Christopher Benfey

Perché Tolstoy, Lenin, Van Gogh e l’America ne furono colpiti

da ''The New York Review of Books''

DAVID S. REYNOLDS, Mightier Than the Sword: Uncle Tom’s Cabin and the Battle for America, New York, Norton, pp. 351, $ 27.95

 

LETTERATURA. La capanna dello zio Tom è stato giustamente considerato un romanzo fondamentale per la lotta contro lo schiavismo e addirittura è stato additato come la causa scatenante della guerra civile americana. In effetti le tematiche affrontate nel libro sono estremamente attuali e la società americana lo considera come un punto di riferimento importante. Ma anche fuori dagli Stati Uniti questo ha avuto successo ed è stato fonte di riflessione e di ispirazione per importanti figure storiche, come Tolstoy e Van Gogh.

1.

Harriet Beecher Stowe1 fece visita alla Casa Bianca nel tardo autunno del 1862, dieci anni dopo la pubblicazione della Capanna dello zio Tom, o vita tra gli schiavi, molto probabilmente il romanzo più popolare nell’America del XIX secolo, il libro che ha dato coraggio agli abolizionisti sia negli Stati Uniti sia all’estero. «Non è più consentito a chiunque sappia leggere» scrisse George Sand «di non averlo letto». Stowe era venuta a Washington in quell’inverno di guerra a trovare suo figlio Fred, un tenente dell’esercito dell’Unione di stanza presso la capitale. Forse intendeva anche, come è stato affermato in seguito, far pressione sul presidente affinché firmasse il Proclama di Emancipazione. Dopo che le due personalità si furono presentate si dice che Lincoln, con un luccichio negli occhi, abbia esclamato: «È questa la piccola donna che ha dato vita alla grande guerra?». È affascinante immaginare il presidente alto e sgraziato che si china per rivolgersi a Stowe, alta poco più di un metro e mezzo, riconoscendole il suo ruolo di ispiratrice nello sforzo bellico.

La storia del famoso saluto di Lincoln è rimasta attaccato al romanzo come un cirripede, sia in termini di approvazione che di trionfante seguito. Si è dimostrato ancor più resistente delle scene più memorabili del romanzo stesso: Eliza Harris, la schiava in fuga, che saltella attraverso il fiume Ohio semicongelato nel disperato tentativo di raggiungere la libertà; suo marito, George, che affronta gli inseguitori da un passo roccioso, zio Tom che, come Cristo, si sottomette alla frusta mortale del suo padrone Simon Legree piuttosto che rivelare il luogo dove gli altri schiavi sono fuggiti, e naturalmente la fine dell’angelica piccola Eva, che distribuisce ciocche di capelli biondi sul letto di morte, come promemoria di un mondo migliore nell’alto dei cieli.

Il commento di Lincoln fu menzionato per la prima volta nel 1896, l’anno della morte di Stowe all’età di 85 anni, dalla sua amica e biografa Annie Fields in un articolo per ‘The Atlantic Monthly’. Uno dei figli di Stowe, Charles Edward Stowe, che aveva inspiegabilmente omesso il commento nelle prime due edizioni della propria biografia di sua madre, malgrado sostenesse di essere stato presente al ricevimento alla Casa Bianca, riformulò il testo nella versione pubblicata nel 1911: «Dunque sei tu la piccola donna che ha scritto il libro che ha dato vita a questa grande guerra»2. I biografi successivi di Stowe hanno liberamente ricamato per cento anni su quell’episodio, finché non è diventato uno tra i più popolari aneddoti letterari americani.

È poi tanto importante che Lincoln quasi certamente non abbia mai detto una cosa del genere? Basta solo un attimo di riflessione per rendersi conto che il tormentato presidente, con buona probabilità, infatti, non avrebbe dato la responsabilità della causa della guerra civile a una qualunque nordista. Ha sempre insistito fino all’ossessione che a iniziare la guerra fosse stato il Sud ribelle. Come ha dichiarato nel secondo discorso inaugurale: «Entrambe le parti deprecavano la guerra, ma una di esse avrebbe fatto la guerra pur di non lasciare sopravvivere la nazione, e l’altra avrebbe accettato la guerra pur di non lasciarla morire. E guerra è stata».

