Radio3suCarta. Jeff Buckley

Cuore di tenebra dentro la storia. Un grande personaggio e i suoi demoni, le cose che ha detto e quelle che avrebbe potuto dire. Un alter ego lo incalza e lo accompagna nel ricordo, in questo dialogo immaginato da Antonella Ferrera. Accade in questa puntata trasmessa il 26 marzo scorso su Radio3: protagonista è Jeff Buckley, un’icona della musica degli anni ’90, morto annegato nelle acque del Wolf River. Federico Zamboni, giornalista e critico musicale, già conduttore di Rai Stereo Notte, ci parla di lui e del suo lavoro nell’intervista che si interseca alle parti narrate e al dialogo immaginato.Cuore di tenebra dentro la storia, in onda il sabato dalle 14:00 alle 14:50 su Radio3, è scritto e condotto da Antonella Ferrera, giornalista e scrittrice, per la regia di Manuel de Lucia, musiche originali di Alessandro Molinari. Il programma ricostruisce in forma sceneggiata situazioni e dialoghi che vedono protagonista, di volta in volta, un grande personaggio (della storia, dell’arte, della vita politica ecc.) che si confronta con un interlocutore immaginario. I dialoghi, intervallati da momenti di narrazione e da stralci di interviste mirate, sono di pura fantasia, ma basati su fonti storiche e letterarie, pertanto veritieri nella sostanza.

Tim e Jeff. Due vite interrotte

Jeff Buckley. È stato come un sogno. Ma c’è una differenza. Una grande differenza: col trascorrere del tempo le cose sono diventate sempre più chiare. C’erano dettagli che avevo dimenticato: mi sono tornati alla mente. C’erano domande di cui ignoravo la risposta, e che avevo persino paura di farmi in modo esplicito. Quelle risposte stanno arrivando. E finalmente non mi spaventano più.

Voce narrante. Jeff Buckley è morto il 29 maggio 1997. Annegato. Aveva 30 anni. Era un cantautore celebre. Gli era bastato un solo album per imporsi all’attenzione della critica e del pubblico. Tim Buckley, il padre di Jeff, era morto di overdose il 29 giugno 1975. Aveva 28 anni. Era anche lui un cantautore, ma il successo lo aveva solo sfiorato. Le grandi promesse degli inizi non erano state mantenute.

Jeff Buckley. Rivedo la scena. È sera, intorno alle nove. Sono a Memphis, sulla sponda del Wolf River. Con me c’è anche Keith.

Voce maschile. È un tuo amico, Keith?

Jeff Buckley. Non proprio. Ma abbiamo gusti musicali simili. E per me è una cosa importante.

Voce maschile. Come succedeva a scuola… Ai miei tempi andava forte Johnny Cash. E Chuck Berry.

Jeff Buckley. Ai miei… molti di più, ma al primo posto ci metto i Led Zeppelin. Jimmy Page alla chitarra e Robert Plant alla voce. L’ho consumato il loro secondo album.

Voce maschile. Non eri ancora piccoletto per i Led Zeppelin? Avrai avuto sì e no cinque anni…

Jeff Buckley. Sì, ma c’era mio padre – cioè: il mio patrigno – che ascoltava di tutto e non stava a farsi problemi sulla mia età. La sua idea era che la buona musica fa bene a tutti: uomini e donne, giovani e vecchi, e anche bambini. Soprattutto bambini.

Voce maschile. Di solito sono i musicisti a pensarla così.

Jeff Buckley. Beh, lui con i motori ci sapeva fare, ma direi che non è abbastanza per considerarlo un musicista. Ron Moorehead – si chiamava così il mio patrigno.

Voce maschile. Comunque, vuoi dire che è stato lui ad avvicinarti alla musica.

Jeff Buckley. No. Né lui né nessun altro. La musica l’ho sempre avuta dentro di me. Mia madre suonava. Mio padre – quello naturale intendo – era un cantante. Un professionista. Ha anche inciso diversi dischi. Me l’hanno trasmessa loro la passione. Insieme ai tratti somatici e a tutto il resto.

Voce maschile. Un’eredità preziosa.

Jeff Buckley. Un’eredità e basta. Ti prendi quello che c’è… e quello che non c’è, pazienza…

Voce maschile. Che vuoi dire?

Jeff Buckley. Mio padre se n’è andato ancora prima che nascessi. E non per un obbligo momentaneo, come andare nel servizio di leva, o perché lavorava su una piattaforma petrolifera. Se l’era filata perché voleva essere libero. Punto.

Voce maschile. Forse era solo troppo giovane, troppo confuso. Sai, l’idea di diventare padre…

Jeff Buckley. [Lo interrompe] O forse era troppo vigliacco. Anche mia madre aveva 18 anni come lui, ma lei mi ha tenuto. E non è che mi ha partorito e poi mi ha abbandonato davanti a una chiesa.

Voce maschile. La vita, a volte, si aggroviglia. Si fanno cose di cui ti penti. E, quando ti accorgi che erano sbagliate, è troppo tardi per rimediare.

Jeff Buckley. Lo so. Anche se non dimentico che cosa sono stati tutti quegli anni passati in California.

