Kwame Anthony Appiah

Obama: la mela è caduta lontano dall’albero

da ''The New York Review of Books''

Peter Firstbrook, The Obamas. The Untold Story of an African Family, New York, Crown, 2011, pp. 333, $ 26,00

 

La famiglia, a quanto pare, è più che altro fonte di potenziali imbarazzi, inframezzati senza dubbio da sporadiche occasioni di orgoglio1. Lode e vergogna, amore e simpatia, sono quel che ci lega ai nostri amici e parenti. Il figlio adolescente butta gli occhi al cielo quando la madre si alza per ballare a un matrimonio; la moglie osserva sconsolata il marito ubriaco fradicio che si alza a fare il “discorso” dopo una cena tra amici. Noi tutti possiamo ricordare momenti simili.

Per i lati positivi, ricordiamo la zia Rose gonfiarsi di orgoglio per la laurea in Medicina del nipote, o gli adesivi “fieri genitori di un laureato con lode” sui paraurti delle auto. Potremmo anche non amare né stimare, o perfino non conoscere Mary-Jane, ma il fatto di essere suoi parenti ci scalderà il cuore quando lei vincerà un Oscar: “È mia cugina” diremo allora a chiunque. (Viceversa, non ammetteremmo mai di essere suoi parenti quando compariranno sui tabloid storie di droga che la riguardano; anzi, proveremo lunghi momenti di panico quando i colleghi di lavoro spettegoleranno su di lei. Ma non si ricordano della notte degli Oscar?).

Eppure, negli Stati Uniti è facile scappare dalla propria rete di parentele. Le famiglie si sono ristrette; le rivendicazioni di parentela sono sempre meno obbligatorie. La caccia all’antenato è una delle dipendenze più innocue tra tutte quelle rese possibili da internet, eppure molti americani ancora non saprebbero risalire al nome da nubile di entrambe le loro nonne. In gran parte del resto del mondo, come in gran parte della storia umana, la rete di parentele è decisamente più appiccicosa. Non solo rivela chi condivide il tuo “sangue”, ma aiuta anche a stabilire chi sei e a capire perché sei fatto in un certo modo.

Nelle zone rurali dell’Africa la situazione attuale è la stessa che un tempo era presente in tutto il mondo. La gente si tiene informata sui propri parenti e antenati importanti, quelli che si possono considerare “parenti” secondo le regole locali di parentela. Nella maggior parte delle società africane il tracciato è patrilineare, determinato dal ramo maschile. Naturalmente coloro che ascolteranno queste “storie di famiglia” saranno per lo più famiglie a loro volta, oppure coppie sposate o in procinto di farlo. Perché queste storie guadagnino un pubblico più ampio, il congiunto in questione deve aver realizzato qualcosa che faccia davvero gonfiare d’orgoglio.

Il documentarista inglese Peter Firstbrook è entrato in contatto con uno di questi grandi clan patrilineari una volta arrivato in Kenya, a fine novembre 2008, per raccogliere materiale destinato a un film sulle origini keniote del presidente eletto (ma, allora, non ancora insediato). Quando arrivò il momento di fare conoscenza con i familiari del nuovo leader del mondo libero, gli fu detto chi erano nel modo che per loro era più naturale: ricollegandosi indietro nel tempo fino ai loro antenati.

Gli Obama sono kenioti di etnia Luo, un ceppo insediatosi in Nyanza, nel Kenya occidentale, vicino alle rive del lago Vittoria. Nel passato dei luo la storia familiare si tramandava oralmente, ma al giorno d’oggi – e questo gli Obama lo sanno – una famiglia importante deve avere il proprio lignaggio certificato e stampato (esattamente come gli europei hanno grandi libri genealogici come l’Almanacco di Gotha). Così furono felicissimi quando Firstbrook decise che il materiale che stava accumulando avrebbe avuto più senso sotto forma di libro. Il che naturalmente non significa che le sue nozioni sulla narrazione di famiglia siano identiche a quelle degli Obama.

Molti anni fa, l’antropologo belga Johannes Fabian ha identificato una tendenza che definì «la negazione della coevità». «La storia della nostra disciplina», ha scritto, rivela che l’utilizzo del Tempo «ha, quasi invariabilmente, lo scopo di distanziare coloro che sono osservati dal Tempo dell’osservatore»2. Ma questa non è soltanto una deformazione professionale esclusiva degli antropologi: trovandosi di fronte a uno scenario africano – meglio ancora se si tratta dell’Africa rurale – molti in Occidente pensano istintivamente alla preistoria. Firstbrook non fa eccezione, iniziando la cronologia che compare verso la fine del libro con questa voce: «2,4 milioni di anni avanti Cristo […] Una scimmia ominide simile all’uomo chiamata Australopithecus africanus viveva in Africa orientale».

