Paolo Trovato

Medioevo e Rinascimento – Gennaio 2012

Con la collaborazione di Valentina Gritti e Beatrice Saletti

Dante Alighieri, Rime, Vita Nova, De vulgari eloquentia, a cura di Claudio Giunta, Guglielmo Gorni, Mirko Tavoni, in Opere, edizione diretta da Marco Santagata, v. I, introduzione di Marco Santagata, Milano, Mondadori, 2011 («I Meridiani», 1), pp. CCXLVIII-1690, € 65,00

Il primo volume dell’edizione diretta da Santagata (all’apparenza, l’ennesima iniziativa in un mercato inflazionatissimo anche a prescindere dal centenario dantesco che si avvicina) è un libro pregevole. Se la Vita Nova ripropone con tenui ritocchi il testo e il commento dell’edizione curata da Gorni per Einaudi nel 1996 (non solo a mio giudizio, uno dei lavori meno convincenti firmati dal compianto illustre dantista), tanto le Rime, egregiamente commentate da Giunta, quanto il De vulgari eloquentia di Tavoni, che corona una venticinquennale attività di ricerca nel campo della “linguistica” dantesca, hanno tutte le caratteristiche per diventare i “nuovi” testi di riferimento per studiosi e persone colte. Notevole e ben argomentata anche l’introduzione di Santagata, che ha la taglia di una piccola monografia. p.t.

Pierio Valeriano, L’infelicità dei letterati, introduzione, commento e cura di Bruno Basile, Napoli, La scuola di Pitagora, 2010, («Umanesimo e Rinascimento», 3) pp. 236 , € 20,00

L’oggi sconosciuto Pierio Valeriano (morto nel 1558) fu uno dei più versatili umanisti del nostro Cinquecento e fu incaricato per questo da papa Clemente VII di occuparsi della formazione dei nipoti Alessandro e Ippolito de’ Medici. Scrisse, tra l’altro, una raccolta di carmina (i Praeludia), una fortunata serie di emendamenti testuali all’Eneide (Castigationes et varietates virgiliane lectionis), un trattato eruditissimo sui geroglifici (Hieroglyphica sive de sacris Aegyptiorum aliarumque gentium literis commentarii), nonché − e si tratta per lui di un’eccezione alla regola della fedeltà al latino, la lingua della curia pontificia e dell’alta cultura − un acuto Dialogo della volgar lingua. Il testo latino che qui si presenta, il De infelicitate litteratorum − composto tra il 1529 e il 1531 (cioè a ridosso di quell’11 settembre dell’Italia rinascimentale che fu il Sacco di Roma), ben curato da Bruno Basile − rovescia amaramente il cliché del Cortigiano del Castiglione argomentando, sulla base di un centinaio di biografie essenziali di letterati quattro-cinquecenteschi, che l’infelicità è consustanziale alla pratica delle lettere. p.t.

Giovanni Battista Ramusio “editor” del Milione. Trattamento del testo e manipolazione dei modelli, atti del seminario di ricerca, Venezia, 9-10 settembre 2010, Roma-Padova, Antenore, 2011, pp. LII-172, € 22,00

Nella prima metà del Cinquecento un amico del Bembo, il veneziano Giovanni Battista Ramusio, raccolse un corpus imponente di Navigazioni e viaggi in 3 volumi, che comprendeva tra l’altro le relazioni di esploratori contemporanei come Vespucci e Magellano. Il secondo volume si apre con una traduzione in italiano del Milione (copie e traduzioni in francese, toscano, veneziano, latino). Proprio il lavoro “editoriale” del letterato veneziano sul testo di Marco Polo – che fissa la versione del Milione letta, per secoli, dal grande pubblico − è l’oggetto di questa raccolta di saggi stesi in collaborazione da un gruppo di studiosi “veneziani”, “padovani” e “ferraresi”. Il minuzioso confronto del testo Ramusio con i manoscritti superstiti ha confermato che alla base della traduzione del testo latino è proprio un manoscritto «antichissimo», il codice Ghisi, e ha anche consentito di identificare i codici veneti usati per ampliare con spiegazioni e glosse i passi che sarebbero potuti risultare oscuri per i lettori del tempo e di precisare le tecniche editoriali, insospettabilmente moderne, usate dal Ramusio per “rinfrescare” il Milione. v.g.

Aron di Leone Leoni, La nazione ebraica spagnola e portoghese di Ferrara (1492-1559), a cura di Laura Graziani Secchieri, Firenze, Olschki, 2011, tomi 2 di complessive pp. 1350, € 120,00

Singolare figura di studioso per passione (per lavoro diresse la Cartiera Vita Mayer di Cairate e rappresentò le industrie cartarie italiane presso il parlamento europeo) Aron di Leone Leoni (1932-2010) ha fornito nel II tomo dell’opera, postuma, che qui si segnala trascrizioni o regesti di 1695 documenti latini o italiani o iberici relativi alla nazione sefardita ferrarese dal 1492, in cui Ercole I rassicurò gli ebrei costretti a lasciare la penisola iberica rendendo Ferrara un luogo d’elezione della nazione ebraica (“Noi siamo multo ben contenti che vengano ad habitare qua cum le loro famiglie”), fino alla morte di Ercole II nel 1559. Appunto su questa messe di documenti poggia la dettagliata ricostruzione storica del I tomo. La monumentale impresa, che prosegue le ricerche di Adriano Franceschini sulla presenza ebraica a Ferrara fino al 1492, è agevolmente fruibile grazie ad accurati indici e a un ricco glossario ed è preceduta da una prefazione di Adriano Prosperi e da una presentazione di Pier Cesare Ioly Zorattini. p.t.

Literary Cultures and Public Opinion in the Low Countries, 1450-1650, Edited by Jan Bloemendal, Arjan van Dixhoorn and Elsa Strietman, Leiden-Boston, Brill, 2011, pp. x, 324 (“Brill’s Studies in Intellectual History”, 197), € 99,00

Una parte della storiografia recente sembra aver ereditato, sia pure mediatamente, dal magistero di mostri sacri come Barthes, Jauss e la Eisenstein la coscienza della perdita di peso dell’autore, l’interesse per la ricezione dei testi, la visione del libro antico come strumento di propaganda. Di qui, l’infittirsi, specialmente nell’ultimo decennio, di ricerche sulla formazione dell’opinione pubblica e sui media nell’Europa moderna (basti pensare alla Social History of the Media di Asa Briggs e Peter Burke). La raccolta curata da Bloemendal, van Dixhoorn e Strietman si inserisce in questo vivace filone di ricerca. Mentre il primo capitolo ne esplicita i presupposti teorici (focalizzati, in modo forse eccessivo, su una revisione delle classiche tesi di Habermas sulla “sfera pubblica”) e il decimo sottolinea l’unitarietà della raccolta, gli otto capitoli centrali, opera di altrettanti studiosi, analizzano testi appartenenti a generi letterari diversi che contribuirono a formare l’opinione pubblica dei Paesi Bassi. b.s.

Wes Williams, Monsters and their Meanings in Early Modern Culture. Mighty Magic, Oxford, Oxford University Press, 2011, pp. xvi, 334, $ 110,00

I 6 capitoli che seguono l’Introduzione sono incentrati rispettivamente su Rabelais, Ronsard, Montaigne, Corneille, Pascal e Racine. Con le parole dell’autore, il libro descrive il processo di crescente interiorizzazione della nozione di mostruoso tra Rabelais e Racine, passando attraverso Montaigne, Shakespeare e tanti altri: «Verso la metà del XVI secolo definire qualcuno mostruoso esprime di solito un sentimento di meraviglia per l’enormità delle sue dimensioni […]. Alla fine del Seicento è più verosimile che il termine mostruoso denoti intenzioni nascoste, desideri indicibili. La Fedra di Racine riconosce come mostruosa l’incestuosa passione dell’eroina per il figliastro». Il libro, impreziosito da molte incisioni cinque-seicentesche, è un bell’esempio di ricerca interdisciplinare, ma il lettore italiano non può fare a meno di pensare che nel nostro paese, più legato alla tradizione classica, quel processo di interiorizzazione fu assai più precoce, come prova per esempio il passo che segue del Decameron (X 8): «Quante volte ha già il padre la figliuola amata, il fratello la sorella, la matrigna il figliastro? Cose più monstruose che l’uno amico amar la moglie dell’altro». b.s.

 

PAOLO TROVATO insegna Storia della lingua italiana all’Università di Ferrara e condirige la rivista ‘Filologia italiana’. Sta curando, con Elisabetta Tonello, una raccolta di studi sulla tradizione manoscritta della Commedia in vista di una nuova edizione del poema dantesco.

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