Ora ci troviamo in mezzo a due commemorazioni: il centocinquantesimo anniversario dello scoppio della guerra civile e i duecento anni dalla nascita di Harriet Beecher Stowe. David S. Reynolds, professore alla City University di New York, meglio noto per i suoi libri sui rapporti tra gli scrittori americani del XIX secolo, come Hawthorne e Whitman, e sulla cultura popolare da cui furono ispirati, ha colto queste due occasioni per lanciare un nuovo sguardo all’impatto della Capanna dello zio Tom sul corso della storia americana.

Malgrado la sua asserzione che «questo tema cruciale non sia mai stato discusso nei dettagli», Reynolds non è il primo storico della letteratura a speculare su come il romanzo potrebbe avere influenzato l’opinione pubblica contribuendo all’escalation verso la guerra. Il libro Uncle Tom’s Cabin and American Culture di Thomas Gossett (1985), un’indagine informativa da cui Reynolds attinge liberamente, manteneva sulla questione un atteggiamento scettico, notando che Lincoln probabilmente non aveva letto il romanzo di Stowe, la cui influenza “politica”, concludeva Gossett, è stata “trascurabile”. Cindy Weinstein in The Cambridge Companion to Harriet Beecher Stowe (2004) osservava prudentemente: «In quale misura le parole di servizio e di protesta di Stowe abbiano fatto precipitare la nazione verso la guerra civile è una domanda senza risposta»3.

Reynolds fa parte di una generazione di studiosi, a volte chiamati Nuovi Storicisti, che cercano di registrare gli effetti del discorso pubblico, tra cui la letteratura, sulla storia sociale e politica. Si è convinto che il romanzo di Stowe, in modi dimostrabili, abbia davvero avuto l’effetto di “innescare” la guerra, e che l’osservazione di Lincoln, per quanto apocrifa, era comunque storicamente accurata. «Che lo abbia effettivamente detto è irrilevante» sostiene Reynolds, dal momento che «nella sua epoca, erano molti a sostenere che Stowe avesse portato alla guerra civile». Reynolds è convinto di avere raccolto prove sufficienti a dimostrarlo.

 

2.

L’approvazione del Fugitive Slave Act nel 1850, che imponeva la restituzione ai loro proprietari degli schiavi scappati ovunque negli Stati Uniti, fu accolta al Nord con diffusa repulsione. Tra le più articolate proteste figura La capanna dello zio Tom, pubblicato a puntate settimanali a partire dal 1851 e sotto forma di libro in due volumi l’anno successivo. Come figlia e sorella di due importanti ministri congregazionalisti, Stowe conosceva bene tutte le argomentazioni morali contro la schiavitù, ma era convinta che un richiamo più viscerale alle emozioni e all’empatia sarebbe servito a far cambiare parere all’opinione pubblica in modo decisivo, al Nord come al Sud.

Mentre i primi critici della Capanna dello zio Tom avevano deriso Stowe per essersi asservita alla propaganda, Reynolds la loda per la limpidezza del messaggio politico e la forza emotiva della narrazione. Se la causa immediata della guerra civile fu l’elezione di Lincoln, Reynolds ritiene che La capanna dello zio Tom, insieme alle opere teatrali e agli altri derivati culturali che ne furono ispirati, «abbia direttamente spianato la strada verso l’apertura dell’opinione pubblica nei confronti di un candidato antischiavista come Lincoln». Nello stesso tempo, la popolarità del romanzo «ha reso più rigida la determinazione del Sud a difendere la schiavitù e a demonizzare il Nord».

Per la stessa Stowe, la scrittura del libro era sembrata più una questione di ossessione emotiva e fisica che di arte deliberata. «Non l’ho scritto io quel libro», dichiarò a un’amica. «Ho solo messo giù quel che ho visto […] Tutto mi si è presentato davanti in forma di visioni, una dopo l’altra, e io le ho solo trasformate in parole». Reynolds sostiene che le “visioni” di Stowe erano state tratte da molte fonti estranee alla sua ispirazione. È nata nel1811 aLitchfield, nel Connecticut, dove il padre promuoveva riforme sociali come la temperanza (ovvero l’invito dall’astenersi dal consumo di bevande alcoliche), mentre si dilettava con le poesie di Byron e i romanzi di Walter Scott. Nel 1832, egli trasferì la famiglia a Cincinnati, sulla frontiera occidentale, dove occupava l’incarico di presidente del Seminario Teologico Lane. Harriet ebbe la sua prima esperienza con la schiavitù quando incontrò fuggitivi a Cincinnati e visitò famiglie di schiavisti oltre il fiume Ohio, nel Kentucky.

