Franco Petroni

Autobiografie del terrorismo

A partire dagli anni Ottanta sono uscite diverse autobiografie di terroristi, e il loro numero è aumentato negli anni Novanta e nel primo decennio del Duemila. I principali protagonisti dei cosiddetti “anni di piombo” sono in carcere, costretti a fare un bilancio della loro vita; la lotta armata si è esaurita (salvo un improvviso1 e breve risorgere con le cosiddette nuove Brigate Rosse, responsabili delle uccisioni dei giuslavoristi D’Antona e Biagi) a causa del mutato quadro politico e socioeconomico. La guerriglia in America Latina è stata sconfitta, in Cina è svanita ogni velleità di rivoluzione culturale e il regime ha scelto il compromesso tra capitalismo di stato e liberismo economico, l’Unione Sovietica si è dissolta, in Italia e in tutto il mondo occidentale automazione e ristrutturazione delle aziende hanno ridotto il potere dei lavoratori e dimostrato illusoria la “centralità operaia”. Il sogno prometeico del comunismo, la creazione dell’“uomo nuovo”, si rivela impossibile. Di fronte a tutto ciò, gli ex terroristi, in carcere e poi di fronte al problema di ricostruire la propria vita (grazie a riduzioni della pena sono ormai in libertà o in regime di detenzione domiciliare), si dimostrano per lo più incapaci di comprendere la logica che li ha mossi fino al momento in cui non hanno potuto più nascondere a se stessi la definitiva sconfitta. I loro scritti autobiografici, nonostante raramente si segnalino per la qualità della scrittura e spesso i loro autori ricorrano nella stesura all’aiuto di un esperto, sono utili per chi voglia conoscere gli ultimi quarant’anni della nostra storia. L’autobiografia infatti è un genere letterario, e specifica funzione della letteratura è far emergere ciò che è represso perché incompatibile con l’ideologia professata al livello cosciente2.

Va sottolineato, prima di tutto, il tipo di rapporto che i professionisti della rivoluzione hanno avuto con la fabbrica e in genere con l’ambiente operaio: un rapporto di lontananza, se non di estraneità. Questo aspetto può sembrare sorprendente, data la concezione, comune a tutti i gruppi che si professavano marxisti, della centralità della classe operaia. La “classe” resta per loro un topos, un punto di riferimento obbligato. Spesso però a livello solo teorico o, magari, retorico: a livello pratico, quando il militante, anche se operaio, entra in un’organizzazione ristretta e non organicamente presente nel mondo delle fabbriche, la quale si proponga come obiettivo il rovesciamento del sistema capitalistico, è solo un membro del gruppo, responsabile quindi di fronte a questo e non nei confronti del proletariato. Ciò è accaduto sia nei gruppi dichiaratamente leninisti come le Brigate Rosse, sia nei gruppi spontaneisti che si richiamavano all’esperienza dell’Autonomia Operaia. Il militante che assumeva responsabilità politiche in un gruppo, per il fatto di dover elaborare insieme agli altri il sistema di valori in base al quale il gruppo avrebbe agito, era portato a considerare se stesso un intellettuale, a prescindere dalla posizione che occupava nella società civile; quindi si abituava a considerarsi un protagonista, con tutte le conseguenze che da questo derivavano. Prime delle quali erano la difesa e l’esaltazione del proprio ruolo; tanto più forti quanto più s’era affievolito in lui il senso di appartenenza alla classe di origine. L’esaltazione a oltranza del proprio ruolo da parte degli intellettuali, nel momento in cui essi si sentivano esautorati e asserviti alle nuove forme del capitalismo e della sua industria culturale, aveva avuto effetti disastrosi già ai primi del Novecento. Negli anni intorno al 1968 la critica marxista si occupò abbondantemente di questo problema, ricordando come gli intellettuali d’avanguardia di formazione idealistica (quelli per esempio che s’erano riuniti intorno alla rivista ‘La voce’) e i futuristi avevano avuto un ruolo d’appoggio ai nazionalisti e alle forze economiche che spinsero per l’intervento dell’Italia nella prima guerra mondiale, prodromo al fascismo e a tutti i mali che ne seguirono. Questo ruolo molti altri intellettuali l’assunsero nel corso del ventennio, quando, repressa e tuttavia incoraggiata da Mussolini che se ne serviva strumentalmente, la cosiddetta “sinistra” fascista, antipositivistica e idealista, civettando col marxismo leninismo affermava di essere più a sinistra di Stalin e di rappresentare i valori “veri” del fascismo.

