David Thomson

Occhi da vecchio leone

da ''The New York Review of Books''

JAMES CURTIS, Spencer Tracy: A Biography, New York, Knopf, pp. 1001, $ 39.95

 

 

CINEMA. La vita, la carriera e la personalità di una delle star di Hollywood più proficue e interessanti di sempre: Spencer Tracy.

 

 

Come attore, era semplice e asciutto «come una patata al forno», disse Katharine Hepburn in una conferenza stampa dopo la morte di Spencer Tracy nel 1967, e lei era come «un dolce con tantissima panna montata… Lui non aveva mai limiti nei suoi obiettivi – io ancora ne ho».

Carne o patate, è esistita un’epoca in cui Tracy fu considerato non solo l’attore più schietto e onesto del cinema americano, ma l’incarnazione di una moralità naturale nei film americani per il grande pubblico. Nessuno ci rifletteva abbastanza, ma Tracy metteva in scena in modo coscienzioso uomini che in sé non erano né onesti né prepotenti. Interpretava questi ruoli con pacatezza, imperturbabile nella sua buona fede ma senza inorgoglirsi per questo. Certamente molti dei suoi eroi erano devastati dalla lotta interiore. Ma i personaggi di Tracy facevano sempre del loro meglio e nessuno dubitava della loro integrità.

Che oggi tra gli attori non ci sia più nessuno come lui è emblematico di cosa sia successo all’America oltre che ai suoi film. Forse «suoi» non è più la parola corretta. L’importanza di una mentalità filmica condivisa è molto diminuita. C’è anche da chiedersi se ancora si guardino i film di Tracy – fatti salvi quelli in cui era in coppia con Hepburn. Il giovane spettatore medio può conoscere parecchi dei titoli che i due hanno realizzato insieme, e può essere al corrente della voce che i due siano stati «insieme» anche nella vita (per un po’ di tempo). Ma chiedete allo stesso giovane di ricordare un film del solo Tracy – Capitani coraggiosi, La città dei ragazzi, Vicino alle stelle, Furia, Giorno maledetto – e potrebbe non essere all’altezza. Tracy è dunque semplicemente parte della storia culturale, o ha ancora una forza sulla nostra immaginazione?

Le dimensioni imponenti della nuova e definitiva biografia di James Curtis forniscono una risposta molto chiara: 1001 pagine su di un uomo che aveva solo sessantasette anni quando morì, e che realizzò settantatré film. Non si tratta solo del fatto che il libro sia energico e puntuale nella sua interezza. Nessun dubbio sull’ammirazione dell’autore per Tracy, o per la cerchia familiare e di amici che gli furono più vicini. È anche ben scritto. Oltre a ciò, Curtis si prefigge una missione: riscattare Tracy, e anche Hepburn, da alcune insinuazioni che sono state fatte su di loro dalla stampa e dal pettegolezzo.

E ancora, il finale del libro di Curtis arriva come una sorpresa, è intitolato Le biografie di Katharine Hepburn, e ha lo scopo di fare pulizia in casa Tracy. La particolarità di questa decisione non consiste nell’indignazione dell’autore nei confronti delle calunnie sulla sessualità di Tracy, ma nel fatto che il libro rifiuti di concludersi con una riflessione su ciò che Tracy intraprese e non riuscì a portare a compimento. C’è un fascino duraturo nel modo in cui queste due star si «preservarono» l’un l’altra, e sembrassero più «sposati» di ogni altra coppia di Hollywood a cui potremmo pensare. Garson Kanin, che aveva lavorato molto insieme a loro, nel 1971 pubblicò un memoriale, Tracy and Hepburn, che rappresentò il principio della leggenda. Hepburn dichiarò di esserne indignata. Se Spence fosse stato vivo, disse, Kanin non si sarebbe permesso! Ma nel 1971 il pubblico era ancora innocentemente incline ad affezionarsi ai divi del cinema. Al giorno d’oggi l’affetto è molto effimero, e viene spazzato via dalla malignità, dall’invidia e dal desiderio di rivalsa.

Spencer Bonaventure Tracy nacque a Milwaukee nel 1900, da famiglia irlandese e cattolica. Una sua antica fidanzata lo definì incantevole: «Avrebbe potuto dirti che il nero era bianco, e anche se tu pensavi che avesse torto prima o poi ti avrebbe convinto a credergli». Aggiunse: «Naturalmente era piuttosto bruttino». Per di più, le foto di famiglia nel libro di Curtis suggeriscono che Tracy non fu mai veramente giovane, per non dire aperto o disinibito. Il giovane uomo carismatico sviluppò la sua faccia beffarda, sospettosa, raramente esuberante o romantica, grazie al suo enorme bisogno di dimostrare la propria schiettezza.

Anni dopo, quando si ritrovarono insieme per girare La donna del giorno (1942), Katharine Hepburn notò che tra loro due c’erano somiglianze e differenze – Hepburn andava sempre in confusione quando poteva o doveva dimostrare di essere una splendida stella del cinema. «Aveva le orecchie a sventola» disse di lui. «E occhi da vecchio leone. E aveva una magnifica testa piena di capelli. E una pelle rossastra, simile alla mia. Cioè, non aveva le lentiggini come me, ma era rossastro. E… [una] bella bocca».

Questa suona più come una battuta di Mankiewicz (autore e regista di Eva contro Eva), ma è ormai talmente parte di «Tracy e Hepburn» che viene spontaneo ritenere che gli attori abbiano scritto le battute del dialogo. Tracy preferiva girare pochi ciak dopo una lunga preparazione; Hepburn amava le prove e la discussione. Lei era aperta, lui riservato, e il prendersi in giro reciproco era il tratto che li accomunava. Ma lo stuzzicarsi è importante nella vita, e il segreto dei loro film consisteva proprio nella loro pungente rivalità. Lei era la grande parlatrice, sempre pronta a modificare il copione, mentre Tracy faceva ciò che gli veniva detto. In un modo o nell’altro, Hepburn fu la produttrice non ufficiale di numerosi film. Tracy non disse mai neanche una volta agli Studios, che pur si fidavano così tanto di lui, «facciamo in questo modo!». Egli era molto attento, tuttavia non gli interessava indirizzare il modo in cui il grande pubblico avrebbe potuto vedere una scena.

Tracy non aveva esattamente la personalità più adatta alla recitazione. Ritengo che una parte del suo fascino consistesse nel fatto che egli confermava la sensazione diffusamente conservatrice che in fondo i film e la fama fossero cose stupide, bizzarre e anche pericolose, a differenza di quel genere di cose di cui si occupavano i solidi cittadini del Midwest come lui. Ma adorava parlare in pubblico, e il talento di Tracy fu certamente favorito dal sonoro. La sua voce roca e tenera era il suo strumento più fidato. Come a Gary Cooper, a Tracy piaceva abbreviare le battute, e preferiva pronunciarle seguendo a un’intenzione nascosta. Secondo quanto lui stesso diceva nelle sue reazioni, si sforzava di mantenere un basso profilo. Voleva rendere una parola potente come uno sguardo. Dopo i gesti iperespressivi del cinema muto, l’enorme vantaggio introdotto dai film sonori consisteva nel fatto che gli attori avevano finalmente la possibilità di contenere la gestualità. L’accesso alla vita interiore era stato spalancato, e per questo motivo oggi possiamo usare i primi piani per esprimere il «pensiero».

Ma l’interiorità di Spencer Tracy non era un luogo tranquillo. Forse perché egli lo percepiva così profondamente. La copertina molto appropriata del libro di Curtis rappresenta il ritratto fatto da Irving Penn di Tracy in piedi, incastrato in un angolo bianco, le gambe accavallate, un pugno sopra la bocca, lo sguardo di sfida verso la macchina fotografica che scatta la foto.

