Nunzia Penelope

Il tabù della patrimoniale

NUNZIA PENELOPE, Ricchi e Poveri, Ponte alle Grazie 2012, € 13,50

ECONOMIA: Il 10% degli italiani possiede la metà della ricchezza nazionale, mentre il restante 90% si divide quel che rimane. La giornalista Nunzia Penelope indaga su un paese in cui regna la disuguaglianza, profondamente diviso tra (pochi) ricchi e (moltissimi) poveri.

«Anche i ricchi paghino». Questa frase è stata, probabilmente, la più ripetuta del 2012 e ha scandito anche la campagna elettorale italiana del 2013. Ma il primo portabandiera di questo grido di battaglia è il presidente Usa Barack Obama, di cui vale la pena di riportare parte di uno dei numerosi discorsi sul tema pronunciati durante la campagna elettorale per la rielezione:

 

Io non propongo niente di radicale: dico solo che quelli che guadagnano di più devono tornare a pagare più tasse. Molti pensano che se spendiamo in sgravi fiscali per i ricchi si possano creare posti di lavoro. Ma la prosperità si fonda su una forte classe media che possa comprare i nostri prodotti, che sia proprietaria delle case in cui vive, che possa risparmiare e mandare i figli al college. Per questo ho sempre sostenuto gli sgravi per la classe media. Chi sosteneva che si poteva far ripartire l’economia con gli sgravi fiscali per i più ricchi, ha visto il risultato: ora i ricchi sono ancora più ricchi e le famiglie medie hanno visto precipitare il proprio reddito.

 

Con Obama gli Usa oggi si avviano, sostanzialmente, a ripercorrere le politiche economiche di Roosevelt che dopo la grande crisi del 1929 aumentò drasticamente l’aliquota marginale sulle ricchezze. Prima della grande guerra, negli Usa l’imposizione fiscale i redditi superiori a mezzo milione di dollari era del 7 per cento; nel 1917, per fare fronte allo sforzo bellico, il presidente Wilson aumentò fino al 67% le tasse per i patrimoni da due milioni di dollari. Negli Anni Venti le tasse sui ricchi tornano a ridursi progressivamente, per arrivare, nel 1929, a un’aliquota di appena il 24%. Ma con la Grande Crisi la musica cambia nuovamente. Prima Hoover, nel 1932, e poi Roosevelt, nel 36, attingono al portafoglio dei grandi patrimoni. Il padre del New Deal porta l’aliquota massima all’81%, limitatamente ai redditi da 5 milioni di dollari. Uno sforzo necessario a supportare le politiche di welfare predicate da John Maynard Keynes, che consentiranno agli Usa di crescere non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale e democratico. Nel ’42, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, la tassazione salirà addirittura al 94%, coinvolgendo i redditi da 200mila dollari.

 

In questo lungo arco di tempo l’economia americana è cresciuta costantemente, malgrado le odiate tasse sui ricchi. Occorrerà arrivare agli anni Ottanta, a Ronald Reagan, perché le aliquote tornino a puntare verso il basso. In parellelo, però, decollerà la finanza selvaggia, quella che nell’arco di un ventennio porterà alla crisi del sistema finanziario mondiale iniziato nel 2006 proprio negli Usa e culminato, nel 2009, con il crollo di Lehman Brothers.

 

Oggi il mondo intero soffre gli effetti di quel crollo; e tornano di attualità le politiche fiscali roosveltiane. L’esempio americano è stato infatti seguito, recentemente, dalla Francia di Francois Hollande. Il presidente francese ha deciso di portare l’aliquota marginale sui redditi superiori al milione di euro dal 41% al 75%. L’entrata complessiva per lo Stato francese sarebbe di circa un miliardo di euro: una cifra che non modifica sostanzialmente il bilancio pubblico, ma di fortissimo impatto simbolico, nel momento in cui la cinghia stretta dei conti pubblici strangola le fasce di popolazione più deboli.

Anche in Italia di patrimoniale si parla molto. Ma, appunto, si parla e basta. Il dibattito è iniziato nell’autunno 2011, quando il banchiere Alessandro Profumo lanciò la proposta di una imposta straordinaria da cui ricavarne la strabiliante cifra di 400 miliardi di euro in un sol colpo. Pochi giorni prima un altro banchiere, Pietro Modiano, aveva proposto un’altra patrimoniale da 200 miliardi di euro. La Cgil, più modestamente, ne aveva chiesto una da 15 miliardi. Ancora più scarna la patrimoniale proposta dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani, per soli 5 miliardi di euro. Poi, nel novembre del 2011, è arrivato al governo Mario Monti, e di patrimoniale non si è parlato più. Del resto, lo stesso premier, fresco di incarico, ha spiegato chiaramente per quale motivo nel nostro paese non sarebbe seriamente ipotizzabile una simile misura: prima di tassarli, infatti, i patrimoni occorre scovarli. Eppure, stando alla Banca d’Italia, la ricchezza privata nazionale è decisamente cospicua: 8.640 i miliardi censiti nel 2012, tra denaro contante, case, azioni e titoli. In pratica, un tesoro che vale oltre quattro volte il debito pubblico, con i suoi 1.946 miliardi registrati alla data di agosto 2012. Un’azienda con rapporti analoghi tra passivo e patrimonio non rischierebbe il fallimento, anzi, avrebbe risorse sufficienti anche per investire, crescere, arricchirsi ulteriormente. L’Italia, invece, è costantemente sull’orlo del default, costretta a tirare la cinghia, a tagliare la spesa, a non avere mai un soldo per far nulla. Tra i molti e diversi motivi di questa situazione, spiegati diffusamente da economisti di ogni orientamento, ce n’è uno molto semplice: il debito è di tutti, la ricchezza, invece, di pochi. Il debito pubblico è spalmato su sessanta milioni di cittadini, per una quota di circa 30 mila euro ciascuno: inizia al  momento della nascita e finisce solo con la morte. Non funziona nello stesso modo per la ricchezza nazionale. La metà, e cioè oltre quattromila miliardi di euro, appartiene a una piccola minoranza pari al dieci per cento della popolazione: in totale sei milioni di persone che vivono nell’assoluto benessere. Al 90 per cento dei cittadini, 54 milioni di persone, resta da dividersi l’altra metà. Ma anche in questo caso tutt’altro che equamente: il 50 per cento degli italiani, 30 milioni di individui, in realtà ha a disposizione solo 800 miliardi della torta, poco più del 9per cento del tesoretto nazionale. Sembra quasi un gioco di parole, ma spiega tuttavia la ragione fondamentale per cui l’Italia è quel paradosso che è: un paese ricco, abitato da poveri.

 

Immaginando l’Italia come un colossale condominio, sarebbe costruito pressappoco così: in cima, tra le nuvole, con vista spettacolare a 360 gradi, il lussuosissimo superattico, in cui vivono comodamente, con ampio spazio a disposizione, 240 mila famiglie dotate di un patrimonio medio di 5 milioni di euro a testa. Appena un piano sotto il superattico troviamo l’attico, abitato da due milioni e mezzo di famiglie, ciascuna con un tesoretto da un milione 700 mila euro. Continuando a scendere si arriva al piano nobile, e qui l’ambiente è notevolmente affollato: poco meno di 10 milioni di famiglie, con un patrimonio di 400 mila euro a testa. Infine il piano terra, dove si stipano i 12 milioni di famiglie più modeste, con un patrimonio medio da 72 mila euro ciascuna. Sono impiegati, insegnanti, dipendenti pubblici, precari, persone il cui reddito è costituito dal solo stipendio e che in qualche modo cercano di tirare avanti. Quello che una volta si chiamava ceto medio, e costituiva l’ossatura del paese, oggi non spera nemmeno in sogno una promozione sociale, piuttosto, vive nell’incubo che gli tocchi scendere ancora. E non è una paura infondata: basta poco, anche solo una spesa imprevista da 100 euro, per finire nel sottoscala, dove annaspano i veramente poveri: 3,2 milioni di famiglieche non hanno nemmeno quella cifra minima ritenuta indispensabile per la sopravvivenza, 1.011,3 euro al mese, la soglia che la statistica indica come la frontiera della povertà relativa.

 

La popolazione non si esaurisce con gli abitanti del condominio, ma prosegue sul marciapiede, sulla strada. E sono quel milione e 400 mila famiglie poverissime, in totale tre milioni e mezzo di persone, che non solo non arrivano a 1000 euro, ma nemmeno a 500: la miseria nera, che costringe a frequentare i dormitori pubblici, a scegliere le mense di carità.  Una volta erano Lumpenproletariat, oggi tra loro ci sono anche ex professionisti, manager che hanno perso il lavoro esattamente come i loro dipendenti, artigiani e commercianti falliti per la crisi, e poi i divorziati – uomini costretti a pagare alimenti superiori alle loro possibilità e donne che quegli alimenti non riescono a riscuoterli mai –, cinquantenni senza speranza di trovare un nuovo impiego e, soprattutto, quasi due milioni di bambini.

 

Se gli 8.640 miliardi che costituiscono la ricchezza privata nazionale fossero divisi equamente tra i ventiquattro milioni di famiglie che compongono il popolo italiano, ciascuna avrebbe un patrimonio di circa 400 mila euro; non ci sarebbero attici e superattici ma nemmeno sottoscala o marciapiedi: tutti sullo stesso piano, magari in villette a schiera. Però non va così. Le famiglie super ricche rappresentano appena l’1% della popolazione, hanno un patrimonio 65 volte superiore a quello della media, e da sole si spartiscono il 13 per cento dell’intera torta, pari a 1.120 miliardi di euro.

 

Ma non è finita, perché occorre esaminare la ricchezza anche da un altro punto di vista, quello dei dati fiscali. Dai quali risulta, per esempio, che la metà esatta dei contribuenti, cioè venti milioni su quaranta, dichiarano redditi inferiori a 15 mila euro annui; che 11 milioni di italiani sono, almeno per il fisco, a reddito zero; che gli imprenditori, i professionisti, i lavoratori autonomi, sono più poveri dei loro dipendenti; che solo una persona su cento in Italia dichiara oltre i 100 mila euro, che appena 30 mila persone si collocano oltre i 300 mila euro di reddito. E si possono addirittura contare, uno per uno, i fortunati che ammettono di aver guadagnato oltre un milione di euro: 682 in tutto. E tuttavia, siamo anche un paese che vanta una flotta di 100 mila yacht superiori ai 10 metri, 600 mila vetture di lusso, e ben 2000 jet privati.

 

Dunque, per capire se questo è un paese ricco o povero, se può reggere o meno una imposta patrimoniale, occorrerebbe soprattutto una gigantesca operazione di trasparenza, in grado di mettere in luce non solo i redditi dei politici o degli imprenditori, ma anche e soprattutto l’enorme ricchezza sommersa che sfugge a qualsiasi controllo e che ammonta ormai a circa 500 miliardi di euro annui. Sarebbe, questa, la migliore delle politiche economiche, la più sana, la più etica, la più equa. Ma, a parte molte chiacchiere sui giornali, questa operazione trasparenza non si riesce a fare. Intanto, le tasse sono ulteriormente aumentate, e, secondo la  tradizione, hanno pesato quasi esclusivamente sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati. E dunque, piuttosto che a Obama o a Roosevelt, noi guardiamo a Ettore Petrolini, che in una delle sue migliori battute la riassumeva così: «I soldi bisogna prenderli ai poveri: hanno poco, ma sono tanti».

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