È forse troppo meticoloso rilevare che gli Obama non hanno alcun diritto speciale sull’Australopithecus africanus solo perché gli è capitato di vivere nel continente in cui questa specie è scomparsa due milioni di anni fa? Anche se fortunatamente il libro evita una lunga digressione sulla preistoria, comunque insiste nel raccontare – sulla base di resoconti accademici, storici e antropologici – le migrazioni degli antenati nilotici del popolo Luo. Firstbrook vola dal Kenya a Juba, nel Sudan meridionale, per visitare la vasta palude a nord dei monti Imatong, chiamata Sudd. «Gli storici e gli antropologi» ci informa solennemente «ritengono che la parte meridionale del Sudd sia la “culla” degli antenati di Barack Obama». A quanto pare, però, tali antenati abbandonarono quella culla nel tardo Trecento – primo Quattrocento. Immaginate un libro sulla famiglia di Bill Clinton che abbia inizio con la migrazione dei Franchi – pare che Clinton abbia discendenze francesi – nel IV secolo: «Gli storici ritengono che il medio e basso Reno sia stata la “culla” degli antenati di William Jefferson Clinton».

Fortunatamente dal terzo capitolo in poi entriamo nella storia della famiglia, seguendo nello specifico la vita di Opiyo, il bis-bisnonno del presidente, nato nel 1830 a Kendu Bay, sulle rive del lago Vittoria. Firstbrook è stato in grado di recuperare pochi dettagli specifici su di lui, perciò utilizza gran parte del capitolo per illustrare le tradizioni luo riguardanti nascita, matrimonio, costruzione del nucleo familiare, esequie e così via. Opiyo è un nome da gemello primogenito e, dato che i luo considerano i gemelli “un cattivo presagio”, la sua vita avrebbe avuto inizio con il compimento di accurati rituali per tenere lontano il male. Nonostante ciò, egli «crebbe fino a diventare un leader forte e rispettato tra i luo della Nyanza del sud».

Firstbrook nel titolo del capitolo chiama quest’uomo Opiyo Obama… il che probabilmente per Opiyo sarebbe stata una novità. Secondo il sistema di denominazione dei luo, infatti, egli avrebbe dovuto essere identificato tramite la combinazione del suo nome e di quello di suo padre, che era Obong’o3. Di fatto, il presidente ha ereditato il cognome Obama perché quello era il cognome di suo padre, figlio di Opiyo Obama. Quando il nonno del presidente prese il nome di Onyango Obama stava semplicemente onorando la tradizione luo: “Onyango” era il suo nome, “Obama” era quello di suo padre. Non era il nome di una famiglia.

La rottura con le tradizioni sui nomi arrivò con la generazione che sarebbe seguita, quando Barack, figlio di Onyango, prese il nome di Obama. Nel periodo coloniale il secondo nome del padre cominciò a essere trattato come un cognome inglese. L’idea di una famiglia di Obama, definita da un nome condiviso che passa di padre in figlio, è un’innovazione coloniale. Naturalmente i parenti patrilineari del presidente pensavano a se stessi come a una famiglia. Ecco perché possedevano tutte queste informazioni genealogiche. Ma non avrebbero pensato di essere legati da un nome.

La rottura delle tradizioni deve in ogni caso essere stata una sorta di abitudine tra gli antenati diretti del presidente. Onyango Obama, nato nel 1895, a vent’anni scelse di ribattezzarsi Hussein, prendendo tale nome quando si convertì all’Islam. La sua famiglia, che era diventata avventista del Settimo Giorno4, si scandalizzò, e alcuni ipotizzarono che avesse scelto l’Islam perché convinto che le «donne musulmane» fossero più remissive. Altri notarono che l’Islam, come le tradizioni luo, ammetteva la poliginia. Quali che fossero le ragioni di Onyango, l’uomo, osserva Firstbrook, «sembra aver tratto piacere nell’essere diventato un’eccezione».

La sua non conformità può essere dipesa anche dall’aver prestato servizio, durante la prima guerra mondiale, nei Carrier Corps all’interno dei King’s African Rifles (Kar), dove il numero di vittime era sorprendentemente alto. Di 165.000 portatori africani, più di 50.000 sarebbero morti, un numero molto più elevato della media, anche in confronto al sanguinante fronte dell’Europa occidentale. Al suo ritorno si rifiutò di vivere negli alloggi del padre, sistemandosi invece in una tenda da esercito. «La gente credeva che fosse pazzo» osserva Firstbrook. Anche le maniere di Onyango erano diverse dal resto della famiglia. A differenza loro, consumava i pasti a un tavolo di legno con coltello e forchetta, indossava abiti europei ed era maniaco della pulizia. Ammirava gli inglesi, dice Firstbrook, «in particolare la loro disciplina e organizzazione» e a metà degli anni Venti si guadagnava da vivere (piuttosto bene, peraltro) lavorando come cuoco per le famiglie inglesi a Nairobi e dintorni.

Fu la sua quarta moglie, Habiba Akumu, a dargli per prima dei figli, tra cui, nel 1936, Barack Obama senior, padre del presidente. Ma Onyango aveva un temperamento notoriamente violento, che sfogava sulle donne e i bambini di casa, i quali ben presto lo abbandonarono. Nel 1941 si risposò con Sarah Ogwel, che con l’alias “Mama Sarah” divenne una sorta di portavoce della famiglia e matriarca. La loro unione fu la più longeva tra tutti i matrimoni di Onyango. «La differenza tra Mama Sarah e le altre donne» ha spiegato suo fratello «è che Sarah non ribatteva mai».

Che Onyango sia finito a vivere non a Kendu Bay, ma in un villaggio a circa 50 chilometri di distanza, K’ogelo, fu il risultato di una delle sue leggendarie dimostrazioni di carattere. Infatti, nel 1943, due anni dopo essere tornato da un secondo periodo nei Kar, Onyango era di nuovo a Kendu Bay a lavorare per un funzionario coloniale britannico locale. L’ufficiale suggerì a Onyango di organizzare un torneo di calcio e gli fornì un trofeo. Onyango pensò che la coppa dovesse portare il suo nome; il funzionario non era dello stesso parere. Ne seguì un furioso scambio di insulti, in cui il funzionario diede a Onyango dello jadak (colono), sulla base del fatto che il suo bis-bisnonno, Obong’o, era nato altrove. Onyango, con meraviglioso puntiglio, si mise in cammino con la sua famiglia per quel villaggio ancestrale che era K’ogelo.

Naturalmente né Akumu né Sarah erano entusiaste alla prospettiva di venire sradicate dalla sola casa che conoscevano. Altrettanto prevedibilmente, Onyango non fece loro caso. Il trasferimento diede origine alla scissione dentro la famiglia tra i musulmani, a K’ogelo, e gli avventisti del Settimo Giorno, a K’obama. Questa divisione persiste ancora oggi; il trofeo di calcio sembra sia stato perduto.

Non molto tempo dopo il loro arrivo a K’ogelo, Onyango e Akumu consumarono il loro ultimo litigio. Akumu si sentì in pericolo di vita e tornò a Kendu Bay abbandonando i suoi figli, che sarebbero stati cresciuti da Sarah. Nonostante Sarah avesse già due figli suoi, Barack era il figlio la cui educazione sarebbe diventata priorità della famiglia. Il padre sostenne spese notevoli per mandarlo in collegio a Maseno, allora (come ora) una delle migliori scuole del paese. Ma Barack lasciò Maseno prima del suo ultimo anno, in seguito a diverbi con un preside severo. Onyango si sarebbe rivelato ancora più severo: accolse il figliol prodigo a bastonate e lo cacciò di casa. «Voglio vedere come ti diverti a guadagnarti il pane» gli disse.

A metà degli anni Cinquanta, Barack lavorava a Nairobi per la Ferrovia del Kenya. In visita alla sua famiglia a K’obama rincontrò Kezia Nyandega, una giovane donna che aveva conosciuto per la prima volta da bambino durante le scuole elementari. Kezia ricorda così la prima volta che ballarono insieme a una festa di Natale a Kendu Bay nel 1956: «Ho pensato: “Ohhh, wow!”. Era un ballerino eccezionale. Così bello e così intelligente». L’attrazione era evidentemente reciproca, e lei divenne la prima delle quattro mogli di Barack Obama senior.

