Tim Parks e Per Wästberg

Abbiamo bisogno del Nobel?

da ''The New York Review of Books''
In una lettera ai direttori di ‘The New York Review of Books’, Per Wästberg, presidente del Comitato Nobel per la letteratura dell’Accademia Svedese, ha risposto a un intervento di Tim Parks sul blog della rivista in merito al Premio Nobel per la Letteratura. L’articolo di Parks risale al 6 ottobre 2011, giorno in cui il comitato annunciò il vincitore di quell’anno, il poeta svedese Tomas Tranströmer. Pubblichiamo di seguito un estratto dell’intervento di Tim Parks, la lettera di Per Wästberg e una replica di Parks. La direzione di ‘The New York Review of Books’ / ‘451’

 E così il poeta svedese Tomas Tranströmer ha vinto il Premio Nobel perla Letteratura. Nonho letto Tranströmer, salvo un paio di poemi reperibili su internet, eppure sono sicuro che sia stata una decisione salutare sotto ogni aspetto. Mi spiego meglio.

Sono diciotto i membri dell’Accademia Svedese, l’organizzazione che sul finire dell’Ottocento fu incaricata di assegnare il Nobel. All’epoca due membri erano convinti che sarebbe stato un errore accettare il compito. L’Accademia era stata fondata nel 1786 con la missione di promuovere la «purezza, la forza e la nobiltà della lingua svedese». Come conciliare questo obiettivo con quello di scegliere la più considerevole opera «di tendenza idealista» del mondo?

Tutti i membri dell’Accademia sono svedesi e in larga parte lavorano come docenti a tempo pieno nelle università del Paese. Attualmente la giuria conta soltanto cinque donne, e il ruolo di presidente è sempre stato prerogativa maschile. Un solo membro è nato dopo il 1960. Questo anche in virtù del fatto che dall’Accademia non ci si può dimettere. È una condanna all’ergastolo. Negli ultimi anni, però, due membri si sono astenuti dalle consultazioni  per il premio in risposta a precedenti divergenze: una scatenata dalla reazione, o dall’assenza di reazione, alla fatwa contro Salman Rushdie, l’altra per l’assegnazione del premio a Elfriede Jelinek, giudicata «caotica e pornografica».

Come vengono scelti i più grandi romanzieri e/o poeti attivi sulla scena internazionale? L’Accademia si affida a uno stuolo di esperti letterari in una moltitudine di Paesi, e li paga per stendere qualche riflessione sui possibili vincitori. Questi esperti dovrebbero restare anonimi eppure, inevitabilmente, si è scoperto che alcuni erano conoscenti degli autori che avevano candidato.

Proviamo a immaginare la quantità di letture richieste. Supponiamo che ogni anno vengano nominati cento scrittori – un’ipotesi plausibile – e che per ognuno di loro i membri della giuria cerchino di leggere almeno un libro. Trattandosi di un premio indirizzato all’intera opera di un autore, supponiamo che una volta ridimensionato il numero dei candidati i membri leggano due libri per ciascuno dei restanti, poi tre, poi quattro. È probabile che ogni anno si trovino a leggere duecento libri. Di questi, pochissimi saranno scritti in svedese e solo per alcuni sarà disponibile una traduzione in svedese; molti saranno in inglese; in qualche caso bisognerà rifarsi alla traduzione francese, tedesca o magari spagnola di testi più esotici.

Non dimentichiamo che stiamo parlando, oltre che di romanzi, di poesie, molte delle quali recano un profondo legame con culture e tradizioni letterarie che i membri dell’Accademia Svedese, com’è comprensibile, conoscono poco. Di recente, rispondendo alla critica secondo cui sette premi negli ultimi dieci anni sono andati a scrittori europei, Peter Englund, l’attuale presidente della giuria, ha dichiarato che i membri hanno una buona padronanza dell’inglese ma temono di non essere abbastanza competenti in lingue come l’indonesiano. Niente da ridire.

Adesso fermiamoci un attimo e immaginiamo i nostri professori svedesi mentre confrontano un poeta indonesiano tradotto in inglese, poniamo, con un romanziere del Camerun magari disponibile solo in francese e un altro che scrive in afrikaans ma è pubblicato in tedesco, e infine una celebrità del calibro di Philip Roth, ovviamente disponibile in inglese ma che i giurati potrebbero essere tentati, se non altro per un senso di spossatezza, di leggere in svedese.

È un compito invidiabile questo? Ha senso?

Ora immaginiamo di essere stati condannati anche noi a prendere per tutta la vita, un anno dopo l’altro, una decisione onerosa alla quale il mondo, sempre di più e per ragioni inspiegabili, ascrive un’importanza fuori da ogni logica. Come affrontiamo il compito? Per prima cosa cerchiamo qualche criterio semplice e condivisibile che ci aiuti sbrigare questa seccatura. E poiché, per dirla con Borges, l’estetica è complicata e richiede una sensibilità speciale e lunghe riflessioni mentre l’affiliazione politica è più semplice e veloce da afferrare, cominciamo con l’inquadrare le zone del mondo che hanno attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, magari per un sommovimento politico o perché accusate di violazioni dei diritti umani; troviamo gli autori che si sono già guadagnati una bella dose di rispetto e magari anche qualche premio importante nella comunità letteraria di quei Paesi, e che si sono schierati apertamente dalla parte giusta dello scontro politico in questione, e li selezioniamo. In questo modo si è avuto il periodo in cui sono stati premiati i dissidenti del blocco sovietico, o gli scrittori sudamericani contro la dittatura, o gli scrittori sudafricani contro l’apartheid, o ancora, scelta più che mai sorprendente, il commediografo antiberlusconiano Dario Fo, la cui vittoria destò una certa perplessità in Italia.