Voce narrante. La madre di Jeff si chiama Mary Guibert. Un misto di sangue francese e panamense. Un’educazione rigida. Una ragazza che ha dovuto sbrigarsi a diventare donna. Il primo figlio a 18 anni. Il secondo a 24. Due matrimoni andati a picco. Le speranze si sono disolte e hanno lasciato il posto a una miriade di obblighi. Mary è stata costretta a rinunciare al sogno di una carriera artistica. Suonava il violoncello. Era brava. Ha dovuto smettere.

Jeff Buckley. Spesso cambiava lavoro. E, quel che è peggio, cambiava casa. Cambiava città.

Voce maschile. Due bambini, Jeff. Non è che potesse andare troppo per il sottile. Prendeva quello che trovava.

Jeff Buckley. Una classica osservazione da adulti. Di quelle che dovrebbero chiudere ogni discussione… Ogni volta che ci spostavamo, io dovevo ricominciare tutto daccapo. Non conoscevo nessuno. Nessuno conosceva me. E, in più, non è che arrivassi con le credenziali migliori: ero un ragazzino squattrinato e senza padre. Magro magro. Silenzioso.

Voce maschile. E pensi che tua madre non ne soffrisse, anche se non te lo diceva?

Jeff Buckley. La vuoi sentire la sua risposta preferita? «In qualunque posto possiamo stare tutti e tre insieme, quella è la nostra casa.» Cavolo: è una frase da telefilm. O ancora peggio: lo spot sulla famigliola sfortunata e felice… Ma un giorno sono sbottato e gliel’ho detto: «Non riesci proprio a darti una calmata?».

Voce maschile. Quanti anni avevi allora?

Jeff Buckley. Diciassette. Sono andato a stare con mia nonna Ann, la nonna materna. È stata lei a darmi i dischi di mio padre. E mi ha mostrato anche i bigliettini che lui le lanciava dalla finestra quando erano fidanzati.

Voce maschile. Strana cosa, leggere le parole d’amore dei propri genitori, no?

Jeff Buckley. Sì. Sembravano di un mio coetaneo. Beh, lo erano, in effetti. Però non erano parole banali quelle di mio padre. In fondo lui ci sapeva fare anche con i testi delle sue canzoni, anche se firmava soltanto le musiche. Voglio dire: sapeva scrivere.

Voce maschile. Sento una vena di malinconia nella tua voce.

Jeff Buckley. Tuo padre è un artista. È un uomo che ha dentro di sé tante cose – al punto che sente il bisogno di rivolgerle a un pubblico, a una folla di perfetti sconosciuti – ma per te non gliene avanza nessuna. Va sul palco e sorride. Torna nei camerini e scherza con i fan che lo vanno a trovare, gente che non ha mai visto prima. Parla con una quantità di gente. Sta con amici. Con la sua donna. L’abbraccia. Pensa, dice, fa milioni di gesti. E tu non ci sei mai. Tu sei suo figlio: però non ci sei mai.

Voce maschile. [Tra sé e sé] E allora provi a cancellarlo… a levartelo dalla testa, per sempre.

Jeff Buckley. Alla fine è stata una fortuna che non fosse molto famoso. Difficile che qualcuno collegasse il suo nome al mio. Jeff Buckley non faceva venire in mente Tim Buckley. Non lo sapevano proprio chi fosse Tim Buckley [pausa] Anche se qualcosa di buono ha fatto, in effetti.

Voce maschile. A livello musicale, intendi?

Jeff Buckley. Sì… qualche brano l’ho imparato persino a memoria… Ma ho avuto sempre una strana impressione…

Voce maschile. Quale impressione?

Jeff Buckley. Che la sua musica fosse incompiuta. Come se qualcuno avesse avuto fretta di incorniciare un quadro, prima che fosse davvero finito.

Antonella Ferrera. Federico Zamboni, quella di Jeff Buckley è considerata una delle voci più profonde nel panorama musicale di sempre, e pensare che inizialmente lui stesso si considerava un chitarrista e non un cantante…

Federico Zamboni. Credo che si possa parlare di una vera e propria rimozione, e quindi di un processo che in parte era consapevole e in parte era inconsapevole, una rimozione che derivava dalle grandi difficoltà di rapporto con questo padre assente, e quindi anche con la figura artistica di questo padre assente. Certo sembra incredibile il fatto che una persona, un ragazzo che ha una dote così straordinaria come quella vocalità che poi ha rivelato in seguito Jeff Buckley, arrivi da un lato a non esserne consapevole, e dall’altro a non avere neanche il desiderio, direi la curiosità, di andare poi a metterla alla prova per vedere che cosa ne poteva venire fuori. Però certamente in Jeff Buckley ci fu questa rimozione. Già da adolescente affermava a chiarissime lettere di non voler assolutamente diventare un cantante, ma semplicemente un chitarrista.

Antonella Ferrera. Quale fu il percorso che avrebbe portato Jeff Buckley alla ribalta?

Federico Zamboni. Visto da lontano è il classico percorso di qualsiasi ragazzo che voglia appunto provare a trasformare la musica da una semplice passione in qualcosa di più. E quindi tutta la classica sequela di attività dilettantistiche che a poco a poco diventano amatoriali e successivamente diventano invece, finalmente, attività professionale. La differenza la facevano due cose: da un lato questo talento straordinario che lui aveva anche come chitarrista, e dall’altro, ed è la conseguenza proprio di questo talento, una scelta che pochi ragazzi fanno. Di solito i giovani e i giovanissimi tendono a cercare un repertorio che permetta loro, per così dire, di fare bella figura con poca spesa. Quindi pezzi semplici, facili da riprodurre, però di grande impatto. Nel caso invece di Jeff Buckley c’era come costante la ricerca di pezzi estremamente impegnativi, quindi le classiche cose di quello che viene chiamato Progressive Rock.

Antonella Ferrera. Jeff Buckley non amava lavorare da solo… voleva sempre essere circondato da collaboratori… musicisti… Come lo interpreterebbe, come un limite?

Federico Zamboni. Assolutamente no, diventava un limite però, perché in Jeff Buckley ci sono costantemente delle contraddizioni, e quindi da un lato Jeff Buckley aveva questo desiderio, proprio per l’amore che aveva nei confronti della musica, di espandere il più possibile costantemente le proprie conoscenze, la propria abilità, la propria padronanza, sia come esecutore sia come compositore. Però dall’altro lato aveva anche un bisogno spasmodico, si potrebbe dire, di libertà. Quindi da un lato amava circondarsi di persone con le quali scambiare esperienze, dall’altro però poi soffriva nel momento in cui questa vicinanza anche solo accennava a poter diventare un condizionamento.

[musica]

La macchina del business

Voce narrante. Il talento musicale di Jeff Buckley è emerso prestissimo. Memorizzava intere canzoni avendole ascoltate una sola volta. E, quando ha cominciato a suonare la chitarra, ha sviluppato una tecnica sorprendente per un autodidatta. Quella che invece è restata nell’ombra molto a lungo è stata la sua voce. Intonatissima. Con un’estensione di cinque ottave e mezzo. Una voce che era quasi la copia esatta di quella di suo padre.

Jeff Buckley. Volevo essere un chitarrista. Nient’altro. Uno che suona insieme ad altri.

Voce maschile. Ma una voce come la tua è un dono. Che non dovrebbe essere sprecato.

Jeff Buckley. La mia voce era un’altra parte dell’eredità che mi era toccata. Era mia. Stava lì. Non sapevo cosa farne.

Voce maschile. Come una casa in cui non sai se vuoi abitare.

Jeff Buckley. Una casa stregata, abitata da un fantasma che non si mostra mai, ma che si fa sentire. Una voce sottile e inafferrabile. Vecchie melodie irlandesi.

Voce maschile. I fantasmi adorano la paura degli uomini. Se ne nutrono. Se ne inebriano.

Jeff Buckley. I fantasmi adorano chi li va a cercare senza essere pronto.

Voce maschile. Così hai aspettato.

Jeff Buckley. Ma non senza fare niente. Mi sono esercitato molto con la chitarra. Ho messo su qualche gruppo… un po’ di concerti. Roba da dilettanti, ma tra gli studenti era popolare.

Voce maschile. Le cose andavano meglio, però.

Jeff Buckley. Ero ancora il ragazzo povero di prima, ma ero anche qualcos’altro. Mi ricordo che sull’annuario scolastico hanno scritto che ero avviato a diventare un musicista professionista. È bello quando lo dicono gli altri.

Voce maschile. E tu che cosa hai scritto?

Jeff Buckley. Una frase che mi è venuta di getto. Ma che ha scosso un po’ tutti.

Voce maschile. Sentiamo.

Jeff Buckley. «Fra molti anni ripenseremo a questi giorni del liceo e picchieremo le nostre mogli.»

Voce maschile. Che perla di saggezza per un diciottenne!

Jeff Buckley. Già. Avevo una certa esperienza di liti familiari.

[stacco musicale]

Voce narrante. Nell’autunno del 1984, dopo il diploma, Jeff si trasferisce a Los Angeles. Frequenta il Musicians Institute e si affina ulteriormente. Dal rock si apre al jazz. E a quel complesso miscuglio dell’uno e dell’altro che si chiama fusion. Tempi dispari, raffinate costruzioni armoniche, un’area protetta riservata a una minoranza orgogliosa e consapevole.

Jeff Buckley. Tanti hanno il mito del chitarrista velocissimo, che mitraglia note su note. Eddie Van Halen, per esempio. Io no. Io penso che l’abilità debba servire a suonare meglio, non a stupire un pubblico di sprovveduti.

Voce maschile. Peccato che i discografici la pensino diversamente, per lo più. Per loro, il pubblico degli sprovveduti e quello degli intenditori sono identici. Anzi, è meglio quello degli sprovveduti: più numeroso, più redditizio.

Jeff Buckley. Ma io avevo un grosso vantaggio.

Voce maschile. E sarebbe?

Jeff Buckley. Non avevo alcun disco da incidere. E nessuna smania di farlo. Solo una vaga sensazione che, dentro di me, stessero maturando certe cose…

Voce maschile. Una bella sensazione. Non bisognerebbe mai cominciare troppo presto. Non bisognerebbe mai che l’ispirazione diventasse un obbligo. Ma è così che va a finire, prima o poi.

Jeff Buckley. C’era questo tizio, Herb Cohen…

Voce maschile. [Interrompe] Herb Cohen. Un manager famoso. Un duro. Uno con cui è meglio non litigare, per nessun motivo.

Jeff Buckley. [Indifferente] Non saprei. Io lo conosco da sempre: lavorava con mio padre e, in qualche modo, siamo rimasti in contatto. Ogni tanto chiamava mia madre e le chiedeva di me: cosa facevo, se suonavo o no, se avevo delle canzoni, dei progetti…

Voce maschile. È fatto così, Herbie. Valuta se lui può essere utile a te, e se tu puoi essere utile a lui.