Secondo Reynolds, già da bambina Harriet «mostrava quell’aria sognante e assente che ebbe per tutta la vita». Contro la “visione cupa di Dio” del Calvinismo, con i suoi principi severi di dannazione infantile e predestinazione, i Beechers, specialmente Harriet e il fratello minore Henry Ward Beecher, propugnavano un più dolce “Vangelo dell’amore” in armonia con la natura e le emozioni umane. Ella si innamorò di Calvin Stowe, professore di Letteratura Biblica a Lane, che sposò nel 1836. Calvin risultò avere una vita interiore particolarmente esuberante. In un saggio autobiografico scritto due anni prima del matrimonio, egli riferisce, come scrive Reynolds: «Di avere avuto visioni sin dalla prima infanzia, forme aeree che passavano attraverso le pareti e galleggiavano nell’aria intorno a lui. Apparivano quasi in ogni momento, soprattutto quando era solo e al buio. Ricorda che, quando aveva tre anni, un minuscolo uomo indiano e una grande donna indiana erano entrati di notte nella sua camera litigandosi una viola da braccio, che suonavano a turno. Agli indiani seguirono nel corso dei mesi e degli anni successivi le visite di altri spiriti: una bella signora, un mulatto, allegri gruppi di fatine alte quindici centimetri e, spaventosamente, una folla di diavoli intenti a scagliare un uomo dissoluto nell’abisso dell’inferno».

Mentre assisteva alla messa a Brunswick, nel Maine, nel febbraio del 1851, quando Calvin insegnava a Bowdoin, Harriet riferì di avere avuto una visione «soffiatale nella mente come dall’impeto di un vento gagliardo». Ciò che vide era un vecchio schiavo che veniva frustato a morte da altri due schiavi, per ordine di un uomo bianco che stava a guardare. Da questo seme fantasioso si originarono le due principali trame divergenti della Capanna dello zio Tom: l’eroica fuga della famiglia Harris verso il Nord e la libertà, e la discesa dantesca di Tom nei territori sempre più infernali della schiavitù del Sud, fino al martirio per mano di Simon Legree.

3.

L’abilità visionaria in cui Stowe veramente eccelleva, secondo l’opinione di Reynolds, era quella di utilizzare materiali controversi o poco affidabili provenienti dalla stampa popolare per adattarli ai propri, più nobili, scopi. Stowe «filtrava le più sovversive, sensazionali, o grossolane energie culturali del tempo attraverso il culto della domesticità, che metteva la casa e la famiglia al centro della vita».

Nelle parti in cui i critici precedenti hanno disapprovato il modo razzista in cui Stowe ritrae gli schiavi Sam e Andy, i cui lazzi rallentano l’ex mercante di schiavi Haley nella sua ricerca di Eliza, Reynolds scopre un adattamento creativo dei minstrels messo al servizio della causa abolizionista. «Sam e Andy ricordano ridicoli menestrelli “darkeys”4» osserva Reynolds «ma nella loro collaborazione per aiutare Eliza a violare la legge sui Fugitive Slave, questi personaggi apparentemente convenzionali minano l’autorità dei maschi bianchi […] che stanno cercando di far rispettare la legge».

Reynolds rivolge una notevole attenzione agli adattamenti teatrali del romanzo, osservando che le innovazioni come le rappresentazioni diurne, le matinée, devono la loro esistenza alla popolarità di queste “commedie su Tom”. I critici precedenti, tra cui Edmund Wilson, credevano che le rappresentazioni, con le loro caricature dei personaggi principali e il loro dipendere da alcuni melodrammatici incidenti, distorcessero il romanzo e contribuissero alla sua eclissi tra i lettori più sofisticati. Reynolds sostiene invece che il messaggio chiave del romanzo, vale a dire la dignità e la condivisa umanità degli schiavi, rimanesse tale e quale nelle commedie.