Nel frattempo l’uomo si stava buttando sempre più anima e corpo nel vortice dell’attivismo indipendentista. Erano gli anni del movimento Mau Mau5 e molti kenioti – Onyango tra loro – vennero sottoposti all’umiliazione degli interrogatori e della detenzione. Anche Barack sarebbe stato arrestato, durante la riunione di un’organizzazione clandestina per l’indipendenza. Fu rilasciato su insistenza del suo datore di lavoro (anch’egli nero), che assicurò alla polizia che Barack non aveva niente a che fare con il Mau Mau. Onyango si era rifiutato di pagare la cauzione per il figlio: considerava l’attivismo di Barack un altro esempio della sua irresponsabile condotta di vita.

Firstbrook descrive chiaramente il più ampio contesto storico che fece da sfondo all’evoluzione degli Obama nel Kenya del ventesimo secolo. Osserviamo l’arrivo del dominio coloniale britannico in Africa orientale e la competizione tra gli sforzi di colonizzazione britannici e tedeschi in Africa orientale, competizione che la prima guerra mondiale avrebbe determinato a favore della Gran Bretagna. Impariamo così come le due guerre mondiali abbiano influenzato la vita in Kenya, sradicando uomini come Onyango Obama; assistiamo alla nascita del movimento per l’indipendenza e alla rivolta del Mau Mau, in cui decine di migliaia di africani del Kenya, molti dei quali bambini, vennero uccisi, come anche un numero relativamente esiguo di coloni europei6. Registriamo l’arrivo dell’indipendenza e il crescente conflitto tra i leader delle comunità Kikuyu e Luo. Barack senior diventò amico intimo del leader politico luo della generazione per l’indipendenza, Tom Mboya, e il suo destino rimase legato per il resto della sua vita alle sorti della leadership politica luo.

Nel 1959, Tom Mboya annunciò il progetto Airlift Africa, con annessa raccolta di fondi e assistenza da figure pubbliche afroamericane come Jackie Robinson, Harry Belafonte e Sidney Poitier, oltre a vari bianchi liberali. L’obiettivo era consentire ai futuri leader del Kenya la possibilità di studiare nei campus americani. Obama, avendo lasciato il liceo senza sostenere gli esami finali, non ottenne una di queste borse di studio. Ma alla fine preparò ugualmente gli esami e li sostenne e, con il supporto finanziario di due donne americane che vivevano a Nairobi, fu in grado di studiare presso l’Università delle Hawaii, a Honolulu. Firstbrook aggiunge: «La documentazione relativa agli spostamenti di Barack negli Stati Uniti è incompleta, ma sembra che anche lui abbia ricevuto sovvenzioni da Jackie Robinson».

Nel 1960, al secondo anno di università, Barack incontra Ann Dunham, figlia di un commerciante di mobili del Kansas che dalla fine della seconda guerra mondiale aveva vissuto con la moglie in diverse città americane. I due giovani cominciano a frequentarsi e Barack evidentemente non sentì il bisogno di fare i nomi della moglie e dei due figli che aveva lasciato a Nairobi. Presto Ann rimase incinta, e – nonostante le obiezioni a distanza di Onyango – i due si sposarono, con soltanto i genitori di lei a fare da testimoni. Sei mesi più tardi, Ann dette alla luce il suo ormai famoso figlio.

Barack Obama senior si laureò in Economia presso l’Università delle Hawaii nel 1962, e accettò l’offerta di un dottorato post laurea a Harvard. Ann – che aveva lasciato gli studi agli inizi del loro matrimonio – rimase a Honolulu e tornò al college. A Cambridge, Barack iniziò presto a esplorare nuove possibilità. Come ebbe a dire un suo compagno di corso keniota: «Le donne amavano quest’uomo».

Naturalmente, nel mondo da cui proveniva avere una moglie o due non era una ragione sufficiente per evitare altre donne. Non si sa se e quando Obama abbia fatto visita alla moglie americana e al figlio rimasti alle Hawaii nei tre anni di Harvard: uno dei suoi amici del periodo lo ricorda vantarsi del figlio dopo esserlo andato a trovare “più di una volta”. Ne I sogni di mio padre. Un racconto sulla razza e l’eredità (Nutrimenti, 2009), il figlio ricorda invece una sola visita, nel 1971, quando Obama junior aveva dieci anni. Nel 1964, Ann Dunham presentò l’istanza di divorzio. Barack aveva già iniziato a frequentare Ruth Nidesand, un’insegnante di origini ebreo-lituane che sarebbe diventata la sua terza moglie. Un anno più tardi abbandonò gli studi di dottorato e ritornò a casa.

