David Cole

Mantenere il controllo sull’investigatore

da ''The New York Review of Books''
Simon Chesterman, One Nation Under Surveillance: A New Social Contract to Defend Freedom Without Sacrificing Liberty, Oxford, Oxford University Press, 2009
Daniel J. Solove, Nothing to Hide: The False Tradeoff Between Privacy and Security, New Heaven,YaleUniversity Press, 2011
David K. Shipler, The Rights of the People: How Our Search for Safety Invades Our Liberties,New York, Knopf, 2012
ATTUALITA’. La privacy: un tema divenuto in questi ultimi anni estremamente delicato, soprattutto negli Usa, dove, successivamente agli attentati dell’11 settembre, si è fatto largamente uso di Gps, intercettazioni e altre tecnologie volte a spiare la vita privata delle persone. Il Quarto Emendamento ha stabilito cosa voglia dire “privacy”, ma avrebbe bisogno di una riforma, vista l’alta probabilità di fraintendere il significato del termine.

Nel settembre del 2005 la polizia federale di Washington D.C. sospetta Antoine Jones, proprietario di un night club locale, di traffico di droga. Senza un mandato del giudice, gli agenti installano un dispositivo Gps nell’auto dell’uomo, e ne controllano gli spostamenti per quattro settimane. Il monitoraggio conduce alla scoperta di una sostanziale quantità di cocaina. Jones viene accusato di traffico di stupefacenti e condannato all’ergastolo.

La Corted’Appello del Distretto di Washington D.C. stabilisce che il Gps installato nell’auto di Jones è una perquisizione compiuta senza mandato legale, in violazione del Quarto Emendamento, e annulla la condanna. L’amministrazione Obama fa appello alla Corte Suprema, contestando che il monitoraggio effettuato non invade alcuna privacy, e dunque non richiede mandato né indizio di reato, ed è dunque esente da errore procedurale. L’8 novembrela Corteha ascoltato le parti in appello, una decisione è prevista per giugno.
Stati Uniti / Jones è uno dei più importanti casi riguardanti la privacy giunti alla Corte Suprema negli ultimi anni. Si richiederà alla Corte di decidere se le tutele del Quarto Emendamento abbiano ancora senso nell’era digitale, in cui sono ampiamente disponibili innovazioni tecnologiche – inclusi dispositivi Gps, telefoni cellulari, software di estrazioni dati e altri ancora – che rendono possibile sorvegliare i cittadini a un livello di intimità e di pervasività difficilmente immaginabile quandola Carta dei Diritti fu adottata.
Questi dispositivi danno allo Stato la capacità orwelliana di seguire virtualmente ogni spostamento che la gente fa e ogni tasto che pigia al computer. Se, come l’amministrazione Obama vorrebbe, lo Stato può intraprendere questo monitoraggio senza produrre nessuna base oggettiva di sospetto, la privacy potrebbe diventare “antiquata” e “obsoleta” così come il consigliere della Casa Bianca Alberto Gonzales una volta descrissela Convenzionedi Ginevra. Come il giudice Stephen Breyer osservò durante l’audizione del caso, la teoria accusatoria dell’amministrazione permetterebbe allo Stato di usare dispositivi Gps per monitorare «ventiquattro ore al giorno lo spostamento di ogni cittadino degli Stati Uniti». O, come la mette il presidente della Corte Suprema John Roberts, niente potrà fermare l’Fbi dall’usare il Gps per controllare l’auto dei giudici stessi.
Il caso Jones emerge dalla “Guerra alle Droghe” in corso, che nello stesso tempo ha fatto degli Stati Uniti l’incontestato leader mondiale nel numero percentuale di carcerazioni, ha portato alla diluizione radicale delle garanzie volute dal Quarto Emendamento e ha fatto poco per ridurre la disponibilità degli stupefacenti. Ma le questioni presentate dal caso Jones sono altrettanto pressanti rispetto a quell’altra guerra, la “guerra al terrore”, che continua malgrado l’amministrazione Obama cerchi di sbarazzarsi di questa etichetta.