Jeff Buckley. [Ironico] O magari il contrario.

Voce maschile. [Ride] Sì. Più probabile. Comunque ci sa fare. E se ti prende nella sua scuderia, ti sostiene davvero, per quanto gli è possibile.

Jeff Buckley. Con me si è fermato a metà strada. Mi ha fatto incidere quattro pezzi, di prova, e poi non è successo nient’altro. Ma in fondo aveva ragione: non ero troppo convinto nemmeno io.

Voce maschile. Però avevi cominciato a cantare, almeno.

Jeff Buckley. Avevo iniziato a capire una cosa essenziale: la voce non serve a cantare delle parole. La voce è uno strumento musicale. A tutti gli effetti. Puoi anche cantare delle parole, ma è solo un’eventualità. E in ogni caso non è la più importante.

Voce maschile. E come c’eri arrivato a questa idea?

Jeff Buckley. Ascoltando il qawwali.

Voce maschile. Ascoltando cosa?

Jeff Buckley. Il qawwali. Musica cantata, diffusa tra India e Pakistan. Musica d’ispirazione Sufi, il misticismo islamico.

[musica]

Jeff Buckley. Io e il mio compagno di stanza, ce ne stavamo immobili ad ascoltarla a tutto volume. Ogni singolo suono emesso dalla voce mi arrivava diritto al cuore. Ricordo che cercavo di congelare tutti i miei sensi per percepire quelle melodie che si abbattevano, una sull’altra, in onde d’improvvisazione. Sentivo un flusso di adrenalina nel petto, come se fossi stato sul bordo di una scogliera a chiedermi quando sarei riuscito a saltare. E come mi avrebbe accolto l’oceano.

Voce narrante. La rivelazione è arrivata a New York, durante il primo periodo che Jeff ha trascorso nella Grande Mela. Un periodo che si protrae per alcuni mesi, dall’inizio del 1990 in poi. Le aspettative sono indeterminate, ma alte: dopo tanti anni in California, sulla Costa Ovest, trasferirsi dalla parte opposta degli Stati Uniti assomiglia a un rito. Per capovolgere la propria vita. O il proprio destino.

Jeff Buckley. Passava il tempo e non succedeva niente. Così mi sono detto che, probabilmente, avevo preso un abbaglio. Avevo fatto delle audizioni che non erano andate bene. Mi mantenevo con dei lavoretti assurdi, tipo piegare camicie al Banana Republic. Non andavo né avanti né indietro. E, alla fine, in quel maledetto posto in cui lavoravo, è successa la cosa più assurda e sgradevole che mi potesse capitare.

Voce maschile. Ti hanno licenziato?

Jeff Buckley. Magari fosse stato solo quello! Era una situazione così deprimente che non vedevo l’ora di potermene andare. Arrivavo quando cominciava il mio turno, e magari provavo a fare una battuta. Mi guardavano come se fossi pazzo. Così mi zittivo e non dicevo più niente.

Voce maschile. Allora, Jeff, che cos’è successo?

Jeff Buckley. È sparita una camicetta da donna, e i responsabili hanno accusato me. Non aveva senso. Che cosa me ne facevo di una camicetta da donna? Ma loro niente, mi hanno detto che dovevo scegliere: o firmavo un’ammissione di colpa o chiamavano i poliziotti, e me la sarei vista con loro.

Voce maschile. E tu hai firmato?!?

Jeff Buckley. [Riluttante] Sì. Ho firmato. E ho deciso che ne avevo abbastanza anche di New York. Perso per perso, meglio la California. Almeno mi era tutto più familiare.

Voce maschile. Ed è stato subito dopo che hai inciso i provini con Herbie.

Jeff Buckley. C’era Eternal Life. Unforgiven. E un paio di altre cose. Registrate tutte da solo: chitarra, basso, drum machine. E voce, ovviamente.

Voce maschile. Un inizio, se non altro.

Jeff Buckley. Un prologo. La svolta è arrivata all’improvviso, all’inizio del ’91. E non sembrava affatto una svolta, al momento. È arrivata questa telefonata e ho sentito la voce di una tizia che diceva di chiamare da New York. Mi ha spiegato che aveva avuto il mio numero da Herb Cohen e che stavano organizzando un concerto-tributo dedicato a mio padre. Mi ha chiesto se volevo partecipare.

Voce maschile. Le hai detto di no, scommetto.

Jeff Buckley. Le ho detto che non lo sapevo. Non avevo mai cantato i pezzi di mio padre in pubblico. E praticamente non lo conoscevo neanche, per quanto poco lo avevo visto. Dovevo pensarci. Le ho chiesto un po’ di tempo. Ne ho parlato con mia madre.

Voce maschile. E tua madre?

Jeff Buckley. Mi ha consigliato di andarci: non ero stato al suo funerale, nel 1975, e poteva essere un omaggio postumo. Ma il consiglio migliore è stato un altro: mi ha raccomandato di non permettere a nessuno di presentarmi come “il nuovo Tim Buckley”. «Non è quello che vuoi» ha detto. Era la pura verità.

Antonella Ferrera. Federico Zamboni, quella di Jeff Buckley è stata un’infanzia difficilissima, culminata poi con la morte del padre…

Federico Zamboni. è stata un’infanzia che è cominciata veramente ancora prima che lui venisse al mondo con questo peso incombente dell’assenza del padre. Tim Buckley aveva sostanzialmente abbandonato la madre di Jeff, Mary Guibert, e quindi Jeff viene al mondo come una specie di “orfano”, visto che Tim Buckley non c’è. Però questa fase iniziale, i primi anni di vita – Tim Buckley muore nel 1975 –, è una fase che addirittura potrebbe essere considerata preferibile a quella che comincia dopo la morte di Tim Buckley, perché da quel momento in poi quella che era una lontananza persistente, prolungata, costante, diventa invece un’assenza definitiva, cancellando per l’appunto in maniera definitiva qualsiasi possibilità di riavvicinamento successivo.

Antonella Ferrera. Ci parli di quel concerto tributo dedicato al padre.

Federico Zamboni. È una storia che sembra inventata dalla fantasia di qualche scrittore, di qualche sceneggiatore, perché è uno di quei casi in cui la vita reale allinea tutta una serie di circostanze, di coincidenze che poi approdano a un lieto fine, e che comunque si trovano a interagire l’una con l’altra proprio in questa maniera che sembra progettata a tavolino. Accadde questo, sostanzialmente: all’inizio del 1991 a New York un gruppo di persone progetta questo concerto-tributo dedicato a Tim Buckley. Il titolo, la denominazione, era Greetings from Tim Buckley, quindi questi “saluti”, evidentemente postumi da parte di Tim Buckley. Tra queste persone c’è anche Janine Nichols, la quale era in cerca di una fotografia inedita o comunque, diciamo, non particolarmente nota per effigiare appunto Tim Buckley in vista del concerto. Allora cosa fa, chiama dall’altra parte dello Stato della federazione americana e si mette in contatto con Herb Cohen, che era stato il manager di Tim Buckley, e gli chiede di queste fotografie, e tutto si sarebbe aspettata Janine Nichols meno che la risposta che le diede appunto Herb Cohen, il quale le disse sostanzialmente: «senz’altro ho le fotografie ma ho anche una grossa sorpresa, e questa sorpresa è che Tim Buckley ha avuto un figlio, e che questo suo figlio forse ha un talento addirittura superiore al padre». A partire da questo, c’è la telefonata di Janine Nichols a Jeff Buckley il quale all’inizio è molto incerto, e bisogna ben capirlo: è da un lato un’occasione anche, in qualche modo, di riavvicinarsi alla memoria e alla figura di suo padre, e dall’altro però è un qualcosa che cozza in maniera stridente con tutto quello che è stato il suo tentativo, invece, di allontanarsi dalla sua figura, da questa presenza-assenza del padre; e quindi il primo abboccamento è quanto mai incerto nella risposta di Jeff Buckley. Invece poi, a poco a poco, Jeff si convince e finalmente deciderà di attraversare di nuovo il continente americano e andare a New York, e lì ci sarà questo incontro con tante persone dentro e oltre il pubblico, che evidentemente amavano suo padre, e sarà secondo me l’inizio di una riconciliazione.

Antonella Ferrera. È d’accordo con chi afferma che, con il suo canto angelico, Jeff Buckley ha saputo, in qualche modo, tramandare lo spirito fragile e disperato del padre?

Federico Zamboni. Jeff Buckley era intrappolato in un paradosso, nel senso che lui aveva obiettivamente ereditato tante caratteristiche di suo padre, non soltanto ovviamente sul piano somatico e non soltanto nemmeno sul piano della timbrica della voce, ma proprio sul piano della sensibilità, e questo sia in termini artistici sia per quanto riguarda l’insofferenza nei confronti dell’industria dello spettacolo. E quindi il paradosso qual era? Che allontanarsi da quella che era l’eredità di suo padre significava certamente negare la figura di suo padre, ma in qualche modo anche negare e anche tradire quella che era l’identità dello stesso Jeff Buckley.

La morte di Jeff Buckley: fatalità o suicidio?

Jeff Buckley. È stata una serata splendida, quella al St. Ann’s di New York, nell’aprile del ’91. Ho visto quei musicisti che si avvicendavano sul palco e ho capito che erano lì perché ci tenevano davvero. Amavano le canzoni di mio padre. E, in qualche modo, amavano anche lui, come si amano gli artisti che hanno lasciato una traccia duratura.

Voce maschile. Poi è toccato a te. L’ospite più atteso. Il figlio di Tim Buckley di cui molti ignoravano persino l’esistenza.

Jeff Buckley. Si era sprigionata una magia, e ormai c’ero immerso. Contemplavo tutti quei concetti – l’abbandono di mio padre, il disagio che avevo vissuto nei suoi confronti, la curiosità dei presenti – e li vedevo rimpicciolirsi sempre di più. All’inizio erano come massi che mi sbarravano il cammino. Poi come semplici pietre. E, dopo ancora, sassolini… E infine granelli di sabbia, che si alzano nel vento e svaniscono.

Voce maschile. Prima hai cantato insieme ad altri. Ma durante il finale eri da solo. Da solo con la tua chitarra acustica. E con la tua voce.

Jeff Buckley. Ho fatto Once I Was. Sull’ultimo ritornello mi si è spezzata una corda. Ho smesso di suonare. Ma ho continuato a cantare. C’era il verso finale. Quello che dice: «Qualche volta mi domando / anche solo per un attimo / Ti ricorderai di me?».

