Mark Ford

Bolaño: sull’orlo del precipizio

da ''The New York Review of Books''
LETTERATURA. Roberto Bolaño e la sua opera vengono analizzate in questo saggio di Mark Ford: la vita dello scrittore, i suoi racconti più importanti e il filo conduttore che li lega, i suoi rapporti con Borges e la sua disposizione verso il regime di Pinochet che egli visse in prima persona.

Un racconto di Roberto Bolaño pubblicato nella raccolta Chiamate telefoniche comincia così: «In una certa occasione, dopo aver discusso con un amico sulla natura peregrina dell’arte, Amalfitano gli riferì una storia che gli avevano raccontato a Barcellona». Lo scrisse nel 1997, sei anni prima della sua morte, nel 2003. Come un buon numero di personaggi di Bolaño, Amalfitano appare in più di una narrazione dell’autore cileno; i lettori di 2666, il suo ultimo grande romanzo, pubblicato integralmente in italiano nel 2009, lo conosceranno come il melanconico professore di letteratura di Santa Teresa (ispirata a Ciudad Juarez) nel Messico settentrionale, dove, in un duchampiano gesto difficile da interpretare, appende un libro di geometria al filo per stendere il bucato nel giardino.

La storia che Amalfitano ha sentito a Barcellona riguarda un piccolo sivigliano, conosciuto come “il coscritto” (el sorche), che finisce a combattere per i tedeschi contro i russi nella seconda guerra mondiale. In seguito a una lieve ferita, il coscritto viene ricoverato in ospedale e una volta dimesso, a causa di un errore amministrativo, viene mandato alla caserma di un battaglione delle SS, dove lo mettono a fare le pulizie. I russi fanno poi irruzione nelle caserme e il coscritto, che non parla la loro lingua e sa solo quattro parole di tedesco, viene torturato per ottenere informazioni. I russi lo bloccano su una delle sedie usate dalle SS per gli interrogatori e gli stringono delle tenaglie sulla lingua: «Il dolore che sentì lo fece lacrimare e disse, o meglio gridò, la parola cazzo. Con le tenaglie in bocca l’imprecazione si trasformò e uscì nell’aria tramutata nell’ululante parola Kunst. Il russo che sapeva il tedesco lo guardò stupito. Il sivigliano gridava Kunst, Kunst, e piangeva di dolore. La parola Kunst, in tedesco, vuol dire arte e il soldato bilingue la capì in questo senso e disse che quel figlio di puttana era un artista o qualcosa di simile. Quelli che torturavano il sivigliano ritirarono la tenaglia con un pezzetto di lingua e aspettarono, momentaneamente ipnotizzati dalla scoperta. La parola arte. Ciò che ammansisce le belve. E così, come belve ammansite, i russi si concessero un respiro e aspettarono qualche segnale mentre il coscritto sanguinava dalla bocca e inghiottiva il proprio sangue misto a grandi dosi si saliva e si strozzava. La parola cazzo, tramutata nella parola arte, gli aveva salvato la vita. Quando uscì dall’edificio oblungo il sole stava tramontando ma gli ferì gli occhi come se fosse stato mezzogiorno».