La richiesta cruciale del Quarto Emendamento che lo Stato debba avere un mandato basato su un “indizio di reato” prima di condurre un’indagine è ciò che protegge la privacy delle nostre case, dei nostri modi di pensare e delle nostre relazioni dall’intrusiva sorveglianza del governo. Proprio esso pone una sfida a entrambe le lotte alla droga e al terrorismo. “Indizio di reato” è generalmente definito come «una ragionevole opinione che una persona abbia commesso un reato» o che una prova di un determinato reato sarà trovata. Gli stupefacenti sono generalmente facili da occultare, e praticamente tutti i partecipanti a una transizione di stupefacenti o di un complotto terroristico tenteranno di evitare controlli, cercando di rendere difficile per le autorità produrre questa ragionevole opinione. Una volta dichiarata la “guerra”, la privacy comincia ad apparire un lusso troppo astratto.
La questione specifica posta dal caso Jones è se l’uso del Gps per monitorare gli spostamenti di un’auto per un periodo esteso di tempo sia un’indagine soggetta al Quarto Emendamento. (Il requisito richiesto dal Quarto Emendamento di avere un mandato basato su indizio di reato si applica solo se la condotta del governo costituisce una “ispezione” o un “sequestro”.) Ma la questione più importante che si affaccia oggi, comunque, è come concepire la privacy nell’era digitale.
Il fatto che la tua compagnia telefonica conosca e registri la tua posizione in ogni dato momento significa forse che il governo dovrebbe essere libero di richiedere queste informazioni senza soddisfare le tutele volute dal Quarto Emendamento? La consolidata autorità della polizia di perquisire un individuo sotto arresto include anche la possibilità di ricercare all’interno del suo “smart phone” messaggi ed e-mail? Gli agenti addetti ai controlli alle frontiere dovrebbero avere l’autorità di ricercare senza nessun indizio o sospetto oltre che i bagagli anche i computer portatili che contengono informazioni personali infinitamente maggiori di quanto avremmo potuto trasportarne quando fu istituito il controllo alle frontiere?
Prima dell’avvento del Gps, se la polizia voleva sapere dove un individuo viaggiava per un mese, avrebbe dovuto utilizzare un gruppo di sorveglianza per 24 ore al giorno tentando di seguirlo fisicamente, un compito difficile e molto costoso. Adesso è sufficiente nascondere un Gps in un veicolo e assicurarsi che le batterie durino a lungo. In quanto economico e capace di operare senza l’intervento umano, il Gps rende la sorveglianza a strascico possibile. In che modo la dottrina del Quarto Emendamento dovrebbe rispondere?
La Corte Supremanon è stata particolarmente rapida nell’adattarsi ai cambiamenti nel campo della sorveglianza tecnologica. Ad esempio, la Corteha avuto bisogno di cinquant’anni per stabilire che registrare una conversazione telefonica è una perquisizione e rientra sotto la tutela del Quarto Emendamento. La Corteinizialmente argomentò che l’intercettazione telefonica non era una perquisizione perché non invasiva della proprietà di qualcuno. Ma, nel 1967, la Cortecambiò rotta, e annunciò che il Quarto Emendamento tutelava «la gente, non i luoghi», e concluse che ogni azione di polizia intrusiva oltre «una ragionevole aspettativa di privacy» era una perquisizione. La decisione, Katz / Stati Uniti, fu lodata per aver traghettato il Quarto Emendamento nel Ventesimo secolo.

Da allora, comunque, la Corteha spesso avuto una visione confusa di cosa costituisca una “ragionevole aspettativa di privacy”, rendendo il Quarto Emendamento progressivamente inapplicabile all’attività di raccolta delle informazioni sensibili da parte del governo. Alcune corti hanno stabilito, per esempio, che poiché il Gps registra informazioni che sono già pubbliche – il passaggio di un’automobile su strade pubbliche – il proprietario non ha alcuna “ragionevole aspettativa di privacy” che giustifichi la protezione del Quarto Emendamento. La Corte Supremaaccettò un simile ragionamento nel 1983, nel caso Stati Uniti / Knotts, in cui stabilì che collocare in un container un dispositivo che emette impulsi con lo scopo di tracciarne i movimenti durante il tragitto tra un’azienda chimica e un deposito periferico non invade alcuna aspettativa di privacy, e dunque non richiede un mandato.
La Corte Distrettualedi Washington D.C. nel caso Jones concluse che c’era una differenza qualitativa tra registrare un singolo percorso di un autoveicolo tra il punto A e il punto B e registrare ogni movimento per 4 settimane ventiquattro ore al giorno. Questo secondo caso rivela largamente una maggiore quantità di informazioni riguardanti un individuo.La Corte afferma: «Una persona che conosce tutti gli spostamenti di qualcuno può dedurre se vada in chiesa ogni settimana, se sia un bevitore abituale, se vada regolarmente in palestra, se sia un marito infedele, se riceva trattamenti medici, se sia associato a particolari individui o gruppi politici – e non uno solo di questi aspetti, ma tutti insieme».
Inoltre, mentre il dispositivo a impulsi del caso Knotts assisteva a malapena la polizia nell’inseguimento fisico di un veicolo dal punto A al punto B, il Gps permette una registrazione automatica illimitata di tutti gli spostamenti senza intervento umano. Dunque, mentre ogni singolo spostamento del veicolo di Antoine Jones era teoricamente osservabile senza l’aiuto della tecnologia, la somma totale delle informazioni estrapolate dal Gps non lo era; l’utilizzo pratico di tali informazioni è possibile solamente mediante un rilevatore Gps e dunque violando una “ragionevole aspettativa di privacy”, innescando così il requisito di mandato basato su indizio di reato del Quarto Emendamento.
Ma il caso Jones potrebbe avere implicazioni per altri tipi di sorveglianza assistita dalla tecnologia.La Corte Suprema, per esempio, ha stabilito da molto tempo che quando condividiamo informazioni personali con terze parti implicitamente rinunciamo alla nostra “aspettativa di privacy”, permettendo al governo di ottenere tali informazioni senza un mandato o indizio di reato. In base a questa logica,la Corte ha autorizzato la polizia a frugare tra i rifiuti domestici, ottenere dati bancari, e dotare informatori di registratori audio nascosti senza alcuna base obiettiva di sospetto o un controllo del giudice.
Nel mondo d’oggi, questi principi hanno vaste ripercussioni per la privacy poiché, a meno che qualcuno non viva come un eremita, virtualmente tutti hanno bisogno di condividere informazioni con parti terze – sia la compagnia della carta di credito, il fornitore dei servizi internet, la compagnia telefonica, banca o farmacia. I computer hanno reso possibile una registrazione accurata e facilmente accessibile di tutte queste transazioni, e al governo di raccogliere e analizzare i dati. A causa delle regole della “divulgazione della parte terza”, il Quarto Emendamento attualmente non prevede alcuna protezione per queste informazioni.

Supponete che la Corte Supremariconosca che un mandato sia necessario per effettuare un controllo esteso di rilevamento Gps, in virtù della sua capacità di raccogliere e aggregare senza l’intervento umano informazioni personali non altrimenti ottenibili. Ne potrebbe conseguire che anche l’estrazione di dati informatici, in cui il governo in modo simile usa mezzi tecnologici per raccogliere e aggregare numerose informazioni per tracciare una figura dettagliata delle attività private di un individuo, dovrebbe richiedere un’approvazione da parte dell’autorità giudiziaria. Le perquisizioni alle frontiere di computer portatili e l’uso da parte della polizia dei dati di localizzazione dei telefoni cellulari e di altri dispositivi potrebbe meritare la protezione del Quarto Emendamento. Ma se, al contrario, la Cortesi rifiutasse di prendere in considerazione le minacce che la tecnologia pone alla nostra privacy e non ammettesse la richiesta di Jones, il Quarto Emendamento potrebbe avviarsi a essere soppiantato dalla tecnologia.La Costituzione non avrebbe più un ruolo nel preservare la sfera privata dello sguardo del governo.
Tali questioni hanno occupato sempre di più l’attenzione di avvocati, studiosi ed esperti della pubblica sicurezza, e giornalisti. Nel saggio One Nation Under Survelliance (“Una Nazione sotto sorveglianza”), Simon Chesterman, professore di Diritto alla National University of Singapore e alla New York University, sostiene che la privacy è già lettera morta, e propone di concentrare l’interesse sull’uso che il governo fa delle informazioni che raccoglie, piuttosto che futilmente cercare di controllare la sorveglianza in sé.
Egli argomenta in modo convincente che lo spettro di attentati terroristici catastrofici crea una straordinaria pressione a favore del controllo intrusivo, che il progresso tecnologico ha reso interamente fattibile la raccolta e l’analisi di vaste quantità di informazioni precedentemente private, e che in una cultura trasformata dai social media, in cui i cittadini sono sempre più desiderosi di rendere pubblici i loro pensieri e atti più intimi, la privacy potrebbe già essere fuori moda, come la cavalleria.
Il timore di Chesterman è ben fondato, almeno per quello che riguarda gli Usa. Nel 2010 il ‘Washington Post’ ha sostenuto che l’apparato top secret creato dal governo in risposta agli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 è diventato così grande, così ingombrante e così impenetrabile che nessuno conosce quanto denaro costi, quante persone impieghi, quanti programmi ne facciano parte o esattamente quante agenzie eseguano lo stesso compito1.
Il ‘Post’ ha scoperto che 1271 organizzazioni governative e 1931 appaltatori privati sono impegnati in attività legate alla sicurezza nazionale, e più di 854.000 persone hanno credenziali “top secret”. La maggior parte di quello che queste persone ed entità fanno è nascosta all’osservazione pubblica, ma molti di loro, possiamo esserne sicuri, stanno osservando noi.

