Andrea Segrè

451 parole: ogiemme

Stavolta Segrè si misura con gli OGM, con il suo solito atteggiamento distaccato e professionale, analizzando pro e contro di questa tecnologia che, sfruttando le basi dell’ingegneria genetica, sembra essere in grado di “mutare” il corso della natura. Che cosa significa essere favorevoli agli OGM? Cosa sostengono e quali sono le ragioni di chi è contrario? Quali sono, in prospettiva, i reali benefici di questo strumento? E quali i limiti e i pericoli?

Proprio scritto tutto attaccato: Ogiemme. In acronimo, Ogm: organismo geneticamente modificato. Ovvero, secondo la definizione data dall’Unione Europea, «un organismo, diverso da un essere umano, il cui materiale genetico è stato modificato in modo diverso da quanto avviene in natura con l’accoppiamento e/o la ricombinazione genetica naturale». Che per il cibo, derivante da organismi vegetali e animali, è da molti anni questione assai controversa, dibattuta, ma (ancora) irrisolta. Del resto, il cibo stesso, la sua produzione, il suo consumo, l’esperienza sensoriale del mangiare – che ci vede protagonisti più volte al giorno e che rimanda ad altre esperienze: relazioni, convivialità, condivisione – è da sempre oggetto di dibattito e di conflitto, anche acceso.

Negli ultimi anni ciò è successo proprio quando si affronta il tema degli Ogm e delle biotecnologie impiegate in campo agroalimentare. Che è anche il tema, in realtà, dello sviluppo e del progresso attraverso la tecnologia, l’innovazione e, a monte, la ricerca scientifica, pubblica e/o privata. Lo sviluppo tecnologico è un’invenzione dell’essere umano e per questo non dobbiamo averne timore. Bisogna andare oltre, superarlo. Così come la tecnologia, che contiene in sé il vecchio e l’invisibile, il grande e il nuovo, tutto l’insieme delle cose utili inventate dal nostro ingegno. L’importante, appunto, che non si vada nell’inutile o nel dannoso: anche se non siamo molto lontani da una società dove l’eccesso, il superfluo, l’inutile e il dannoso diventano ormai la norma. Quasi fossero, in ultima analisi, le fondamenta di questa società abbondante per pochi e carente invece per molti altri.

Eppure non si tratta di contrapporre uno sviluppo buono e uno cattivo, una tecnologia buona e una cattiva, anche se le dicotomie e le contrapposizioni sono parte della nostra vita e del nostro mondo. In fondo tra biologico e biotecnologico c’é soltanto un “tecno” di mezzo, ma spesso ci si contrappone in un dibattito che occupa pagine e pagine di stampa e pubblicazioni senza portare a nessun chiarimento. Anzi, sembra proprio che si proceda con una “manipolazione” delle informazioni, a sostegno di una o l’altra tesi. Del resto, siamo subissati da libri e saggi che trattano di cibo, ma spesso non sappiamo più cosa mangiamo e cosa finisce nel nostro piatto. Così alcuni sostengono che le biotecnologie salveranno il Terzo Mondo dalla fame, altri affermano al contrario che ne decreteranno la fine, altri ancora vedono nelle produzioni biologiche la salvezza dell’intera umanità. Ma è così radicale la contesa?

È proprio strano il nostro mondo: almeno dal punto di vista agricolo e alimentare. Ricco e nello stesso tempo povero di tanti, troppi elementi contraddittori se non paradossali. Un sistema, quello agroalimentare, che non funziona: squilibrato, sotto diversi profili. Da una parte sappiamo che, almeno potenzialmente, la produzione agricola mondiale potrebbe già nutrire abbondantemente il doppio della popolazione attuale del pianeta. Dall’altra emerge che quasi la metà del cibo nella lunga filiera agroalimentare mondiale si perde o viene sprecata. Un’altra dicotomia: sicurezza e insicurezza alimentare convivono e talvolta si incrociano pericolosamente nei quattro angoli del pianeta ribaltando le tradizionali prospettive. I sottonutriti aumentano nei paesi ricchi, gli ipernutriti crescono anche nei paesi poveri. Insomma – ma potremmo andare avanti evidenziando altre dicotomie, come per esempio quella relativa alla competizione fra colture alimentari e colture energetiche, fra colture biotecnologiche e biologiche appunto – è del tutto evidente che il nostro futuro dipende sempre di più dalla risoluzione, dalla composizione, potremmo dire, delle “dicotomie” che caratterizzano il malfunzionamento non solo del sistema agroalimentare globale, ma più in generale di quello economico e sociale.