Fin dalle affermazioni di scrittori come Theodor Adorno e Walter Benjamin («Non esiste nessun documento di cultura che non sia allo stesso tempo un documento di barbarie»), fare collegamenti tra l’arte e la violenza è diventato tanto convenzionale e stereotipato quanto un gioco di società. Tuttavia, non c’è nulla di convenzionale o stereotipato, né tantomeno di teoretico, nel trattamento che Bolaño fa di qualcosa che, ormai, è diventato un truismo. Il narratore di Notturno cileno, un prete cattolico che era stato chiamato a insegnare il marxismo a Pinochet, ora sul letto di morte, ricorda di quando andava ai ricevimenti a Santiago a casa di una scrittrice di talento chiamata María Canales, che era all’epoca sposata con un americano che tutti credevano essere un rappresentante o dirigente aziendale. In seguito, si scopre che i prigionieri politici venivano torturati nel seminterrato di María e di suo marito, anche mentre i loro ospiti letterati socializzano e gozzovigliano. Nel corso di una di queste soirée, un teorico della scena d’avanguardia – plaesanterie tipica di Bolaño – si perde, inciampa per scale e corridoi finché non si imbatte in una stanza nella quale distingue solo un uomo bendato legato a un letto metallico: «E aveva capito che l’uomo era vivo perché l’aveva sentito respirare, sebbene le sue condizioni fisiche non fossero buone, in quanto malgrado la luce scarsa aveva visto le ferite, le suppurazioni, come eczemi, ma non erano eczemi, le parti straziate della sua anatomia, le parti gonfie, come se avesse avuto più di un osso rotto, ma respirava, non sembrava affatto che stesse per morire, e poi il teorico della scena d’avanguardia aveva chiuso delicatamente la porta, senza fare rumore, e si era messo a cercare la via per tornare al salotto, spegnendo alle sue spalle le luci che aveva previamente acceso».

Al contrario di questo teorico della scena d’avanguardia, Bolaño tentò fin dall’inizio della sua carriera di aprire, e tenere ben aperti, gli occhi, la poesia e la prosa alla barbarie sia come tematica sia come un aspetto intrinseco della sua concezione di cosa significasse essere un artista. I “detective selvaggi” del suo romanzo, che ha vinto il Premio Rómulo Gallegos, sono un febbrile gruppo di giovani poeti, attivissimi nella Città del Messico di metà anni Settanta, che finiranno tutti per allontanarsi molto dai seminari di poesia e dai boschetti del mondo accademico. L’iconoclasta Arthur Rimbaud è per loro fonte di ispirazione e ideale da raggiungere e il fondatore del gruppo, il fantastico alter ego di Bolaño, Arturo Belano, addirittura scompare, in stile molto rimbaudiano, nella selva africana.

Per quanto riguarda la barbarie come tematica non ricordo un più estenuante, implacabile e stordente tentativo di registrare quella violenza (da cui il teorico della scena d’avanguardia distoglie gli occhi) de La parte dei delitti, la sezione più documentaristica di 2666, che narra nei dettagli, in di più di trecento pagine, la scoperta di una successione apparentemente infinita di cadaveri di ragazze e donne violentate e mutilate a Santa Teresa (Messico) e nelle vicinanze, nel corso dei tardi anni Novanta.

Dalla pubblicazione in inglese de I detective selvaggi nel 2007 e di 2666 l’anno seguente, Bolaño ha ricevuto elogi a livello mondiale, in netto contrasto con l’indifferenza che il mondo letterario aveva riservato alle effusioni poetiche di quei Rimbaud in fasce i cui compimenti sono narrati in modo così esuberante e commovente nel primo di questi due romanzi. Per Bolaño, essere un poeta era più un’attitudine verso la vita che una questione di mettere le parole per iscritto e lo conferma il fatto che Cesárea Tinajero, la poetessa stridentista degli anni Venti che ossessiona Arturo Belano e Ulises Lima, il suo partner detective e poeta, ha lasciato un’opera che consiste solo in una sconcertante serie di sei diagrammi e nessuna parola. Non abbiamo nessun esempio dei lavori di Belano o di Lima (personaggio ispirato a Mario Santiago, poeta amico di Bolaño morto in un incidente d’auto poco prima che il romanzo fosse pubblicato, nel 1998) o di Juan García Madero, un giovane «artista viscerale» i cui diari compongono le sezioni di apertura e chiusura del romanzo. «Sono stato cordialmente invitato a far parte del realismo viscerale» dice l’incipit: «Naturalmente, ho accettato. Non c’è stata cerimonia d’iniziazione. Meglio così». Il giorno successivo, confessa: «Non so bene in cosa consiste il realismo viscerale».

“Infrarealismo” era il nome del movimento fondato da Bolaño a Città del Messico nel 1976, e sembra esser stato un amalgama della disgregazione dadaista e della baldoria Beat, un tentativo di reclutare una tribù di trovatori pronta ad abbattere la rispettabilità borghese in ogni sua forma. Rompevano le scatole durante le letture di Octavio Paz – per loro il rappresentante “ufficiale” della poesia messicana – e sostenevano una vita libera da ogni istituzione, lì fuori, sulla strada, in mezzo a «franco tiratori e cowboy solitari», come Bolaño scrisse nel manifesto che leggeva fuori da tutte le librerie, dalle quali aveva rubato così tanti dei libri che gli avevano dato l’ispirazione per la rivoluzione artistica che dichiarava.

Il Messico occupa una strana posizione nell’universo narrativo di Bolaño. La sua famiglia vi si trasferì dal Cile quando lui aveva quindici anni, e vi sono molti aspetti esilaranti, perfino paradisiaci, nella sua ricreazione, ne I detective selvaggi, della scena letteraria bohémien della quale entrò a far parte tra la tarda adolescenza e la prima giovinezza. In un saggio su Herman Melville e Mark Twain, raccolto in Tra parentesi, parla della «magia dell’amicizia» che lega Huck e Jim in Le avventure di Huckleberry Finn, un libro che Bolaño in altra occasione sostiene essere la sua ispirazione letteraria primaria per I detective selvaggi.

Quest’amicizia tra Huck e Jim, scrive, è quella di «due esseri assolutamente emarginati, che si aggrappano l’uno all’altro e si prendono cura l’uno dell’altro senza tenerezze né smancerie di alcun tipo [qui l’autore sembra dimenticare i termini affettuosi, “caro”, “carissimo”, con cui Jim si rivolge a Huck], come si usa fra alcuni fuorilegge, vale a dire al di fuori dei limiti della gente per bene». L’intensità dell’amicizia tra Belano e Lima ha qualcosa di questa qualità non detta, fuorilegge, e la parte finale del libro, che narra il viaggio di Belano, Lima, Madero e la prostituta Lupe a Sonora, in fuga dal magnaccia psicopatico di Lupe e in cerca dell’ex stridentista Césarea Tinajero, ha molto dell’idillico senso di sollievo ed eccitazione che troviamo nel viaggio in zattera di Huck e Jim sul Mississippi.

Tuttavia, Sonora è anche la regione dove vengono commessi gli omicidi seriali di 2666, ed è rappresentata nel romanzo come un inferno simile a un abisso sulla terra, lo spaventoso punto zero a partire dal quale tutte le differenti narrazioni che animano il libro si orientano. Santa Teresa emerge, adattandosi all’epigrafe che apre il romanzo, tratta da Il viaggio di Baudelaire, come «un’oasi di orrore» alla quale tutti i sentieri dell’atroce deserto conducono. Perfino l’inafferrabile, ma molto stimato, romanziere centro europeo Benno von Arcimboldi, nato Hans Reiter, e un veterano, come il coscritto, del selvaggio fronte Tedesco/Russo, devono alla fin fine partire per Sonora per visitare un ribelle e sinistro nipote, incarcerato lì, che potrebbe – o forse no – aver svolto un ruolo nell’infinito numero di stupri e omicidi commessi nella zona.

Prima che I detective selvaggi facesse di Bolaño, qualche anno prima della sua morte, avvenuta nel 2003 per insufficienza epatica, la personalità letteraria più importante del Cile, l’autore tornò una sola volta nel suo paese di nascita. Fu nel 1973. Allende era ancora al potere, ma lo sarebbe stato ancora per poco; il generale Pinochet sferrò il suo golpe l’11 settembre dello stesso anno, e sebbene il ruolo di Bolaño nelle attività di resistenza sembra esser stato minimo, il suo accento messicano destò il sospetto di alcuni ufficiali a un posto di blocco e fu arrestato e imprigionato.