Inoltre, per fare ciò essi stanno sviluppando e utilizzando le tecnologie più avanzate. Il ‘New York Time’ ha rivelato nel 2005, per esempio, che l’allora presidente Bush ha segretamente autorizzatola National Security Agency (Nsa) a effettuare intercettazioni di conversazioni telefoniche ed e-mail senza mandato in violazione della regolamentazione federale che protegge la privacy.La Nsa ha ammesso di impiegare sofisticati programmi informatici per raccogliere milioni di conversazioni telefoniche ed e-mail passandole al setaccio in modo automatico, alla ricerca di parole, frasi o link sospetti. Quando tale attività fu rivelata, il programma venne sospeso. Fu tuttavia messo di nuovo in atto quando il congresso emendò il Foreign Intelligence Survelliance Act, una legge che facilita i tribunali ad autorizzare questo tipo di sorveglianza di massa.
Altre leggi che regolamentano la sorveglianza sono state alleggerite a partire dall’11 settembre. L’Usa Patriot Act permette ai pubblici ministeri di aggirare i limiti stabiliti per le intercettazioni e le perquisizioni se affermano di concentrare le loro indagini su “agenti” di Paesi esteri, organizzazioni, o gruppi terroristici. La stessa legge estende l’autorità dell’Fbi all’utilizzo delle «lettere per la sicurezza nazionale» che permettono l’acquisizione di dati relativi alla navigazione web dai fornitori di connessione internet senza la supervisione dell’autorità giudiziaria e senza la presenza di un indizio di reato.
I procuratori generali John Ashcroft e Micheal Mukasey hanno entrambi ammorbidito le limitazioni del governo per regolare le indagini dell’Fbi sul controterrorismo, ed Eric Holder sta lavorando a un’ulteriore diluizione delle stesse. Le nuove regole, secondo indiscrezioni, permetteranno agli agenti dell’Fbi di rovistare tra i rifiuti domestici dei cittadini, analizzare archivi di dati, e assegnare ripetutamente squadre di sorveglianza per controllare individui senza che ci sia il sospetto fondato su basi obiettive che la persona investigata sia coinvolta in un atto illecito.

