Geoffrey O'Brien

Nebraska

da ''The New York Review of Books''
Nebraska, un film di Alexander Payne
CINEMA: Geoffrey O'Brien recensisce una strana commedia, una commedia priva di battute brillanti o capitomboli. È una commedia che invece offre: «un principio di demenza, una noia mortale, un risentimento persistente e i resti distrutti di una culla in cui un bambino morì di scarlattina, serviti con un sottofondo di brani ripetitivi di un melanconico violino e la sublime desolazione di vuote autostrade e cittadine decadenti». Nebraska, di Alexander Payne.

Nebraska di Alexander Payne è una commedia senza battute strabilianti, monologhi scherzosi, inseguimenti, capitomboli, voli di capricciosa inventività o assurde coincidenze. Quello che offre è un principio di demenza, una noia mortale, un risentimento persistente e i resti distrutti di una culla in cui un bambino morì di scarlattina, serviti con un sottofondo di brani ripetitivi di un melanconico violino e la sublime desolazione di vuote autostrade e cittadine decadenti. Benché abbia lavorato in maniera non usuale con la sceneggiatura di un altro scrittore (Bob Nelson), Payne ha fatto un film che sembra immerso nelle sue ossessioni personali e che retrospettivamente aggiunge nuove dimensioni ai suoi precedenti film.

Bruce Dern in una scena del film

Bruce Dern in una scena del film

La sua premessa è così sfrontata che il film sembra passare in rassegna le sue possibilità nei primi quindici minuti. Woody Grant (Bruce Dern), uno scapigliato vecchio alcolista di Billings, Montana, è determinato ad andare a Lincoln, Nebraska – a piedi se necessario – per ritirare il premio di un milione di dollari promesso da un biglietto di lotteria non richiesto ricevuto dalla società Cornhusker Marketing and Promotions, Inc. David (Will Forte), il più giovane dei suoi due figli, che riesce a mantenersi un lavoro vendendo attrezzature audio in un centro commerciale e che è appena stato piantato dalla fidanzata, acconsente ad accompagnarlo là benché trovi difficile anche solo sostenere una conversazione con suo padre, il quale parla principalmente a monosillabi senza risposta.

In un battibaleno, padre e figlio stanno decollando giù per la strada mentre la moglie di Woody (June Squibb), che si è già espressa per metterlo in una casa di riposo, domanda se abbiano entrambi perso la testa. Dopo un solo giorno di guida Woody è ubriaco, ha perso la dentiera sui binari della ferrovia e riporta una ferita alla testa che lo porta all’ospedale. Una strada lunga e minimalista sembra incombere davanti a loro, conducendoli attraverso cause perse e ultime possibilità quasi inesistenti. Come loro procedono, siamo immersi in panorami vuoti di autostrade del midwest, panorami immensi e meravigliosi in cui l’occhio può felicemente perdersi, come se quello fosse un modo per scappare da un viaggio senza lieto fine in vista e un dialogo padre e figlio impantanato in un modello a strappi di connessioni mancate. Queste riprese introduttive delle ambientazioni, queste immagini di serena indifferente limpidezza, hanno caratterizzato tutti i film di Payne ma nella cinematografia in bianco e nero di Nebraska raggiungono un’eloquenza soverchiante.

