengono lo spirito di queste tre fonti e, in particolare, dell’ultima: se i protagonisti fossero marziani, non ci stupiremmo affatto.

Seguendo Omero, Wilson si immerge nella storia del formicaio mentre è nel pieno dello svolgimento. La regina è appena morta e il destino della colonia di Trailhead è segnato, dato che nessun formicaio può sopravvivere per molto alla morte della propria regina. Se qualcuno avesse riferito alle formiche di questa morte, gli insetti avrebbero risposto come fa Dorothy Parker quando viene a conoscenza della morte di Calvin Coolidge: “Come l’hanno capito?”. Le formiche non capiscono che un’altra formica è morta finché non incomincia a puzzare di morte (questi insetti comunicano principalmente attraverso segnali chimici e l’odore di morte impiega qualche giorno per svilupparsi).

La colonia di formiche di Trailhead interpreta la città di Troia mentre le formiche della vicina colonia di Streamside svolgono il ruolo dei Greci invasori. Per cominciare le formiche di Streamside e di Trailhead si aggirano boriose e arroganti come tanti piccoli Ettore, vantandosi e mettendo alla prova la forza del nemico. Ma quando la colonia di Trailhead si indebolisce, privata della sua regina e quindi della capacità di produrre opliti più forti, le formiche di Streamside si lanciano all’attacco. La lotta è, fin dall’inizio, all’ultimo sangue. «Le anziane erano le più aggressive e non disdegnavano il suicidio» ci viene raccontato. «Obbedivano a una semplice verità, che differenzia le nostre due specie: gli umani mandano in guerra i giovani maschi, le formiche vi mandano le nonne» (qui mi sono venuti in mente i Monty Python che, travestiti da signore con abiti a fiori, ricostruiscono la battaglia di Pearl Harbor colpendosi con le borsette, ma la pausa si è subito interrotta).

Quando Troia cade, la maggior parte dei suoi abitanti viene massacrata e chi resta è portato via come schiavo e lo stesso accade (in uno sconvolgente resoconto pieno di terrore, omicidi e addirittura cannibalismo) con le formiche. Non è possibile addentrarsi di più nella vita che si svolge in una colonia di formiche, né trovare una descrizione altrettanto affascinante. Wilson conosce le formiche e le accompagna in ogni momento, quando hanno a che fare con un granello di sabbia troppo grande, con un bruco saporito o con l’ostile soldato di un formicaio nemico.

A questo punto entra in gioco il fato in forma di un pericoloso mutamento prodotto da alcune formiche. Invece di avere una colonia con una regina e la guerra alla periferia, le due colonie producono regine vicarie in grado di coesistere. Si forma così la supercolonia di Streamside, con risultati disastrosi per i suoi abitanti in sovrannumero. Sfortunatamente per loro, la supercolonia superprolifica non distrugge soltanto tutto quanto c’è intorno, annientando in tal modo la propria fonte di cibo, ma infastidisce gli dei che, in questo caso, sono gli esseri umani. Una volta innaffiavano di briciole di biscotti le formiche felici di riceverle, ma troppe formiche rovinano il picnic e in questo caso le formiche sono diventate davvero troppe. Come i marziani di H.G. Wells che spargono devastazione dall’alto o come Zeus che scaglia i suoi fulmini, gli sterminatori simili a dei arrivano e spruzzano insetticidi. L’intervento arriva al momento giusto perché la supercolonia è in procinto di liberare un gigantesco sciame di regine che avrebbero sparso i propri discendenti anche molto lontano dopo essersi accoppiate con gli sfortunati maschi, ognuno «completo di ali, grandi occhi, enormi genitali, mandibole rudimentali e cervello minuscolo, nel quale era programmato un solo grande gesto, seguito da una morte veloce» (anche se per Max Beerbohm la formica non è un buon esempio).

Dopo un po’ di tempo, un quarto gruppo di formiche emerge (come Roma dalle ceneri di Troia), si impossessa del territorio di Trailhead, e tutto torna come prima tra i pini dell’Alabama.

Ma un nuovo disastro incombe. Il terreno di Nokobee è proprietà di una famiglia che ha intenzione di venderlo, l’area sarà pertanto molto probabilmente edificata, Raff a questo punto deve armarsi e prepararsi a combattere la sua personale battaglia. In questa parte del libro, chiamata L’arsenale (con riferimento all’insieme dei medicinali e degli strumenti usati dai dottori o anche agli oggetti utili più in generale per raggiungere uno scopo prefissato) Raff sceglie e affila le proprie armi. Si tratta di armi verbali (e qui emerge l’affinità del protagonista con Ulisse) che sono state affinate alla Harvard Law School, una parte del «grande formicaio di cervelli» di Cambridge. Raff diventa uomo grazie a una relazione con JoLane, una studentessa impregnata delle ideologie dei primi anni Settanta che assume il ruolo di «Lilith, Afrodite, una forza della natura» (la descrizione dei calorosi incontri farà probabilmente rizzare i capelli a una qualsiasi “femminista radicale” davvero in giro a quel tempo). Come tutte le dee dell’amore dalla sumera Inanna in avanti, anche JoLane lascia il suo amante per un rivale e così Raff abbandona il pomposo movimento studentesco chiamato Gaia Force nel quale aveva conosciuto la sua donna, ma sceglierà di non reagire violentemente.