Nel 1923, su un treno diretto verso White Plains, Tracy vide un’attrice di alcuni anni più grande di lui, di nome Louise Treadwell. Curtis inizia il suo libro con questa immagine, come per suggerire che il matrimonio che ne scaturì fu determinante. Se davvero fu così, potrebbe essere stato un fardello e una responsabilità in cui Tracy dovette credere di aver fallito. Louise abbandonò subito la sua carriera per badare a lui (in seguito sarebbe stata Hepburn a fargli da infermiera e da consolatrice per i suoi sbalzi d’umore), anche se spesso lui era irraggiungibile. Il libro di Curtis, che si è servito dei diari dello stesso Tracy, dimostra con quanta tenacia l’attore abbia perseguito la propria carriera. Ma ne fu mai davvero convinto? Tracy poteva essere uno spaventoso bevitore che spesso era costretto a nascondersi negli alberghi. Andava con le prostitute e talvolta era soggetto a scatti di violenza. Secondo i parametri attuali, parrebbe ovvio che fosse un depresso.

Spencer e Louise ebbero un figlio, John, che si accorsero essere nato sordo. Curtis vuole sottolineare che ciò non avvenne a causa di una malattia venerea di Tracy. John fu vittima di una malattia genetica recessiva trasmessa da entrambi i genitori. Ma ciò venne appurato solamente dopo la morte dell’attore, e non c’è nessun motivo per dubitare che Tracy si fosse domandato se le proprie abitudini sessuali potessero aver danneggiato il figlio; la moglie dedicò se stessa alla John Tracy Clinic1 per sordi e visse a lungo distante dal marito. Guardate la fotografia di Penn, guardate alcuni dei migliori film di Tracy: è difficile pensare a un divo del cinema più vicino alla preoccupazione e ai sensi di colpa e tuttavia così ansioso di trasmettere equilibrio.

Curtis pubblica delle foto orribili e spaventose di Tracy sconvolto dall’ubriachezza, che ci mostrano quanto spesso egli venisse tradito dal brav’uomo che aspirava a essere. La biografia offre un resoconto meticoloso ma indulgente di come l’indecisione dell’attore, la sua disonestà e la sua mancanza di coraggio gli preclusero il ritorno sulla scena nel 1945 – in The Rugged Path di Robert E. Sherwood – e giustifica la battuta amara del drammaturgo quando quello spettacolo andò in fumo. Quando gli fu richiesto di fare qualche sforzo per salvare lo show, Tracy non fu assolutamente di nessun aiuto. Sherwood rivelò ai suoi finanziatori principali: «Rimpiango amaramente l’errore iniziale che ho commesso quando ho affidato il mio destino, e i frutti di grandi fatiche, nelle mani di qualcuno che ha dimostrato di possedere la morale e gli scrupoli e l’integrità e la decenza umana di un pidocchio». Curtis non ha nulla da obiettare.

Ci sono altre strade su cui Tracy avrebbe potuto andare. Dopo aver lavorato nel teatro provinciale negli anni Venti, e dopo aver avuto un grande successo nel ruolo di un prigioniero nel braccio della morte in The Last Mile2, iniziò a fare cinema dal 1930, lavorando sodo. Nel 1933, per la First National e la Warner, interpretò 20.000 anni a Sing Sing. Si tratta di un dinamico film di genere carcerario (diretto da Michael Curtiz, che dieci anni dopo avrebbe fatto Casablanca) su Tommy Connors, un giovane e furbo gangster che finisce sulla sedia elettrica per salvare la sua ragazza. Ci sono scene di prim’ordine con il guardiano del carcere, è pieno della pungente ma tenera ironia di Tracy, e c’è Bette Davis nel ruolo della ragazza. «Durante le riprese del film» avrebbe poi scritto Davis «avevamo una splendida vitalità e affetto l’uno per l’altro». E si vede. Abbastanza presto, Davis sarebbe diventata un’icona talmente potente che le poterono essere affiancati solto attori mediocri. Ma 20.000 anni è pieno di un’energia che Tracy non mostra nessun desiderio di trattenere. Lui e Davis non fecero mai più un film insieme. Katharine Hepburn era arrivata a Hollywood più o meno in quel periodo.