Secondo Chesterman, è futile organizzare una battaglia contro la raccolta di vaste quantità di informazioni sulle nostre vite private da parte dello Stato. La paura del terrorismo è troppo profonda, la tecnologia è troppo avanzata, e la maggior parte della gente è stata già sedotta dalla rinuncia alla propria privacy da Facebook e da altre comodità moderne. Egli propone piuttosto un nuovo “contratto sociale” avanzando un’ipotesi su come il governo possa usare tali informazioni. Ma le regole che lui delinea sono scheletriche in modo frustrante, e insufficienti a preservare la privacy.
Chesterman suggerisce che l’attività di intelligence debba essere guidata da tre principi: essere condotta da autorità pubbliche piuttosto che da appaltatori privati, basarsi sulla legge, e che il governo sia responsabile del suo uso. Non c’è niente di opinabile circa questi principi. Le operazioni di intelligence coinvolgono spesso un alto grado di discrezionalità e giudizio, e potremmo dunque preferire che vengano effettuate da organismi governativi piuttosto che da privati il cui scopo ultimo è il profitto. E chi può essere contro il principio di responsabilità? Ma è meno chiaro come tale “contratto” risolverebbe realmente i problemi di privacy che l’era della sorveglianza digitale pone.
Prendiamo per esempio l’uso degli appalti privati per le operazioni di intelligence. Il 70% del bilancio degli Stati Uniti per tali operazioni va ad appaltatori privati, che in media costano il doppio rispetto a quanto costerebbe un ufficiale governativo se eseguisse gli stessi compiti. Nel 2005, gli Stati Uniti hanno speso 42 miliardi di dollari per attività di intelligence in appalti privati. A seguito delle rivelazioni sulla compagnia Halliburton, vincitrice di un appalto senza gara da 7 miliardi di dollari per la costruzione di infrastrutture petrolifere in Iraq, che fatturava ampiamente più del dovuto al governo per i propri servizi, gli appaltatori privati sono un bersaglio facile. Ma quando si arriva agli abusi che Chesterman identifica – cattura di prigionieri da torturare, interrogazioni coercitive di sospetti appartenenti ad Al-Quaeda, e intercettazioni senza mandato – il problema non è l’uso di appaltatori privati, ma il fatto che il governo ha espressamente autorizzato le loro azioni. Queste linee di condotta sarebbero solo opinabili, se fossero eseguite esclusivamente da autorità pubbliche.
Chesterman argomenta inoltre che il controllo della legge dovrebbe concentrarsi meno sulla raccolta dei dati e maggiormente sull’uso che ne fa il personale governativo. Ma è vago su come queste restrizioni dovrebbero essere applicate. Più in generale, se cediamo sulla limitazione della raccolta dei dati, che cosa rimane della privacy? La violazione della privacy avviene quando il governo ottiene l’accesso a informazioni che noi pensiamo non dovrebbe avere; come poi queste informazioni vengano usate non è un problema che riguarda la privacy ma altre questioni, come la discriminazione, il giusto processo e simili.
Il professore di Diritto Daniel Solove della George Washington University condivide le preoccupazioni di Chesterman riguardanti il ruolo mai così marginale che il Diritto Costituzionale gioca nella tutela della privacy. La prima parte del suo libro, succintamente e in modo persuasivo, confuta le argomentazioni che hanno sostenuto la cancellazione della privacy, inclusa la fandonia che se non si ha niente da nascondere non si dovrebbe temere nulla dalla sorveglianza. La privacy, ci ricorda, è un aspetto essenziale dell’esistenza umana, e di una sana e libera democrazia – un diritto che protegge gli innocenti, non solo i colpevoli. Senza una sfera nella quale possiamo essere lasciati soli non potremmo sviluppare quel coinvolgimento necessario per una vita interiore pienamente realizzata, o essere coinvolti in quel genere di scambio confidenziale e vita associativa che sono essenziali per un rigoroso dissenso e critica politica. Così il giudice Brayer chiese durante il dibattimento del caso Jones: «Come apparirebbe ai nostri occhi una società democratica se una grande parte dei suoi cittadini pensasse che il loro governo registra ogni loro spostamento per un lungo periodo di tempo?».
Nel 1956, al culmine del maccartismo, il sociologo Edward Shils scrisse che la democrazia liberale richiede privacy per i suoi cittadini e trasparenza da parte del governo. I cittadini non possono dissentire liberamente se lo Stato li ascolta continuamente, e il loro giudizio non è adeguatamente basato sulle informazioni se il governo agisce sotto il velo della segretezza. Ancora oggi è la cittadinanza a essere sempre più trasparente, mentre le operazioni del governo sono avvolte nella segretezza.
La soluzione di Solove consiste nel rafforzare i limiti imposti dalla legge offrendo una nuova interpretazione del Quarto Emendamento. Egli suggerisce che i tribunali non dovrebbero chiedersi se il governo, quando richiede il registro della navigazione internet di un cittadino, per esempio, viola una «aspettativa ragionevole di privacy», ma se ciò «causa problemi di significativa rilevanza», un termine volutamente di significato aperto che racchiude, tra le altre cose, il potenziale illegittimo abuso verso chi dissente dal governo. Qualsiasi governo che pone tali “problemi”, suggerisce, dovrebbe essere soggetto alle regole del Quarto Emendamento attraverso i tribunali, a prescindere dalla privacy.
Solove è sicuramente nel giusto quando afferma che la Corte Supremaha una visione della privacy antiquata e ingiustificatamente limitata. Ma una Corte Suprema già ostile a una revisione del Quarto Emendamento difficilmente vedrebbe con favore la sua applicazione alle attività di intelligence che presentano «problemi di significativa rilevanza». Il Quarto Emendamento richiede solamente che le «perquisizioni e i sequestri» siano ragionevoli, non che tutte le azioni di governo lo siano. Invitare la corte a supervisionare tutti i «problemi di significativa rilevanza» non è una alternativa sufficientemente precisa, realistica o persuasiva.
La critica incisiva che Solove indirizza alla dottrina del Quarto Emendamento indica una risposta migliore. Egli sostiene che l’approccio della Corte “tutto o nulla” alla privacy è troppo semplicistico. Esso induce la Cortea concludere che virtualmente ogni informazione proveniente da una fonte pubblica è al di là della normativa del Quarto Emendamento, anche se fa un uso fuori dall’ordinario della tecnologia per ottenerla. E una conclusione simile sottintende le regole della «divulgazione della parte terza», che dà al governo accesso illimitato alle informazioni condivise con una parte terza. Un approccio più sfumato, dal mio punto di vista, manterrebbe l’attenzione della Corte sulle “ragionevoli aspettative di privacy”, ma riconoscerebbe che tale privacy dovrebbe includere tutte quelle informazioni che il governo non potrebbe ottenere realisticamente senza ricorrere all’uso di quelle innovazioni tecnologiche che permettono la sorveglianza di massa senza intervento umano – così, come nel caso Jones, la localizzazione fisica per un periodo protratto di tempo.
In modo simile il fatto che quando noi navighiamo in internet e spediamo e-mail scambiamo informazioni con Google non dovrebbe significare che noi automaticamente consentiamo al governo di averne accesso. Lo Stato, diversamente da Google, può privarci della nostra libertà e con maggior facilità punire il dissenso; condividere informazioni con Google o con il governo sono azioni qualitativamente diverse. La strada per una riforma del Quarto Emendamento in altre parole, non dovrebbe essere l’abbandono completo della privacy, ma il suo aggiornamento, così comela Cortefece in materie di intercettazioni telefoniche nel 1967.
Il 22 agosto, il giudice distrettuale Nicholas Garaufis fece proprio questo, stabilendo che, anche se gli utenti di telefoni cellulari automaticamente trasmettono la loro locazione fisica alla compagnia telefonica, la regola della “parte terza” non si dovrebbe applicare, e dovrebbe essere richiesto un mandato prima che il governo possa ottenere tali dati. Come il giudice Garaufis scrisse, «la favola che la vasta maggioranza della popolazione americana consenta al governo l’accesso senza un mandato a dati circa i loro movimenti in quanto “scelgono” di portare con sé un telefono cellulare dovrebbe essere rifiutata. Alla luce di un drastico sviluppo delle tecnologie, la dottrina del Quarto Emendamento deve evolvere in modo da mantenere per l’utente di telefono cellulare una ragionevole aspettativa di privacy»2.

David Shipler non è un avvocato ma un giornalista. Dove Chesterman e Solove propongono nuovi concetti legali, Shipler offre un provocante racconto quotidiano di come la privacy sia stata sacrificata nell’era moderna. Alcune storie che racconta sono familiari, come l’arresto di Brandon Mayfield, un avvocato musulmano di Portland (Oregon), le cui impronte digitali vennero dall’Fbi erroneamente “identificate” con impronte provenienti dall’attentato di Madrid nel 2004. Ma Shipler racconta queste storie con ricchezza di dettagli. Ci si sente come se si vivesse con la famiglia Mayfield, soggetta a perquisizioni continue, intercettazioni telefoniche, e alla fine all’erroneo l’arresto del loro padre. Mayfield fu liberato solo quando le autorità spagnole, che contestarono l’Fbi sull’“abbinamento” sin dall’inizio, alla fine identificarono le impronte come appartenenti a un uomo algerino. L’Fbi successivamente pagò a Mayfield due milioni di dollari come risarcimento.
Altre storie sono meno conosciute. I capitoli più inquietanti del libro raccontano le uscite notturne nei quartieri ad alta criminalità a fianco di agenti dell’Unità di Recupero Armi di Washington D.C. – non lontano dalla sede della Corte Suprema, ma dal punto di vista pratico, come Shipler afferma, in un “altro Paese”. Shipler descrive vividamente un mondo totalmente straniero non solo ai giudici della Corte Suprema ma alla maggioranza degli americani, mondo nel quale la polizia sistematicamente sottopone giovani neri a pratiche intrusive e perquisizioni di dubbia legalità. La tattica degli agenti, che sfruttano ogni scappatoia chela Corte Supremaha, intenzionalmente o meno, creato, creerebbe sonore proteste se impiegate su residenti di quartieri benestanti. Ma i giovani afroamericani che sono i loro obiettivi notturni non hanno nessun rifugio se non un risentimento a lungo covato.