La storia di questa breve detenzione è raccontata magistralmente in Detective, un racconto pubblicato in Chiamate telefoniche, nel quale si narra di due poliziotti che, durante un viaggio in auto, ricordano un ragazzo che avevano imprigionato sulla scia del golpe: «“Arturo, mi sembra che si chiamasse […]”

“Sì, Arturo, a quindici anni era andato a stare in Messico e a venti era tornato in Cile”».

Arturo Belano, si scopre, era stato un loro vecchio compagno di classe, «quel pazzo di Arturo», e Bolaño presenta le esperienze del suo alter ego in prigione come se avessero svolto un ruolo fondamentale nella sua metamorfosi nel vero erede del suo mezzo-omonimo Arthur Rimbaud. Andando al bagno, Belano si ferma a guardarsi nello specchio e, spiega il poliziotto al suo compagno, «non si riconobbe»: «“Solo questo?”

“Solo questo; non si riconobbe… Era in coda in direzione del bagno e passando vicino allo specchio di colpo si guardò la faccia e vide un’altra persona…”».

Je est un autre. Detective non prosegue nel racconto della liberazione, da parte delle guardie, del loro ex compagno di classe, che sembra essere proprio ciò che accadde a Bolaño stesso dopo otto giorni di carcere, ma si concentra invece sulla trasformazione di Belano da vittima a veggente, da cazzo a Kunst. Detective agisce, come molti altri racconti e romanzi di Bolaño, costruendo un’interfaccia permeabile e coinvolgente tra autobiografia e fiction. La relazione tra je e autre è messa costantemente in gioco, come quella tra Bolaño e Belano.

Risulta, inoltre, che molti tra i letterati bohémien de I detective selvaggi fossero ispirati a persone reali, il che significa che il libro può essere letto non solo come un romanzo affine a quello di Twain, ma anche come un roman à clef in stile proustiano, un’elegia dedicata a uno speciale circolo di amici artistoidi, che soccombono lentamente e inevitabilmente agli intrecci e al logorio del tempo. Questo insieme di realtà documentale e finzione è l’effetto centrale della narrativa di Bolaño: i suoi racconti, che siano a sé, come quelli raccolti in Chiamate telefoniche, Puttane assassine e Il gaucho insostenibile, o incorporati nei vasti e ampi tessuti de I detective selvaggi e 2666, hanno quasi tutti una qualità da cinéma verité, vengono trasmessi come frammenti di vita che sono allo stesso tempo musicali e sconcertanti, affascinanti e indeterminati, al di là di una chiara interpretazione o una risoluzione finale. La storia del coscritto era vera oppure no? Non lo sapremo mai, ma ci appare, nella sua brutale casualità e particolarità, come la storia vera di qualcuno piuttosto che un racconto ben fatto. La speciale forza della narrativa di Bolaño viene proprio dalla sua abilità a persuaderci che ci sta raccontando le cose così come stanno.

Bolaño, come Belano, lasciò il Messico per l’Europa nel 1977 (si spera che non abbia ucciso nessuno prima di partire). Nel prologo che scrisse nel 2002 per la tardiva pubblicazione di Anversa, la sua prima opera di fiction – se così si può chiamare – completata a Barcellona nel 1980, rievocò lo stato d’animo che gli produsse quella sequenza di cinquantacinque frammenti amari e prosciugati, notevoli solo per il dettaglio occasionale, per il rigido rifiuto sia della continuità narrativa che, sorprendentemente, dell’esaltazione rimbaudiana: «La mia malattia, allora, era l’orgoglio, la rabbia e la violenza. Queste cose (rabbia, violenza) sfiancano e io passavo le giornate inutilmente stanco. Di notte lavoravo. Di giorno scrivevo e leggevo. Non dormivo mai. Mi tenevo sveglio bevendo caffè e fumando. Il disprezzo che provavo per la cosiddetta letteratura ufficiale era enorme, sebbene solo un po’ più grande di quello che provavo per la letteratura marginale. Ma credevo nella letteratura…».

Questa credenza l’avrebbe sostenuto anche nei tempi più duri, compresi, possibilmente, la sua dipendenza da eroina (a questo proposito, in una sorta di mémoir intitolato Spiaggia – 1988, raccolto in Tra parentesi – si fanno eloquenti riferimenti a una cura di metadone, sebbene la vedova dell’autore abbia suggerito di considerarlo più un brano di fiction che di nonfiction), i molti vagabondaggi senza meta (vedi il racconto Vagabondo in Francia e in Belgio in Puttane assassine), e una serie di umili impieghi: lavapiatti, cameriere, scaricatore di porto, spazzino, lavoratore stagionale, receptionist e guardiano notturno in un campeggio.

Quest’ultimo mestiere viene ripreso più volte nelle sue opere; uno dei tre narratori de La pista di ghiaccio, del 1993 – un racconto di ossessione e omicidio, non particolarmente fortunato – fa proprio lo stesso lavoro, come anche Belano nella seconda parte de I detective selvaggi. La studentessa inglese Mary Watson ricorda di aver provato a far l’amore con lui nel suo gabbiotto, al campeggio, ma era troppo piccolo perché si potessero sdraiare, sulle ginocchia era troppo scomodo, e anche sulla sedia fu impossibile. «Alla fine ci prese un attacco di risa» racconta «senza aver scopato». Si tratta di un’eccezione, poiché quasi tutti gli incontri di Belano con una donna tendono a suscitare quella che dev’essere la frase più utilizzata nella sua narrazione: «Abbiamo fatto l’amore fino al mattino».

Il prologo ad Anversa si conclude così: «Al mio capezzale avevo attaccato con una puntina un foglio che diceva, in polacco, Anarchia Totale, che un’amica di questa nazionalità aveva scritto per me. Non credevo che sarei vissuto oltre i trentacinque anni. Ero felice. Poi arrivò il 1981 e, senza che io me ne rendessi conto, tutto cambiò».

Forse l’autore si riferisce al suo incontro con Carolina López, che avrebbe sposato l’anno seguente. Comunque sia, ci vollero quasi dieci anni perché questo cambiamento fosse registrato nei suoi scritti. Prosa da un autunno a Girona, la prima parte di Tres, è un’altra sequenza di brani in prosa: sono datati 1981 e non si differenziano in modo marcato, nello stile o nel tono, dagli gnomici frammenti di Anversa. Fanno riferimento svariate volte all’immagine di un caleidoscopio e, come Anversa, più che raccontare una storia, comunicano uno stato d’animo.

Sembra che Bolaño si sia sempre concepito innanzitutto come poeta, anche dopo esser diventato un romanziere da best seller. Le tre serie di frammenti raccolti in Tres, e la selezione delle sue poesie, tradotta in inglese da Laura Healy e pubblicate con il titolo The Romantic Dogs nel 2008, suggeriscono una determinazione, non sempre convincente, a fondere un idioma smaliziato e spesso influenzato della beat generation con un linguaggio più d’avanguardia, teso a frammentare e disorientare, a trattare la poesia come un caleidoscopio linguistico che, se scosso a dovere, produrrà sempre incantevoli motivi.

Vi è la tentazione di vedere la poesia di Bolaño come una sorta di “esplorazione” estetica che ha infine condotto alla scoperta del ricco filone d’oro della sua prosa. Il che potrebbe sembrare ingiusto, sebbene Bolaño non sembri aver avuto, negli anni Ottanta, più successo di Belano o Lima nel farsi un nome come poeta. Certamente, si rese conto che non era il genere adatto a produrre oro letterario, e in seguito alla nascita di suo figlio nel 1990, e alla scoperta della sua precaria condizione di salute, decise di provare a sostenere la famiglia scrivendo narrativa – molta narrativa. Al momento vi sono circa quindici romanzi, novelle e collezioni di racconti tradotte in italiano e, a quanto pare, ce ne saranno altre in futuro.