Tracy ebbe parecchi impegni negli anni Trenta, e pensò seriamente di sposare Loretta Young, la sua coprotagonista nel delizioso film romantico sulla Depressione di Frank Borzage, Vicino alle stelle, anche se entrambi erano tra i cattolici più osservanti in circolazione. (Tracy rifiutò quasi il ruolo principale in The Last Mile, perché il detenuto da lui interpretato doveva attaccare un prete.) In seguito ebbe una seria infatuazione per Ingrid Bergman, forse eccitato dall’erotismo sadomasochistico che sperimentarono in Il dottor Jekyll e Mr. Hyde di Victor Fleming. Dieci anni dopo ci fu un’appassionata relazione con Gene Tierney, di cui non si percepisce alcuna traccia nel noioso film che fecero insieme, Gli avventurieri di Plymouth.

Negli anni Trenta ogni attore doveva girare scene d’amore, e Tracy fece la sua parte con Louise Rainer in La grande città e con Joan Crawford in La donna che voglio. Ma è impressionante vedere quanto il suo personaggio sullo schermo rimanesse distante dai film romantici, e non sentisse nessuna pressante necessità di sforzarsi in quella direzione. Ha una ragazza (Sylvia Sidney) in Furia (1936), debutto americano di Fritz Lang, ma si tratta di un film su un uomo scottato e indurito dall’ingiustizia e determinato alla vendetta – in realtà il primo film in cui si mostra la durezza morale di Tracy. In numerosi film famosi interpretò un prete: San Francisco, La città dei ragazzi e Gli uomini della città dei ragazzi. È stato essenzialmente la spalla di Clark Gable in Arditi dell’aria e La febbre del petrolio. È stato un avventuriero in Passaggio a Nord-Ovest e L’esploratore scomparso; e in Capitani coraggiosi (tratto da Kipling, e primo Oscar di Tracy) la vera star del film fu il ragazzo, Freddie Bartholomew, mentre lui interpreta un umile pescatore portoghese, con un forte accento e la pelle scura. Capitani coraggiosi fu apprezzato ai suoi tempi (1937), tuttavia oggi viene visto raramente, come segno che il nobile sacrificio di sé non riesce più a evitare in noi una reazione di insofferenza.

Dal 1940 Tracy fu un divo affermato che spesso sembrava più vecchio della sua età reale. Aveva la tendenza a mettere su peso, e la lentezza e la solennità erano diventate per lui un modo di essere. In un’epoca in cui imperversavano Tyrone Power, Errol Flynn e Robert Taylor, Tracy andava perdendo fascino e charm. Hepburn rappresentò un problema ulteriore. Solo pochi anni prima era stata etichettata come «avvelenatrice del botteghino» da «The Hollywood Reporter» dopo il «flop» di film come Susanna!, che oggi vengono riconosciuti come capolavori. C’era in giro la voce che Hepburn fosse lesbica. Soprattutto, c’erano voci messe in giro dalla stessa Hepburn. L’attrice non riusciva a tenere a freno la sua intelligenza e la sua lingua, anche se la casa di produzione riteneva che la sua eloquenza e la sua voce raffinata suonassero minacciose sia per gli uomini che per le donne del grande pubblico.

La donna del giorno rappresentò il punto di svolta, e occorre notare che il copione e la sua stesura (di Ring Lardner Jr. e Michael Kanin) furono ampiamente condizionati dalla Hepburn, proprio come quando, due anni prima, con il sostegno di Howard Hughes, aveva adattato per se stessa lo spettacolo di Philip Barry Scandalo a Philadelphia. Ma il progetto originale per questo film era che la donna si dimostrasse superiore all’uomo. Questo fu il modo in cui George Stevens lo diresse, dopo che la Hepburn aveva manovrato affinché Tracy recitasse insieme a lei.