A questo punto perfettamente consapevole e armato, Raphael ritorna in Alabama per il gran finale, chiamato Le guerre di Nokobee. Le forze schierate contro il nostro eroe nel suo tentativo di salvare il terreno includono i ricchi e potenti agenti immobiliari e costruttori e, peggio ancora, un’accozzaglia di fondamentalisti criminali e omicidi che sono convinti del fatto che Dio voglia la distruzione della Natura per affrettare il Secondo Avvento. Dato che non amo rivelare i finali non racconterò il seguito se non per dire che Raff arriverà testa a testa al traguardo ed è un bene che abbia imparato a correre in fretta. Un suggerimento: a volte i Frogmen spaventosi di questa Terra sono utili e anche i loro giganteschi alligatori domestici.

Che dire di Anthill? È un libro di avventure, un racconto epico, un’opera sulla filosofia della vita, un resoconto dettagliato delle trasformazioni dell’Alabama a partire dalla metà del secolo scorso, un lavoro sulla vita delle formiche, un inno lirico alle bellezze della Terra e un contributo al genere in espansione della eco-letteratura: è proprio tutto questo insieme. Nascosto dentro Anthill però c’è anche una sorta di manuale di istruzioni. Nel libro è spiegato come si può salvare il pianeta, un formicaio alla volta, come se si trattasse di salvare un’Itaca metaforica, un’isola in un mare senza senso, un luogo di infinita conoscenza e mistero. L’ampiezza del compito e le ridotte dimensioni del risultato rendono Anthill anche un’elegia malinconica: questo, Wilson ci invita a pensare, potrebbe essere tutto ciò che riusciamo a salvare. Ma, come ci viene spiegato, vale comunque la pena di salvarlo.

A dispetto della serietà dell’avvertimento che intende trasmettere, io credo che Edward O. Wilson si sia divertito a scrivere il suo primo romanzo. Lo si capisce dall’esuberanza della prosa e dalla ricchezza della trama. Inoltre (con l’eccezione di qualche ineleganza e dal tono di predica che di tanto in tanto emerge) il lettore apprezzerà questo libro. Io certamente mi sono divertita a leggerlo. Anche se, a questo punto, devo confessare di essere stata anche io da bambina un’appassionata di onischi e cacciatrice di scinchi, il mio primo romanzo riguardava proprio una formica. L’ho scritto a 7 anni e non è neppure lontanamente buono come quello di Wilson.

(Traduzione di Allegra Panini)

 

1. Pv. 6, 6, in La Bibbia, Milano, Mondadori, 2006, v. 3, p. 13.

2. John Wyndham, Considera le sue abitudini, Roma, Nottetempo, 2005.

3. T. H. White, La spada nella roccia Mi

4. Mark W. Moffett, Adventures among Ants. A Global Safari with a Cast of Trillions, Los Angeles, University of California Press, 2010.

5. Si veda la recensione di Tim Flannery del 26 febbraio 2009.

lano, Mondadori, 1989.

6. Omero, Iliade, in Poemi, Roma, Gerardo Casini, 1966, Libro XIV, vv. 110-113, p. 271.

7. Sono veri e propri annali degli eventi storici del popolo anglosassone dall’1 d.C al 1154; per lunghi periodi sono l’unica fonte di informazione storica. Vedere La Cronaca anglosassone, a cura di Tullio Pagnanelli, Bologna, 2002.

8. Raphael Holinshed, Holinshed’s chronicle. As used in Shakespeare’s plays, introduzione di Allardyce Nicoll e Josephine Nicoll, London, Dent, e New York, Dutton, 1927.

9. Ray Bradbury, Cronache marziane, Milano, Mondadori, 2001.

 

ALTRI LIBRI DI E.O. WILSON CITATI NELL’ARTICOLO:

Sociobiologia. La nuova sintesi, Bologna, Zanichelli, 1979.

Biofilia, Milano, Mondadori, 1985.

L’armonia meravigliosa: dalla biologia alla religione, la nuova unità della conoscenza, Milano, Mondadori, 2000.

In cerca della natura: storie (con morale) di squali, formiche, uomini e licaoni, Torino, Blu, 2003.

Il futuro della vita, Torino, Codice, 2004.

La creazione: un appello per salvare la vita sulla terra, Milano, Adelphi, 2008.

MARGARET ATWOOD è una poetessa e scrittrice canadese. Ha ottenuto molti premi, fra cui l’Arthur C. Clarke, il Principe delle Asturie, il Booker Prize, in cui è stata finalista per cinque volte e che ha poi vinto, nel 2000, con L’assassino cieco (Ponte alle Grazie, 2001); in Italia sono recentemente usciti i suoi libri: L’anno del diluvio (2010), Dare e avere: il debito e il lato oscuro della ricchezza (2009), L’altra Grace (2008) e Disordine morale (2007), tutti editi da Ponte alle Grazie. È anche nota per la sua attività favore del femminismo.

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