Gli scrittori, e i poeti in particolare, occupano una posizione notevole nell’universo finzionale di Bolaño. L’indelebile e sconcertante Stella distante, del 1996, si apre su un seminario di poesia a Concepción in Cile poco prima che Allende fosse spodestato da Pinochet. Il seminario è frequentato non solo dalle splendide sorelle Garmendia, ma anche da un enigmatico dandy che si fa chiamare Alberto Ruiz-Tagle, ma è invece un certo Carlos Wieder. Poco dopo il golpe, Wieder fa visita alle sorelle Garmendia a casa di loro zia, in periferia; passano la serata a discutere delle opere di autori come Nicanor Parra ed Enrique Lihn (due dei poeti cileni preferiti di Bolaño), Sylvia Plath ed Elizabeth Bishop. Wieder è invitato a fermarsi per la notte e, dopo che le sorelle Garmendia si addormentano, entra nella stanza della loro zia e le taglia la gola, mentre le ragazze vengono rinchiuse in una macchina dai suoi scagnozzi. Il corpo di Veronica non verrà mai ritrovato, mentre quello di Angelica viene poi scoperto in una fossa comune, «quasi a provare che Carlos Wieder fosse un uomo e non un dio».

I versi di Wieder appaiono non solo su libri e riviste ma addirittura in cielo. È infatti un aviatore – quell’eroe archetipico dei regimi di centrodestra – oltre che un poeta, e scrive nel cielo i suoi versi inflessibili e tersi – «La morte è amore», «La morte è pulizia», «La morte è il mio cuore» – mentre sorvola la città solo nel suo aeroplano. In un’ulteriore fusione di arte e violenza politica, inviterà i suoi ospiti a una mostra privata che ha organizzato in una stanza vuota nel suo appartamento: sarà una mostra delle fotografie dei corpi di coloro che ha ammazzato

Wieder fa parte di una galleria di personaggi che, come Bolaño, credono nella letteratura ma non, come Bolaño, nella letteratura come una fuga redentiva da se stessi o come un incoraggiamento alla tolleranza o comprensione degli altri bensì, piuttosto, come un veicolo di manie ideologiche. La raccolta Letteratura nazista in America1, pubblicata nel 1996, presenta le biografie immaginarie di una dozzina di loro, da Luz Mendiluce Thompson (Berlino, 1928 – Buenos Aires, 1976), il cui oggetto più caro è una foto di sé in braccio a Hitler, fino a un predicatore evangelico americano, Rory Long (Pittsburgh, 1952 – Laguna Beach, 2017). Long è stato cresciuto dal padre, professore, sui libri di Charles Olson ed Ezra Pound, ma scopre la vera poesia “aperta” solo nella Bibbia; di conseguenza, trova immensamente efficace la Chiesa Carismatica dei Cristiani di California, e scrive poesie che celebrano la longevità di figure come Leni Riefenstahl e Rudolf Hess. Non si dimostrerà longevo quanto i suoi eroi, poiché scopriamo che un giovane afro-americano di nome Baldwin Rocha gli taglierà la testa nel 20172.

Sebbene nelle opere di Bolaño ci sia molta violenza istituzionale, sponsorizzata dallo stato, l’autore è attratto anche dalla descrizione della malignità totalmente immotivata. Il noto Puttane assassine, pubblicato nell’omonima raccolta, fa come da contrappeso alle centinaia e centinaia di donne uccise da uomini e disperse per il paesaggio di Sonora in 2666. È un monologo narrato da una donna che incontra e seduce un tifoso del Barcellona, per poi legarlo a una sedia e imbavagliarlo. Sta per ucciderlo con un coltello. «Non è un fatto personale» spiega. «Non mi hai mai violentata. Non hai mai violentato nessuno di mia conoscenza. Può anche darsi che tu non abbia violentato nessuno.»

Come Un’altra storia russa, il racconto sul coscritto, Puttane assassine parla tanto di arte quanto di tortura. La narratrice immagina cosa la sua vittima avrebbe raccontato la sera se fosse riuscito a scappare dalle sue grinfie: «Ragazzi non crederete mai a quello che mi è successo, mi ha quasi ucciso, qualche fottuta puttana di periferia…». Tale storia, tuttavia, non verrà mai raccontata. La storia che ascolterà morendo, senza nessuna intenzione a parteciparvi, è una fiaba sinistra su una principessa senza pietà, che attira il suo affascinante e appassionato principe, che le fa addirittura provare l’orgasmo, nel suo castello, dal quale lui non uscirà mai.

Le due ultime raccolte di racconti, Puttane assassine e Il gaucho insostenibile, suggeriscono in varie occasioni quanto Bolaño apprese da Borges, al quale spesso si riferiva come al più grande di tutti gli scrittori latinoamericani. Nonostante fossero due personaggi pubblici del tutto antitetici – il bibliotecario paziente, cerebrale, infinitamente scaltro, e il gaucho errante, senza peli sulla lingua, letterario e insostenibile – sia Borges sia Bolaño sembrano dimostrare come gli artisti, o almeno un certo tipo di artisti, debbano pensare l’impensabile. Nel discorso che tenne a Caracas (pubblicato in Tra parentesi) dopo aver vinto il Premio Rómulo Gallegos nel 1999 per I detective selvaggi, Bolaño tentò di spiegare questa qualità necessaria, definendola: «È saper ficcare la testa nel buio, saper saltare nel vuoto, sapere che la letteratura è fondamentalmente un mestiere pericoloso. Come sull’orlo del precipizio: da una parte l’abisso senza fondo e dall’altra i volti amati, volti amati che sorridono, e i libri e gli amici e la tavola. E accettare quest’evidenza anche se certe volte ti pesa più della pietra tombale che copre i resti di tutti gli scrittori morti. La letteratura, come direbbe una cantante andalusa, è un pericolo».

La narrativa di Bolaño non dipende, però, da diaboliche costruzioni o dall’esplorazione di inquietanti enigmi metafisici alla maniera di Borges. Dove Borges è insistentemente letterario e ridotto all’osso, Bolaño è conciso ed espansivo, ricco di dettagli quanto Dickens o Balzac. Credo che la chiave del suo sviluppo delle strutture capienti che ha sviluppato in I detective selvaggi e nello straordinario, opprimente 2666 si può trovare nella terza parte di Tres, Una passeggiata attraverso la letteratura, che si apre così: «Ho sognato che Georges Perec aveva tre anni e veniva a trovarmi. Lo abbracciavo, lo baciavo, gli dicevo che era un bambino molto bello».

Perec torna nella parte finale, il cinquantasettesimo frammento di questa serie: «Ho sognato che Georges Perec aveva tre anni e piangeva sconsolato. Io ho cercato di calmarlo. L’ho preso in braccio, gli ho comprato caramelle e libri da colorare. Poi siamo andati sul lungofiume di New York e mentre lui giocava sullo scivolo mi sono detto: Sono un buono a nulla, ma farò del mio meglio nel prendermi cura di te, nessuno ti farà del male, nessun proverà a ucciderti. Poi ha iniziato a piovere e siamo tornati con calma verso casa. Ma dov’era la nostra casa?».

Nel suo La vita: istruzioni per l’uso, del 1978, Perec mostrò come il romanzo contemporaneo potesse emulare l’andamento epico dell’Ulisse, le storie a scatole cinesi come Le mille e una notte. Sebbene Bolaño non fosse mai ludico quanto Perec, trovò, attraverso l’idea delle varie interviste nella seconda parte de I detective selvaggi e attraverso i fuochi gemelli o i magneti del deserto di Sonora e lo scrittore Benno Von Arcimboldi in 2666, un modo di sviluppare un tipo di proliferazione narrativa simile a quei testi esemplari. Le sue opere precedenti fuggivano rigorosamente l’arte dello storytelling, anche se risultò poi essere un aspetto della scrittura che a Bolaño riusciva estremamente bene. Sebbene senz’altro sentisse, scrivendo Anversa, di dare un’occhiata nell’abisso, il libro che ne risultò svela assai poco di quello che realmente vide. Anche 2666 si affaccia sull’abisso; e le storie che emergono nel corso della vasta, irregolare e ipnotica magna opera di Bolaño sono tra le più affascinanti e sconvolgenti della contemporaneità.

(Traduzione di Giulia Zavagna)

1. Traduzione italiana di Angelo Morino ed Enza Sanfilippo, Palermo, Sellerio, 1998.

2. La vita ultraterrena dei nazisti veniva esplorata anche in Terzo Reich, romanzo datato 1989 e ritrovato tra le carte di Bolaño dopo la sua morte. (El Tercer Reich è stato pubblicato in Spagna nel 2010; una traduzione italiana di Ilide Carmignani è stata pubblicata lo stesso anno per Adelphi.) Il titolo si riferisce a un gioco da tavolo, e il romanzo è narrato attraverso il diario del campione tedesco di wargames, un certo Udo Berger. Non è difficile capire, comunque, perché Bolaño optò per tenere questa precoce pugnalata alla narrativa chiusa nel cassetto, perché sebbene contenga dei brani con scenari d’atmosfera, in generale il romanzo rientra fin troppo facilmente nel trito genere del narratore in prima persona in preda a un lento crollo nervoso. I personaggi secondari – in particolare il Bruciato, un fannullone che vive sulla spiaggia affittando pattini ed è terribilmente sfigurato da ustioni, e l’enigmatica Frau Else, padrona dell’hotel sulla Costa Brava dove il romanzo è ambientato, durante una vacanza di Berger con la sua fidanzata Ingeborg – sono quasi più interessanti del protagonista. La battaglia per il dominio del mondo tra Berger e il Bruciato, al quale Udo spiega i misteri di Terzo Reich solo per poi subire una sconfitta dopo l’altra per mano del singolare pupillo, è solamente per aficionados al gioco da tavolo (devo confessare che non avrei inserito Bolaño tra i membri di questa particolare tribù). Si minaccia un macabro epilogo, ma la storia finisce in una bolla di sapone. Ciò che credo l’autore abbia imparato dalla scrittura di questo libro – e da La pista di ghiaccio, composto nello stesso periodo – è che il romanzo sull’ossessione, che si era rivelato per autori come Nabokov così straordinariamente liberatorio, era per lui piuttosto una camicia di forza.

 

MARK FORD poeta e critico letterario inglese, insegna Lingua e Letteratura Inglese allo University College London. Ultimamente ha pubblicato il volume di poesie Six Children (Faber & Faber, 2011), il volume di critica Mr. And Mrs. Stevens and Other Essays, (Peter Lang 2011) e presto verrà pubblicata una sua traduzione del volume di Raymond Russel Nouvelles Impressions d’Afrique.

 

 

LIBRI DI ROBERTO BOLAÑO CITATI NELL’ARTICOLO

 

Anversa, Palermo, Sellerio, 2007

Chiamate telefoniche, Palermo, Sellerio, 2000

Puttane assassine, Palermo, Sellerio, 2004

Il gaucho insostenibile, Palermo, Sellerio, 2006

Tra parentesi, Milano, Adelphi, 2009

Tres, Barcelona, El Acantilado, 2000

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