Voce narrante. Il successo vero e proprio, per Jeff Buckley, è arrivato tre anni dopo. Ma i semi del suo exploit erano riuniti in una stessa manciata, raccolta in occasione del concerto in memoria di suo padre. Il mondo musicale gli ha dischiuso le porte. Lui si è reso conto che aveva dentro di sé una forza che gli altri avvertivano. In maniera ancora più acuta, forse, di quanto non l’avvertisse lui stesso. Qualsiasi previsione dettagliata sul futuro poteva anche essere un azzardo. Ma tutti i presagi erano favorevoli.

Jeff Buckley. Ho incontrato Gary Lucas al St. Ann’s. Un ottimo chitarrista, con delle idee musicali che si sposavano a meraviglia con le mie. Quando mi ha proposto di unirmi al suo gruppo, Gods And Monsters, ho accettato volentieri.

Voce maschile. Però non è durata un granché.

Jeff Buckley. Quasi un anno. E in ogni caso ne è valsa la pena.

Voce maschile. Sei stato tu a farla finire.

Jeff Buckley. Ho capito che con Gary potevamo scrivere insieme. Mojo Pin e Grace stanno lì a dimostrarlo. Ma c’è anche che ho capito di non poter essere il cantante della band di qualcun altro. Non posso farci niente. Non ci sono tagliato.

Voce maschile. Si scopre il lato oscuro dell’arte, quando diventa una professione. Si scopre che la generosità è un lusso da usare col contagocce. E, prima o poi, bisogna guardare le cose in faccia. E prendere atto della regola fondamentale: per restare fedele a te stesso, devi essere disposto a non essere fedele a nessun altro.

Jeff Buckley. Sono ripartito da me stesso. Ho cominciato a esibirmi in un piccolo locale dell’East Village. Il Sin-é.

Voce maschile. Piccolo davvero. Anche se rinomato, a modo suo.

Jeff Buckley. Adatto a me in quel momento. Mi piaceva che non venissero lì proprio perché c’ero io. Bella atmosfera. Niente camerini. Nessuna divisione netta tra il palco e la platea. Io stavo seduto in mezzo a tutti gli altri, insieme a Rebecca, la mia ragazza, e a un certo punto mi alzavo e raggiungevo la pedana. Mettevo il jack della chitarra elettrica nell’amplificatore e cominciavo.

Voce maschile. Come se fossi da solo.

Jeff Buckley. Come una specie di vagabondo che accende il suo piccolo fuoco ai bordi della strada. E, se qualcuno vuole avvicinarsi e scaldarsi un po’, è il benvenuto.

Voce maschile. Ma, dopo un po’, il clima è cambiato. Veniva molta più gente. Più ragazze. Non per caso. Per te.

Jeff Buckley. Ero diventato “di moda” a New York. Un piccolo fenomeno suggestivo e anomalo. E fin troppo elitario: davanti al Sin-é c’era un affollamento di limousine come non si era mai visto. Sembrava un’esposizione pubblicitaria.

Voce maschile. Me li vedo. Ricchi e sofisticati. In cerca di vini esclusivi.

Jeff Buckley. In giro spopolava il grunge: i Nirvana di Kurt Cobain, i Pearl Jam di Eddie Vedder. Io suonavo i miei pezzi lunghi e rarefatti. E le cover di vecchi brani, compresa Billie Holliday ed Edith Piaf.

Voce maschile. E in più eri il figlio di Tim Buckley. Un’altra “etichetta” per intenditori.

Jeff Buckley. Che particolare toccante.

Voce maschile. Ma per cominciare a incidere ti ha aiutato.

Jeff Buckley. Ovvio. L’industria musicale è il genere di commercio più elementare che esista. Nessuno sa cosa sta vendendo e perché, ma se funziona continua a venderlo. Lo sai come lo pubblicizzarono uno degli ultimi album di mio padre? Con un linguaggio da automobili! «Dotato di arrangiamenti perfettamente sincronizzati. Sonicamente pluriaccessoriato.» Che idioti.

Voce narrante. Il puzzle è quasi completo. Nell’agosto del 1993 esce un extended play dal vivo, registrato al Sin-é. Un anno dopo è la volta di Grace, l’album che fa amare Jeff Buckley anche, o soprattutto, fuori dai confini degli Stati Uniti. La critica lo acclama. Le vendite lievitano a poco a poco, fino ad arrivare vicino alle 700 mila copie. Quasi un miracolo, vista la raffinatezza del prodotto e il disinteresse sia di MTV che dei network radiofonici.

Antonella Ferrera. Federico Zamboni, il primo album di Jeff Buckley, Grace, si contrapponeva fortemente al grunge e ai generi che spopolavano nei primi anni Novanta… La rivista ‘Rolling Stone’ lo definì un album a metà tra il metallo e gli angeli…

Federico Zamboni. In realtà era una distanza che riguardava più la forma che assumeva la musica che non l’atteggiamento nei confronti della musica e dell’industria musicale, quindi Jeff Buckley utilizzava un codice sonoro, un codice musicale, che era lontanissimo dal grunge, ma non era invece così lontano per quanto riguarda l’atteggiamento. Tra l’altro lo stesso Jeff Buckley disse espressamente in un’intervista che era rammaricato di non aver potuto conoscere direttamente Kurt Cobain e di poter lavorare con lui, perché era un personaggio di cui lui aveva grande stima.

