Giafranco Pasquino

Le rivolte in Nord Africa

GIANFRANCO PASQUINO

Attualità: Il politologo Gianfranco Pasquino analizza la questione Nordafricana, con estrema chiarezza e capacità comunicativa. È veramente giustificata la preoccupazione di Europa e Stati Uniti nei confronti della caduta di Mubarak, Ben Alì e di quella possibile di Muammar Gheddafi? C’è veramente il rischio che Al-Quaeda prenda piede? Quale sarà il ruolo dei militari? Infine, sono giuste le critiche mosse verso economisti e politologi per non aver previsto queste rivolte?

La lettura offerta dai quotidiani e dalla televisione italiana dei grandi avvenimenti in Tunisia, in Egitto e in Libia, accompagnati da turbolenze in Bahrein e nello Yemen, è apparsa improntata prevalentemente su due considerazioni.

La prima riguarda l’incapacità di prevedere avvenimenti di quel tipo, che segnalerebbe l’inadeguatezza non soltanto degli osservatori abituali e dei commentatori occasionali, spesso giornalisti di professione, ma degli stessi studiosi.

La seconda è la preoccupazione ripetutamente manifestata, soprattutto in Italia dallo stesso presidente del Consiglio e dal suo ministro per gli Affari Esteri, che da quei regimi autoritari si esca non per andare verso la democrazia, o addirittura per ottenerla, quanto, piuttosto, per finire nelle mani dei militari e/o dei fondamentalisti islamici: ovvero, dalla padella autoritaria alla brace militar-fondamentalista (incidentalmente, la “brace” militare esclude quella fondamentalista e viceversa).

Non pochi commentatori, di preparazione storica e politologica evidentemente piuttosto carente, si sono persino esercitati a suggerire quanto male possano finire le rivoluzioni, dando erroneamente per scontato che nei tre suddetti regimi stiamo assistendo a vere e proprie rivoluzioni. La loro linea interpretativa rispecchia quanto criticamente scritto vent’anni fa da uno scienziato sociale molto autorevole, Albert O. Hirschman, in Retoriche dell’intransigenza1. Posti di fronte al cambiamento, i conservatori (forse “reazionari”, che è la parola usata nel titolo in inglese) per l’appunto reagiscono sostenendo che è qualcosa di futile, di perverso o di destinato a essere controproducente.

Tutti schiacciati sulla contemporaneità, anzi, sulla cronaca, commenti e commentatori hanno espresso, invece del doveroso sostegno a popoli che si ribellano, quasi una nostalgia per dittatori che garantivano stabilità politica, ancorché con comportamenti deplorevoli, disgustosi, da “crimini contro l’umanità”, e poco importa se poi non potranno essere perseguiti fino in fondo. Lo stigma deve rimanere.

Insomma, ricorrendo alle memorabili parole attribuite al presidente USA Ronald Reagan nei confronti di alcuni governanti autoritari in America Latina, è vero che Ben Alì, Mubarak e, più di tutti, Gheddafi sono «figli di puttana», ma «sono i nostri figli di puttana», vale a dire personaggi che conosciamo, che abbiamo alimentato e omaggiato e che, dal punto di vista dei “nostri” interessi nazionali, costituivano la garanzia del meno peggio. Ci sarebbe, peraltro, molto da discutere sulla (mancata) lungimiranza degli uomini politici che mantengono buoni rapporti con i loro “figli di puttana”, e magari anche su qualcosa che non temo di definire “etica” nei rapporti internazionali. Un’altra volta in un altro luogo, poiché il tema di questo articolo è la previsione dei mutamenti di regime e le conseguenze di quei mutamenti. Torno, pertanto, alle due considerazioni che ho evidenziato in apertura.

Da qualche tempo si va delineando una non del tutto stravagante critica alle scienze sociali, vale a dire economia, sociologia, scienza politica, poiché si rivelerebbero incapaci di prevedere il futuro. Personalmente, avrei dei dubbi anche sulle capacità dell’astrologia di prevederlo.