Obama senior aveva lasciato una colonia. Ritornò che era uno Stato. Jomo Kenyatta era il presidente del Kenya indipendente, e Tom Mboya il ministro di Giustizia e Affari Costituzionali. Barack, che nel 1965 scrisse un articolo, Problems Facing Our Socialism, incentrato sul perpetrarsi delle disuguaglianze dell’epoca postcoloniale in una nazione coloniale, trovò un posto altamente remunerato alla Kenya Central Bank7. La sua vita sociale molto attiva comprendeva la partecipazione a innumerevoli party con alcune tra le figure di spicco del governo, anche se, scrive Firstbrook, era decisamente più propenso a ordinare giri di bevute che a pagarli.

Poi, nel 1969, Mboya venne assassinato, e a Nairobi esplosero gli scontri etnici, nel mezzo il sospetto che l’omicidio fosse opera di Kenyatta e dei suoi sostenitori kikuyu. Nei successivi sei mesi le relazioni interetniche in Kenya si deteriorarono, culminando in uno straordinario discorso di Kenyatta in cui si rivolgeva ai Luo, tra il suo pubblico, apostrofandoli come «contorti, piccoli insetti… che hanno avuto il coraggio di venire qui a dire oscenità». Seguirono ulteriori insurrezioni; i massacri di polizia fomentarono le ostilità. E Obama subì la stessa sorte di molti luo in quel periodo. Finché Mboya rimase in vita e al potere, ebbe un protettore. Poi dovette provvedere a se stesso.

Ma non era abituato né aveva il temperamento necessario per farcela da solo. Amava le feste ed era un forte bevitore, soprannominato “Mister Doppio-Doppio” perché gli piaceva ordinare due doppi whisky per volta; dopo una delle sue baldorie difficilmente si faceva vedere al lavoro. Era un vivace e franco critico di un governo che aveva messo in chiaro che non sarebbero state tollerate “oscenità”. E il primo problema esacerbava il secondo, dal momento che da sbronzo era particolarmente incline a prodursi in violente critiche e autentiche aggressioni verbali al governo.

Nell’ultimo decennio della sua vita, Obama senior scivolò lentamente verso l’abisso. Fu licenziato da una serie di posti di lavoro. Era conosciuto, come ammette Firstbrook, «per la sua lingua lunga e per l’ego enorme, entrambi aumentati in modo allarmante da quando cominciò a bere». Inoltre secondo Mark, il figlio di Ruth, maltrattava la moglie e i figli, e Ruth alla fine lo lasciò, portandosi via i ragazzi.

Nel 1981 sposò una giovane donna luo – evidentemente le donne lo amavano ancora – e nell’estate del 1982 Kezia, l’ultima delle sue mogli, dette alla luce George, l’ultimo dei suoi figli. Pochi mesi dopo egli morì in un incidente stradale. Era al volante sulla strada del ritorno dopo una serata passata a bere in un bar del centro di Nairobi; finì fuori strada contro un albero.

Essendo in Kenya, ci furono sospetti tra la sua cerchia di amici che Obama fosse morto assassinato dal governo. Ma Barack aveva una lunga storia di guide in stato di ubriachezza e incidenti. Mama Sarah disse a Firstbrook: «Pensiamo si sia trattato di un delitto». Charles Oluoch – cugino del presidente Obama – ha offerto una teoria familiare: suo zio era stato avvelenato nel bar. «Hanno versato qualcosa nel drink sapendo che prima o poi si sarebbe messo al volante. A un certo punto perderà il controllo. Sembrerà un incidente». Firstbrook la fa passare come «un’accusa molto grave», e si può capire perché gli Obama vogliano crederci: rende la stupidità dell’aver trovato la morte nell’ultimo di una serie di incidenti causati dall’alcol molto più facile da accettare. Inoltre suggerisce che Barack Obama senior – un alcolizzato che si faceva licenziare da un lavoro dopo l’altro – fosse ancora abbastanza importante da “meritare” un omicidio.