Antonella Ferrera. Il successo di Grace non fu immediato. Buckley e la sua band trascorsero praticamente due anni in tournèe in tutto il mondo per pubblicizzarlo. Sembra una cosa di altri tempi…

Federico Zamboni. In realtà lo è. Lo è perché negli anni ’90 ormai si è affermata con grande forza e grande invasività la formula di MTV. E in realtà, sia per motivi di lunghezza sia per motivi proprio di complessità interna, la produzione di Jeff Buckley non era assolutamente adatta a questo tipo di trasposizione a livello di immagine, e comunque a una programmazione martellante, quella che si chiama in gergo “la rotazione”. E allora l’unica alternativa fu per l’appunto iniziare ad andare in concerto, e confidare nel tam tam, quindi persone che andavano ad ascoltare e a vedere Jeff Buckley dal vivo, che ne rimanevano impressionate, non soltanto sul piano del suono che riusciva a produrre, ma anche del carisma che riusciva a evidenziare dal vivo, e che lo dicevano ad altri, che a loro volta poi l’avrebbero detto ad altri e così via.

Antonella Ferrera. Artisti come Damien Rice o Chris Martin (leader dei Coldplay) hanno affermato di essere stati influenzati moltissimo dall’album Grace. Siamo davvero di fronte a una pietra miliare…

Federeico Zamboni. Non c’è dubbio che lo sia. È un album che purtroppo è rimasto sostanzialmente l’unico che veramente si può considerare a tutti gli effetti di Jeff Buckley. Io credo che la grande ispirazione – e poi qui vale la pena forse di sottolineare che l’ispirazione non significa necessariamente un modello espressivo dal punto di vista dei codici, delle forme musicali usate, ma soprattutto un atteggiamento – io credo che per l’appunto la grande rivelazione che ha fatto Jeff Buckley – non soltanto lui, ma soprattutto lui, e soprattutto negli anni ’90 – sia stata quella di utilizzare la voce non per cantare delle parole ma per sprigionare delle energie.

Antonella Ferrera. Nell’album c’è una cover di Leonard Cohen – Allelujia – che ci consegna uno dei maggiori interpreti del suo tempo…

Federico Zamboni. Una storia molto particolare quella di Allelujia, perché è un pezzo che intanto ha richiesto tutta una serie di scritture successive a Leonard Cohen, e che addirittura non era nelle grazie della casa discografica di Leonard Cohen, la quale addirittura a un certo punto era incerta se pubblicarla o no. La cosa interessante invece, proprio nel merito del pezzo, è che Leonard Cohen ne fa una versione prosciugata, che è quasi prosciugata rispetto a quella che invece poi realizzerà Jeff Buckley, e questo è tipico della musica, del modo di fare canzoni di Leonard Cohen. In qualche modo si potrebbe dire che la forza dei pezzi di Leonard Cohen è come una forza che affonda le proprie radici nel passato, e invece nel caso di Jeff Buckley è come se si proiettasse nel futuro. Però non c’è dubbio che Jeff Buckley sia stato in assoluto l’artista che è riuscito a liberare appieno il potenziale di Allelujia, un potenziale che era sconosciuto allo stesso Leonard Cohen.

Jeff Buckley. Volevano che facessimo subito un seguito per sfruttare la situazione. Pensano sempre che sia facile: ne hai fatto uno, ne puoi fare un altro. E, se suona allo stesso modo, tanto di guadagnato. Come i sequel al cinema. Qualcosa raccogli comunque, per forza d’inerzia.

Voce maschile. Neanche a parlarne, invece.

Jeff Buckley. Ero in piena crisi di rigetto. L’ultima cosa che volevo mettere in piedi era la seconda puntata di Grace. Stavo già guardando altrove. Verso suoni più duri. Più aggressivi.

Voce maschile. Li avevi appena affascinati, Jeff. Rischiavi solo di confonderli. Di perderli per sempre.

Jeff Buckley. Mi sono preso il mio tempo.

Voce maschile. Ma le cose si sono trascinate. È passato tutto il 1995. Tutto il ’96. È cominciato il ’97.

Jeff Buckley. Ho capito che dovevamo cambiare aria. New York era dispersiva, nevrotica. Avevamo bisogno di ricaricare le batterie. Di tornare a pensare solo alla musica, invece che a tutto quello che ci girava intorno.

Voce maschile. Via dalla metropoli. Lontano dal business.

Jeff Buckley. Me ne aveva parlato qualcuno. Mi è sembrata un’ottima idea: Nashville, Tennessee. Un altro modo di vivere. Un altro modo di lavorare.

Voce maschile. Suona bene a sentirlo. Poi?

Jeff Buckley. Ha mantenuto le promesse. Specialmente quando gli altri se ne sono andati, il 10 marzo, e io sono rimasto da solo, in una casetta minuscola, da quattro soldi. Però, concentrato. Di nuovo libero di guardarmi dentro, senza nessuno che mi tenesse sotto pressione.

Voce maschile. E che cosa hai visto dentro di te?

Jeff Buckley. Ho visto quello che mi ha permesso di andare avanti. A maggio ero già pronto a riunire i ragazzi del gruppo e andare fino in fondo. Scartare le vecchie cose che non andavano bene. Dare gli ultimi ritocchi a quelle nuove di cui ero molto contento.