Talvolta la giuria ha messo un piede in fallo. Avendo ricevuto molti premi letterari di rilievo in Germania e Austria, la scrittrice femminista e di sinistra Elfriede Jelinek sembrava una scelta sicura. Ma la sua opera è feroce, spesso indigesta (non vincerebbe mai un premio letterario in Italia o in Inghilterra, ad esempio) e il romanzo Voracità in particolare, pubblicato poco prima dell’assegnazione del premio, era proprio illeggibile. Lo so perché ci ho provato, e riprovato. I membri della giuria l’avevano letto sul serio? Viene da chiederselo.

Che sollievo dev’essere allora, di tanto in tanto, mandare al diavolo tutto e premiare uno svedese, in questo caso l’ottantenne considerato il più grande poeta vivente della sua Nazione, un uomo la cui opera al completo, come ha commentato con garbo Peter Englund, si potrebbe racchiudere in un sottile volume in brossura. Un vincitore che l’intera giuria può leggere nell’originale e purissimo svedese in poche ore.

Ma c’è un aspetto ancora più salutare in questa decisione, che difficilmente sarebbe stata presa da una giuria americana, per dirne una, o nigeriana, o forse meno di ogni altra da una giuria norvegese: essa ci rammenta la sostanziale futilità del premio, e la nostra ingenuità nel prenderlo sul serio. Diciotto (o sedici) cittadini svedesi avranno una certa credibilità quando si tratta di valutare opere letterarie svedesi, ma può davvero esistere un gruppo in grado di comprendere l’infinita varietà di opere appartenenti a una molteplicità di tradizioni diverse? È perché dovremmo volerlo?

 

Di seguito è riportata la risposta di Per Wästberg:

 

Mi permetto, in quanto lettore di lunga data della vostra rivista, di offrire un quadro più circostanziato all’articolo di Tim Parks. Il vincitore di quest’anno, Tomas Tranströmer, è stato proposto, per anni, dai Premi Nobel Joseph Brodsky, Seamus Heaney e Derek Walcott. Nel2000, aNew York, Susan Sontag mi disse che Tranströmer era lo svedese più conosciuto negli Stati Uniti. È tradotto in sessanta lingue; ci sono locali intitolati a lui in Cina e Slovenia. E tutti noi svedesi lo abbiamo letto e amato fin dalla gioventù.

Il Comitato Nobel è composto da cinque membri appartenenti all’Accademia Svedese. A febbraio ci troviamo con una media di 220 suggerimenti da tutto il mondo. Entro aprile redigiamo una lista di “attesa” di venti autori. A maggio si richiede all’Accademia di approvare una short list di cinque candidati che dovremo leggere nei quattro mesi successivi. Per poter vincere il premio è necessario essere stati in lista per almeno due anni. Garantisco che un gruppo selezionato di scrittori americani, canadesi e australiani è sottoposto di continuo alla nostra attenzione.

Naturalmente abbiamo letto anche Voracità di Jelinek, Mr. Parks, pur trovandolo piuttosto pesante. E molto altro! Da parte mia cerco di leggere un libro al giorno per tenermi in salute. All’Accademia padroneggiamo tredici lingue, ma quando sospettiamo che vi sia un genio celato in una lingua sconosciuta ci rivolgiamo a traduttori ed esperti giurati perché ci forniscano un campione generoso di quello scrittore.

Ci concentriamo sull’opera completa di un individuo a prescindere dalla Nazione, dal sesso o dalla religione. Potremmo, se fosse il caso, assegnarlo al Portogallo o agli Stati Uniti cinque volte di seguito, oppure a saggisti, storici o scrittori per bambini. I diritti umani non sono un nostro criterio di scelta. Se premiamo Orhan Pamuk è in virtù dell’eccellente qualità dei suoi romanzi e saggi; solo in seguito il premio viene interpretato in chiave politica.

Nel comitato siamo lettori accaniti fin dall’infanzia, pertanto possediamo una solida base di giudizio. Nessuno di noi riveste un ruolo accademico; siamo tutti scrittori indipendenti, e abbiamo i nostri manoscritti di cui occuparci nel tempo che resta.

Per Wästberg, presidente del Comitato Nobel per la Letteratura, Accademia Svedese, Stoccolma, Svezia

Tim Parks replica:

Ringrazio sentitamente Per Wäst-berg per questa spiegazione generosa ed esaustiva. Detto ciò, il bersaglio delle mie riflessioni in questo pezzo non erano tanto i giurati svedesi, ai quali va tutta la mia comprensione, vincolati come sono a un compito tanto gravoso; e ancor meno Tomas Tranströmer, che forse avrebbe ricevuto il premio anni prima, non fosse stato per l’inconveniente di essere a sua volta svedese. No, quello che trovo straordinario è l’eccesso di attenzione e prestigio che il mondo accorda a un rito annuale in cui non si potrà mai riconoscere altro che un tentativo valoroso di puntare i riflettori su un bravo scrittore e ringraziarlo o ringraziarla per averci dilettato. Con il rischio, però, di far immaginare un divario incolmabile tra quel vincitore e i molti altri scrittori inevitabilmente relegati nell’ombra, Jorge Luis Borges e Thomas Bernhard fra tutti.

(Traduzione di Manuela Faimali)

TIM PARKS scrittore di romanzi e saggi fra i più proficui, e traduttore dall’inglese, è rofessore di Traduzione alla IULM di Milano.

 PER Wästberg scrittore di Stoccolma, è presidente del Comitato Nobel per la Letteratura.

 

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico