Tobia Guido

Fiction – PIETRO, PESCATORE DI UOMINI

 

 

451’ propone una rubrica di narrativa inedita all’interno della quale diamo spazio a racconti, incipit ed estratti di romanzi, incoraggiando da parte dei nostri lettori l’invio di un testo di circa 14.000 battute all’e-mail 451@econometrica.it

 

 

Il mare, ho sempre amato il mare. Il mare fatto d’acqua, terra fluida sotto i piedi che ti sospinge come Gulliver sul palmo di una mano. Nel mio caso la mano è un vecchio gozzo bianco, azzurro e rosso sangue, l’unico legno a non aver paura di terre di frontiera come questa. Guardo gli scogli aguzzi che si avvicinano nella lenta navigazione, ho il piede destro sul bordo della murata di vernice blu. La marea si fa sentire e il pescatore che guida la barca si è spinto un po’ imprudentemente all’interno dello stretto corridoio di rocce che conduce alla terra ferma. La barca rallenta e in un istante sospeso, incerto, il pescatore aggrotta le ciglia e con la punta di cenere ardente della sigaretta, penzolante dall’angolo del labbro rinsecchito, mi fa cenno di saltare. La barca indietreggia, il tizio non mi saluta, mi guarda e basta, voltandosi di tanto in tanto a misurare le insidie delle rocce alle sue spalle. Guarda anche me come fossi una minaccia, per lui, per l’isola, per chi non so, poi urla: «Quannu mi cerca pi turnari, addumasse ’a radio.» (Quando mi cerca per tornare, accenda la radio.)

Mi ritrovo solo. Provo un brivido di aria pungente sulla fronte che mi fa temere di non avere vestiti a sufficienza per il mio periodo di permanenza. Mi avvolgo nella giacca di lana che mi ha regalato mia moglie. È una giacca bianca, di lana grezza e spessa. L’acqua del mare davanti a me è diventata di un blu fitto e impenetrabile, dato che il sole tramonta già sull’altro versante del monte che sta al centro dell’isola. Il paesino dista solo poche centinaia di metri, è tardi. Ci sono posti che non è il caso di abitare, quando cala la notte.

Sono venuto qui per cercare un amico. No, non è una vera e propria missione, è più la speranza di ritrovare un senso alle cose perdute, impegnarsi a recuperarle, riportarle con sé per non abbandonarle mai più. Diciamo un senso di colpa, diciamo un senso di onestà.

Nessuno sa che sono qui, tranne mia moglie, nessuno sa chi sono, qui sull’isola. Il mio lavoro è un lavoro da uomini testardi. Anche il mio amico è un gran testardo. Me ne ricordo bene. Una volta, potevamo avere dieci, undici anni al massimo, improvvisammo una gara di biciclette. Eravamo giunti alla fine dell’estate, faceva ancora molto caldo e gli acquazzoni dell’autunno sembrava non dovessero mai raggiungerci. Avevamo pedalato tutto il giorno su e giù per le strade e le trazzere di polvere bianca che dalle segherie a valle conducono alle cave di marmo fra i monti di Custonaci. Quel ragazzo era inarrestabile, la sua pelle era nera per tutte le ore che passava sotto il sole e io facevo una gran fatica a stargli dietro. A un tratto, senza che me ne accorgessi era giunta l’ora di rientrare per la cena.

«Pietro! Pietro è tardi, devo tornare a casa! Mia madre mi sta aspettando.»

Allora si fermava senza voltarsi, un piede sul pedale, l’altro in terra in un sandalo di gomma dal colore irriconoscibile per la polvere finissima, impalpabile, smontava dalla sella, guardava innanzi a sé e respirava così violentemente che sembrava lo facesse per la prima volta, tutto insieme. Poi abbassava lo sguardo e, quando alla fine si girava a guardarmi, notavo sempre delle gocce che gli imperlavano la pelle contratta, agli angoli degli occhi. Non aveva una situazione facile e lo sapevo. A casa mia, mia madre preparava la caponata, la frittata di patate alta due dita e i finocchi gratinati al forno, da lui gli facevano trovare da mangiare se andava bene un piatto di pasta il più delle volte fredda, un panino, qualsiasi avanzo fosse rimasto dalla sera prima e mangiava sempre da solo. Abitava nella casa di alcune cugine della madre, signorine poco avvezze ad allevare bambini ribelli e problematici. Pietro aveva una sorella, Sara. Una volta con Sara ci ho pure provato. Fu in una sera d’estate alla festa di compleanno di un ragazzo vicino di casa. Stavamo accalcati sul divano in gruppo con gli altri ragazzi a guardare il karaoke di Fiorello.