Reynolds ritiene che questi adattamenti della Capanna dello zio Tom, che hanno dominato il teatro americano nel corso del XIX secolo, abbiano contribuito a convincere gli spettatori della classe operaia che gli afro-americani erano esseri umani, e che bianchi e neri avrebbero potuto volersi bene. Egli sostiene che «molti lavoratori che avevano esultato per la ricattura degli schiavi fuggitivi nei primi anni Cinquanta hanno cambiato bruscamente idea alla metà del decennio» e che questa conversione può essere direttamente attribuita alla «popolarità delle commedie sullo zio Tom». Questo spostamento tellurico nell’opinione pubblica alterò, a sua volta, la dinamica politica del Paese. Il romanzo, conclude Reynolds, «ha evidentemente avuto un ruolo chiave nella svolta politica che sta dietro alla nascita di un partito repubblicano antischiavista».

Queste affermazioni sono di enorme portata, benché in realtà non siano altro che ipotesi, e gli storici dovranno verificarle sulla base di più criteri, sia sociologici che politici, di quanti Reynolds sia in grado di offrire. Ma il fatto è che nessuno ha mai prestato tanta insistita attenzione alle commedie su Tom e ai loro possibili effetti sull’opinione pubblica nel Nord. Circa un terzo di Mightier Than the Sword è dedicato alle commedie su Tom e ai film, come La nascita di una nazione (David Wark Griffith, 1915) e Via col vento (Victor Fleming, 1939), che Reynolds ritiene ispirati «per lo più in risposta» all’attacco di Stowe al Sud, e si collega a ciò che egli chiama «la reazione a catena causata da La capanna dello zio Tom nel Ventesimo secolo».

 

4.

L’interesse principale di Reynolds nel suo libro è l’impatto che il romanzo di Stowe ha avuto negli Stati Uniti. Egli cita en passant anche la sua portata internazionale, sottolineando che Heinrich Heine rimase così colpito dal suo messaggio da convertirsi al Cristianesimo in punto di morte. Il libro ha conosciuto una notevole voga in Russia, ed è stato il romanzo per l’infanzia preferito sia da Tolstoj sia da Lenin. Reynolds lascia intendere che le idee politiche progressiste contenute ne La capanna dello zio Tom potrebbero aver contribuito alla Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Lenin potrebbe aver preso a prestito ancor più letteralmente la trama del libro. Nella loro fuga dalle autorità zariste nel 1907, Lenin e la moglie «fuggirono dalla terraferma finlandese facendosi strada attraverso il ghiaccio instabile del Sörfjärden Sound parzialmente congelato» e salvandosi la vita «imitando Eliza Harris, la famosa fuggiasca di Stowe».

Se Reynolds rende giustizia alla robusta vita ultraterrena de La capanna dello zio Tom in letteratura, teatro e cinema, ha relativamente poco da dire sulle arti visive. Si diverte a menzionare la moda per i giochi di carte e altre “immagini connesse a Tom”: «Immagini dal romanzo di Stowe campeggiavano su candelieri, tabacchiere, cucchiaini, piatti di terracotta, scatole di biscotti, mensole del caminetto, fazzoletti, arazzi tedeschi ricamati, vasi di Limoges, e articoli Staffordshire che comprendevano tazze, brocche, vasi, e set di statuine».

Va detto, tuttavia, che la casa Wedgwood, con i suoi “articoli Staffordshire”, precedette di gran lunga Stowe nel sostenere l’abolizionismo. Josiah Wedgwood aveva prodotto infatti un medaglione in jasperware nel 1787 che raffigurava uno schiavo in catene inginocchiato, con il motto “Non sono forse un uomo e un fratello?”. Wedgwood aveva inviato molti di questi medaglioni al suo amico Benjamin Franklin in Pennsylvania. Sembra possibile che immagini del genere fossero nella mente di Stowe quando, seduta in chiesa a Brunswick, le apparve la visione del servo frustato.

Pittori americani del calibro di Eastman Johnson e di Winslow Homer usarono il romanzo come fonte di tableaux sulla vita dei neri del Sud. Van Gogh lesse con reverenza il “libro straordinariamente bello” di Stowe per tutta la vita e ne mise una copia in primo piano nel suo toccante ritratto di Madame Ginoux ad Arles. Ai giorni nostri, l’importante artista afro-americana Kara Walker, nel suo revival dell’arte della silhouette, ha realizzato una straordinaria serie di immagini basate su La capanna dello zio Tom. L’opera di Walker combina la celebrazione della pura profusione di fantasia dei personaggi di Stowe – a detta di Edmund Wilson altrettanto variati che in Gogol – con uno sguardo ironico dedicato alla rappresentazione stereotipata dei suoi “tipi” da piantagione5.

5.

Reynolds prende in esame La capanna dello zio Tom al fine di apprezzare «la piena dimensione del background culturale del romanzo e il suo enorme impatto» ma ha sorprendentemente poco da dire sui meriti del romanzo stesso. Nel suo libro Beneath the American Renaissance (1988), aveva stabilito che La capanna dello zio Tom «manca di letterarietà», e che «non raggiunge lo status di alta letteratura perché i suoi elementi in conflitto non si fondono a creare ambiguità metafisiche o simboli stratificati, come avviene nella letteratura maggiore di quegli anni». Ha cambiato idea da allora? Evidentemente no, se non per far notare che i lettori più recenti «impiegando gli approcci interdisciplinari fioriti negli ultimi decenni hanno dimostrato che il romanzo è particolarmente ricco nel trattamento di questioni socialmente rilevanti come gender, sesso, razza, religione ed etica».

Ci saremmo potuti aspettare una difesa del romanzo più consistente.

La capanna dello zio Tom è stato spesso deriso per i suoi momenti di stereotipato sentimentalismo, in particolare la morte della piccola Eva, il cui padre, il debole e ateo schiavista del Sud Augustine St. Clare, abbraccia opinioni abolizioniste per solidarietà con l’amore devoto di Eva per lo zio Tom. Ho riletto più volte la scena della morte di Eva e non l’ho trovata ridicolmente strappalacrime come in genere si crede. Stowe è sempre sofisticata nella rappresentazione dei rapporti familiari, in questo caso la narcisistica autocommiserazione della madre di Eva, che sfrutta la sofferenza della figlia per richiamare l’attenzione sui propri bisogni emotivi. «Sento il dovere di prendere particolarmente cura di me stessa, adesso» dice «debole come sono, e sulle spalle la cura e le attenzioni che devo a quella bambina».

Essendo cresciuta in un’era di intrattenimenti popolari come panorami e dagherrotipi, Stowe sapeva che per catturare e mantenere l’attenzione dei lettori aveva bisogno di dar loro una scossa visiva ed emotiva. La famosa scena in cui la schiava in fuga Eliza Harris salta col suo bambino sul fiume Ohio parzialmente ghiacciato è resa memorabile da espedienti letterari accuratamente selezionati. Quando due schiavi, Sam e Andy, riescono ad avvisarla che il suo ex mercante di schiavi Haley è sul punto di catturarla, lei prende la decisione disperata: «Mille vite parvero a Eliza concentrarsi in un momento. Una porta della sua camera dava sul fiume. Ella afferrò il bimbo fra le braccia e scese d’un balzo i gradini. Il mercante la vide in un lampo apparire e sparire giù per la ripa e, gettatosi da cavallo, e chiamando a gran voce Sam e Andy, le si avventò dietro come il segugio dietro alla cerva. Senza quasi saper come, con le ali ai piedi dal terrore, Eliza si trovò in un attimo al margine delle acque. Già quegli altri le erano addosso; ma spinta dalla forza che Dio dà soltanto ai disperati, con un urlo e un balzo selvaggio spiccò un salto sulle torbide onde e piombò sulla zattera di ghiaccio che aveva dinanzi. Fu un salto pazzesco, che solo una creatura spinta dalla follia e dalla disperazione avrebbe potuto tentare; e a quella vista Haley, Sam e Andy istintivamente gridarono alzando le mani al cielo».

Per tre volte, Stowe sottolinea che qui sta registrando “momenti”, altrettanti “fermo immagine” in uno spettacolo in rapido svolgimento a cui tre spettatori atterriti fanno da testimoni.

Ci racconta più volte che Eliza è “disperata”; nel capoverso immediatamente seguente ci mostra l’apice della disperazione di Eliza: «L’enorme blocco di ghiaccio verde sopra cui si era gettata affondava, scricchiolava sotto il suo peso: ma ella non vi si fermò un istante. Con urla da belva e disperata energia, saltò su d’un altro masso, poi sopra un terzo, inciampando – saltando – scivolando – balzando su di nuovo! Le scarpe cadono – le calze si strappano dai piedi – usciva copioso il sangue; ma lei nulla vedeva, nulla sentiva, finché confusa, come in sogno, intravide la riva dello Stato dell’Ohio, e una mano protesa verso lei per aiutarla a salirvi sopra».

I trattini che collegano i gerundi («inciampando – saltando – scivolando – balzando su di nuovo») riproducono i salti di Eliza attraverso le masse di ghiaccio. L’improvviso passaggio al presente («Le scarpe cadono – le calze si strappano dai piedi») conferisce immediatezza alla scena, come se fosse visualizzata o vissuta, piuttosto che semplicemente narrata. L’evocazione di stati interiori, vertigini e sogno, un salto in senso stretto che è anche un salto di fede, incoraggia il lettore a interiorizzare la scena, sia visivamente che emotivamente.

Si può pensare che le strategie letterarie siano evidenti e ovvie qui e che Stowe sia disposta a tutto pur di coinvolgere il suo lettore, e in una certa misura questo è vero. Ma un lettore sofisticato come Henry James ha parlato a nome di molti quando, nella sua autobiografia, ha osservato che il romanzo di Stowe era «per un numero immenso di persone, non tanto un libro quanto piuttosto un modo di vedere il mondo, di provare un sentimento e uno stato di coscienza in cui non si sedevano a leggerlo e apprezzarlo e passare il tempo, ma camminavano, parlavano, ridevano e piangevano».

(Traduzione di Andrea Sirotti)

1. Lichfield, 1811 – Hartford, 1896, scrittrice americana, autrice de La capanna dello zio Tom (1852), Dred, racconto della palude desolata (1856) e Cittadini d’altri tempi (1869). Oltre che un’abolizionista fu anche una sostenitrice del vegetarismo e un’attivista per la protezione degli animali. Fonte: Wikipedia. N.d.R.
2. Vedi l’eccellente demolizione dell’incontro da parte di Daniel R. Vollaro: Lincoln, Stowe, and the ‘Little Woman/Great War’ Story: The Making, and Breaking, of a Great American Anecdote, in ‘Journal of the Abraham Lincoln Association’, winter 2009. L’articolo è disponibile online: www.historycooperative.org/journals/jala/30.1/vollaro.html, anche se occorre far notare che i quasi due terzi delle circa sessanta note a piè di pagina sono numerate male.
3. Citato in Vollaro, che attribuisce tutti questi tentativi al «desiderio di molti intellettuali contemporanei di vedere la letteratura come una leva di cambiamento sociale o politico».
4. Termine offensivo per indicare persone di colore. N.d.R.
5. Tra le più avvincenti risposte visive al romanzo di Stowe si annoverano le 117 illustrazioni che Billings Hammatt preparò per un’edizione di lusso pubblicata come strenna natalizia nel 1852. Questa “edizione splendida”, come fu chiamata, è stata ristampata per la prima volta dalla Oxford University Press, con un’utile introduzione di David Reynolds. Secondo Reynolds, Billings «rinforzò graficamente» la narrazione di Stowe tenendosi alla larga dalla «caricatura razzista», ad esempio nella sua «resa empatica delle madri degli schiavi». Stowe stessa era una pittrice dilettante e una volta disse al suo editore che «sulle immagini non si discute».

CHRISTOPHER BENFEY è professore di Letteratura Inglese al Mount Holyoke. In primavera verrà pubblicato il suo memoir Red Brick, Black Mountain, White Clay. È autore di A Summer of Hummingbirds: Love, Art, and Scandal in the Intersecting World of Emily Dickinson, Mark Twain, Harriet Beecher Stowe, and Martin Johnson Heade (Penguin, 2009) e di The Great Wave: Gilded and Misfits, Japanese Eccentrics and Opening of Old Japan (Random House, 2003).

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