Le forme di protagonismo degli intellettuali sono tanto più disastrose quanto più sono camuffate: il movimento del ’68, che era nato, sulla scia di un vasto movimento nordamericano ed europeo, come chiamata a raccolta delle forze di rinnovamento sociale, di questo pericolo era inizialmente consapevole; poi la consapevolezza si smarrì sotto la pressione degli individualismi, per un fenomeno di degenerazione tipicamente borghese. Le assemblee, grazie alle quali ogni facoltà universitaria diventava fucina di lavoro collettivo e scuola di nuova conoscenza sociologica in vista di un’iniziativa politica, cominciarono a essere monopolizzate e di fatto espropriate dai leader carismatici. L’assemblea aperta restò una facciata; di fatto il potere decisionale passò ai gruppi che si erano andati formando, ciascuno intorno a un suo leader. I gruppi erano in competizione tra loro e continuamente si scindevano come le amebe. Poi esplose il terrorismo di sinistra, annunciato dall’uccisione del commissario Calabresi (accusato in una campagna di stampa promossa da Lotta Continua di essere il responsabile della morte dell’anarchico Pinelli), che, se non può essere inquadrato nel terrorismo che si sviluppò sistematicamente poco dopo, certamente fornì a quest’ultimo un’indicazione di lotta.

È un luogo comune della pubblicistica democratica di sinistra quello secondo cui il terrorismo occupa, a partire dai primi anni Settanta, lo spazio lasciato libero dai partiti già marxisti leninisti che hanno scelto la logica parlamentare, e anzi è il figlio, disconosciuto, di questi: quindi esso avrebbe, se non una legittimazione, una giustificazione storica. Ma bisogna tenere presente che caratteristica essenziale del marxismo leninismo è sempre stata l’attenzione costante alla dialettica avanguardia-masse: in assenza di un rapporto reale con le masse proletarie, è tradizione consolidata che qualsiasi organizzazione sedicente rivoluzionaria venga marchiata come borghese; borghese progressista nel migliore dei casi, nel peggiore, e più frequente dei casi, borghese e fascista.

Uno dei primi scritti autobiografici di brigatisti, Armi e bagagli. Un diario delle Brigate Rosse, di Enrico Fenzi3, affronta fin dall’inizio due argomenti: quello delle basi filosofiche dell’ideologia delle Brigate Rosse e quello della pratica del potere seguita dai loro militanti. All’inizio del terzo capitolo, intitolato Cause ed effetti, leggiamo: «Che esistano delle cause, è fuor di dubbio. Che esistano gli effetti è altrettanto certo. Ma che tra le une e gli altri debba per forza esserci un rapporto, beh, sarebbe azzardato dirlo. In ogni caso, occorre inventarselo ogni volta».

E poi: «Ci sono infiniti invisibili fili che formano una vita: ogni scelta, ogni atto di volontà nel presente ne accende uno, lo illumina di forti colori, e quello – solo e proprio quello – diventa il passato. […] Ci sono perché per qualsiasi cosa, una volta che sia accaduta, ed è incessante il lavorìo degli effetti che continuamente creano, a ritroso, le loro proprie cause. Ci sono momenti nei quali si sente con molta forza che si sta scegliendo il proprio passato»4.

La vita, insomma, è una continua creazione, o una continua improvvisazione; è guidata da una nostra volontà strenua, o è il frutto del caso; comunque non è un susseguirsi razionalmente prevedibile di cause ed effetti. La categoria di causa è drasticamente esclusa. Con ogni evidenza, siamo fuori da quella tradizione illuministica e positivistica che pone la ragione alla base della conoscenza e delle possibili scelte morali e politiche; tradizione nella quale si inserisce il marxismo. Non certo per caso l’io narrante aveva scritto, nel primo capitolo: «Vorrei parlare con qualcuno. Tra noi [tra i membri dell’Organizzazione] non si fa altro, ma non è un vero parlare, disinteressato e curioso: è invece un attacco, una difesa, un compromesso. È un’infima e petulante rincorsa del proprio potere»5.

Sono i due temi che guidano la narrazione: il primo è quello della casualità della vita, e quindi della fragilità dell’individuo che deve, momento per momento, improvvisare i modi della propria sopravvivenza; il secondo è quello del potere che, per quanto consista in una continua rincorsa «infima e petulante», è pur sempre l’unica risorsa che abbiamo per salvarci in una società che avvertiamo disintegrata e nemica. Da un simile panorama l’altruismo, e tanto più un razionale programma di solidarietà, sembrerebbero esclusi. Ma ecco che avviene lo scatto irrazionale superegotico: non devo rassegnarmi, devo superare lo stato d’abiezione in cui mi trovo. In che modo? Affidandomi agli altri, in cui non credo, che non hanno nessuna particolare qualità, che non sono necessariamente appartenenti a quel proletariato di cui Marx ha previsto l’inevitabile vittoria, ma sono i più fisicamente vicini. A Lucio e a Valentino, per esempio, che nell’Organizzazione sono due “regolari” (ecco lo status che veramente li distingue), i quali hanno superato il rito d’ammissione, che prevede l’entrata nella clandestinità, e non hanno altre doti particolari se non quella, appunto, di essere i più vicini. Il criterio di salvezza è l’appartenenza all’Organizzazione, come lo è l’appartenenza alla Chiesa nel cattolicesimo controriformistico. L’iniziazione di Fenzi avviene attraverso la sua partecipazione a una “gambizzazione” e soprattutto attraverso il carcere. Uscito una prima volta per l’imprevedibile assoluzione in un processo, si mette in condizione di ritornarvi una seconda volta, facendo violenza morale alla compagna, dalla quale sta per avere una figlia e che spererebbe in una vita più normale. Il carcere è un luogo infernale, non solo e non tanto perché è il meccanismo, inevitabilmente spietato, predisposto dalla società borghese per il contenimento e la repressione della devianza (i carcerieri sono uomini in fin dei conti come tutti gli altri), ma per il carattere, questo sì veramente diabolico, della convivenza tra i detenuti. Tra i detenuti ci sono, non separati dai politici, i “comuni” più pericolosi, appartenenti alla malavita organizzata, i quali provano simpatia per i brigatisti e antipatia per gli autonomi di Toni Negri. Negri insiste nel proporre una linea diversa da quella delle Brigate Rosse, che i brigatisti giudicano troppo accomodante col potere statale e opportunistica. «Se vi fa troppi problemi dargli una coltellata, ci pensiamo noi più che volentieri», dice qualcuno dei “comuni”. Negri, senza avvedersi del pericolo mortale che corre, seguita a parlare a ruota libera. Un brivido corre per la schiena dei capi brigatisti presenti: «Come si sarebbe potuta giustificare una tale enormità?».

Evidentemente pensano che, se una scelta del genere fosse fatta, da quel momento in poi la lotta armata contro lo stato si trasformerebbe in una guerra sanguinosa tra bande rivali, assimilando le Brigate Rosse a una qualsiasi organizzazione mafiosa o camorristica. Risolve la situazione Alberto Franceschini, che fino alla sua cattura era stato uno dei principali leader delle Brigate Rosse. La risolve con una terrorizzante sceneggiata, mimando un processo staliniano in piena regola: «Franceschini si muoveva come fosse sulla pedana di un piccolo palcoscenico: partiva all’attacco col braccio teso, la bava alla bocca, e gli piantava addosso i suoi insulti come coltellate. Si ritirava, poi, di un passo o due, gli voltava la schiena, lo guardava di traverso, sopra la spalla, senza minimamente curarsi di ascoltare quello che l’altro gli diceva, e ripartiva implacabile all’attacco. Avanti e indietro, come una grossa mazza, una ruspa che avesse da sbancare un monte, da tirar giù un muro… Negri era inchiodato nel suo angolo, con la faccia di uno che sta annegando. Ribatteva affannosamente qualcosa, per sé, non per gli altri – nessuno di quelli che gli puntavano gli occhi addosso lo stava a sentire. Era solo per prendere fiato, per respirare, nel breve intervallo tra le ondate successive che lo incalzavano, che si abbattevano su di lui.

“Io t’ho capito… tutti ormai t’hanno capito: tu vuoi fare il Malher della situazione, buttarti con lo Stato, venderti il movimento per i tuoi sporchi interessi… ma se tu sei il Malher” e qui Franceschini urlava, che tutti lo sentissero, dai passeggi vicini, dalle celle, e faceva paura a vederlo “se tu sei il Malher, ti giuro, ti giuro che io non sarò il Baader… e prima che mi facciano fuori ti scanno io, con le mie mani!”.

Negri, insomma, era salvo. E in fondo agli occhi di Franceschini che concludeva con grandi gesti la sua furente sceneggiata era nascosto un filo d’allegria»6.

Armi e bagagli è un’opera indubbiamente di valore. Non è strano, dato che l’autore è un letterato raffinatissimo, professore nell’Università di Genova fino alla sua condanna per banda armata e, dopo, ancora critico prestigioso, tra i massimi cultori di studi petrarcheschi a livello internazionale. Fenzi, nel momento stesso in cui dimentica le proprie pregiudiziali ideologiche, rappresenta in modo efficace la realtà vera del brigatismo: la miseria di intellettuali presi da un delirio di potenza mai sottoposto a critica, che finisce per annullarne ogni qualità umana. Può destare qualche perplessità solo la conclusione: su cosa si concentrerà lo sforzo superegotico dell’autore, dopo che ha accettato di dissociarsi dalla lotta armata, che per lui rappresentava il solo modo di dare senso alla vita? Come si adatterà allo squallore della vita borghese, a quella lenta corruzione che sembra oscurare perfino lo splendore della natura, nella luminosa costa ligure dove egli vive? L’autore non lo dice, e dalla logica del racconto non traspare. Forse perché Fenzi ha deciso di restringere il tema della narrazione, concentrandola sulla lotta armata. Ma l’iniziazione alla lotta armata non è un’iniziazione alla vita. Restano due cose diverse, anche se la lotta armata è fatta nella prospettiva della liberazione dell’umanità.

Barbara Balzerani (nome di battaglia Sara), autrice di Compagna luna7, ha fatto parte, anche se non ha usato le armi, del commando brigatista che ha rapito Moro dopo avere ucciso i cinque uomini della scorta, ed è stata membro della direzione strategica delle Brigate Rosse fino al suo arresto, nel 1985. È un’intellettuale, laureata in filosofia, di famiglia operaia e cattolica. Anche lei è mossa da una forte spinta superegotica, che ha origine dalla sua storia personale: dall’esigenza di «sottrarre la sua esistenza e il suo futuro a un’angustia di orizzonte che la prendeva alla gola», negando un «codice semplificato che esigeva l’annichilimento di ogni volontà desiderante» e le imponeva di «imparare a non contare nulla, a non poter cambiare nulla, a non esserci e a mostrarsi sempre nel decoro della propria autolimitazione». La liberazione le è stata offerta dal moto del ’68, dal quale si lascia travolgere, però sempre con un senso d’angoscia: «Doveva, come sempre, tenere a bada il mostro che la allertava con segnali di incombente sciagura per ogni suo strappo alle regole. Veniva da una storia personale in cui non le era stata insegnata nessuna benevolenza per chi si perdeva dietro l’illusione suicida di cambiare il mondo, e dove era sconosciuta l’indulgenza per il ribellismo giovanile poi divenuto di moda. Niente era dovuto e tutto andava guadagnato»8.

Perciò, senza percorrere vie intermedie, passa dalla costrizione di una rigida moralità proletaria, secondo la quale «solo sudarsi il pane dava identità e diritto di parola», a un’altrettanto costrittiva moralità rivoluzionaria: «In una simile limitatezza di orizzonte e assenza di mediazioni politiche, la cosa più facile era stata trovarsi a rivestire i panni dell’estremista. Buffo. Lei che estremista non si è mai sentita»9.

Ha nostalgia di un mondo arcaico, che è scomparso lasciando dietro di sé il deserto: «Quando ero ragazzina le uniche rappresentazioni teatrali che conoscevo erano i festeggiamenti dei santi. […] Soprattutto amavo quelle processioni con le “infiorate” che, passato il santo, lasciavano per terra magnifici quadri dai mille colori. […] Poi è finita, e a quella specie di ottundimento è subentrata la lucidità del dolore. Quello del disincanto il più grande. Sempre, ogni volta da capo, mi ha sorpresa impreparata. Tutte le volte che il mio mondo è andato in pezzi e mi sono trovata senza più nulla, neanche le parole per dirlo. E tutte le volte ho maledetto la modernità delle solitudini che lascia ciascuno incapace di riconoscere e celebrare con sacralità i momenti in cui la vita si torce e diviene. Perché abbiamo abbandonato per un’esteriorità di segni mercantili i vecchi riti di passaggio? E perché non abbiamo saputo inventarne di nuovi?»10.

Per superare quella solitudine ha scelto la lotta armata, che a lei appare lo sbocco più coerente della lotta politica. Crede di essere nel solco della tradizione comunista, «che ha sempre onorato i suoi caduti restituendo senso umano, storico, alla inconcepibile definitività della morte: asciugarsi gli occhi e raccogliere il fucile di chi non muore mai invano, se riesce a dare alla vita un valore tanto alto da essere disposto a morirne»11. Ma sa che esiste un altro piano, nel quale si sente in colpa: «Quello dei propri incubi e lacerazioni profonde. Quello in cui i conti non fanno mai cifra tonda e ritornano come segni indelebili, non sanabili, in ogni esistenza attraversata da passioni fuori misura. È il piano delle proprie responsabilità, che rimane come prezzo da pagare a se stessi, che è sempre quello più alto. Compreso il sapere di essere percepiti come carnefici, da chi è rimasto ed è stato travolto da una guerra che pensava non lo riguardasse»12.

È il problema posto dall’esistenza delle vittime del terrorismo, molte delle quali scelte casualmente, e comunque sempre secondo una logica militare (“colpirne uno per educarne cento”) che niente aveva a che fare con i criteri morali e spesso neanche con quelli politici. Questo problema, sollevato recentemente in diversi libri-testimonianza dalle vittime stesse – “gambizzati” condannati per tutta la vita alle mutilazioni subite nell’attentato; familiari dei morti, condannati a subire per tutta la vita le conseguenze di una perdita irreparabile, mentre i responsabili sono ormai fuori del carcere grazie alle riduzioni di pena –13, nella maggior parte delle biografie dei terroristi è stato affrontato superficialmente, oppure eluso, o addirittura trattato con arroganza14. Fenzi e Balzerani lo affrontano nella maniera giusta perché, sollecitati da un’esigenza morale oltre che politica, ne hanno visto la rilevanza storica. Che non sono in grado di vedere con la stessa lucidità altri leader terroristi. Le vittime hanno il torto di essere delle intruse nel mondo dei protagonisti, sia vinti che vincitori, e quindi vengono messe in disparte.

Per la ricostruzione, effettuata dall’interno, delle vicende del terrorismo, sono utili le testimonianze dei protagonisti principali (Renato Curcio, fondatore delle Brigate Rosse, Alberto Franceschini e Prospero Gallinari, membri del comitato direttivo; Valerio Morucci, uscito dalle BR perché in disaccordo sull’esito della vicenda Moro, dopo aver partecipato all’agguato in via Fani; Sergio Segio, leader di Prima Linea). Renato Curcio e Alberto Franceschini, arrestati l’8 settembre 1974, quando ancora le BR non avevano ucciso, hanno avuto una vicenda processuale più facile degli altri. Curcio, nell’intervista concessa al giornalista Mario Scialoia, confessa: «L’idea di uccidere consapevolmente in quel periodo non la escludevo: ritenevo che per il nostro tipo di organizzazione sarebbe stato un passo controproducente e negativo. Devo però ammettere in tutta sincerità che nell’ottica dello sviluppo della lotta armata il fatto che vi potessero essere dei morti, sia fatti da noi che fatti a noi, era un’eventualità che avevo senz’altro accettata. In piena coerenza con il pensiero e l’esperienza del marxismo rivoluzionario, anche io ero convinto che il prezzo della morte, per quanto tragico, fosse una necessità del passaggio a una società senza oppressione»15.

E quindi non si dissocia dalle BR, cioè non rinnega la scelta della lotta armata. Asor Rosa gli chiede, dal momento che ha ammesso «l’irrimediabilità della sconfitta e l’ulteriore improponibilità della soluzione terroristica», un «franco riconoscimento dell’errore politico contenuto ab origine nella strategia brigatista». Lui risponde che potrebbe affrontare la questione solo nel momento in cui la sua parola fosse «a tutti gli effetti svincolata dall’ipoteca carceraria», perché, egli dice, pretendere da lui soltanto una sconfessione pubblica della strategia brigatista significherebbe richiedere «un pedaggio politico e quindi un’abiura»16. Che egli assolutamente non intende fare. Analoga è la risposta che dà, ad analoga richiesta, Mario Moretti, che dal 1974, anno dell’arresto di Curcio, al 1981, anno del suo arresto, fu il leader delle BR17. I capi brigatisti quindi non riconoscono, con ogni evidenza, alcuna preminenza del criterio morale su quello politico; anzi, non riconoscono alcuna autonomia della morale dalla politica. Tutto è politico; solo all’interno della dimensione politica (cioè, in pratica, all’interno dell’interesse politico di un partito, o di un gruppo, o di una linea interna a un gruppo) si possono valutare la coerenza e la correttezza. E quindi si possono comminare le scomuniche e le condanne. Vale a dire: il dichiarato ossequio a una morale controriformistica può sempre convertirsi nel più spregiudicato machiavellismo. Come è dimostrato dalle ributtanti motivazioni delle condanne a morte comminate sia dalle Brigate Rosse che dalle organizzazioni terroristiche autonome come Prima Linea.

Le autobiografie più utili ai fini della ricostruzione dell’ideologia e dell’attività delle BR sono quelle di Alberto Franceschini e di Prospero Gallinari18. Esse sono vere autobiografie, perché narrano la formazione umana e politica dell’autore, non limitandosi, come le pubblicazioni a firma Curcio e Moretti, a rispondere a quesiti posti da giornalisti. Franceschini, dopo l’arresto del 1974, è tagliato fuori dall’attività dell’organizzazione, rimasta nelle mani dei compagni ancora liberi, e per lui la sola attività possibile è quella entro le carceri. Da questa posizione defilata, che gli permette di giudicare con più obiettività la follia dell’azione dei compagni liberi, e anche di valutare, da un osservatorio importante come le carceri, gli effetti di questa follia sugli uomini in carne e ossa, matura la sua decisione di dissociarsi, che è radicale. A differenza di Curcio e di Moretti, Franceschini rinnega, senza dubbi e senza tentativi di attenuare la propria responsabilità, l’attività delle BR e la loro stessa idea fondante. In un film documentario girato nel 2006, Il sol dell’avvenire19, in cui alcuni ex terroristi raccontano la loro esperienza nelle BR, egli dichiara, in tono semiserio ma profondamente convinto: «Nessuno pensava che dieci scimuniti come noi potessero prendere il potere, l’idea era quella di far scoppiare le contraddizioni dentro il PCI di Berlinguer, con la sua linea riformista… Per fortuna non andò così, se no Pol Pot impallidiva».

Sia Franceschini che Gallinari sono nati e vissuti, negli anni della giovinezza, a Reggio Emilia, cuore rosso d’Italia dove, subito dopo il 25 aprile 1945, i fascisti furono duramente puniti e dove, nel 1960, fu repressa nel sangue dalla polizia un’insurrezione di piazza contro il governo Tambroni, alleato col Movimento Sociale. Un ambiente ben diverso da quello in cui sono cresciuti Moretti (le Marche) e Valerio Morucci (Roma)20. Un ambiente dalla lunga tradizione di sinistra, dal quale però tutti e due presto si sono allontanati, per andare a Milano, attratti dalle possibilità che la metropoli offriva a chi volesse fare la rivoluzione. Il libro di Gallinari s’intitola appunto Un contadino nella metropoli21. Gallinari ha fatto il contadino, mestiere della sua famiglia, per un tempo limitato, ma quella del contadino è l’unica cultura che appare direttamente nel libro; la cultura della vecchia classe operaia, della quale erano custodi le organizzazioni politiche e sindacali tradizionali, vi compare indirettamente, attraverso i ricordi del nonno; non vi compaiono affatto i modi di aggregazione, gli slogan, la prassi, il linguaggio della nuova classe operaia: quella, per intendersi, raffigurata da Nanni Balestrini in Vogliamo tutto. Nel libro di Gallinari si ritrovano temi, ridotti magari a stereotipi, che percorrono la nostra letteratura dal primo Novecento fino al neorealismo, passando attraverso il fascismo: quello per esempio del sano eroe popolare forzuto e giustiziere (il protagonista di Lemmonio Boreo di Soffici, 1912, o il Pisto di Vita di Pisto, 1931, del giovane Bilenchi): giustiziere è stato il nonno di Gallinari, detto Canoun Ghisel perché capace di reggere in braccio un cannone, e famoso per aver fatto scappare una squadraccia bastonando con un tronco d’albero i fascisti terrorizzati. Ma un tema forte, non riducibile a stereotipo, è quello dello sporco incancellabile dal corpo del contadino, che ne determina l’emarginazione: «Uno sporco che è particolare, perché non si toglie né col sapone né con altri detersivi. È un miscuglio di pelle grinzosa e macchiata, un colore strano che si intromette nei tagli e nelle rughe delle mani. Un colore che dice al mondo intero che tu sei un contadino. E di quei tempi, tra i giovani, essere un contadino non costituisce un grande onore. Per le ragazze, poi, è più o meno come se ti portassi addosso la peste. Il detto che circola, e che usano soprattutto le mamme rivolgendosi alle figlie o alle amiche delle figlie è… “en spusar mai un cuntadein!!” (Non sposare mai un contadino!!)»22.

Nel passaggio dalla campagna emiliana alla metropoli lombarda, e poi a Roma per preparare e gestire il sequestro Moro, quindi attraverso le carceri di tutta Italia, il linguaggio di Gallinari si fa burocratico, standardizzato, impiegatizio; sempre però dignitoso e sorvegliato, mai sbracato e truculento. Nella realtà orrenda del carcere, ferito al momento dell’arresto, malato, Gallinari mostra una pazienza da Giobbe; nello scindersi dell’organizzazione in sempre nuove schegge, che alla fine del suo tragitto procede con ritmo accelerato, rappresenta un punto di mediazione e di equilibrio. Fermo nel non dissociarsi e rispettato da tutti, mentre gli altri si sbranano a vicenda, san Prospero Gallinari è un vero santo brigatista.

Paradossalmente, un rapporto con la nuova realtà operaia mostra di averlo, unico tra gli autori di memorie brigatiste, l’“infame”: cioè Patrizio Peci, che inizialmente va a Milano proprio per fare l’operaio23. Il limite dell’autobiografia di Peci, in quanto testimonianza storica, consiste nel fatto che sia stata stesa non da lui ma da uno scrittore e storico di professione, così che il lettore non è garantito, nel cosiddetto patto autobiografico stabilito con lui dall’autore, da quella prova del nove che è lo stile: la più adatta a provare la verità profonda che c’è dietro le parole. Le parole, e il loro senso profondo, sono di Patrizio Peci o di Giordano Bruno Guerri? Non è possibile sapere con certezza quanto appartengano all’uno o all’altro, o quanto siano il prodotto della loro interazione. Certo è che la descrizione di quell’ambiente squallido, tra operaio e piccolo borghese, che circonda Peci dentro e fuori la fabbrichetta in cui lavora appena arrivato a Milano, e che contrasta radicalmente con l’epica brigatista, dà un’impressione di verità, o almeno di già visto: «Quella situazione di sudditanza, ruffianesimo e arroganza – in sostanza di non unità fra operai – mi sembrava sbagliata, ma non c’era niente da fare: a parlare di politica, con quella gente, ti avrebbero fulminato. Tiravano a campare, appunto. Come non bastasse, il lavoro era schifoso»24.

La realtà delle BR è rappresentata nella chiave del grottesco, che è una forma intermedia tra il comico e il tragico. Sono illuminanti certe scene: quella, ad apertura di libro, del processo ai brigatisti, visto da Peci, già diventato “infame”25: «Tutto, attorno a questi sessanta disperati, sembrava disumano. Le luci gelide, da obitorio, dell’aula, la frenesia professionale e indifferente dei giornalisti, il dolore pietrificato, di chi non capisce, dei parenti delle vittime confusi insieme tra il pubblico, l’esuberante e soddisfatta efficienza degli avvocati, la serietà dei giudici in nero, la lontananza astrale di carabinieri e cancellieri, perduti in chissà quali pensieri».

E i due brigatisti, maschio e femmina, che fanno il loro comodo nascosti alla meglio da un muro di compagni sghignazzanti («Gonne alzate, mutande calate…»); e le infinite questioni sull’ammontare dello stipendio spettante ai singoli brigatisti “regolari”; e la scena, decisamente allegorica, in cui uno dei brigatisti, quadro intermedio ma potente, impone i piedi enormi e puzzolenti sulla tavola dove gli altri mangiano e con la punta del coltello col quale taglia il pane si stacca lo sporco tra le dita26. La realtà delle Brigate Rosse non è stata certo soltanto questo; ma è stata anche questo, ed è utile saperlo. Perché la neutralizzazione di chi, chiunque esso sia, servendosi della forza dei mass-media, si autopropone come modello, e intanto fa strame della ragione e della civiltà (le Brigate Rosse e le altre organizzazioni terroristiche questo fecero: le azioni esemplari, ferimenti e uccisioni, avevano uno scopo propagandistico) passa anche, e soprattutto, attraverso il disprezzo.

 

1. Ma non imprevedibile. Si veda Giorgio Galli, Piombo rosso. La storia completa della lotta armata in Italia dal 1970 a oggi, Milano, Baldini Castoldi Dalai, 2004, capitoli XXV e XXVI.

2. Si vedano, in proposito: Ignacio Matte Blanco, L’inconscio come insiemi infiniti. Saggio sulla bi-logica, Torino, Einaudi, 1981; inoltre: Francesco Orlando, Lettura freudiana della “Phèdre”, Torino, Einaudi, 1971; Per una teoria freudiana della letteratura, Torino, Einaudi, 1973; Lettura freudiana del “Misanthrope” e due scritti teorici, Torino, Einaudi, 1979; Illuminismo e retorica freudiana, Einaudi, Torino 1982.

3. Genova, Costa&Nolan, 1987.

4. Ivi, pp. 25 e 26.

5. Ivi, p. 25.

6. Ivi, pp. 156-157.

7. Milano, Feltrinelli, 1998.

8. Ivi, p. 38.

9. Ivi, p. 39.

10. Ivi, pp. 93-94.

11. Ivi, p. 96.

12. Ivi, p. 97.

13. Si veda, ad esempio: Giovanni Fasanella e Antonella Grippo, I silenzi degli innocenti, Milano, BUR, 2006; Sergio Lenci, Colpo alla nuca, Bologna, Il Mulino, 2009; Benedetta Tobagi, Come mi batte forte il cuore. Storia di mio padre, Torino, Einaudi, 2009.

14. Si veda, ad esempio, Nota alla nuova edizione, in Sergio Segio, Miccia corta. Una storia di Prima Linea, Roma, DeriveApprodi, 2009.

15. Renato Curcio, A viso aperto. Intervista di Mario Scialoia, Milano, Mondadori, 1993, p. 96.

16. Ivi, pp. 215-216.

17. Mario Moretti, Brigate rosse. Una storia italiana. Intervista di Carla Mosca e Rossana Rossanda, Milano, Anabasi, 1994, poi Milano, Baldini&Castoldi, 1998. Si veda, in particolare, il capitolo VIII de Il coraggio di guardare, il coraggio di chiudere.

18. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli. Ricordi di un militante delle Brigate Rosse, Milano, Bompiani, 2008.

19. Di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, regia di Gianfranco Pannone.

20. Morucci, giovane borghese di buona famiglia, con ottime frequentazioni soprattutto femminili, iniziato alla lotta armata da Feltrinelli, racconta la propria formazione in Ritratto di un terrorista da giovane (Casale Monferrato, Piemme, 1999). Si tratta di una formazione ottima da un punto di vista militare (Morucci è un maniaco delle armi) ma piuttosto leggera, direi, dal punto di vista ideologico («Odiavo Negri, Dio quanto lo odiavo! Voleva mandare tutto a puttane, era strafottente e presuntuoso, un professore»). Il Ritratto ha un piglio, più che da Robin Hood («Eravamo o no dei Robin Hood?»), da Gian Burrasca («Le pellicce, avevamo pensato: passiamo alle pellicce. Facile. Adocchiavi una donna che ne faceva sfoggio in una bella giornata dell’autunno romano solo per tirarla fuori dalla naftalina e gettarsela sulle spalle, e zac. Un attimo e via.»). Il giovane rivoluzionario avverte la serietà di quello che sta facendo quando, entrato nelle Brigate Rosse, accetta di partecipare all’agguato di via Fani. Lui e la sua compagna, Adriana Faranda, sono contrari all’esecuzione di Aldo Moro. Cercano di mediare tra le BR e lo stato, non ci riescono e si dissociano. Quando vengono arrestati, la dissociazione procura loro un forte sconto di pena. (Si veda anche, sempre di Morucci, La peggio gioventù, Milano, Rizzoli, 2004.)

21. Citato.

22. Prospero Gallinari, Un contadino nella metropoli, cit., p. 42.

23. Patrizio Peci, Io, l’infame, a cura di Giordano Bruno Guerri, Milano, Mondadori, 1983.

24. Ivi, p. 51.

25. Patrizio Peci fu il primo dei “pentiti”, e la sua collaborazione fornì ai carabinieri del generale Dalla Chiesa l’organigramma delle BR, ponendo le premesse della loro sconfitta. Per ritorsione le BR sequestrarono il fratello di Peci, Roberto, non responsabile di quanto era accaduto, lo processarono e lo condannarono a morte. L’esecuzione fu ripresa con una telecamera, e lo spettacolo fu diffuso come monito. L’intimidazione però non servì, perché da quel momento i “pentiti” divennero sempre più numerosi.

26. Patrizio Peci, Io, l’infame, cit., p. 21.

 

FRANCO PETRONI è ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea nell’Università di Perugia. È redattore di ‘Allegoria’ e di ‘Moderna’. I suoi libri più importanti sono: L’inconscio e le strutture formali. Saggi su Italo Svevo (Liviana, 1979), Le parole di traverso. Ideologia e linguaggio nella narrativa d’avanguardia del primo Novecento (Jaca Book, 1998) e Ideologia e scrittura. Saggi su Federigo Tozzi (Manni, 2006). È stato direttore di ‘Nuovo Impegno’, che nel ’68 pubblicò le Tesi della Sapienza, manifesto del movimento studentesco. Ha collaborato alle pagine culturali del ‘Messaggero’.

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