Quando la MGM visionò questa versione, anche la Hepburn riconobbe che non funzionava. L’attrice lo ammise con il capo dello Studio, Louis B. Mayer, inaspettatamente suo amico (un’altra sua relazione intrigante), e accettò un nuovo finale. Non appena George Stevens lo vide, tornarono al modello originale di Scandalo a Philadelphia, nel quale c’era «una donna talmente superba… talmente tutto che si inimicava qualsiasi donna del pubblico, perché ciò significa essere una superdonna. Philip Barry aveva scritto lo spettacolo in modo che la donna avesse tutto ciò che si meritava, e il pubblico lo apprezzò, la amò per questo, e ciò rappresentò l’inizio della seconda carriera di Kate».

La donna del giorno è impressionante e senza precedenti per il suo femminismo; fino a quando, di punto in bianco, cessa di esserlo, nel momento in cui la donna emancipata accetta di diventare una casalinga stressata. Ma il film andò benissimo; collaudò una squadra vincente e sperimentò una soluzione ingegnosa per le problematiche della coesistenza di due star sullo schermo. Non voglio dire che Hepburn ordì lei tutta la faccenda, pur sapendo che ciò che funzionava per gli altri avrebbe funzionato anche per se stessa. Non c’è dubbio sul fatto che tra loro ci fosse amore, o almeno un po’ di sesso, anche se non li vedo come Burton e Taylor. Certamente andavano a letto insieme, ma forse Spence si addormentava mentre ascoltava le chiacchiere di Kate. Non è un modo di sminuire Tracy, ma certamente fare coppia con lui consentì a Hepburn di sfondare mentre relegò Tracy nel suo scontroso isolamento.

Nel complesso la coppia realizzò nove film, da La donna del giorno a Indovina chi viene a cena (1967). Non tutti sono buoni: La segretaria quasi privata, Senza amore e Il mare d’erba (diretto da Elia Kazan) non sono durati, e Indovina chi viene a cena ha il cuore nel posto sbagliato, dove dovrebbe avere la testa. Ma Prigioniera di un segreto, La costola di Adamo e Lui e lei (tutti diretti da George Cukor) sono ancora piacevoli. La costola di Adamo (1949) è il più caratteristico: ci sono marito e moglie che divengono avvocati rivali, c’è una sceneggiatura di Garson Kanin e Ruth Gordon – personaggi importanti nella cerchia di Hepburn – e una grande interpretazione di Judy Holliday. Ma Prigioniera di un segreto (1943) forse fu la sorpresa più grande: è la vicenda di una vedova di un faccendiere di destra, con Tracy che interpreta il giornalista che indaga sulle malefatte dell’uomo. Hepburn non era mai stata così bella, e Tracy mai così amabile, ma il film (scritto da Donald Ogden Stewart) è una rara riflessione in tempo di guerra sulle possibilità del Fascismo in America.

A parte questi film, la carriera di Tracy vacillava quando gli veniva assegnato un ruolo diverso da quello del padre normale, esemplare ma umano: egli fu il papà ideale per Elizabeth Taylor ne Il padre della sposa e in Papà diventa nonno, ed ebbe un legame simile con Jean Simmons in L’attrice, liberamente ispirato alla giovinezza di Ruth Gordon. Ma non era certamente un attore adatto ai film d’azione, così si rivelò una decisione infelice il suo coinvolgimento in quella pretenziosa metafora di virilità che fu il film tratto da Il vecchio e il mare di Hemingway. Tracy appare così terribilmente distante dal posticcio archetipo hemingwayano: un turista sovrappeso, abbronzato e ubriacone posizionato sullo sfondo di un primitivo blue-screen3. Ciononostante, egli era così stimato che l’imponente sforzo di budget oscurò il risultato mediocre: ottenne di nuovo la nomination per il premio Oscar – in tutta la sua carriera ne avrebbe ottenute nove.

La gloria degli ultimi anni di Tracy (per alcuni di noi) non viene dai film realizzati da Stanley Kramer (… E l’uomo creò Satana, Vincitori e vinti, Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo e Indovina che viene a cena), ma da Giorno maledetto (1955). Tracy dovette essere spinto a forza a fare quel film, e di sicuro non era il più adatto per interpretare l’investigatore in età con un braccio solo che affronta Ernest Borgnine e Lee Marvin nel fiore delle loro forze, e poi Robert Ryan. Ma la storia è eccezionale, e Tracy ne capisce le potenzialità senza bisogno di grandi discorsi. Il panorama del deserto è splendido, incontaminato e micidiale: in una parola «biblico». Il piccolo episodio si accresce dunque di significato se si considera l’asciutta passività di Tracy, già vecchio a metà dei suoi cinquanta e a cui era stato assegnato un compito difficile.

Curtis comprende Tracy in profondità, ma il suo libro non tiene conto dell’istinto di Tracy a tagliare le parti ridondanti e a dire il minimo indispensabile. Tuttavia, mi meraviglio dell’accuratezza della sua ricerca (basata sulle informazioni fornite dalla famiglia, specialmente dalla figlia Susie, e per la quale ha beneficiato del lavoro precedente fatto da Selden West). Curtis se la prende con gli scrittori che affermano che Tracy possa essere stato bisessuale, e insiste che in sei anni non ha trovato nulla che contraddica l’integrità eterosessuale (e anzi l’esuberanza) di quest’uomo infelice. Ma è davvero importante? La bisessualità a Hollywood non è affatto insolita; e l’infelicità negli attori può essere uno sprone. È chiaro che la forte certezza che lo schermo assicurava a Tracy era la sua migliore forza di pacificazione nella vita.

Ma le sue avventure sessuali sono di minore importanza rispetto al tipo di osservazioni che Curtis compie in seguito. Il suo modo di scrivere, che da solo vale la fatica del libro, va oltre la decenza ferita di Tracy, e ci rimanda direttamente a ciò che avviene sullo schermo. Stiamo parlando del momento in cui, ne La donna del giorno, il personaggio di Hepburn si fa portare da Tracy all’aeroporto. «Perché sono qui?» le chiede lui, e Curtis risponde: «E quando lei trattiene il respiro e dice: “Pensavo che avresti voluto dirmi addio con un bacio”, Tracy ascolta con calma, ci pensa un po’, poi si gira dando le spalle alla macchina da presa, apparentemente per dare un’occhiata lungo il corridoio del terminal, ma anche per accertarsi che il bacio più significativo di tutta la sua carriera avvenga completamente al di fuori della vista del pubblico. La cinepresa si avvicina, Hepburn è rivolta di profilo mentre lui la stringe a sé, le labbra ancora distanti, il momento del contatto perfettamente oscurato dal bordo del suo cappello a punta. Dura poco ma è sincero, appassionato e completamente libero da qualsiasi tipo di preoccupazione relativa a illuminazione, posizione, messa a fuoco. Si nota la parte posteriore della testa di lui, il mento di lei, la colonna sonora attutita, gli occhi di lei persi in quelli di lui nel momento in cui la lascia andare. È reale quanto ogni altro bacio nella storia del cinema, lo sguardo di stupore sul volto di lei, lo sguardo mortalmente serio su quello di lui, una recitazione cinematografica al suo vertice… se di recitazione si trattava».

(Traduzione di Luca Alvino)

 

1. La John Tracy Clinic è un centro specializzato per bambini sordi con sede a Los Angeles, fondato da Louise Treadwell Tracy, nel 1942. N.d.T.

2. The last mile fu uno spettacolo teatrale diretto da John Wexley che riscosse un discreto successo a Broadway nel 1930. N.d.T.

3. Il blue screen è stata una prima versione della cosiddetta chiave cromatica (chroma key), ovvero una particolare tecnica usata per creare effetti di colore in ambito televisivo e cinematografico. N.d.T.

 

 

David Thomson è uno storico e critico del cinema, nato in Inghilterra ma residente negli Stati Uniti. È autore di oltre venti libri e del The New Biographical Dictionary of film,

ora alla quinta edizione. Il suo ultimo libro pubblicato è Nicole Kidman (Sperling & Kupfer, 2006).

 

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