Brian Urquhart

Rivoluzione non violenta?

da ''The New York Review of Books''

da ‘The New York Review of Books’

Civil Resistence and Power Politics. The Experience of Non-violent Action from Gandhi to the Present,a cura di Adam Roberts e Timothy Garton Ash, Oxford, Oxford University Press, pp. 407, $ 50.00

TIMOTHY GARTON ASH,Facts Are Subversive. Political Writing from a Decade Without a Name, New Haven, Yale University Press, pp. 441, $ 35.00

Brian Urquhart

Storia e Attualità: Urquhart ripercorre la storia delle rivoluzioni civili e della non violenza, da Gandhi a Martin Luther King Jr., da Nelson Mandela alle rivoluzioni civili nell’Europa dell’Est contro il comunismo (ex Cecoslovacchia, Polonia). Un’analisi su questi eventi e sui risultati ottenuti, confrontati con le attuali rivolte in Egitto e Tunisia.

In mezzo alla triste stagione attuale e alle recenti rivolte nel mondo arabo, è confortante riconsiderare gli ultimi trent’anni e rendersi conto di quante cose in realtà siano andate più o meno per il verso giusto. La fine della guerra fredda, la caduta del comunismo e la nascita di nuovi Stati democratici di varie qualità hanno rappresentato cambiamenti storici di grande importanza. La maggior parte delle radicali trasformazioni politiche ed economiche dell’ultimo quarto di secolo, oltretutto, si sono realizzate con poco o punto spargimento di sangue. La rivoluzione di “velluto”, basata sulla resistenza civile, sull’organizzazione e sui negoziati, è diventata una tendenza. Molto si deve a Mikhail Gorbaciov.

Ciò che adesso noi chiamiamo “resistenza civile” prende spesso la forma di raduni di massa e manifestazioni, come nel caso di Praga nel 1989 e di Teheran nel 2009. C’è chi partecipa a scioperi, boicottaggi, digiuni, o chi si rifiuta di obbedire alle leggi. Tutto ciò è emerso con evidenza nelle rivolte, in gran parte senza leader ma coordinate attraverso internet, che hanno sovvertito il governo a Tunisi e diretto le proteste di massa al Cairo, i cui effetti, probabilmente, non saranno chiari per diverso tempo. La resistenza civile di solito non riesce a sopravvivere alla sistematica e violenta repressione di uno stato di polizia totalitario ed è ancora spesso repressa da governi autoritari e oligarchie. Tutto questo sembra in via di trasformazione, almeno nel mondo arabo.

La moderna resistenza civile non violenta è stata tradizionalmente associata a Mohandas K. Gandhi, che applicò i suoi primi esperimenti di questo tipo di azione alla discriminazione contro gli indiani nel Sudafrica nel 1906 e, trasferitosi poi in India, la applicò per sfidare il governo britannico del Raj nel 1915. A prescindere dal successo o dal fallimento delle sue campagne, Gandhi è il nome più frequentemente invocato dai movimenti di resistenza civile non violenta, anche se ho visto pochi riferimenti a lui durante le recenti sommosse nel Medioriente.

Il progetto, di cui qui parliamo, dell’università di Oxford sulla resistenza civile è partito nel 2006. Civil Resistence and Power Politics. The Experience of Non-violent Action from Gandhi to the Present (La resistenza civile e la politica del potere: l’esperienza di azioni nonviolente da Gandhi ai nostri giorni, n.d.T.), curato da Adam Roberts e Timothy Garton Ash, contiene i resoconti di diversi casi, sviluppati dai diciannove membri del progetto. Si tratta di una raccolta, assai istruttiva, di svariate richieste di cambiamento politico, economico e sociale negli ultimi cinquant’anni, la maggior parte delle quali a carattere non violento. Che siano stati coronati o meno da successo, questi sforzi hanno contribuito a un corpus di conoscenza collettiva sui meccanismi di funzionamento della resistenza civile.

Questa è di rado, per non dire mai, una forza che agisce interamente da sola. Come spiega Adam Roberts, c’è «una fitta rete di connessioni tra la resistenza civile e altre forme di pressione», che a volte comprendono anche la forza, la violenza o la minaccia. Non esiste una formula precostituita, sebbene i metodi usati dalle forme di resistenza civile più efficaci siano studiati con cura e a volte emulati dai movimenti successivi. April Carter ricorda che Gene Sharp, l’autore di Politica dell’azione nonviolenta1, ha elencato 198 forme di non violenza. Al di là comunque di questa varietà cospicua di forme, gli elementi essenziali per un’azione non violenta di successo, da Gandhi a Martin Luther King a Lech Walesa, sono stati una strategia perspicace, una leadership creativa e sagace, l’organizzazione e il sostegno popolare. I reportage sulla resistenza civile realizzati dalla stampa, da internet e dalla televisione hanno svolto un ruolo sempre più importante nel determinare il suo successo.

Il presupposto alla base di questo tipo di lotta è che il potere dei governanti si fondi in ultima analisi sull’ubbidienza e sulla cooperazione da parte dei sudditi. Finora, comunque, nessuno ha scoperto un modo affidabile per rendere efficace la resistenza civile in uno stato di polizia totalitario – a differenza degli Stati a essi satelliti – sebbene le attuali rivolte nei Paesi arabi sembrino porsi come eccezione alla regola. Il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti o le proteste, rivelatesi efficienti, contro la guerra nel Vietnam potevano contare su diffusione e sostegno all’interno di una democrazia compiuta. Nella Germania nazista e in Unione Sovietica non ci furono successi del genere. E neppure i moti per le riforme di piazza Tiananmen in Cina nel 1989 o le proteste di massa dei monaci buddhisti in Birmania contro gli aumenti del prezzo del cibo e del carburante nel 2007 sono sopravvissuti alla repressione violenta. Fù l’intuizione di Gorbaciov della necessità di cambiamenti e riforme e il suo rifiuto di usare la forza militare sovietica contro le manifestazioni nei Paesi satelliti dell’Europa dell’Est, che hanno reso possibile gli eccezionali cambiamenti del 1989. In realtà la volontà dei leader di ritirarsi – Gorbaciov, F.W. de Klerk in Sudafrica, o più recentemente, e sorprendentemente, Slobodan Milošević in Serbia – è essenziale per il successo dei movimenti di resistenza civile. Gli attuali avvenimenti in Tunisia ed Egitto escludono questa circostanza.

Gandhi, che elaborò l’idea di resistenza civile come “opzione consapevole” per opporsi alle ingiustizie, ottenne solo un successo parziale. Nell’India imperiale britannica egli poté contare su certi vantaggi iniziali che sfruttò brillantemente. Il regime imperiale britannico in patria rispondeva a un governo democratico, il governo si basava sulle relazioni con istituzioni indiane di antica tradizione – civili, religiose, militari ed economiche – che erano la fonte della sua forza.

Gandhi sapeva come manipolare queste caratteristiche di base del Raj e finì con l’indebolire la cooperazione indiana su cui si fondava il dominio britannico. Il suo brillante uso del teatro politico, con se stesso come protagonista, gli assicurò un’ampia simpatia nel mondo esterno e ispirò anche il Congresso Nazionale Indiano, che si trasformò in un partito di massa capace di sfidare il Raj e, alla fine della seconda guerra mondiale, di formare un governo indipendente. L’insegnamento di Gandhi e la sua filosofia della non violenza e satyagraha (“forza della verità” o “forza d’animo”) aggiunsero un nuovo elemento al senso di identità e di orgoglio delle popolazioni indiane. Furono questi sviluppi politici e spirituali, più che la resistenza civile, che alla fine resero impossibile il governo del Regno Unito. La tragedia, che portò anche all’assassinio di Gandhi, era che il suo movimento non fu in grado di evitare gli orrori della violenza interreligiosa tra indù e musulmani che accompagnarono l’indipendenza dell’India e la sua divisione.

L’esempio e l’insegnamento di Gandhi furono negli Stati Uniti l’ispirazione fondamentale per il movimento per i diritti civili guidato da Martin Luther King Jr. e la Southern Christian Leadership Conference. Dalla minacciata marcia su Washington di A. Philip Randolph nel luglio 1940 per protestare contro le pratiche di assunzione esclusivistiche delle industrie belliche, fino alle efficaci azioni di King negli anni Sessanta, pianificate e mirate con attenzione, la resistenza civile non violenta fu l’essenza delle operazioni del movimento.

La strategia comprendeva l’indurre gli avversari a reagire brutalmente, sollecitando così il sostegno solidale da parte della stampa e del pubblico e quindi incoraggiando il governo federale a intervenire al fianco della legge e dell’ordine. King e la SCLC erano maestri di questa tecnica. Scelsero Birmingham, Alabama, per la loro campagna del 1963, dal momento che il commissario di pubblica sicurezza, “Bull” Connor, era una testa calda violenta e razzista che avrebbe prevedibilmente usato cani, pungoli elettrici e cannoni ad acqua contro i manifestanti pacifici. Le brutalità di Connor indussero le televisioni a preparare servizi che lo dipinsero in tutta la Nazione come il cattivo, gettando le basi per il Civil Rights Act da parte del presidente Lyndon Johnson nel 1964.

In un ironico tributo, il presidente Kennedy disse a King a proposito di Connor: «A modo suo, ha dato un bel contributo alla legge sui diritti civili di quest’anno». Doug McAdam scrive che con l’approvazione del Voting Rights Act del presidente Lyndon Johnson nell’agosto del 1965 «i presupposti del sistema elettorale del sud vennero finalmente smantellati».

Ma la resistenza civile non sempre porta a tutti i risultati desiderati. Come prevedeva Johnson, la normativa, che fu una grande conquista per i diritti civili, ebbe come conseguenza il dominio repubblicano sugli Stati del Sud in precedenza democratici. Le grandi manifestazioni che determinarono la caduta dello Scià dell’Iran sfociarono in una dittatura religiosa che uccise e torturò migliaia di iraniani ed è ora determinata a reprimere il movimento di resistenza civile che si è sollevato per opporvisi.

Il movimento per i diritti civili trasse un indubbio vantaggio dall’enfasi postbellica sui diritti umani globali, in cui la guida americana era stata fondamentale. Franklin Roosevelt, che voleva risolvere il problema dei diritti civili dei neri negli Stati Uniti per ottenere il sostegno dei democratici del sud al New Deal negli anni Trenta, era stato anche un convinto campione della decolonizzazione all’estero. Il razzismo interno agli Stati Uniti stessi era un palese ripudio dei suoi obiettivi internazionali. Aveva anche reso gli Stati Uniti un bersaglio facile per la propaganda sovietica durante la guerra fredda. Tali considerazioni fecero irrigidire il governo federale nella sua risposta al movimento per i diritti civili.

Il movimento per i diritti civili negli Stati Uniti fu studiato dai promotori dei movimenti di resistenza civile che altrove ricercavano un cambiamento storico, soprattutto nell’Europa orientale. Gli avvenimenti in Cecoslovacchia e in Polonia che, a loro volta, divennero modelli per le lotte successive, portarono nuove idee sulle modalità di questo tipo di lotta. In entrambi i casi, precedenti tentativi si erano conclusi con un fallimento, se non con una tragedia. Nell’insurrezione del 1968, nota come la “Primavera di Praga”, un ben organizzato e diffuso movimento popolare non violento, sotto la guida di Alexander Dubcek, propugnò il cambiamento e riuscì effettivamente ad avviare il processo di riforma. L’URSS rifiutò di trattare e il 20 agosto 1968 invase la Cecoslovacchia insieme ad altri quattro Paesi del Patto di Varsavia. Dubcek e i suoi compagni riformisti furono arrestati e portati a Mosca per “negoziati”.

Kieran Williams definisce la primavera di Praga «logisticamente splendida» ma mostra anche come sia stata un fallimento politico, che condusse a un governo ancora più oppressivo. Nel novembre del 1989 il movimento di massa del 1968 si riaggregò. Questa volta, con Gorbaciov al potere, non ci fu nessun intervento armato da parte sovietica e la conseguente lotta contro il governo comunista fu condotta da Václav Havel, con stile e grande creatività, dal suo teatro quartier generale, con manifestazioni sempre più ampie che condussero alle dimissioni del governo.

La Polonia fu il primo Paese comunista a mettere in atto una tranquilla e negoziata transizione alla democrazia multipartitica. Questo risultato e il metodo utilizzato hanno fornito un modello diverso. La cosiddetta “rivoluzione autolimitante” della Polonia che prese forma, nel 1970, come una nuova strategia di opposizione pacifica basata sul movimento di Solidarnosc, un’alleanza rigorosamente non violenta di lavoratori, intellettuali e della Chiesa Cattolica Romana, con un totale di circa dieci milioni di aderenti. Lo scopo iniziale era quello di allargare le libertà civili e i diritti umani e di limitare l’influenza del Partito Comunista sulla società. Agì con decisione e, come dice Aleksander Smolar, con un «fantastico autocontrollo» sotto la guida di Lech Walesa. Scoraggiò con successo tutte le tentazioni di una rivolta popolare che quasi certamente avrebbe fatto germogliare un’altra tirannia. Eppure, fino a tutto il 1980 il movimento fu visto dalle autorità sia di Mosca che polacche come una chiara minaccia per il sistema comunista e nel dicembre 1981, sotto forte pressione sovietica, il primo ministro polacco, il generale Wojciech Jaruzelski, impose la legge marziale e soppresse Solidarnosc. Walesa fu spedito al confino e migliaia di membri dell’opposizione furono incarcerati.

Nel 1985 Gorbaciov salì al potere con idee radicalmente nuove circa l’opportunità del cambiamento, una possibilità incoraggiata dagli accordi di Helsinki del 1975 che impegnavano tutti i governi firmatari, almeno in teoria, al rispetto dei diritti umani. Il carismatico papa polacco, Giovanni Paolo II, fornì, nel suo modo unico, un grande sostegno pubblico per la libertà e i diritti umani. Solidarnosc aspettava il momento giusto. Nel 1988 una valanga di scioperi funse da ultimo avvertimento e nel 1989 l’amnistia per i prigionieri di Solidarnosc aprì la strada alle trattative con il governo. I capi di Solidarnosc erano sempre stati realistici sulla necessità del compromesso.

Jaruzelski, da parte sua, era evidentemente convinto che l’opposizione fosse debole. Accettò quindi i negoziati e concesse elezioni semilibere. In assenza di una minaccia di intervento sovietico, Solidarnosc quindi procedette a dichiarare delegittimato il governo, concludendo con la splendida vittoria nelle elezioni del giugno 1989. Ora che il successo era a portata di mano, Walesa fu accusato da alcuni ambienti dell’opposizione di essere troppo morbido con i comunisti, ma egli tenne fede alla sua linea di compromesso e di non violenza. Sebbene il nuovo premier, Tadeusz Mazowiecki, fosse diventato il primo ministro non comunista nel mondo comunista, fu eletto presidente Jaruzelski. Solo un anno dopo gli succedette Walesa.

I dirigenti del vecchio regime non solo rimasero impuniti, ma mantennero le proprie posizioni personali, economiche e sociali. Come disse Aleksander Smolar, il fatto che fosse stata garantita una via d’uscita sicura ai membri del vecchio regime è stata fonte di grande risentimento nella politica polacca. Ma le modalità della liberazione della Polonia furono un contributo importante alla fine pacifica del comunismo in Europa.

Nel corso degli ultimi quarant’anni, almeno una dozzina di eventi rivoluzionari, sostenuti dalla resistenza civile non violenta, hanno avuto luogo in tutto il mondo, molti di essi, in particolare in Cina e Birmania, non sono riusciti a raggiungere i loro obiettivi. Il grande valore di Civil Resistance and Power Politics è di fornire un resoconto relativamente conciso di questi diversi eventi in modo da sottolineare sia le differenze sia le somiglianze. (I casi esaminati non includono l’infinita questione palestinese.)

La “Rivoluzione dei Garofani” in Portogallo alla metà degli anni Settanta fu la reazione a mezzo secolo di dittatura di destra e, solo leggermente meno, all’autoritarismo della sinistra comunista. L’impresa di Mário Soares fu quella di mobilitare un ampio movimento per poi introdurre, nel 1976, senza spargimento di sangue, un sistema rappresentativo e pluralistico di governo. Soares riuscì a spezzare il modello tradizionale di quello che lo storico Alistair Horne, riferendosi alla guerra d’Algeria, aveva chiamato il «triste e ripetuto fallimento dei moderati, o di una terza forza che sfidasse gli opposti estremismi». Per una volta, in Portogallo, Kerensky sopraffece Lenin. Come scrive Kenneth Maxwell, l’autore di questo capitolo di Civil Resistance and Power Politics: «La sapiente guida del popolo portoghese in questi mesi turbolenti ha trasformato il loro Paese in un precursore precoce delle transizioni in gran parte pacifiche dall’autoritarismo alla democrazia che seguirono nell’Europa meridionale e orientale e in America Latina. È stato un notevole risultato storico».

Civil Resistance tratta anche, in tutte le loro varietà, la rivoluzione iraniana, la caduta di Ferdinando Marcos nelle Filippine, il siluramento finale di Augusto Pinochet in Cile, la liberazione della Germania dell’Est, l’indipendenza del Kosovo, la destituzione di Slobodan Milošević da parte del popolo serbo, la “rivoluzione delle rose” in Georgia e la “rivoluzione arancione” in Ucraina. Nessun capitolo, tuttavia, tratta una storia così importante e inattesa come il saggio di Tom Lodge, The Interplay of Nonviolent and Violent Action in the Movement against Apartheid in South Africa, 1983-94 (L’interazione di azioni nonviolente e violente nel Movimento contro l’Apartheid in Sudafrica, 1983-1994, n.d.T.), una storia che mette in luce sia i limiti sia i successi della resistenza civile.

L’African National Congress aveva abbracciato l’idea della disobbedienza civile contro la politica dell’apartheid già nel 1950, ma son dovuti passare quasi quarantacinque anni perché la ribellione guidata dall’ANC raggiungesse finalmente l’obiettivo di sovvertire il sistema, a lungo difeso, del governo della minoranza bianca all’interno della Repubblica del Sudafrica. Nel 1960 un gruppo separatista, il Congresso pan-africanista, esortò gli africani a consegnarsi in massa davanti alle stazioni di polizia autodenunciandosi per la mancanza dei “permessi” che consentivano loro di vivere in molte parti del Paese. La polizia aprì il fuoco su queste folle e a Sharpeville uccise sessantanove persone, suscitando l’indignazione in tutto il mondo. Un mese dopo, il governo mise al bando sia l’ANC sia il PAC.

Nel 1961 la crescente repressione del governo sembrò dimostrare che la protesta non violenta stava diventando irrilevante. Nelson Mandela e altri dirigenti concordarono di finanziare un braccio armato dell’ANC, Umkhonto we Sizwe (la Lancia della Nazione), per effettuare atti di sabotaggio. Entro la fine del 1963, la maggioranza dei leader Umkhonto, tra cui Nelson Mandela, furono incarcerati e l’ANC andò in esilio, mantenendo una formidabile organizzazione e un esercito di stanza in Angola.

Nel 1976 l’opposizione al governo ricominciò a prendere vigore. I sindacati erano attivi e le operazioni di sabotaggio di Umkhonto ricordarono agli africani che l’ANC in esilio era ancora efficiente. Una nuova organizzazione interna, l’United Democratic Front, organizzò la disobbedienza civile attraverso i suoi settecento affiliati e predispose corsi di formazione civica e di comunità attraverso gruppi di donne e un’associazione giovanile. Gruppi civici nelle township cominciarono a dar vita alle istituzioni alternative di “people’s power”. Lodge scrive che «gli attacchi violenti da parte dei militanti del UDF sui presunti collaborazionisti furono importanti per favorire un collasso amministrativo nel governo locale dell’Africa». Egli mostra anche come un’ondata di scioperi industriali e boicottaggi dei consumatori aggravarono le difficoltà economiche del Sudafrica. Nel gennaio 1986 il governo dichiarò lo stato di emergenza e cacciò l’UDF dalle strade.

L’UDF e l’ANC in esilio cominciarono a prendere in considerazione le loro opzioni finali: una “guerra del popolo” o una transizione di potere negoziata. L’ANC avrebbe preferito la “guerra del popolo”. Umkhonto intensificò i propri raid di guerriglia. I problemi internazionali del Sudafrica si moltiplicarono – il ritiro degli investimenti stranieri, circa ventun miliardi di dollari di debito estero, i problemi con i vicini africani. Nel 1989, dalla sua cella nella prigione di Robben Island, Mandela aprì i colloqui con il governo. Sempre nel 1989 la caduta del muro di Berlino e le nuove politiche di Gorbaciov seppellirono un’annosa ossessione sudafricana bianca, la rivolta armata dell’ANC sostenuta dall’Unione Sovietica. F.W. de Klerk succedette a P.W. Botha e nove giorni più tardi liberò Mandela, che nel corso dei successivi quattro anni negoziò con il governo una democrazia costituzionale liberale. L’ANC tornò a casa e dimostrò di poter controllare i propri sostenitori e di fare da supporto ai negoziati.

Entrambe le parti riconobbero l’autorità e i problemi della controparte. Sotto la guida carismatica di Mandela, si fece attenzione a evitare di umiliare la minoranza bianca, che continuava a essere economicamente potente, e si cercò di mettere da parte l’amaro passato. Nonostante tutti i problemi che il Sudafrica ha ancora, compreso il diffusissimo AIDS, la disoccupazione e la criminalità, l’esito apparentemente miracoloso, come fa notare Lodge, è stato provocato da «un movimento insurrezionale, in gran parte non violento, ma anche in buona misura violento» e, in ultima analisi, da un senso dello Stato e una generosità di spirito senza precedenti.

Timothy Garton Ash è il cronista, oserei dire il bardo, della liberazione dell’Europa orientale e di molte altre pagine di storia contemporanea. Egli è l’insolita mescolanza di un professore di Oxford e di un giornalista di fama mondiale («l’arte bastarda che ho praticato per trent’anni») e nulla di interessante sembra sfuggire alla sua portata. A proposito del titolo Facts Are Subversive (I fatti sono sovversivi, n.d.T.), una raccolta di suoi scritti dal 2000 al primo anno della presidenza Obama, spiega che i fatti sono «sovversivi rispetto alle bugie, mezze verità, miti, rispetto a tutti quei “facili discorsi che sono di conforto agli uomini crudeli”». «Nel nostro tempo» scrive «le fonti di manipolazione dei fatti si trovano soprattutto alla frontiera tra politica e media. I politici hanno sviluppato metodi sempre più sofisticati per imporre una versione addomesticata della realtà attraverso i media». Il che corrisponde, tra l’altro, a un’eccellente descrizione della politica americana degli ultimi due anni.

Garton Ash dichiara che il principale compito degli storici come dei giornalisti è trovare i fatti. La sua capacità di osservazione e di analisi e il suo senso della storia in divenire, uniti a un umorismo generoso e a un talento per gli epigrammi e i motti arguti, rendono i suoi saggi piacevoli da leggere e al tempo stesso rivelatori. Nel loro insieme sono un commento magistrale su un decennio di crescita delle potenze non occidentali, sul riscaldamento globale, sulla crisi del capitalismo, sull’evidente declino degli Stati Uniti e sul sonnambulismo dell’Europa.

Il primo argomento di Garton Ash è la natura in via di mutamento della rivoluzione e delle grandi masse che la accompagnano. «Ho trascorso molte ore della mia vita in mezzo a quelle folle a Varsavia, Budapest, Berlino e Praga; il loro comportamento era allo stesso tempo fonte di ispirazione e di mistero.» Garton Ash definisce il 1989 «uno dei migliori [anni] della storia europea», ha affascinato il mondo con una serie di cosiddette rivoluzioni di “velluto” «non violente, anti-utopistiche, basate non su un’idea singola, ma su ampie coalizioni sociali e caratterizzate dall’applicazione di una pressione sociale di massa […] per indurre i detentori del potere a negoziare».

In Islam in Europa, Garton Ash ricorda che Carlo Martello respinse l’avanzata musulmana in Europa durante la battaglia di Poitiers nel 733 d.C. e procede a una brillante analisi del più grande problema attuale del continente. «Ritornare dagli Stati Uniti in Europa» scrive «è come viaggiare da un Paese che crede di essere in prima linea nella lotta contro il terrorismo jihadista, ma non lo è, a un continente che è in prima linea, ma ancora non si è reso conto di esserlo».

Scrivendo queste parole nel 2006, Garton Ash sembra sottovalutare la terribile ferita non ancora rimaginata, e la conseguente reazione che l’11 settembre ha inflitto alla psiche collettiva americana.

Nell’estate del 2001, quando era a Oxford, Garton Ash fu invitato dalla Casa Bianca a trasferirsi a Washington (in classe economica) «giovedì prossimo» per «preparare [il presidente George W. Bush] al suo primo viaggio ufficiale in Europa». Al termine di quella non proprio soddisfacente, ma assai rivelatrice, lezione («Sulla maggior parte delle questioni relative all’Europa [il presidente] sembrava avere una mente aperta, per non dire vuota») Garton Ash ricorda l’osservazione di Bush: «“Ci vuole un po’ di tempo per impratichirsi del mestiere”. Ma ci sarebbe riuscito? In cuor suo sembrava che avesse qualche dubbio. E ne avevo anch’io».

Garton Ash ammette che nella sua «tormentata ambivalenza liberale» si era sbagliato sull’invasione dell’Iraq del 2003 e avrebbe dovuto scriverne contro ancor prima che iniziasse. Come si è scoperto poi, «mai nel campo dei conflitti umani si è ottenuto così poco da parte di un Paese così grande e a costi tanto elevati». «Pretendendo di far fare all’Iraq un passo avanti verso la libertà lockiana, lo abbiamo ricondotto indietro allo stato di natura hobbesiano.»

Tra i Paesi lontani dall’Europa, Garton Ash si occupa della Birmania: «Raramente ho visto un Paese così bello, e un regime così brutto». Dopo un lungo colloquio con Aung San Suu Kyi, che per motivi non ancora chiari è stata recentemente liberata dagli arresti domiciliari, egli fa riferimento al «carisma alla Mandela che le deriva dalla combinazione di lunga prigionia, fama internazionale – tra cui, nel suo caso, il Nobel per la Pace nel 1991 – e le quotidiane vessazioni da parte del regime». Lo SLORC, il regime militare, ha trasformato la Birmania in uno Stato satellite della Cina. Che speranze ci possono essere in una rivoluzione di “velluto” che ripristini Aung San Suu Kyi nella legittima posizione che si è guadagnata attraverso le elezioni e l’affetto della gente? Scrivendo nel 2000, Garton Ash pensò che fosse più probabile un’esplosione, e in effetti un’esplosione ci fu nel 2007 con le manifestazioni dei monaci, ma fu agevolmente neutralizzata dai generali.

Per tutti gli spaventosi problemi della Birmania, Garton Ash si augura che «qualcosa della tranquilla bellezza di una cultura isolata, tradizionale, quasi unica nel mondo di oggi, possa sopravvivere alla necessaria e sospirata tempesta della modernità. Ma gli eserciti del capitalismo globale attendono alla frontiera, col motore in moto, con i loro container carichi di merci pacchiane, i pacchetti life-style già pronti, i sex shop, i berretti da baseball portati a rovescio, il software di ultimo grido per la produzione incessante dei nuovi desideri dei consumatori. Questi eserciti sono più irresistibili di qualsiasi […] esercito del popolo, perché sono loro a essere veramente accolti come liberatori».

Del periodo trascorso in Iran Garton Ash scrive: «La rivoluzione islamica, come le rivoluzioni francese e russa prima di essa, si è impegnata a divorare i propri figli. Un giorno i nipoti divoreranno la rivoluzione». Dell’Egitto: «Cercando di strangolare l’islamismo ne alimenta la crescita».

I 110 chilometri di documenti della Stasi che si sono resi disponibili nel 1990 comprendevano un faldone di 325 pagine su Garton Ash, basate sui suoi anni trascorsi a studiare in Germania orientale. Ha intervistato tutti i conoscenti che avevano parlato di lui alla Stasi, tranne uno, e tutti gli ufficiali della Stasi che si erano occupati del suo caso, e ne ha ricavato un libro, Il dossier. La mia vita a Berlino Est raccontata dalla polizia segreta2, che è al tempo stesso freddamente descrittivo e moderatamente risentito verso un sistema che si fondava sul tradimento personale.

Infine Garton Ash si rivolge verso «l’elefante presente in tutte le nostre stanze», il trionfo globale del capitalismo. Anche se oggi non sembra ci siano alternative pratiche a esso, i recenti sviluppi non sono incoraggianti. Il capitalismo, ha scritto Garton Ash nel 2007, evidentemente non è un sistema capace di autoemendarsi. Cosa che, da allora, si è dimostrata vera in modo devastante. La disuguaglianza di ricchezza ha raggiunto livelli grotteschi. Garton Ash commenta: «Se un sacco di gente della classe media iniziasse a percepire che sta rimettendoci di tasca propria, nello stesso processo di globalizzazione che sta rendendo maleodorantemente ricchi quei pochi capitalisti che contemporaneamente hanno in mente di esportare in India i lavori che la stessa classe media svolge, allora sì, una reazione ci potrebbe essere».

I Tea Party hanno dimostrato che “reazione” è solo un eufemismo. E, peggio ancora, se si guarda al lungo termine: «questo pianeta non può mantenere sei miliardi e mezzo di persone che vivono come i consumatori della classe media di oggi del suo ricco Nord […] La sostenibilità può anche essere una parola grigia e noiosa, ma oggi è la più grande e unica sfida al capitalismo globale […] Il genio del capitalismo contemporaneo non è semplicemente il fatto di dare ai consumatori ciò che vogliono, ma di far loro desiderare ciò che produce. È la logica alla base dei desideri in continua espansione che non è sostenibile su scala globale».

Come dice Garton Ash: «Togli le basi elementari di vita organizzata, civilizzata – cibo, alloggio, acqua potabile, un minimo di sicurezza personale – e torniamo in poche ore a uno stato di natura hobbesiano, a una guerra di tutti contro tutti». Ci sono adesso problemi globali minacciosi, tra cui la crescente gravità e il numero delle catastrofi naturali, probabilmente legate al cambiamento climatico, che potrebbero in poco tempo produrre un tale effetto. Solo le migrazioni di massa che ne risulterebbero basterebbero a intaccare come non mai la patina di civiltà. L’umanità è irreversibilmente bloccata in una spirale verso il basso? Oppure può trovare il senso comune e la solidarietà per combattere questo processo di regressione? Garton Ash è scettico.

Facts Are Subversive si rivela un compagno vivace per Civil Resistance and Power Politics. Garton Ash ci ricorda anche che, mentre notevoli progressi sono stati compiuti nella pratica e nel metodo di radicale cambiamento politico, non possiamo contare sulla sopravvivenza automatica e sulla crescita della democrazia, né tanto meno sulla capacità di autocorrezione di un sistema prevalentemente capitalista. Dobbiamo anche affrontare urgenti problemi globali per i quali abbiamo appena iniziato a cercare soluzioni. La partecipazione politica popolare che è stata la linfa vitale dei movimenti di resistenza civile, così come una leadership determinata e coraggiosa, è ora disperatamente necessaria vicino a casa.

1. Torino, Gruppo Abele, 1985.

2. Milano, Mondadori, 1998.

(Traduzione di Andrea Sirotti)

Brian Urquhart è stato sottosegretario generale delle Nazioni Unite.Ha scritto alcuni libri, fa cui Hammarskjöld (Knopf, 1972), A Life in Peace and War (Harper & Row, 1987) e Ralph Bunche. An American life (Norton, 1993).

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