Voce maschile. Così hai fissato la data: 29 maggio.

Jeff Buckley. Mi hanno prenotato un aereo che arrivava in serata. Dopo le 21. Mi è sembrata una buona idea: faceva un caldo appiccicoso, a Memphis. È anche per questo che io e Keith siamo usciti a farci quel giro sul furgone. A prendere una boccata d’aria, prima di rientrare alla base.

Voce maschile. Una boccata d’aria o un bagno, giù al Wolf River?

Jeff Buckley. Non era previsto il passaggio al fiume. Mi è venuto in mente di punto in bianco. Ho chiesto a Keith se gli andava di mangiare un boccone. Mi ha risposto che non aveva fame. Mi è venuto in mente il fiume. Keith è stato d’accordo.

Voce maschile. Continua, Jeff.

Jeff Buckley. Lui aveva portato la chitarra. Si è messo seduto a suonare: dei pezzi tutti suoi, ma incompleti, ci stava ancora lavorando. Io mi sono accostato all’acqua. Scorreva lentamente, come una melodia appena accennata. Mi ha trasmesso un senso di pace. O, forse, un desiderio di pace. Mi è venuta voglia di entrare nel fiume.

Voce maschile. Vestito com’eri?!? Con le scarpe e tutto il resto?!?

Jeff Buckley. Non era pericoloso. Una sera così tranquilla. Un amico a pochi metri. Mi sono messo a canticchiare quel vecchio pezzo degli Zeppelin, Whole Lotta Love. Mi sono allontanato un po’. Giusto un po’.

Voce maschile. E Keith? Non ti ha detto niente?

Jeff Buckley. Sì. Credo di sì. Ma lo sentivo confusamente. E ho pensato che anche lui non mi potesse sentire. Era come essere avvolti da una nuvola protettiva, mentre mi avvicinavo al centro del fiume. Una nuvola che era fatta allo stesso tempo di aria e di acqua. Una delle sensazioni più belle che abbia mai provato.

Antonella Ferrera. Federico Zamboni, come con Tim Buckley, anche con suo figlio Jeff il destino è stato beffardo…

Federico Zamboni. Sì, perché in entrambi i casi la fine non è l’epilogo di un processo autodistruttivo. È vero che Tim Buckley è morto a causa di una overdose; in realtà, poi, non di una overdose nel senso corrente del termine, quanto della sovrapposizione degli effetti dell’alcool e degli effetti della droga. Però questa overdose non arrivava appunto al termine di un lungo periodo di tossicodipendenza, al contrario: Tim Buckley si era sostanzialmente disintossicato, e però alla fine di un concerto incontrò degli amici, e in questo clima di malintesa amicizia, cioè che comportava anche il legarsi in esperienze più o meno estreme, o comunque estreme come quella della droga, in quella sera Tim Buckley cedette alla tentazione, e si concesse questa cosa che dal suo punto di vista non avrebbe dovuto avere conseguenze, invece le ebbe, e rimase ucciso. Simmetricamente, sia pure in circostanze molto diverse, anche di Jeff Buckley non si può sapere se la morte sia stata una morte cercata consciamente o inconsciamente, oppure se sia stata una semplice fatalità. Quello che è certo è che però nel corpo di Jeff Buckley non venne trovata traccia di sostanze stupefacenti dopo la morte, e venne trovata una quantità estremamente limitata di alcool.

Antonella Ferrera. Dopo la sua morte i giornali parlarono subito di suicidio, poi di omicidio… Dov’è la verità?

Federico Zamboni. Credo che ci fosse un grandissimo bisogno di trovare comunque una spiegazione, perché era una morte talmente assurda quella di Jeff Buckley che lasciò disorientato intanto il pubblico che lo amava, ma credo un po’ tutti quelli che avevano davanti agli occhi la figura di questo ragazzo, all’epoca aveva poco più di 30 anni. Per alcuni giorni da che lui era scomparso nelle acque del fiume, quest’affluente del Mississippi, il Wolf River, per alcuni giorni non si seppe letteralmente quale fine avesse potuto fare, e naturalmente molti temevano che fosse morto annegato, ma per alcuni giorni, finché non venne ritrovato il cadavere, questa certezza non ci fu. Vennero tenute delle veglie di preghiera sperando che contro tutte le probabilità Jeff Buckley fosse sopravvissuto. E rimane a tutt’oggi insoluto quello che è il quesito fondamentale: è stato un suicidio? E nel caso è stato un suicidio conscio o inconscio? Non rimane risposta, rimane però la speranza che in extremis, in questo abbraccio delle acque, benché mortale, Jeff Buckley abbia potuto trovare quella pace alla quale certamente aveva aspirato fin da quando era bambino.

[box]Jeff Buckley figlio di Tim Buckley. Il nodo è tutto qui: un padre, artista geniale, che abbandona suo figlio ancora prima che nasca, nel 1967, e che poi muore di overdose nel 1975. Jeff ne eredita le straordinarie doti artistiche, e ancor prima vocali, ma porta dentro di sé il peso di quella terribile presenza/assenza. Incide un bellissimo album d’esordio nel 1994 e tre anni dopo muore a Memphis, nelle acque del fiume Wolf. Forse un incidente. Forse un suicidio. Certamente una tragedia, che sembra la scena finale di un romanzo seducente e terribile.[/box]

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico