Giovanni Casa

Régis Debray e il sacro

FILOSOFIA: Giovanni Casa recensisce l’ultimo libro di Régis Debray, Jeunesse du sacrè, in cui l’autore si domanda: “Cosa gli uomini definiscono come sacro? Dove, quando e perché?” Esiste un punto in comune tra i miti di ieri, i miti di oggi, la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, il viso del profeta Maometto, il palazzo di giustizia, il monte Fuji, la Gioconda, la clorofilla, l’infanzia, il cimitero, ecc.?” In verità la lista è molto più lunga perché “ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne sogni la filosofia”.

L’irruzione nel mondo psichico dell’incomprensibile e dell’inafferrabile nel mondo empirico, corrisponde all’ambigua esperienza del sacro. Per accattivarsi la natura e vincere la morte, per diminuire l’incertezza e la precarietà, l’uomo sacralizzando si protegge con divieti necessari o utili; e per ricucire ciò che il tempo strappa, rivelando con dei simboli, vela luoghi e racconti, personaggi e cose. Per pulsione di sopravvivenza, in ogni società che mira alla durata, il sacro è sempre presente come una cerniera che unisce in un mondo immobile: perché «Le reliquie impediscono all’uomo di morire». In quelle società, sacro indica etimologicamente ciò che è separato e circoscritto; ma, di fatto, riunendo ciò che è disgiunto, diventa espressione o tramite di comunione. Segnando un’appartenenza e promettendo una sopravvivenza, il sacro istituisce culture che trasmettono racconti e miti e che osservano regole e riti: pratiche, di cui non sempre si è coscienti, orientate e protette, esigenti e accattivanti. A queste pratiche culturali s’interessano etnologi e sociologi, archeologi e linguisti, giuristi e psicologi, teologi e filosofi. Mentre questi specialisti continuano a interrogarsi sulla verità e sulla menzogna del sacro, il cantiere critico della mediologia, di cui Régis Debray è dagli anni Ottanta l’indiscusso maestro, vuole soltanto aiutarci «a comprendere come noi crediamo». In Jeunesse du sacré, l’opera sua più recente (2012), pubblicata da Gallimard con il concorso del “Centro nazionale del libro” francese, Régis Debray si domanda: «Cosa gli uomini definiscono come sacro? Dove, quando e perché?» Esiste un punto in comune tra i miti di ieri, i miti di oggi, la “Dichiarazione dei diritti dell’uomo”, il viso del profeta Maometto, il palazzo di giustizia, il monte Fuji, la Gioconda, la clorofilla, l’infanzia, il cimitero, ecc.? In verità la lista è molto più lunga perché «ci sono più cose in cielo e in terra di quanto ne sogni la filosofia». E la risposta, affermativa, di Debray, è un’efficace e brillante messa a punto dei suoi lavori, illustrata elegantemente col sorriso da un mosaico d’immagini intriganti: immagini di una sorta di viaggio in diagonale, vitale ma non salvifico. Ruotato l’asse della trascendenza di novanta gradi e rimessi i piedi sulla terra, Debray osserva, con disincanto ironico e benevolo, i luoghi comuni degli studi eruditi e gli angoli bui degli studi esoterici; ed evidenzia come ogni epoca edifica il sacro con il profano. Prestando attenzione alle possibili divergenze di senso tra il sacro e il santo (inverificabile e opposto alla conoscenza scientifica il primo; accessibile ideale d’umanità piena e non in competizione con la ragione il secondo), Debray evidenzia come nulla sia per sempre sacro o santo; e ci ricorda come il Nazareno, esortando ad adorare Dio «in spirito e in verità», sognasse una memoria senza luoghi e sostituisse alla sacralità, che sta all’esterno, la santità, che è interiore. Questa spiritualità che denunciava il culto delle montagne magiche, perché è la fede che sposta le montagne e non l’inverso, sovvertì il sacro e consentì alla scienza di prendere possesso di un cosmo neutralizzato, ove non fu più sacrilegio aggiungere cifre ed equazioni. Ma presto il sacro sovvertì il Vangelo: edificò basiliche santificate da reliquie, gerarchie ecclesiali e ordini monastici in clausura, anche se Gesù era senza fissa dimora. «Quest’atterraggio delle spiritualità», non l’ascensione, scrisse la storia dell’Occidente. Perché nulla sfugge all’attrazione di una radice e «se lo Spirito Santo diviene invisibile, non può più creare una comunione». In spazi isolati di adunanza, organizzati secondo liturgie e protocolli più o meno anchilosati, da una pretesa traccia di eredità del sacro, e per questo tutelati dalla legge, negli spazi dei luoghi di culto e dei luoghi della memoria, il ricordo riaccende la speranza. Questo ricordo, che vieta il sacrilegio e legittima il sacrificio, accomuna le religioni salvifiche, a combustione lenta, alle religioni politiche, a combustione rapida, nell’artificio di voler costituire vaste comunioni umane di là dalle regole della parentela e del sangue: tramite il messianismo biblico-patriottico, l’avvilente idolatria del capo, le versioni immanenti e laicizzate dell’oggetto sacro. In questo senso, il sacro, non è divino, né esotico, né inattuale. Le religioni non hanno il monopolio del sacro. Sacralità e laicità non si escludono. Preso congedo dal divino, dobbiamo prendere coscienza della storica contingenza del linguaggio. Ogni sacralità rinvia a una comunità e ogni comunità costruisce il suo sacro in funzione delle sue carenze e delle sue urgenze. Togliendo alla spiritualità l’esse maiuscola che aspira a Dio e alla Sfinge, che funesta la città, i suoi misteri, si scopre che il sacro non è un’essenza, né una sostanza, ma una “relazione” tra realtà differenti: congiunte da talune società, separate o ignorate da altre. Questa relazione che, con divieti e con sanzioni, separa il tempio e l’area che lo circonda (il fanum e il profanum), alla ricerca di un equilibrio istruisce la vita, consacrando e sconsacrando animali, uomini e cose. Poiché l’uomo vive nella ripetizione e l’usura del tempo, nello spezzettamento e la disseminazione dello spazio, la relazione rappresentata dal sacro, deformata dal prisma di un luogo o dall’opacità di una lingua arcaica, rientra nel campo dell’antropologia e non dell’ontologia. E, quando il sacro diventa simbolo, «la pietra cubica che ci precede, ci eccede e ci succede», la sua universalità è da ricercare nel modo simbolico che unifica e non nella dottrina. Per questo occorre descrivere e non prescrivere. Descrivere per decostruire. Decostruire per ricostruire alla ricerca della giusta misura. In un universo dominato e desertificato dalla tecnica, di fronte agli insuccessi e alle menzogne dei messianismi secolari e delle religioni politiche il disincanto provoca oggi un ritorno del sacro per manipolazione della fragilità umana e a profitto di pochi. Tuttavia il sacro rimane fatto per l’uomo e non l’uomo per il sacro! Lo scriveva Marco in un versetto del suo Vangelo e lo ricorda Debray nel suo lavoro.

GIOVANNI CASA è medico e cultore di studi filosofici

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