Certamente, però, è giusto chiedersi se gli economisti non avevano previsto la bolla immobiliare e le sue drammatiche conseguenze; se i sociologi, in particolare quelli che studiano la comunicazione politica, abbiano previsto quanto i nuovi media influenzano i comportamenti sociali; se i politologi riescano a prevedere il futuro dei sistemi politici.

A questo proposito, il fenomeno più drammatico e più imprevisto è stato rappresentato dal crollo del comunismo in URSS e in tutta l’Europa centro-orientale. Non intendo tentare nessuna difesa d’ufficio, neppure della mia disciplina, la scienza politica. Non voglio neppure andare a ripescare i molti studi che segnalavano la fragilità di alcuni regimi politici, in particolare di quelli dei paesi comunisti satelliti, l’anello debole. Mi limito a segnalare che, qualche volta, quello che viene scritto per tempo da alcuni studiosi viene ampiamente ignorato dai mass media che, poi, fattisi sorprendere dagli avvenimenti, scaricano quelle che sono anche loro responsabilità sugli economisti, sui sociologi, sui politologi. In verità, se stabilissimo con precisione che cosa intendiamo con previsione, allora molte delle critiche alle mancate previsioni verrebbero seriamente ridimensionate.

Qui entra in campo la teoria politologica concernente i regimi politici. La applico all’analisi dei regimi del Nord Africa mettendone in evidenza la natura e il funzionamento.

In tutt’e tre i casi – Tunisia, Egitto, Libia – si trattava di regimi autoritari a forte componente personalistica. La teoria politologica, espressa al meglio negli studi di Juan Linz, Sistemi totalitari e regimi autoritari2, afferma che gli autoritarismi si basano su un pluralismo limitato di organizzazioni che fanno da corona al leader, il quale costituisce il punto di equilibrio del regime. Sono regimi che “escludono” ampi settori della società, tenuti peraltro in stato di relativa disorganizzazione. Il leader svolge l’essenziale compito di collante del regime, soprattutto se è stato il suo fondatore (il caso di Gheddafi). Nella misura in cui durano, i regimi autoritari vanno incontro, proprio per il tempo che passa, a due problemi.

La successione al leader fondatore del regime è il primo problema al quale, per esempio, non sono sopravvissuti né il salazarismo né il franchismo, caduti ovviamente anche per altre ragioni. Tuttavia, nel caso dell’Egitto, la struttura dell’organizzazione militare aveva consentito due successioni piuttosto ordinate: da Nasser a Sadat e da Sadat a Mubarak; l’ottantenne leader egiziano stava preparando una successione dinastica, volendo passare il potere al figlio. Nel frattempo, all’interno dell’organizzazione militare avevano fatto la loro comparsa generazioni di ufficiali, fino ai vertici della gerarchia, che hanno molto poco da spartire con le esperienze di Mubarak e dei suoi collaboratori più stretti.

Giunto al potere nel 1987, defenestrando Bourghiba, il conquistatore dell’indipendenza dalla Francia e fondatore del regime, Ben Alì, si era appoggiato un po’ sui militari, ma in special modo sul partito successore del Neo-Destour. Per mantenere il consenso e per conoscere le preferenze dei cittadini, la scienza politica non ha dubbi che i partiti, anche quelli unici, possono essere organizzazioni efficaci, preferibili alle organizzazioni militari che rimangono relativamente separate dalla popolazione. Tuttavia, i partiti vanno temprati e oliati, meglio se in qualche campagna elettorale. Incidentalmente, qui si trova uno dei sensi profondi del perché si tengono elezioni, ovviamente poco o per nulla libere, anche nei regimi autoritari e in non pochi regimi comunisti dell’Europa centro-orientale e persino nell’URSS. Oltre a obbligare gli oppositori a venire allo scoperto, rendendo visibile alla popolazione nazionale e all’opinione pubblica mondiale la loro effettiva esistenza e consistenza, le (poco libere) elezioni servono a oliare e fare “circolare” la macchina partitica anche per valutare le capacità dei guidatori, i capi dei partiti locali, e la loro popolarità. In alcune interviste rivelatrici, Gheddafi ha platealmente respinto l’idea che si dovessero tenere elezioni in Libia. Lui sa che il popolo sta con lui e lo ama. Evidentemente, le sue fonti di informazione, anche per l’assenza di uomini associati in un partito che avesse un minimo di radici nella società, erano decisamente inadeguate. Quanto alla gerarchia degli ufficiali, libici, vale per loro lo stesso ragionamento generazionale che ho espresso con riferimento all’Egitto. Ma più avanti dirò di più.