Conoscere il padre di Barack Obama rende difficile credere che il presidente sarebbe cresciuto meglio se Obama senior fosse rimasto al mondo. Infatti, l’isolamento del figlio dal padre e dal nonno – e, viceversa, l’immersione nella famiglia della madre, molto più felice e infinitamente più formativa – deve essere parte di ciò che spiega il contrasto tra la sua personalità e quella degli Obama. La sua, incline alla prudenza e all’autocontrollo; la loro, tendente all’impulsività. La sua, lenta nell’ira; la loro, incendiaria come fiammiferi. Gli Obama erano uomini che desideravano molte donne senza onorarne nessuna; il matrimonio del presidente sembra invece un modello di amore e di rispetto. Quel che tre generazioni di uomini Obama hanno in comune è l’intelligenza, il fascino, l’ambizione e l’orgoglio. Ma senza dubbio antenati del presidente da parte di madre potrebbero rivendicare quei tratti allo stesso modo.

Non cercate quindi in The Obamas la rivelazione delle motivazioni nascoste nel fare politica presidenziale. Il fascino di questo libro è, piuttosto, lo stesso delle saghe di James Michener che attraversano secoli di storia. Il libro di Firstbrook si serve del fascino del nome Obama per invitare i lettori alla conoscenza di un’atipica famiglia dell’Africa orientale, e di riflesso imparare tratti di storia del Kenya. Sarebbe un errore considerare questa storia di famiglia una maniera per conoscere più in profondità il presidente Obama.

L’epigrafe al prologo di Firstbrook è il proverbio luo «Wat en wat», che significa (così ci dice) “la parentela è parentela”. In realtà però le cose non sono così semplici. Una tradizione Obama che il presidente ha perpetrato è quella del figlio il cui padre ha fornito un’eccedenza di motivi d’imbarazzo. Nel frattempo, a Kendu Bay, gli Obama sono orgogliosi del loro lontano parente. Hawa Auma, sorella di Barack senior, che guadagna forse due dollari al giorno vendendo carbone, potrà anche non essere ricca in beni materiali, ma certamente può gonfiarsi d’orgoglio perché è la zia dell’uomo più potente del mondo.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

1. Messaggio per la mia famiglia: siete una splendida eccezione, naturalmente. Sono orgoglioso di ognuno di voi.

2. Johannes Fabian, Il tempo e gli altri. La politica del tempo in antropologia, Napoli, L’Ancora del Mediterraneo, 2000, p. 57.

3. Firstbrook ha visitato la tomba del figlio di Opiyo, la cui lapide, che è stata aggiunta recentemente, è riprodotta nel libro. Lì è chiamato “Obama K’Opiyo”. Nel suo commento sulla visita, Firstbrook sembra confondere i due uomini, dal momento che si riferisce a lui sia come bisnonno del presidente, sia come nato intorno al 1830. Ma l’albero genealogico nella parte anteriore del libro dice che è stato il bis-bisnonno Opiyo a essere nato intorno al 1833. Come risultato di questa confusione, quando riprende la vita di Opiyo alcuni capitoli dopo, un lettore meno attento potrebbe perdere di vista il fatto che è del bis-bisnonno del presidente che si sta parlando. In altre parole, l’uomo chiamato, sulla lapide, Obama K’Opiyo non è l’uomo che Firstbrook chiama Opiyo Obama, ma suo figlio.

4. La Chiesa avventista del Settimo Giorno è una confessione protestante che ha come particolarità quella di rispettare il sabato come giorno di riposo (il settimo giorno della settimana secondo la tradizione ebraica).

5. Il Mau Mau fu un movimento indipendentista keniota, nato immediatamente dopo la seconda guerra mondiale, in opposizione al regime coloniale. N.d.R.

6. Nessuno ora crede ai dati ufficiali britannici, secondo cui 11.503 kenioti sono stati uccisi; come scrive Firstbrook, il bilancio delle vittime di 32 coloni europei è ampiamente accettata. Caroline Elkins nel suo controverso Imperial Reckoning. The Untold Story of Britain’s Gulag in Kenya (Henry Holt, 2005) stima che oltre un milione di kenioti sono stati arrestati e un centinaio di migliaia possono essere morti.

7. Una più approfondita discussione di questo lavoro, e di questo periodo nella vita di Barack senior si può trovare nel primo capitolo del libro di David Remnick, Obama. Una storia della nuova America (Milano, Feltrinelli, 2010).

 

Kwame Anthony Appiah insegna Filosofia a Princeton. In Italia è noto per: Quell’x tale che… Introduzione alla filosofia contemporanea (2009) e Cosmopolitismo. L’etica in un mondo di estranei (2007), editi da Laterza. Il suo ultimo libro è The Honor Code. How Moral Revolutions Happen (Norton, 2010).

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