Malise Ruthven

La retta via e quella sbagliata

da ''The New York Review of Books''

PAUL BERMAN, The Flight of the Intellectuals, New York, Melville House, 2010, pp. 299, $ 26,00

Ayaan Hirsi Ali, Nomade. Perché l’Islam non è una religione per donne, Milano, Rizzoli, 2010, pp. 339, € 18,50

Paul Berman, Terrore e liberalismo. Perché la guerra al fondamentalismo è una guerra antifascista, Torino, Einaudi, 2004, pp. XIII-252, € 13,50

Ian Buruma, Taming the Gods. Religion and Democracy on Three Continents, Oxford, Princeton University Press, 2010, pp. 132, $ 19,95

Timothy Garton Ash, Facts Are Subversive. Political Writing from a Decade Without a Name, New Heaven, Yale University Press, 2010, pp. 464, $ 35,00

A Yad Vashem, il memoriale dell’Olocausto a Gerusalemme, c’è un documento che per alcuni è più sconvolgente delle ricostruzioni del ghetto di Varsavia o delle copie delle bombolette di gas Zyklon B usate ad Auschwitz e a Treblinka. Vicino agli ingrandimenti dei corpi emaciati dei campi di sterminio, c’è una fotografia del gran mufti della Palestina, Hajj Amin al-Husseini, che passa in rassegna la divisione musulmana delle Waffen SS, quella che combatté contro i serbi e i partigiani antifascisti. Accanto c’è un telegramma di Heinrich Himmler per Hajj Amin, datato 2 novembre 1943: «Il Partito Nazional Socialista ha iscritto sulla sua bandiera “lo sterminio mondiale degli ebrei”. Il nostro partito appoggia la lotta degli arabi, in particolare degli arabi della Palestina, contro gli ebrei stranieri». C’è anche la registrazione di un intervento radiofonico del mufti a Berlino il primo marzo 1944: «Arabi, sollevatevi come un sol uomo e combattete per i vostri sacri diritti. Uccidete gli ebrei ovunque li troviate. Questo è il comando di Dio, della storia e della religione». Come osserva lo storico israeliano Tom Segev, «se ne ricava l’impressione che il piano nazista di sterminio degli ebrei e l’ostilità degli arabi verso Israele abbiano molto in comune»1.

Il nuovo libro di Paul Berman, The Flight of the Intellectuals, rende ancora più esplicito questo nesso. Malgrado sia stato sconfitto in Europa, il virus del nazismo è, a suo parere, ancora ben presente nel mondo arabo-islamico e Hajj Amin costituisce la fonte primaria dell’infezione: invece di essere processato come criminale di guerra, poté lasciare la Francia nel 1946, dopo essere scappato dalla Germania passando per la Svizzera. Un processo, ipotizza Berman, avrebbe potuto «avviare una riflessione sulle confusioni e contraddizioni all’interno dell’Islam» riguardo alla questione ebraica, così come è successo in seno alla Chiesa cattolica nel dopoguerra.

Hajj Amin invece ha ricevuto un’accoglienza da eroe al suo arrivo in Egitto, dove ha riallacciato i rapporti con Hassan al-Banna, fondatore del movimento dei Fratelli Musulmani, al quale aveva in precedenza fornito fondi dalla Germania nazista e idee per l’organizzazione di formazioni militari sullo stile delle SS. Il movimento dei Fratelli si è dimostrato un terreno fertile per il bacillo nazista. A seguito del ritorno di Hajj Amin, conclude Berman, «il mondo arabo si è rivelato l’unica regione del mondo in cui un criminale di guerra del fronte fascista, e per di più un importante ideologo, è tornato a casa circonfuso di gloria, invece che in disgrazia».

Berman evidentemente non tiene conto di un’analoga situazione in India, dove Subhas Chandra Bose, che trasmetteva propaganda anti-inglese per i nazisti prima di fondare l’Indian National Army per combattere contro i giapponesi, è ora onorato nel pantheon degli eroi nazionali al Forte Rosso di Delhi. Ignora anche la Finlandia, dove Gustaf Mannerheim, comandante delle forze finlandesi che combatterono a fianco dei tedeschi contro i sovietici e fornirono volontari alle SS, fu eletto presidente dal Parlamento dal 1944 al 1946. Nel 2005, lui e il suo predecessore, Risto Ryti, condannato a dieci anni di carcere per aver appoggiato l’alleanza della Finlandia con la Germania nazista, furono indicati da un sondaggio della televisione finlandese come i due più importanti eroi del paese. Berman, comunque, non si fa distrarre da scomode verità che potrebbero intralciare il flusso della sua retorica. Il suo punto di vista è grossolanamente ideologico: i fatti che potrebbero interferire con la sua tesi – come l’affermazione di al-Banna che le teorie razziali del nazismo erano incompatibili con l’Islam, così come altri fattori che complicano le cose – vengono con ogni probabilità messi da parte o ignorati.

Il senso del libro è nel titolo che è un omaggio a Il tradimento dei chierici2, l’attacco di Julien Benda contro la corruzione intellettuale dei suoi contemporanei. In quel famoso saggio Benda lamentava la scomparsa dell’universalismo filosofico e accusava i suoi pari di aver abbandonato gli ideali dell’Illuminismo a favore di particolarismi nazionalistici e di ideologie partigiane. Pubblicato prima che Martin Heidegger aderisse al nazismo e molto prima che Jean-Paul Sartre “si mordesse la lingua” sugli orrori di Stalin per evitare di scoraggiare la classe operaia francese, il libro ha un accento profetico ed è giustamente considerato un manifesto dell’integrità intellettuale. Comunque, come suggerisce il titolo, a Berman non interessano tanto i tradimenti o la corruzione degli intellettuali, che egli critica ferocemente, quanto ciò che definisce la loro viltà morale, che si manifesta, ad esempio, nel «rifiuto di discutere o almeno prendere in considerazione l’influenza nazista che si è rivelata così stranamente maligna e duratura nella storia del movimento islamico».

L’accusa è inquietante, ma non priva di fondamento. In Francia e in Belgio si è registrato un aumento di episodi antisemiti, in gran parte attribuiti a immigrati musulmani o ai loro discendenti. Le polemiche musulmane in Europa – che riflettono la posizione anti-israeliana di Mahmoud Ahmadinejad e Hezbollah oltre che le tradizionali invettive contro gli ebrei derivate dalla tradizione del Corano e dei profeti – incorporano vecchi topos antisemiti di origine europea in una miscela tossica di diatribe.

L’esempio più notevole è un riferimento a I Protocolli degli Anziani di Sion – un noto falso zarista adottato e fatto circolare dai nazisti – nello statuto di Hamas, il movimento islamico che ora controlla Gaza. Sayyid Qutb, il principale ideologo dei Fratelli Musulmani, condannato a morte da Nasser nel 1966, era un antisemita dichiarato con idee estremiste quanto quelle di Hitler, questione che Berman ha trattato in modo approfondito in Terrore e liberalismo. Secondo Berman il veleno dell’antisemitismo europeo è stato assorbito nei più ampi gorghi dei totalitarismi musulmani – nasserista, baatista, islamico. Le atrocità inflitte da questi movimenti alle società musulmane (in Iraq, Sudan e Algeria) si sono rivelate orrende «come il fascismo e lo stalinismo europei» con milioni di vittime. Invece che guardare in faccia la realtà, i politici e gli intellettuali occidentali si sono arroccati in sistemi ideologici «di negazione». La sveglia è arrivata l’11 settembre. La guerra al terrorismo che ne è seguita è stata «un avvenimento in stile ventesimo secolo. Era uno scontro di ideologie. Era la guerra tra il liberalismo e i movimenti apocalittici e fantasmagorici insorti contro la civiltà liberale fin dalla catastrofe della Prima guerra mondiale».

The Flight of the Intellectuals sviluppa il tema di una assediata civiltà occidentale che si trova a fronteggiare un attacco totalitario o fascista. Se Terrore e liberalismo faceva una panoramica sui moderni pacificatori – eredi degli «utili idioti» di destra e di sinistra che difesero o ignorarono i pericoli dei totalitarismi  nazista e comunista – The Flight punta il dito in particolare contro due autori, Ian Buruma e Timothy Garton Ash, che Berman considera esempi di pusillanimità intellettuale liberale.

Il libro – originariamente pubblicato in forma di lungo articolo su ‘The New Republic’ – esegue una dettagliata autopsia del ritratto del nipote svizzero di Hassan al-Banna, Tariq Ramadan, che Buruma scrisse per il ‘New York Times’3. L’attacco è sproporzionato, dato che Berman si concede uno spazio ampiamente superiore a quello che Buruma aveva sul ‘Times’. Berman parte dall’affermazione di Buruma che «i valori di Ramadan, malgrado non siano né secolari, né sempre liberali, offrono un’alternativa alla violenza e pertanto costituiscono un motivo sufficiente per impegnarsi con lui, in modo critico, ma senza timore». Senza mettere direttamente in discussione tale affermazione, Berman esplora i legami fra il gran mufti e il fondatore dei Fratelli Musulmani, il quale pare sia stato un fervente ammiratore del gran mufti stesso. Berman ritiene che l’atteggiamento di Ramadan nei confronti del nonno sia di inaccettabile adulazione: «Viene presentato come un visionario più precoce dei suoi tempi. Un uomo di temperamento democratico, che rispettava il raziocinio e la verità scientifica. Un uomo di pace, paziente e pratico».

È un ritratto profondamente falso, sostiene Berman. «Per leggere la descrizione che Ramadan fa del nonno bisogna procedere con attenzione fra omissioni e lacune, come se si camminasse in punta di piedi su una strada piena di buche.» In particolare Berman accusa Ramadan di aver sorvolato sulle accuse di coinvolgimento del nonno in atti violenti o accertati assassinii e scrive che l’attuale incarnazione dei Fratelli nel movimento di Hamas, ora al potere a Gaza, rimane «il più famoso celebrante al mondo del culto degli attacchi suicidi».

È un’affermazione sorprendente se si considera che non hanno praticamente alcun nesso con i conflitti a Gaza e in Palestina sia la maggior parte delle missioni suicide attualmente rivolte contro obiettivi di sicurezza sia i fedeli musulmani in Iraq, Afghanistan, e Pakistan. Senza neanche far cenno al gran numero di studi ora disponibili sulle diverse correnti della jihad nell’Asia meridionale e centrale, Berman lancia l’assurda accusa che la maggior parte delle organizzazioni islamiche in odore di terrorismo discendano dai Fratelli Musulmani di al-Banna, direttamente, come Hamas, o per scisma, come al-Qaeda. Berman smentisce la rivendicazione di Ramadan di rappresentare valori non violenti – perché non ha ammesso il coinvolgimento del nonno nella violenza e perché non ha parlato della sua ammirazione per Hitler e del suo rispetto per il gran mufti: «Leggendo quello che scrive Ramadan sul mufti e sul debito del mufti verso al-Banna, non si verrebbe a sapere nulla delle SS, dell’Olocausto, di Hitler e del processo di Norimberga».

Accalorandosi sul tema, Berman accusa Ramadan – e quindi Buruma – di essere «troppo buono» con Sayyid Qutb, considerato da molti il padrino intellettuale del moderno terrorismo islamico. Berman chiosa una parte consistente del primo libro di Ramadan, basato sulla sua tesi di Ph.D e pubblicato col titolo Il riformismo islamico4, e riassume quella che ritiene la tesi centrale di Ramadan: «La vena violenta dell’islamismo è nata fra i seguaci di Qutb, ma […] ciò non è dovuto a qualcosa che Qutb abbia detto o fatto». Ma questa è un’interpretazione rozza e tendenziosa della sottile analisi che fece Ramadan delle differenze fra Qutb e Banna e fra Qutb e i suoi discepoli più radicali ed estremisti.

La questione (cruciale) riguarda l’uso che fa Qutb del termine jahiliyya, cioè il periodo di “ignoranza” che gli autori classici associarono all’era pagana che precedette l’avvento dell’Islam, e con il quale Qutb – seguendo l’ideologo indo-pakistano Sayyid Abu Ala al-Maududi – indicò la corruzione e la decadenza delle società musulmane contemporanee. Banna, insiste Ramadan, non adottò mai il modello binario o manicheo (Islam contrapposto a Occidente, musulmano contrapposto a pagano, regno di Dio contrapposto a “idolatria”) che caratterizza la visione di estremisti come al-Qaeda o il gruppo separatista egiziano noto come Takfir wa Hijra (“Scomunica ed Emigrazione”). Qutb non arrivò mai a definire la società egiziana come totalmente infedele: pensava piuttosto che i musulmani dovessero riconoscere che il loro ambiente non era musulmano nel senso kirkegaardiano del termine, nel senso, cioè, che lascia spazio per l’impegno attivo. Come sostiene lo specialista americano Leonard Binder, l’autore egiziano spingeva il musulmano a praticare la sua fede come un’espressione del suo essere, indipendentemente dalle conseguenze sociali.

Ignorando tali sfumature, Berman costruisce il suo modello «totalitario» del movimento islamico, in cui al-Banna, Maududi, Qutb, il padre di Ramadan, Said (che sposò la figlia di al-Banna) e lo stesso Tariq sono tutte «stelle che appartengono a un’unica costellazione». Rivisitando diversi noti episodi della storia di Ramadan, si sofferma sul famoso dibattito televisivo con Nicolas Sarkozy (all’epoca ministro degli Interni francese), in cui Ramadan si rifiutò di condannare in modo categorico la lapidazione delle donne adultere, sostenendo invece la necessità di una moratoria di tale pratica seguita da un ampio dibattito. Berman vede nell’episodio un momento chiave nella carriera di Ramadan: «Circa sei milioni di francesi videro quell’incontro. Fra loro doveva esserci un bel numero di immigrati musulmani, proprio coloro ai quali sarebbe servito sentire un personaggio pubblico prestigioso ed eloquente che parlava con chiarezza di violenza contro le donne.  Ramadan non fu all’altezza […] Si era tornati indietro di colpo al  settimo secolo […] Un momento di barbarie».

Nel suo ultimo libro, Taming the Gods, Ian Buruma interpreta l’episodio in maniera completamente diversa sulle orme del famoso studioso francese dei moderni movimenti islamici, Olivier Roy, e suggerisce che la posizione di Ramadan rappresenta un passo verso la secolarizzazione. Con la proposta di avviare un dibattito sulla legge religiosa senza applicarla in pratica sta in effetti dissociando la dottrina religiosa dalla prassi politica o sociale. Come ha suggerito Roy, una moratoria «mantiene l’ortodossia permettendo al credente di vivere in una società governata dalla laïcité»5. La posizione di Roy si basa evidentemente sull’idea che il consenso – una delle quattro radici canoniche della legge islamica – sia una precondizione per il cambiamento, cosa che Berman non prende assolutamente in considerazione.

Berman riesuma anche un articolo (pubblicato su internet dopo essere stato rifiutato da ‘Le Monde’ e altri giornali) in cui Ramadan lanciò un attacco “stile Benda” contro diversi intellettuali di background ebraico – fra cui Bernard Kouchner (ora ministro degli Esteri francese), Alain Finkielkraut, Bernard-Henri Lévy e André Glucksmann. Venivano tutti accusati di anteporre le loro simpatie comuni per Israele al dovere di difendere i diritti umani universali nel caso delle vittime palestinesi della politica israeliana. L’articolo non colpì nel segno, visto che uno di quelli menzionati, Pierre-André Taguieff, non è ebreo; spinse però Glucksmann e Lévy a replicare accusando Ramadan di antisemitismo, reazione che Buruma, con grande irritazione di Berman, definì «petulante» ed «eccessiva». Va segnalato che dopo la pubblicazione del libro di Berman sia Finkielkraut che Lévy hanno firmato una petizione per il Parlamento Europeo in cui la politica di occupazione e di insediamenti israeliana viene definita «un errore morale e politico» e una minaccia all’esistenza di Israele perché «alimenta […] l’intollerabile delegittimazione» che lo stato deve affrontare all’estero6.

Nella sua analisi su Ramadan, Berman mette in dubbio l’affermazione di Buruma che Ramadan sia in effetti «uno dei pochi intellettuali musulmani che si pronunciano chiaramente contro l’antisemitismo». Però non fornisce dettagli sulle opinioni di Ramadan in materia, dando l’impressione che la sua opposizione all’antisemitismo sia vaga e ambigua. Berman evita di citare, ad esempio, la fondamentale intervista che Ramadan concesse al quotidiano israeliano ‘Haaretz’ nel maggio 2002, dopo che le truppe israeliane erano entrate nella città palestinese di Jenin7. Dopo aver firmato un comunicato congiunto con altri cinquantasei capi religiosi, fra i quali il gran mufti di Marsiglia, il rabbino capo di Francia, il vescovo cattolico di Ivry, che metteva in guardia contro attacchi criminali alle sinagoghe, Ramadan giudicò inadeguate le dichiarazioni dei leader musulmani che definivano gli incidenti antisemiti «atti di natura locale». «Si può essere contro la politica israeliana in Palestina» disse «ma dobbiamo tener conto della memoria della sofferenza degli ebrei nel ventesimo secolo e mostrare una speciale sensibilità per l’Olocausto. È un obbligo di coscienza ed etico».

Quando il giornalista di ‘Haaretz’ gli chiese un commento sull’eredità ideologica di suo nonno, inclusi gli attacchi agli ebrei egiziani, Ramadan dichiarò: «Occorre inserire ciascuna delle due posizioni, quella di mio nonno e la mia, nel relativo contesto politico e storico. Al-Banna è vissuto in un periodo in cui si stava formando lo stato di Israele e, come altri, ha giudicato la creazione di quello stato un atto di colonizzazione che a suo parere giustificava una resistenza. Quello è stato un periodo molto difficile per i palestinesi. Chiaramente c’è differenza fra quello che diceva lui allora e quello che dico io oggi […] Per alcune cose sono d’accordo con mio nonno, per altre no».

L’intervista a ‘Haaretz’ non è una condanna categorica delle posizioni di suo nonno, ma nemmeno un appoggio pieno. Il problema – come nel caso di tanti altri commenti di Ramadan – è la mancanza di specificità. Pur condannando inequivocabilmente l’antisemitismo in Europa, non è chiaro sul ruolo dei Fratelli Musulmani che attaccarono case e negozi di ebrei negli anni Quaranta al Cairo. Ramadan preferisce mantenersi sulle generali piuttosto che concentrarsi su eventi o atti specifici. Come ha osservato Denis MacShane, ex sottosegretario britannico per le questioni europee, «è bravissimo a trovare parole che non significano niente, che glissano evitando ogni confronto»8.

Le sue osservazioni sulla violenza dei Fratelli, comunque, non sono in contrasto con i lavori di importanti storici occidentali come Richard Mitchell, Brynjar Lia, e Gudrun Kramer, i quali hanno dimostrato che durante la lotta anticoloniale contro l’Inghilterra e il conflitto in Palestina sono nate tutte le violenze attribuite all’ala militare dei Fratelli (il cosiddetto “apparato segreto”); questa è ritenuta responsabile dell’assassinio di funzionari governativi egiziani negli anni ’40 e ’50, fra cui un giudice e un primo ministro, fatto che al-Banna pagò con la vita nel 1949, quando venne ucciso dai servizi segreti di stato.

Tornando con insistenza su una dichiarazione di Said Ramadan (il padre di Tariq) che sosteneva che per i musulmani fosse doveroso far resistenza all’insediamento sionista, Berman riassume tutta la tragedia degli arabi palestinesi, che hanno finito per considerare una questione religiosa la lotta contro il sionismo, nell’idea della «violenza come principio sacro». In effetti questo è uno sviluppo tragico, visto che è più difficile risolvere con accordi negoziati i conflitti radicati nell’assolutismo religioso, piuttosto che quelli definiti in termini puramente secolari.

Sorprende, però, che Berman non riconosca che gli stessi corrosivi processi religiosi e ideologici sono in corso anche sul fronte israeliano e che coloni armati, ispirati dalla Torah e finanziati in alcuni casi da simpatizzanti evangelici cristiani, hanno organizzato atti terroristici contro civili palestinesi appropriandosi illegalmente di terreni e risorse idriche. Yigal Amir, che assassinò Yitzhak Rabin nel 1995, meritò una sanzione rabbinica per il suo atto, mentre Baruch Goldstein, che nel 1994 massacrò ventinove fedeli musulmani a Hebron, è celebrato come un eroe nazionale e un martire dagli zeloti israeliani.

Parlando del conflitto palestinese Ramadan ha inequivocabilmente condannato il terrorismo (compresi gli attacchi suicidi) contro i civili, ma ha anche aggiunto che la situazione dei palestinesi può rendere comprensibili tali azioni. La sua posizione sugli attacchi suicidi lo pone in contrasto con Yusuf al-Qaradawi, il predicatore televisivo musulmano, residente in Qatar e al momento considerato il più importante predicatore dei Fratelli, che ha emesso una fatwa a supporto di tali azioni. Berman, che ritiene Ramadan un ammiratore di Qaradawi, non fa alcun accenno alla sua condanna del terrorismo. Secondo lui la violenza dei Fratelli è primordiale, manifestazione delle inclinazioni totalitarie, che definisce fasciste per essere più caustico.

Berman non suggerisce mai che il termine possa essere un’arma a doppio taglio. Dopo che Yitzhak Rabin firmò gli Accordi di Oslo con Yasser Arafat nel 1993, alcuni manifestanti del partito del Likud, attualmente al governo in Israele, agitarono cartelli con l’immagine del primo ministro vestito da nazista. Dopo il massacro di circa 240 palestinesi nel villaggio di Deir Yassin per mano di soldati irregolari dell’Irgun Zvi Leumi (IZL) guidati da Menahem Begin (futuro primo ministro israeliano), nel dicembre del 1948 un certo numero di personalità ebree, fra cui Albert Einstein e Hannah Arendt, scrissero a ‘The New York Times’ per protestare contro l’imminente visita di Begin in America e accusarono il suo partito Herut di avere «l’inconfondibile stampo del partito fascista per il quale terrorismo (non importa se contro ebrei, arabi o inglesi) e falsificazioni sono mezzi e uno “Stato Leader” il fine»9.

A tempo debito l’IZL fu assorbito dalla Haganah (diventata ora le Forze di Difesa Israeliane) e il Partito della Libertà di Begin, Herut, fa ora parte del Likud. I critici più agguerriti di Israele diranno che esiste una sua inclinazione fascista alla violenza, ma si potrebbe forse più generosamente leggere ciò che Ramadan considera un terrorismo di stato (che si manifesta in una politica di reazioni sproporzionate alle provocazioni di Hamas) piuttosto come l’esito di calcoli strategici, tattici e razionali (spesso pericolosamente sbagliati o controproducenti).

Nel processo politico israeliano le tendenze estremiste mostrate dall’IZL e dalla Banda Stern – i suoi combattenti irregolari – sono state sottomesse ai rigori della politica democratica. Berman però non ammette che i Fratelli e le loro ramificazioni possano avere un’evoluzione simile in risposta alle mutate circostanze. Nega sdegnosamente che al-Banna e i suoi eredi politici siano mai stati a favore del sistema di governo parlamentare. Per lui la bestia fascista rimane una costante e attiva presenza, a cui danno voce Ramadan e i suoi simili e gli «utili idioti» che lo prendono seriamente come Ian Buruma e Timothy Garton Ash.

Il suo attacco non si limita all’antisemitismo e alle sue ramificazioni fasciste, ma si estende anche agli intellettuali codardi nella loro difesa tiepida della libertà intellettuale e dei diritti delle donne. Sia Buruma che Garton Ash vengono condannati per i troppi dubbi (e le scarse lodi) su Ayaan Hirsi Ali, la parlamentare olandese di origini somale che – dopo le minacce di morte ricevute e l’uccisione del regista Theo van Gogh ad Amsterdam – vive ora sotto protezione negli Stati Uniti. Hirsi Ali è un’atea dichiarata che ha abbandonato la fede dei padri. In Assassinio a Amsterdam, il bel libro di Buruma sull’assassinio di Van Gogh, Hirsi Ali diceva di essere considerata dai suoi critici una «fondamentalista dell’Illuminismo»10. Garton Ash ha ripreso quella etichetta quando, recensendo su ‘The New York Review of Books’ la raccolta di saggi The Caged Virgin, l’ha definita «fondamentalista dell’Illuminismo coraggiosa, diretta e un po’ semplicistica»11.

Garton Ash ora evita quell’espressione, che ritiene suscettibile di malintesi e manipolazioni (mentre, a mio parere, offre una sintesi plausibile della sua posizione e la accosta al defunto Ernest Gellner, che si considerava un fondamentalista razionalista dell’Illuminismo)12. Né lui né Buruma hanno nulla da dire sul fatto che Hirsi Ali abbia abbandonato la sua religione. Buruma, però, la descrive un po’ sprezzante nei confronti degli altri immigrati del suo paese e ritiene che, in quanto atea dichiarata, abbia un’influenza limitata sui musulmani credenti – asserzione storicamente confermata dal fallimento dei movimenti comunisti nella maggioranza dei paesi musulmani.

Berman dissente su questo punto: un libro può essere un potente solvente per prassi sociali radicate. Molte giovani musulmane magari si leggono di nascosto il capitolo di Ten Tips for Muslim Women Who Want to Leave13 [Dieci Consigli per le Donne Musulmane Che Vogliono Andarsene. N.d.T.] «Non esiste esempio più classico di intellettuale dissidente perseguitato», scrive Berman di Ali. Mentre i commenti su Garton Ash, che diventò molto famoso negli anni Ottanta scrivendo della difficile situazione dei dissidenti nell’Europa dell’Est, sono particolarmente, e ingiustamente, duri: «Il suo contributo per informare l’opinione pubblica è stato enorme in quegli anni. Nel 2006 e 2007 quei suoi storici successi giornalistici hanno conferito peso morale al suo superficiale giudizio negativo su Hirsi Ali, definita una sciocca sempliciotta, e al suo cauto plauso per Tariq Ramadan – peso morale di cui forse Garton Ash non era pienamente consapevole (che potrebbe spiegare la superficialità delle sue opinioni, la leggerezza nella scelta delle parole e il disinteresse per l’insufficiente ricerca di fondo)».

Si è tentati di concludere che, attaccando così duramente Garton Ash, Berman stia in realtà parlando di sé. Malgrado la sua tacita pretesa di essere uno dei pochi giornalisti e intellettuali di origini occidentali «a capire veramente le idee islamiche», espressioni come «opinioni superficiali», «termini usati con leggerezza» e «insufficiente ricerca» vengono continuamente in mente mentre si legge il suo libro.

Nel suo attacco contro Garton Ash, Berman non fa alcun cenno alle molte volte in cui Hirsi Ali è stata da lui positivamente definita una «portavoce riflessiva, calma, chiara, quasi pedante, dei fondamentali valori liberali dell’Illuminismo», che merita il pieno appoggio liberale. Né Berman riporta le riserve di Garton Ash su Tariq Ramadan, considerato un portavoce della riforma islamica molto problematico. Tali sfumature interferirebbero con lo scopo di Berman di rappresentare questi due influenti autori europei, per usare le parole di Pascal Bruckner, come «masochisti occidentali» spinti dal «senso di colpa coloniale».

Inoltre, parlando di Tariq Ramadan e della sua opera, Berman evita di esplorare le complesse forze religiose che influenzano l’Islam contemporaneo. Non dà molta importanza al contesto storico e politico che fa da sfondo alla lotta fra la tendenza riformista dell’Islam sunnita, che risale a pensatori ottocenteschi come Jamal al-Din al-Afghani e Muhammad Abduh, fortemente influenzati dall’Occidente, ma anche a esso contrari, e la miriade di gruppi dei moderni salafisti (a volte chiamati anche “letteralisti”) sponsorizzati dai petrodollari del Golfo e dell’Arabia Saudita.

Berman solleva dubbi sulla definizione di «Riformista salafista» che si è dato Ramadan, sospettando che possa nascondere tendenze terroristiche, ma non si preoccupa di definire le correnti contrapposte che comprende questo termine generale e un po’ contradditorio (alcune sono jihadiste o terroristiche, ma la maggior parte sono semplicemente puritane, “sputasentenze” e ripiegate sulle proprie origini, oltre che settarie e misogine).

Un’analisi più illuminante viene fornita dalla stessa Hirsi Ali nel suo ultimo libro. Nomade tratta alcuni degli stessi temi contenuti in The Caged Virgin e nel suo libro autobiografico, Infedele14. La forza del libro, come quella delle opere precedenti, sta nel fatto che le sue posizioni e percezioni sono radicate nell’esperienza diretta. A differenza di Berman, Hirsi Ali non è una che osserva da fuori o fa della strategia, ma è una persona che ha combattuto una battaglia, di cui porta i segni, per diritti che in Occidente quasi tutte le donne danno per scontati, ma che la maggior parte delle donne dei paesi in via di sviluppo possono solo sognarsi. Lei sa bene che la cultura dell’onore e i privilegi degli uomini restringono drasticamente «le scelte delle donne».

Si infuria contro la prassi barbarica della mutilazione genitale femminile (a cui lei stessa è stata sottoposta dalla nonna), contro lo scandalo delle bambine a cui vengono asportate le grandi labbra sui tavoli da cucina di Rotterdam e Utrecht per fornirle in sostanza di cinture di castità incorporate. Solo queste possono garantire l’«incontrovertibile prova di verginità» che salvaguarda l’onore della famiglia. Descrive con grande efficacia lo scontro di civiltà fra i valori tribali della sua origine somala e quelli del moderno Occidente.

In America, dove spesso viene invitata come ospite ai talk show, ha trovato particolarmente irritanti i giovani musulmani, nati negli Stati Uniti, che godono «in modo così evidente di tutti i vantaggi offerti dall’istruzione occidentale, e tuttavia decisi a ignorare le profonde differenze tra una mentalità democratica e una teocratica […] Se [le ragazze musulmane] fossero vissute in Arabia Saudita sotto la shari’a, queste studentesse con i loro graziosi foulard non sarebbero state libere di studiare, lavorare, guidare un’auto, passeggiare».

In sintesi i suoi fulmini contro l’Islam sono diretti non tanto contro la sua teologia, quanto contro la tirannia dei costumi patriarcali. È consapevole che si tratta di un terreno difficile, per via del retaggio coloniale, ma liquida senza tanti complimenti la tesi del femminismo coloniale, che sostiene che le potenze coloniali utilizzarono i diritti delle donne per promuovere le loro ambizioni imperiali. Ad esempio: «La preoccupazione per la condizione delle donne musulmane non aveva minimamente a che fare con la prima colonizzazione europea di quello che ora è definito il mondo in via di sviluppo: la corsa per impadronirsi dell’Africa fu una sfacciata competizione motivata da oro, Dio e gloria, e non un gentile tentativo di emancipare le bambine».

Molti storici potrebbero confutare questa sua affermazione sulla base dell’evidenza storica. La corsa dell’Inghilterra verso l’Africa fu strettamente legata alla soppressione del commercio degli schiavi, che era in gran parte gestito da musulmani e costituito in larga misura dal traffico di donne.

Come opera di appassionato fanatismo, Nomade si legge benissimo. Il libro non esita mai a schierarsi dalla parte dell’Illuminismo e a proclamare che l’Occidente è meglio. Come manifesto della libertà individuale, è profondamente sovversivo, e fa appello a mogli, figlie e sorelle perché abbandonino la tirannia dei costumi e buttino all’aria il giogo patriarcale. Non offre però alcuna indicazione plausibile per una riforma religiosa all’interno dell’Islam (frequentando però le chiese americane, Hirsi Ali pare ben disposta verso versioni liberali del Cristianesimo). Conoscendo fondamentalmente solo il suo background somalo e saudita (e le comunità di immigrati in Olanda), non è molto interessata, né sa granché, dei complessi processi attualmente in atto nel resto del mondo musulmano.

I passi più significativi del libro descrivono gli incontri commoventi e perfino tragici fra Hirsi Ali e il padre morente, le cui sofferenze terminali sono state forse acuite dalla coscienza dell’apostasia della figlia. Lei affronta la questione apertamente. La sua storia troverà forse eco in molte giovani donne intelligenti appartenenti alle comunità di immigrati in Europa che si trovano in situazioni simili, ma non tutte vorranno percorrere la sua stessa strada. Il potere del clan e dei costumi (come dimostra abilmente lei stessa) è radicato negli affetti, oltre che nell’autorità patriarcale.

Qui, credo, stia l’errore di trattare i movimenti islamici con tutte le loro complesse ramificazioni come un’ideologia totalitaria alla stregua del nazismo e del comunismo, con dissidenti come Hirsi Ali considerati “intellettuali perseguitati” paragonabili agli eroici refusenik della guerra fredda. Concesso che l’Islam contiene elementi fascisti (come ho io stesso evidenziato) è pericolosamente semplicistico assimilare le complessità del potere familiare, radicato nella politica e nelle reti familistiche e nepotistiche di una società tradizionale, a un sistema come quello che esistette in Russia dal 1917 al 1991 o in Germania durante il Terzo Reich di Hitler.

L’inadeguatezza del modello ideologico del fascismo islamico che Berman adotta, sia in Terrore e liberalismo che in The Flight of the Intellectuals, è stata messa in luce da Paul Bremer, il viceré di George W. Bush in Iraq, quando nel 2003 prese la disastrosa decisione di abolire il partito Baath, provocando una guerra civile che è costata uno spaventoso numero di vite. Bremer fu esplicito nel paragonare, alla Berman, baathismo e nazismo. «Durante l’occupazione della Germania adottammo misure che venivano chiamate “decreti di denazificazione”» dichiarò in un’intervista per il programma Frontline della PBS, «così per la de-Baathificazione ci siamo ispirati al modello della denazificazione di allora»15.

Berman è un compagno di viaggio di Bremer sul piano ideologico. Nonostante l’esposizione scorrevole che conferisce una patina di raffinatezza a ciò che scrive, soffre dello stesso analfabetismo antropologico che si è rivelato catastrofico in Iraq e ora – sempre di più – in Afghanistan, dove gli strateghi americani e della NATO sembrano non riuscire a comprendere la natura complessa e tribale delle rivolte che devono affrontare.

Quanto alla fiera anima ribelle di Hirsi Ali, questa si è innamorata della cultura occidentale: uno dei momenti rivelatori in Nomade è una visita nientemeno che a Las Vegas. Pur raccontando in modo convincente la sua battaglia contro i valori familiari basati sul clan, non dà alcun suggerimento pratico su come ci si possa liberare della fitta rete di rapporti di obbedienza che costituiscono l’Islam europeo (e anzi gran parte di quello globale) affinché possa prender piede una nuova, sana società di immigrati basata sulla libertà dell’individuo. Come ha osservato Garton Ash nella sua recensione di The Caged Virgin, «una politica basata sulla speranza che milioni di musulmani abbandonino improvvisamente la fede dei loro padri e delle loro madri è semplicemente irrealistica».

Gli scandali che offendono i liberali e i conservatori europei – l’affare Rushdie, le vignette su Maometto, gli attacchi verbali contro gli israeliani e i loro sostenitori nelle assemblee universitarie – richiamano alla memoria brutti episodi degli anni Trenta, ma non sono tanto il logico risultato del fascismo islamico o di ideologie proto-marxiste, quanto piuttosto l’esito di lotte intorno ai simboli contestati connessi alle identità di gruppo e alle obbedienze condivise. Il movimento islamico non è un monolite ideologico sostenuto dal potere di uno stato industrializzato – anche se ce ne sono sgradevoli tracce nei pregiudizi medievali su omosessuali, donne ed ebrei esportati dai paesi ricchi di petrolio. Tutti i movimenti islamici cercano legittimazione attingendo al patrimonio simbolico santificato da un’antica tradizione religiosa. A differenza della cristianità, però, non essendoci istituzioni centrali in grado di gestire e controllare questa proliferazione simbolica, persiste un alto livello di anarchia, in parte anche con ramificazioni terroristiche.

Gestire o “addomesticare” l’Islam è una sfida per i politici occidentali, come lo era nel diciannovesimo secolo. Il primo passo dovrebbe essere una nuova strategia (di cui si intravvedono i primi segni a Londra e a Washington) per eliminare uno dei principali catalizzatori del terrorismo, cioè la presenza di truppe occidentali in paesi musulmani. Quanto ad addomesticare l’Islam in Europa, Ian Buruma ricorda utilmente che le democrazie che funzionano non dipendono dai valori condivisi: il requisito minimo è, semplicemente, che i cittadini rispettino la legge. Criticando l’isterismo con cui in Francia e in Belgio si affronta il dibattito sul “bando del burqa”, sostiene invece che «uno stato democratico non dovrebbe immischiarsi in questioni teologiche».

Enclave fondamentaliste – come i quartieri ortodossi di Mea Sharim a Gerusalemme, Stamford Hill a Londra, Williamsburg a Brooklyn, o i villaggi Amish in Pennsylvania – possono coesistere con sistemi democratici, anche se ci saranno sempre discussioni su dove vanno tracciati i confini. I fondamentalisti religiosi possono essere collegati all’estremismo politico, ma non sono la stessa cosa, ed è anzi compito di un buon governo mantenere le due cose distinte.

Il processo sta già cominciando a prender piede nell’ambito di comunità musulmane in evoluzione. Nel suo libro L’Islam di mercato. L’altra rivoluzione conservatrice16 lo studioso svizzero Patrick Haenni dimostra che in paesi lontani come l’Egitto, la Turchia e l’Indonesia i movimenti islamici stanno perdendo terreno rispetto a nuovi tipi di imprenditori religiosi più interessati a sviluppare stili di vita musulmani che possano coesistere con lo status quo che ad acquisire potere all’interno dello stato. Haenni pensa che questo faccia parte di un processo di embourgeoisement in corso nelle società islamiche che dimostra che «la borghesia cosmopolita e le classi mercantili votate all’esportazione compiono il loro pio come back» portando con sé il programma di una riforma religiosa non in contrasto con l’acquisizione della ricchezza terrena.

Il modello di Haenni ricorda il paradigma dell’Etica protestante di Max Weber e il quadro soffocante dell’ortodossia metodista nei romanzi di Arnold Bennet. Non piacerà ai liberi pensatori, ma è un passo verso la secolarizzazione. Un buon esempio è la città di Kayseri nella Turchia centrale, oggi uno dei più importanti centri al mondo per l’esportazione di tessuti di cotone, talvolta definita il centro del “calvinismo musulmano”. Kayseri è l’equivalente islamico delle “Cinque Città” di Bennet, dove per le strade regna la religiosità e la ricchezza è equiparata alla devozione.

Ossessionati dal loro modello di una minaccia totalitaria al liberalismo illuminato, sia Berman che Hirsi non tengono conto di fatti ben documentati che metterebbero in crisi le loro premesse di base. Berman confonde le politiche familistiche, che sono una costante nelle società arabe, con il fascismo. Hirsi Ali – dimentica dei cambiamenti nei ruoli di genere che stanno avvenendo nelle comunità musulmane più avanzate e trascurando le forme di oppressione delle donne in altri sistemi basati sull’autorevolezza della tradizione in culture diverse come quella cinese, giapponese e indiana – confonde l’Islam (una tradizione religiosa malleabile) con il patriarcato (una serie specifica di rapporti sociali basati sul potere maschile). Come potrebbe dire lo stesso Julien Benda, se non si guardano tutti questi fatti, per quanto complessi, si commette un tradimento intellettuale.

(Traduzione di Lisa Zaffi)

 

1. Tom Segev, Il settimo milione. Come l’Olocausto ha segnato la storia di Israele, Milano, Mondadori, 2001, p. 390.

2. Julien Benda, Il tradimento dei chierici, Torino, Einaudi, 1975 (ed. orig. 1927).

3. Di Ramadan ho recensito l’opera sulla ‘New York Review of Books’, negli articoli The Big Muslim Problem (17 dicembre 2009) e The Islamic Optimist (16 agosto 2007).

4. Tariq Ramadan, Il riformismo islamico. Un secolo di rinnovamento musulmano, Troina, Citta Aperta, 2004.

5. Olivier Roy, Secularism confronts Islam, New York, Columbia University Press, 2007, p. 45.

6. Per accedere al testo completo, consultare il sito: http://www.jcall.eu/.

7. Joseph Algazy, My fellow Muslims, we must fight anti-Semitism, ‘Haaretz’, 26 maggio 2002.

8. Denis MacShane, Foreword, in Caroline Fourest, Brother Tariq. The doublespeak of Tariq Ramadan, New York, Encounter Books, 2008, p. IX.

9. ‘New York Times’, 4 dicembre 1948.

10. Ian Buruma, Assassinio a Amsterdam. I limiti della tolleranza e il caso Theo Van Gogh, Torino, Einaudi, 2007, p. 26.

11. ‘The New York Review of Books’, 5 ottobre 2006.

12. In Facts Are Subversive. Political Writing from a Decade Without a Name Garton Ash illustra ampiamente le sue opinioni, nella parte intitolata Islam, Terror, and Freedom (Islam, Terrorismo, e Libertà. N.d.T.).

13. Ayaan Hirsi Ali, The Caged Virgin, New York, Free Press, 2006, p.111.

14. Eadem, Infedele, Milano, Rizzoli, 2007.

15. Il programma fa riferimento al documento di L. Paul Bremer III De-Ba’athification of Iraqi Society (CPA Order n.1, 1 maggio 2003).

16. Patrick Haenni, L’Islam di mercato. L’atra rivoluzione conservatrice, Troina, Città Aperta, 2008, p. 19.

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