In generale, guardando alla teoria dei regimi autoritari, alle crisi di successione, alla qualità del pluralismo, “limitato, non competitivo, non responsabile”, era possibile suggerire, naturalmente non prevedendone con certezza il momento, che la crisi poteva essere imminente, vale a dire che stava dietro l’angolo. Mancava il detonatore, la scintilla, ovvero qualcuno che dicesse alto e forte che i re, ovvero i governanti, erano nudi (e, per quel che si vedeva, anche molto brutti).

Forse è già stato dimenticato – ma l’oblio è un grave errore – che la scintilla fu rappresentata dal venditore ambulante tunisino che in un luogo non vicino alla capitale si diede fuoco per protesta contro la brutalità della polizia. Altrove, dal sud del Vietnam alla Birmania e al Tibet, abbiamo assistito a gesti estremi di questo tipo che, da un lato, hanno innescato la repressione e, dall’altro, hanno evidenziato la fragilità delle basi di consenso del regime. Per quanto molto diverse fra loro e anche rispetto al Nord Africa, quelle manifestazioni hanno comunque contribuito a mettere in evidenza il tasso di oppressione di quei regimi e il loro limitato consenso popolare. Sono semi destinati a germogliare.

Tornando al Nord Africa, i tre regimi autoritari che sto discutendo avevano subito un duplice scivolamento: verso un esagerato personalismo, tratto peraltro sempre esibito da Gheddafi, e verso una più accentuata dipendenza dall’organizzazione militare.

Qui si innesta il discorso che riguarda specificamente la natura e il ruolo delle organizzazioni militari nei regimi autoritari. Potrà sorprendere ma, in linea di massima, nessuna organizzazione militare sente come suo compito specifico quello di mantenere l’ordine autoritario a meno che non sia essa stessa in prima persona al vertice del regime. I militari non desiderano essere il cane da guardia del regime, obbligati a mordere nelle carni di quelli che non soltanto sono i loro concittadini, ma spesso sono padri e fratelli, parenti e consanguinei. Insomma, la presa d’atto che sia in Tunisia sia in Egitto il regime era diventato assai impopolare serve a spiegare perché quei militari abbiano, alquanto rapidamente, deciso di non difendere né Ben Alì né Mubarak. Quanto alla Libia, persino lo stesso Gheddafi sapeva di non potere contare sui militari, tanto che l’opera di massiccia e spietata repressione è stata da lui affidata, oltre che alle sue personali milizie, a mercenari per i quali, ovviamente, gli insorti non sono affatto parenti, ma nemici da sterminare.