Lo scopo di Shipler non è quello di riformulare la dottrina legale, ma mostrarci, attraverso l’esperienza di americani soggetti a tecniche intrusive da parte della polizia, quello che rimane della dottrina esistente; viviamo in un mondo in cui un giudice federale può dire con rassegnazione, come ha fatto il giudice distrettuale Paul Friedman citato da Shipler, «non credo ci sia rimasto molto del Quarto Emendamento nel Diritto Penale». Come Shipler abilmente illustra, la doppia lotta alla droga e al terrore ci ha portato a questo punto. Ancora una volta la legge costituzionale è sottomessa all’imperativo dello Stato in guerra.
Se c’è qualche prospettiva di cambiamento, a questo punto, è che le protezioni dei diritti crescano dall’esperienza degli abusi. La rivoluzione internazionale dei Diritti Umani è stata in parte una reazione agli orrori della seconda guerra mondiale; il diritto all’eguaglianza fu definito in risposta alla schiavitù,la Guerra Civilee la segregazione. Le riforme arrivano solo quando c’è una richiesta pubblica, e la richiesta pubblica c’è quando gli abusi vengono svelati – come avvenne negli anni Settanta dopo che una commissione parlamentare guidata dal senatore Frank Church rivelò una massiccia attività di spionaggio su gruppi pacifisti e attivisti dei diritti civili. Il più importante contributo di questi tre libri è l’identificazione del problema e la sua diagnosi. Sta a noi richiedere una soluzione.
Sono state poche le occasioni di tale genere dall’11 settembre 2001. Molti cittadini obiettarono all’amministrazione Bush il piano che prevedeva il reclutamento di impiegati addetti alla consegna a domicilio come spie del governo, e il Congresso negò i finanziamenti al programma. Le preoccupazioni circa il Patrioct Act emersero tra i bibliotecai portando alla riforma della “legge bavaglio” che effettivamente esentò i bibliotecai e attività commerciali, lasciati soli a resistere, dal segnalare informazioni circa i loro clienti. Rivelazioni riguardanti l’attività spionistica dell’Nsa ha indotto il Congresso a imporre una supervisione del potere giudiziario. E la recente controversia a Londra circa le intercettazioni telefoniche illegali eseguite dall’impero di Mardoch su normali cittadini vittime di tragedie straordinarie hanno il potenziale di spingere a ulteriori riforme. Se il diritto alla privacy sopravvivrà, sarà perché cittadini, indignati da storie come quelle raccontate da Shipler riconosceranno che non è sufficiente scrollare le spalle e dire “non ho niente da nascondere”.

(Traduzione di Andrea Brugnoli)

1. Dana Priest e William M. Arkin, A Hidden Word, Growing beyond Control, ‘The Washington Post’, 19 luglio 2010.
2. In the Metter of an Application of the United States of America for an Order Authori-zing the releaze of Historical Cell-Site Information, caso n. 10-MC-897 (NGG) (E.D.N.Y. Aug. 22, 2011).

DAVID COLE è professore di Legge al Georgetown University Law Center. Ha vinto premi per numerosi libri, fra cui The Torture Memos: Rationalizing the Unthinkable (2009), Less Safe, Less Free: Why America Is Losing the War on Terror (con Jules Lobel, 2007) ed Enemy Aliens: Double Standards and Constitutional Freedoms in the War on Terrorism (2003).

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