Quel programma le piaceva proprio; normalmente era una ragazzina timida, ma quel programma la mandava su di giri, si dimenava, scuoteva la testa e ondeggiava le braccia, a un tratto finì per sedersi in braccio a me e continuava a fare su e giù come se niente fosse. Dio, come si muoveva! Io non ascoltavo più la musica da un pezzo. Le mie mani finirono sui suoi fianchi ad accompagnare quel movimento, iniziai a diventare rosso in faccia e a ridere, ridevo come un matto, ogni tanto la tiravo a me, lei si appoggiava con la schiena contro il mio torace, aveva un corpo piccolo e caldo. Riuscii a piazzare le mie mani stabilmente sul suo ventre, poi, noncurante del fatto che i piccoli presenti in casa guardassero, le infilai una mano sotto la camicetta. Non disse niente, credo che le piacesse. Io ero diventato una sorta di lupo. Non dovrebbero farsi certe cose davanti a bambini che guardano. I bambini che guardano sono gli occhi della comunità che ti studiano, che vogliono sapere da te che razza di individuo sei. Se sei affidabile e se puoi essere considerato in quell’istante e nel futuro un punto di riferimento. Probabilmente in quei pochi secondi li avevo delusi perché non si sarebbero aspettati da me mosse nascoste da finta indifferenza. “Dissimulatio”, direbbero i latini. Altre volte mi ero comportato in quel modo. La mia sessualità veniva fuori selvaggia in contesti nascosti e spesso inconsapevoli alle creature cui era rivolta. Come quando organizzavamo con i ragazzini più grandi del palazzo quei giochi da svolgersi al buio di una stanza cercando di avere contatti con le ragazzine più piccole. Beh, comunque il fatto che uno non si piaccia, e che si comporti per questo così, non conta niente quando ci sono amici tuoi che non piacciono a nessuno. Per loro è più dura, anche se hanno fatto quello che hanno fatto e sono in attesa del giudizio universale. Non riesco a prescindere in tutti i miei pensieri dall’esistenza di una qualche entità morale superiore, che ci schiaccia, ci giudica, ci mangia, ci mastica, ci ingoia, ci assimila e sputando fuoco e fiamme dalle fauci ci redime e ci dimentica…

Io non voglio dimenticare, sono qua per ricordare. Mangerò pietre e cacherò pietre se necessario.

Ho trovato facilmente la casa di pescatori che mi ospita. Mi danno triglie fritte da mangiare e pane di casa e vino rosso che mi avvolge di calore come un abbraccio sconosciuto che mi rassicura. Sono curiosi ma non diffidenti, non hanno ricchezze che io possa rubare. Non credo che gli importi molto del perché mi trovi qui. Queste persone, sì, questa gente, come popolazione intendo, abitanti dell’isola da generazioni, sono abituati alle periodiche visite di quella parte di umanità che si mette in cammino un bel giorno per cercare nel mezzo della propria vita un senso a qualche cosa.

Sanno che il migliore aiuto per questi viaggiatori d’incertezze è quello di farsi i fatti propri. Mi addormento semivestito alla luce storta e fioca di un mozzicone di candela, il generatore a gasolio che produce l’energia elettrica sull’isola è guasto. Sono contento, mi sento una specie di Ulisse ritrovato, quest’isola era dentro di me già prima di esserci stato. Il sonno fu sonno e il risveglio prese il posto di una specie di sogno accompagnatore e beneaugurante. Il giorno successivo mi alzo presto, giusto in tempo per rubare i colori di un’alba appena iniziata. Penso di essere da solo, ci sono abituato a scoprire le cose da solo, belle o brutte che siano e invece no, Mariaceleste, la figlia del padrone di casa mi ha già preparato un caffè. È nero, nera è la luce dei suoi occhi che dirada d’improvviso le nebbie uggiose della mia anima. Prendo lo zaino di tela verde e con Salvo salpiamo con la barca per fare un giro dell’isola. Salvo ha sessant’anni tondi, non mi guarda quando parla con me e se lo fa mi guarda solo negli occhi, come a dire “vedi di non fare cazzate”. Non so perché lo fa, devo proprio avere l’aria di uno che va in giro a fare un sacco di coglionate. Chissà che poi non abbia ragione lui. Ho con me l’occorrente per quattro o cinque giorni di campeggio. Salvo, fermo con le mani sulla ruota del timone, mi lancia un’occhiata in tralice a metà tra l’incomprensione e il disprezzo; sembra una statua, in piedi col berretto di lana rossa e la cerata blu. Mi consiglia di rientrare in paese alla sera, dice che sull’altro lato dell’isola vive un eremita tutto pazzo con un fucile, che non lascia avvicinare nessuno alle terre che ha occupato. Ovviamente in maniera abusiva.

«Chiddru foddri è! Comu ti viri ti spara! Iò t’u rissi. Omo avvisato…» (Quello è pazzo! Come ti vede ti spara! Io te lo ho detto. Uomo avvisato…)

«Sì Salvo, grazie. Ma vedrai che manco l’incontro, a ’stu foddre

Non mi va di raccontargli tutta la storia. E poi che cosa gli racconto? Che io e il pazzo eravamo amici d’infanzia? Che io sono il magistrato chiamato a decidere se istruire un processo a suo carico? Che il pazzo ha tentato di violentare una sua ex fidanzata che era andato a trovare per chiederle dei soldi? Il pazzo sarei io. Sono già pazzo a essere qui, se in tribunale mi scoprono mi buttano fuori dalla magistratura. Per sempre.

 

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