E i conflitti, quando si parla di Ogm, non sono certo pochi, come ci dicono Luca Carra e Fabio Terragni: fra le organizzazioni dei consumatori e le multinazionali, tra i paesi poveri di tecnologie ma ricchi di risorse e paesi avanzati ma «poveri di geni», tra associazioni ambientaliste e profeti dell’innovazione tecnologica1.

Una via di uscita non è facile da immaginare, ma c’è. Impresa non facile, evidentemente, ma che deve partire da un radicale cambiamento del nostro modo di pensare la scienza e di usare le risorse naturali. Una vera rivoluzione che coinvolga persone, imprese, istituzioni e politica e che faccia un uso intelligente e trasparente della ricerca e dell’innovazione tecnologica. Come sostiene Amartya Sen2, le conquiste di un sistema democratico dipendono anche da quali condizioni sociali diventano politicamente rilevanti. Dobbiamo fare in modo che anche le questioni che coinvolgono il cibo e soprattutto la nostra sicurezza alimentare (spesso considerati nelle agende politiche problemi meno vistosi e immediati) assumano rilevanza politica e, di conseguenza, sociale.

E di fronte al mondo che cambia rapidamente, alla ricerca scientifica sempre più specializzata e veloce, riflettere e parlare di un tema – quello della ricerca sugli Ogm – vuol dire anche pensare a un mondo che forse sta andando alla deriva, o non si sa dove stia andando.

Poiché interferisce con altri valori – e per gli Ogm questo è un dilemma costante – etici, economici, politici, sociali, la ricerca dovrebbe più che mai essere responsabile, senza pregiudizi. E porsi anche in un atteggiamento interdisciplinare, senza limiti, perché l’aumento della conoscenza è un valore. Ma occorre responsabilità, sempre, in ogni ambito, e quanto mai su un tema così delicato. Non si tratta di mettere in discussione la scienza, ma di avere una scienza che risolva i problemi e soddisfi i bisogni dell’umanità. La qualità della vita mette l’accento sul bene comune come importante strumento per garantire la felicità a ogni membro della comunità.

Bisogna dire le cose come stanno. Per esempio: è vero che grazie alle piante coltivate con le tecnologie Gm aumenterà la produttività e si potrà sconfiggere la fame nel mondo? Il Rapporto della Fao (Food and Agricolture Organization) del 2010 stima che gli affamati nel mondo siano “scesi” a 925 milioni (contro il miliardo e 300 milioni del 2009). Ma la stessa Fao stima anche che la produzione agricola mondiale potrebbe nutrire abbondantemente 12 miliardi di persone (il doppio della popolazione mondiale).

Ma allora che senso ha l’uso di colture Ogm se già nel mondo si produce tanto? Forse non abbiamo bisogno di colture Ogm in questo caso, ma di potenziare la ricerca scientifica nei paesi in via di sviluppo seguendo un’altra strada e soprattutto pensando alla limitatezza delle risorse mondiali. I paesi in via di sviluppo, non essendo in grado di competere con i paesi ricchi, necessitano di ben altre cose che di colture Ogm. La necessità primaria riguarda la possibilità di acquisire conoscenze e sviluppare strumenti autonomamente per utilizzare le risorse agricole già disponibili, e non solo gli Ogm, a proprio vantaggio (e non a vantaggio del mercato dei paesi occidentali). Ad esempio si potrebbero migliorare le infrastrutture per conservare in totale sicurezza il cibo non Ogm già prodotto in quei paesi e in eccesso o per trasportarlo dove è necessario (per esempio in India). Ma al di là del fatto che gli agricoltori dei paesi in via di sviluppo, per godere dei benefici dei prodotti Ogm, dovrebbero acquistare ogni anno costose sementi dalle multinazionali, ci si dimentica di due aspetti fondamentali. Primo: a fronte di un incremento della superficie mondiale coltivata a Ogm, la fame nel mondo non è diminuita, anzi è aumentata nonostante la battuta di arresto del 2010. Secondo: nel mondo si spreca tanto cibo che, se recuperato, potrebbe sfamare il doppio della popolazione sottonutrita. Insomma, se la mettiamo su scala planetaria, prima degli Ogm dobbiamo risolvere dunque altri problemi che sembrano allo stato ben più rilevanti: accesso al cibo e lotta agli sprechi.

Come? Investendo maggiormente nell’agricoltura locale nei paesi sottosviluppati e in via di sviluppo, ma anche in Europa e nel resto del mondo, rendere operativi programmi di assistenza e stimolare attività che producano reddito in loco. Il tutto nell’ottica di una sostenibilità che tenga conto di una più equa distribuzione delle risorse, peraltro limitate, di cibo e acqua sul nostro pianeta.

Ma la ricerca scientifica, come nel caso degli Ogm, utilizza tecniche, consuma risorse e ha conseguenze sul piano pratico, politico, economico, ambientale e anche culturale. L’ingegneria genetica ha certamente fatto compiere un salto di qualità al potere dell’essere umano sulla natura, dandogli la possibilità di produrre nuovo materiale vivente: dividendo, ricombinando, “cucendo” materiali viventi. E del resto sembra inevitabile che il progresso serrato intersechi i limiti e le cautele che la cultura affida a principi etici e morali.

Un aspetto fondamentale, che sottolineano Paola Villano e Bruna Zani3, riguarda l’informazione trasparente rispetto ai cibi Ogm, spesso frantumata e poco chiara, per sapere cosa e come scegliere. Non a caso qualche tempo fa il Domenicale del ‘Sole24Ore’ intitolava un articolo Ogm sì, Ogm no, focalizzando proprio l’attenzione su un tema molto discusso ma ancora poco chiaro soprattutto ai non addetti ai lavori. Esiste un forte bisogno di sicurezza che si oppone alla sensazione di incertezza e di volatilità, di variabilità e imprevedibilità, che contraddistinguono tutti i sistemi attuali (politici, culturali, economici, sociali, ecologici). E anche su un fenomeno come quello degli Ogm, che tocca non solamente questioni scientifiche, ma anche ideologiche, culturali, economiche, etiche, psicologiche, bisognerebbe porsi secondo un’ottica interdisciplinare, ampia, aperta, che possa aiutare le persone a superare paure e ansie – generate molto spesso dalla mancanza di chiarezza e trasparenza di informazioni – per portarle a pensare alla scienza, e in particolare alle biotecnologie, senza irrigidimenti ideologici. È su questo punto allora che bisogna insistere: occorre fare in modo che le persone si accostino al tema Ogm e alle biotecnologie in modo meno ideologico e più “ecologicamente intelligente”.

Il fatto che vi sia un aspetto degli Ogm che la gente comune non riesce a gestire (in fondo ci fidiamo delle competenze e del rigore degli scienziati), ci porta a fare affidamento su una serie di conoscenze e sulle nostre idee per decidere come valutare il fenomeno Ogm. Non a caso, come mostra l’ultima indagine Eurobarometro 2010, coloro che si oppongono all’utilizzo agricolo degli Ogm sono più preoccupati e si sentono meno informati sulla questione rispetto a chi invece è a favore. Tale valutazione però può basarsi su conoscenze limitate e sull’immagine della realtà così come ci viene (rap)presentata, per cui ciò che viene anticipato può risultare ingigantito o errato e pertanto potrà anche non verificarsi mai, portando così a un falso allarme.

Ma su una cosa siamo tutti d’accordo, contrari e favorevoli agli Ogm: che la ricerca, e sottolineiamo quella pubblica, deve andare avanti, perché lo studio e le sperimentazioni in questo campo così complesso e delicato sono utilissimi. In fondo, non si possono imporre dei limiti alla rete di sapere, alla curiosità di esplorare i confini della conoscenza umana, anche se questa esplorazione va indirizzata e certamente ben governata.

L’auspicio è che si riesca a trasformare la percezione delle risorse naturali, limitate e non riproducibili, da risorse (economiche) a diritti degli esseri umani e del pianeta. Un bene comune che porti con sé le fondamenta della democrazia, della legalità, dell’uguaglianza. Anche per l’agricoltura e per il cibo, anzi proprio partendo da qui: con o senza gli Ogiemme.

1. Il conflitto alimentare. I cibi geneticamente modificati: i pro e i contro, Milano, Garzanti, 2001.

2. Cina e India non crescono di solo Pil, ‘Domenica/Il Sole24’, 15 maggio 2011.

1. Il conflitto alimentare. I cibi geneticamente modificati: i pro e i contro, Milano, Garzanti, 2001.

2. Cina e India non crescono di solo Pil, ‘Domenica/Il Sole24’, 15 maggio 2011.

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ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e presidente della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.[/box]

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