La teoria politologica in materia di organizzazione militare ha acquisito due capisaldi. Primo, il bene maggiormente condiviso nell’ambito di qualsiasi organizzazione militare è quello della coesione, dell’unità interna. Proprio perché sanno quanto devastanti potrebbero essere i conflitti al loro interno, con non improbabile spargimento del loro stesso sangue, i militari mirano al conseguimento di posizioni unitarie ed evitano di perseguire obiettivi che potrebbero dividerli e contrapporli. Secondo, in società a livelli medio-alti di mobilitazione politica e di complessità sociale, abitualmente i militari evitano, in quanto organizzazione, di assumere cariche e compiti di governo. Sanno che rischiano di non essere all’altezza delle sfide. Temono che l’assunzione di quelle cariche porti a tensioni fra gli ufficiali che godono di benefici politici e quelli che non li ottengono. Non desiderano sconvolgere le gerarchie interne. In questa luce, l’assunzione da parte dell’organizzazione militare del potere politico in Egitto piuttosto che essere un golpe, come paventato dai commentatori italiani, è stato l’effetto di uno stato di necessità con un obiettivo comprensibile: porre fine al disordine politico. Dunque, è sbagliata, ma anche rivelatrice, la preoccupazione espressa da troppi conservatori italiani, amici di Mubarak e della sua presunta nipote.

Mubarak non garantiva più nessun tipo di ordine, neppure quello fondato sulla paura e sulla corruzione. I militari sono in grado di ottenere, almeno temporaneamente e per qualche tempo, la cessazione del disordine politico. In Egitto, il cosiddetto “golpe militare” non configura affatto un passo indietro lungo la strada appena imboccata che conduce a un possibile, ancorché difficile e problematico, esito democratico. Al contrario, rappresenta una tappa, probabilmente indispensabile, che riduce le tensioni e mira a creare le condizioni per l’eventuale chiamata alle urne.

Non è affatto detto che ogniqualvolta un regime cade ve ne sia un altro immediatamente pronto a sostituirlo. Al contrario. Lo sappiamo e possiamo affermarlo in maniera convinta e documentata poiché è da almeno un quarto di secolo che la teoria politologica affronta l’ampia e importantissima tematica della transizione. Il più fantasioso dei “transitologisti”, Philippe Schmitter, ha proceduto a un’utile definizione operativa di che cosa è una transizione: l’intervallo che intercorre fra un regime e un altro.

Del regime che cade, ovvero delle sue autorità, delle sue regole, procedure, istituzioni, della sua comunità politica, sappiamo o dovremmo avere imparato tutto. Del regime che verrà possiamo intuire i contorni. Possiamo anche indicare come dovrebbe strutturarsi. A un regime autoritario durato decenni è semplicemente impossibile che faccia immediato seguito un regime democratico. Da un pluralismo limitato, non competitivo, non responsabile non ci si deve aspettare la fulminea comparsa di un pluralismo illimitato, competitivo, responsabile. Organizzare le elezioni entro un periodo di sei mesi significa favorire coloro che già facevano politica nella situazione autoritaria e che hanno conoscenze e risorse iniziali anche ingenti. Chi vuole che il pluralismo di opinioni, di associazioni, di partiti emerga rigoglioso e vigoroso, deve dare tempo al tempo. L’ordine politico precede e prepara il disordine democratico di qualsiasi campagna elettorale. Il riconoscimento e la concessione dei diritti civili precedono la promozione e la protezione dei diritti politici. Tecnicamente, la liberalizzazione, assolutamente indispensabile in regimi che sono stati autoritari e repressivi, procede la democratizzazione. Deve farlo. Naturalmente, non esiste nessuna certezza che il primo processo si dipani con successo e che, in seguito, sfoci nel secondo. Al contrario, sia la liberalizzazione che la democratizzazione debbono sconfiggere avversari agguerriti: i sostenitori del vecchio regime che, certamente, non spariscono dalla scena. È probabile, però, che si dividano, che alcuni si adeguino alla nuova situazione, mentre altri la combattono più o meno sotterraneamente.

La transizione da un regime autoritario può anche condurre a un altro regime autoritario, ridefinito in alcune componenti, a cominciare dalla leadership. Insisto, tuttavia, su un punto: i militari, nelle condizioni date, hanno la possibilità di adempiere al ruolo di costruttori di nuove istituzioni, di institution-builder.

L’angusto e poco robusto pensiero politico degli interpreti conservatori ha aggiunto alla critica del “golpe militare” la preoccupazione per l’avanzata del fondamentalismo islamico. In buona sostanza, la premessa è che Mubarak e Gheddafi, forse anche Ben Alì, non erano del tutto criticabili poiché costituivano un argine contro i fondamentalisti islamici, i più forti dei quali, la Fratellanza Mussulmana in Egitto, potrebbero oggi rialzare la testa e, se la Tunisia non è molto diversa dall’Algeria, anche lì la liberalizzazione aprirebbe uno spazio politico importante per i fondamentalisti. Cosicché Egitto e Tunisia, ma forse anche la Libia, finirebbero per trovarsi fra l’incudine del potere militare e il martello del fondamentalismo islamico, alla faccia di qualsiasi liberalizzazione/democratizzazione.

L’idea che i militari, in special modo in Egitto, saprebbero e vorranno svolgere un compito non dissimile da quello dei militari turchi a difesa di uno stato laico/secolare sfiora appena le preoccupazioni degli allarmisti che ingigantiscono l’ombra lunga del fondamentalismo su questi regimi, mentre di fondamentalismo, di manipolazione anti-occidentale e di propaganda al-quaedista le cronache riportano finora una sostanziale (soltanto temporanea?) assenza.

Corre l’obbligo di discutere anche la più recente e, in un certo senso, la meno fondata delle preoccupazioni di coloro che, in un modo o nell’altro, sembrano rimpiangere l’ordine (repressivo) perduto, il (brutto) tempo passato, poiché affermano che è possibile intravvedere anche un tempo pessimo e un ordine ancora peggiore di quello garantito da Ben Alì, Mubarak e Gheddafi. In poche parole: e se quello che sta succedendo in Tunisia, Egitto e Libia fosse non la premessa di una transizione alla democrazia, ma un processo rivoluzionario? E, com’è noto, le rivoluzioni, la francese, la russa, la maoista, la cubana, sono – ovvero sarebbero – tutte degenerate, anche se i criteri della degenerazione non vengono mai specificati. Addirittura, si dice che quelle rivoluzioni avrebbero mangiato i loro figli.

In verità, molti dei padri di quelle rivoluzioni, buttate nella stessa sacca mentre sembrerebbe opportuno tenerle distinte per riuscire ad analizzarle più correttamente, sono felicemente sopravvissuti al potere per decenni (Fidel Castro è ancora con noi). Spesso, per quanto attraverso conflitti politici, sono stati proprio i figli di quelle rivoluzioni a ereditarne il potere, non i controrivoluzionari. Anche se è pur vero che oramai è difficile ottenere audience, se non si fa ricorso alle iperboli e alle esagerazioni, “rivoluzione” non appare sicuramente in nessun senso, meno che mai quello tecnico, la parola corretta per definire lo sfaldarsi, il disintegrarsi, il trasformarsi di un regime autoritario, meno che mai di quelli della Tunisia, dell’Egitto, della Libia, del Bahrein, dello Yemen e sperabilmente tutti quegli altri che hanno caratteristiche simili.

Azzardo nel sostenere che, fra i criteri con i quali valutare la degenerazione o il successo delle rivoluzioni, i commentatori conservatori dovrebbero porre al primo posto la libertà, vale a dire la conquista o l’espansione della libertà dei cittadini. In questo caso, se la transizione da un regime autoritario non conduce quantomeno a un regime meno autoritario e repressivo, ha sicuramente fallito il suo obiettivo, ma non si è trattato di rivoluzione. Potrebbe rivelarsi una transizione per l’appunto fallita, oppure, se vogliamo essere ottimisti, non compiuta, che, a ogni buon conto, è ancora possibile che venga fatta rivivere e sia rilanciata non appena cambiano alcune condizioni.

Il termine rivoluzione andrebbe riservato, secondo le teorie politologiche, per gli sconvolgimenti che riguardano non soltanto le autorità, che vengono sostituite in blocco, non soltanto il regime, che viene a sua volta cambiato in tutte le sue componenti, ma addirittura l’intero sistema economico e il modo di produzione. Bisogna avere davvero lo sguardo penetrante e lungimirante per intravvedere qualcosa di definibile come una rivoluzione socialista nel Nord Africa, a meno che la rivoluzione sia di tipo khomeinista e conduca all’instaurazione di un regime teocratico apprezzabile, forse anche dalla pregiata marca “al-Quaeda”.

Molto più sobriamente, quello che si sviluppa in Nord Africa è la fuoruscita da regimi autoritari in senso lato, durati da tre a quattro decenni, e il tentativo, finora appena abbozzato, di creare situazioni (non ancora “regimi” con tutti i crismi) migliori, relativamente aperte. Semmai, dovremmo essere più attenti alla possibilità che, anche grazie alle modalità di comunicazione telematica, si stia sviluppando un effetto contagio, addirittura un effetto domino, che finisca per travolgere anche gli altri regimi autoritari arabi.

In conclusione, mi preme ribadire e sottolineare tre aspetti.

Primo aspetto: è possibile, a determinate condizioni, prevedere la dinamica dei sistemi politici e dei loro regimi, vale a dire come si comporteranno le elite, quale ruolo svolgeranno i cittadini e come cambieranno le regole. L’invecchiamento dei leader dei regimi tunisino, egiziano e libico corroborava l’ipotesi, non molto diffusa, ma esistente, che la comparsa di qualche crepa segnalasse difficoltà abbastanza imminenti. L’avvento di nuove generazioni ha aperto spazi di protesta e di mobilitazione.

Secondo: i regimi autoritari non crollano di colpo, ma vengono “ereditati” da alcune organizzazioni, i militari, o da alcuni attori politici, eventuali oppositori prominenti, che danno corpo alla transizione e la indirizzano. Nel Nord Africa non è in corso nessuna rivoluzione, ma si sviluppa una ridefinizione delle norme e delle istituzioni, si produce una circolazione delle elite politiche, sta emergendo una disponibilità al cambiamento.

Ma, terzo aspetto, la transizione non sfocia necessariamente né, tantomeno, automaticamente in un regime democratico per l’instaurazione, il sostentamento e la sostenibilità del quale mancano le condizioni politiche e socio-economiche, in nessun modo importabili dall’estero. Unione Europea e USA possono facilitare i processi di cambiamento, non crearne le condizioni iniziali, possono sostenerne la dinamica, non determinarne l’esito. Nobilito tutto quello che sta avvenendo con le parole di Max Weber: statu nascenti. Come guidare e consolidare quello che sta nascendo è il compito degli uomini e delle donne di quei paesi. La teoria politologica è in grado di indicare i pericoli da evitare, le opportunità da sfruttare, i limiti del cambiamento possibile.

1. Bologna, Il Mulino, 1991.

2. Soveria Mannelli, Rubbettino, 2006.

GIANFRANCO PASQUINO professore di Scienza politica nell’Università di Bologna. Insegna anche al Bologna Center della Johns Hopkins University. I suoi libri più recenti sono Le istituzioni di Arlecchino (Scriptaweb 2009 6ª ed., anche in rete: www.scriptaweb.it), Le parole della politica (Il Mulino 2010), Quasi Sindaco. Politica e società a Bologna 2008-2010 (Diabasis 2011) e La rivoluzione promessa. Lettura della Costituzione italiana (Pearson 2011). È Presidente della Società Italiana di Scienza Politica (2010-2013).

 

Attualità: Il politologo Gianfranco Pasquino analizza la questione Nordafricana, con estrema chiarezza e capacità comunicativa. È veramente giustificata la preoccupazione di Europa e Stati Uniti nei confronti della caduta di Mubarak, Ben Alì e di quella possibile di Muammar Gheddafi? C’è veramente il rischio che Al-Quaeda prenda piede? Quale sarà il ruolo dei militari? Infine, sono giuste le critiche mosse verso economisti e politologi per non aver previsto queste rivolte?

 

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