Una scena del film Nebraska

Una scena del film Nebraska

Il padre non vuole dire molto in generale; il figlio non è sicuro di quanto egli voglia veramente sapere, poiché ogni cosa che ascolta lo sconcerta per il suo rassegnato senso di rinuncia. Woody vuole prendere il suo premio e oltre quello non si interessa di molto altro. Cosa vuole veramente Dave da lui, in ogni modo? Forse l’autogiustificazione di aver cercato di essere un figlio diligente; forse un modo per evitare di soffermarsi sulle inadeguatezze della sua vita, una vita alla deriva in un suo modo particolare come quella del padre. Tutto ciò sarebbe materia per il più lugubre dei drammi domestici. Ma Payne, qui come nei suoi precedenti film, gioca sul limite della commedia dovunque, e in questo modo i suoi film sono stati in grado di mettere insieme l’aborto, la malattia, la morte cerebrale, le varie umiliazioni della lussuria e del tradimento frustrato, dell’età e del pensionamento professionale, insignificanti rancori, ambizioni fallite, una lista senza fine di rimorsi, senza perdere una certa dolcezza d’atmosfera anche quando si confrontano con i limiti più stridenti.
Il suo modo di procedere non è il minimalismo, e così dopo l’austero inizio Nebraska vira verso una serie di separazioni e ricongiungimenti – una visita alla città natale di Woody con la sua famiglia d’origine e i litigi locali e le discussioni minacciose su debiti non pagati che vengono alla superficie – poiché anche nella desolazione delle sue ambientazioni il film è molto popolato. La reputazione di Payne nel dirigere gli attori è ben meritata. La performance di Bruce Dern come Woody, molto elogiata, è infatti superba – proprio come Jack Nicholson in A proposito di Schmidt ebbe successo nel non fare Jack Nicholson, Dern qui perde alcuni degli allucinati atteggiamenti dei suoi inizi per immergersi in un omaccione dinoccolato che quando gli viene richiesto sulle sue originarie ambizioni può solo rispondere: «Non ricordo. Non importa». Will Forte incarna con goffa esattezza il giovane che tollera tutto il tedio e la disfunzione del vecchio assaporando il fatto che può almeno affrontare le situazioni in modo realistico, come se quell’aspetto più selettivo della percezione giovanile possa essere la sua sola consolazione.
Quello che conta, però, è la combinazione di tutte le performance, professionali e non, dal momento che a Payne piace utilizzare attori non professionisti nei ruoli minori. Modelli di parlate locali sono al cuore di Nebraska. Le persone sono concise e gentili, tranne in alcuni casi; dicono il meno possibile ma sono sempre pronte con una frase fatta ad hoc: «cocciuto come un mulo» o «caccia un urlo se hai bisogno». Non ci sono pianti o urla in questo mondo, e anche le peggiori minacce sono pronunciate in toni prudentemente pacati. Molto di quello che è detto è detto lentamente, in mezzo ai lunghi silenzi di una famiglia riunita in cui nessuno ha molto da dire: «Allo zio Ray fa male il piede». «Guidi ancora una Chevy, Verne?» Se il potere di Nebraska è nel ritmo e nell’accumulazione, è la cadenza del parlato che fornisce la struttura del ritmo, e le inflessioni e l’enfasi del tono – incluse le cose lasciate sottintese ma in ogni caso evidenti – che lentamente si accumulano per creare l’impressione vivida di un posto in cui la gente vive realmente.
Qualcuno ha trovato le caratterizzazioni caricaturali o paternalistiche; anche se includiamo i due cugini enormi e minacciosi che desiderano l’illusorio milione di dollari di Woody, ho trovato solo la più leggera misura di esagerazione al limite dell’effetto comico. È difficile credere che la regione nativa del regista sia stata presa di mira per il suo scherno. Non hai bisogno di andare in Nebraska per vedere queste scene. Non hai bisogno neppure di andare in America. Lontano dall’indulgere al facile disprezzo o allo sdegno ironico, il lavoro di Payne appare radicato nell’osservazione ravvicinata e nelle delicate differenze di tono.
Due attori sono in modo particolare cruciali. Angela McKewan, come ex fidanzata di Woody, ora redattrice del giornale locale, trasforma una scena e un solo primo piano muto in una caratterizzazione assolutamente luminosa – una visione di qualcosa come pura gentilezza in un posto decisamente implacabile – che senza ostentazione cristallizza il tono emotivo dell’intero film. E l’anziana June Squibb, come quintessenza della comune schiettezza diretta, risulta essere il motore indispensabile del film, il solo personaggio che rimane completamente conscio di quello che sta succedendo, fino al momento in cui sistema i capelli di Woody in un ospedale e – nella sua quasi unica dimostrazione di tenerezza fisica – si china per dargli un breve ma non superficiale bacio. Il suo significativo giro del cimitero locale, quando passa in rassegna la famiglia di Woody – affermando su sua sorella Rose, morta in un incidente stradale: «Mi piaceva Rose ma mio Dio era una tale puttana» – culmina in un gesto quasi Chauceriano quando l’anziana donna solleva le gonne sopra la tomba di uno spasimante sepolto: «Guarda cosa potevi avere se non avessi parlato di grano tutto il tempo?»

Il regista Alexander Payne e Bruce Dern sul set di Nebraska

Il regista Alexander Payne e Bruce Dern sul set di Nebraska

Nebraska è la terra natale dello stesso Payne, l’ambientazione dei suoi primi tre film: La storia di Ruth, Election e A proposito di Schmidt: i primi due sono commedie politiche ferocemente comiche, il terzo la contemplazione di un pensionato che scandaglia le profondità della sua stessa falsità, quasi troppo tetro per essere definito una commedia di un qualche tipo. Dopo due escursioni in apparenti paradisi terrestri – la California dei vigneti di Sideways e le costiere hawaiane di Paradiso amaro – è tornato a casa e nel processo ha gettato via l’attrezzatura sofisticata degli ultimi due film, insieme alle loro svolazzanti promesse di piacere erotico e realizzazione emozionale. Questo è un viaggio nel paese dei tempi andati, che culmina nella visita alla casa di famiglia abbandonata. Qui non ci sono giovani attraenti, né bambini, eccetto il ragazzo che ruba l’immagine di Woody per il giornale locale, un ragazzo che presumibilmente divenuto adulto scapperà dalla città il più veloce possibile.
Ma la fine del viaggio non ha un significato particolare, anche se Woody e Dave raggiungono Lincoln e Woody raggiunge comunque un qualche tipo di premio da assaporare per un lungo soddisfacente momento. I film di Payne tendono a riguardare viaggi o spedizioni con obbiettivi dubbi e risultati improbabili. Lo spoglio procedere lungo la strada è il semplice spingersi avanti verso la prossima tappa della traiettoria, nel tentativo di allontanare il sospetto che tutto questo movimento al rallentatore si possa dimostrare senza scopo. La condizione di permanente incertezza crea uno stato d’animo che si può muovere fluidamente, con le accentuazioni più leggere, tra la farsa e l’intensità emotiva. Un pathos autentico è raggiunto con grande talento grazie all’accumulazione efficace di gesti, di atteggiamenti e di modi di essere; che è come dire che Payne appare come un vero artista comico del genere più antico e più mortalmente serio, uno per cui la commedia non è digressione o distrazione ma lo sguardo diretto anche sulle situazioni più tragiche.

GEOFFREY O’BRIEN, è caporedattore della casa editrice Library of America. I suoi ultimi libri sono The Fall of the House of Walworth (Henry Holt, 2010), Early Autumn (Salt Publishing, 2010) e Stolen Glimpses, Captive Shadows: Writing on Film 2002-2012 (Counterpoint, 2013).
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