Vincenzo Bonicelli Della Vite

Sancio, io e l’isola di nessuno

Vincenzo Bonicelli della Vite, Sancio, io e l'isola di nessuno, Pungitopo, pp. 192, € 15,00

LETTERATURA: Vincenzo Bonicelli della Vite ci porta in un viaggio, o per meglio dire, in un volo letterario che sorvola Ulisse, Don Chisciotte e arriva fino alle opere di Franz Kafka e James Joyce.

Nessuno e un Cavaliere dalla Triste figura: la parola diversamente umana

 

E arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò a casa quanti più riuscì a procurarsene, e fra tutti, non ce n’erano altri che gli piacessero quanto quelli composti dal famoso Feliciano da Silva, poiché il nitore della sua prosa e quei suoi ingarbugliati ragionamenti gli parevano una delizia… in certi punti trovava scritto:

 

La ragione dell’irragionevole torto che alla mia ragione vien fatto, modifica in tal modo la mia ragione, che con ragione mi dolgo della vostra bellezza.

(M.Cervantes, Don Chisciotte)

 

La vicenda di Nessuno nell’antro di Polifemo, intrigante sia per la presenza del mostro accecato e della sua ira, che per la sua impotenza di fronte a un uomo piccolo come Ulisse, mi riporta al presente del mio volo e alla mia paura di avere Don Chisciotte come pilota. Grande uomo che non sa di essere piccolo. Mi torna davanti agli occhi la sua immagine nei disegni di Gustavo Dorè, la sua Triste Figura di cavaliere scalcinato e tragicomico. Cosa possono mai avere in comune i due così diversi, l’eroe forte, astuto e coraggioso, resistente a viaggi e prove durissime, e quella parodia d’uomo avventuroso e combattivo, secco e curvo e dal corpo forte ma vecchio e dolorante? Niente, proprio niente, penso subito. Però qualcosa stuzzica il mio ingegno, lo sfida a cercare il dato comune delle due invenzioni letterarie.

Poi finalmente capisco, pensando alla loro identità messa sempre a dura prova: l’uomo che si spaccia per Nessuno e quello che si spaccia per cavaliere erranteriescono a superare ogni ostacolo facendo appello alla parola, è questa l’elemento risolutore della loro identità. Per l’esattezza: le parole che usano per definire la propria identità, per essere se stessi pienamente, ma in modo diversamente umano, rendono la realtà narrata funzionale. Ulisse che diventa Nessuno fa sì che l’evento si specchi in quell’immagine di un’altra realtà creata dal nome “Nessuno”. L’hidalgo della Mancha specchia la sua avventura nelle parole dei cavalieri erranti, risuscitati appositamente con un atto di ribellione alla vita presente. Il nucleo affettivo dei due eroi, l’ideologia stessa delle loro identità messe alla prova dai fatti, trovano una definizione risolutiva nello specchio costituito dalla parola: la realtà esterna viene nominata in modo alternativo e discrezionale, cioè tolta dall’anonimato diventando un dato personale, soggettivo.

 

La logica speculare della parola forte. La cecità di Polifemo indotta fisicamente e quella mentale di Don Chisciotte: è possibile che sia la loro ideologia a portarli a un esito così disastroso? L’uno pensa di essere invincibile per le sue dimensioni, l’altro per l’altezza della sua missione: e tutti e due sono condannati dalla parola che riesce a essere più forte delle immagini reali. Ecco trovato così ciò che accomuna le due invenzioni letterarie, ho riflettuto. La parola crea identità. Diventando Nessuno, Ulisse canta vittoria su Polifemo, risolve la sua identità nella vittoria e ne celebra l’ideologia: è il trionfo della logica della parola forte e del suo potere. Don Chisciotte ne è invece la vittima, della parola che lo individua umanamente in mezzo agli altri, la sua ideologia è fondata sull’illusione della parola che rende esistente anche Dulcinea e la sua incomparabile bellezza, perché tale deve essere per conformarsi all’immagine ideale rimandata dallo specchio della parola. Così, Don Chisciotte è un innamorato senza compagna d’amore, come Ulisse la cerca, ma il suo viaggio verso di lei è pura illusione, tempo impersonale risuscitato dalla tomba dei cavalieri erranti per effetto della parola. Per Ulisse no, il viaggio verso Penelope è tutta la realtà del tempo noto, suo personale, e negazione di quello impersonale. Ma tutti e due si trasformano con la parola diversamente umana: umana e diversa è infatti la logica speculare dell’integrità perduta e ritrovata nella parola, logica che si manifesta nell’appellativo che li distingue dagli altri. Uno Nessuno, l’altro Cavaliere dalla Triste Figura. Per ambedue, l’appellativo prende il posto dell’immagine reale e permette la celebrazione della loro vittoria. Ulisse diventa un Nessuno vincitore sul mostro, canta vittoria nonostante tutto e tutti; il Cavaliere dalla Triste Figura arriva a capovolgere la sua figura di cavaliere, abbandonando la Triste Figura per diventare Cavaliere dei Leoni, illusosi che il suo ruolo nel mondo gli abbia permesso di sconfiggere quel leone di cui ha fatto aprire la gabbia sfidando la propria sorte, un mostro che si ritira annoiato nella sua gabbia, indifferente all’uomo, folle davanti a lui. Ora gli viene finalmente riconosciuto il merito della sua vittoria: l’ideologia del suo ruolo impossibile di cavaliere errante trova nel suo nuovo appellativo il potere di cui era privato dalla Triste Figura. Per lui, come per Ulisse, si tratta di una vittoria sul mostro, nonostante tutto e tutti.

La proiezione delle loro parole risolve l’identità dei due uomini in modo diversamente umano, di fatto assoggettando gli eventi stessi alla realtà di quegli appellativi. L’ideologia della parola vince, dando loro nuovo potere sulle cose, e tramuta l’illusione in mezzo di sopravvivenza.

La gola del Cavallo di Troia: l’intruso letterario. Come son finito in mezzo a questo caos anche io? Dopo essere stato seduto dentro il Cavallo di Troia, su una strana sedia, ora finalmente esco. Il caos è già alle porte della città, inaspettato. Sto volando verso Troia dentro Clavilegno. Il Cavallo inventato, con i suoi ospiti, ha rivelato il caos potenziale nascosto nell’ordine apparente. L’ordine solito delle difese cittadine è sconvolto dal gruppetto al comando di Ulisse. Quell’insolito muoversi della finzione nel Cavallo di legno, ha stabilito un rapporto nuovo tra ordine e caos, sia fisico che psicologico. Fisico, perché ordine interno e ordine esterno al cavallo erano illusioni assolute del presente,  con il caos nascosto in loro. Psicologico, perché nella ragione e nelle emozioni fuse nel trucco del Cavallo di Troia, Ulisse ha unito tra loro conscio e inconscio (per i quali Omero usava altri termini, non so quali). Nell’unione la «parola permette allo scrittore di parlare dell’ordine solito come se non fosse separabile dal caos nascosto al suo interno». Con Ulisse è caos dentro la ragione: l’eroe nascosto ha ordito un piano logico di attacco vincente a Troia, che ha pescato nelle ragioni profonde dell’uomo troppo sicuro di sé, quel guerriero troiano confidente nell’apparenza banale delle vita ma ignaro di cose sotto la superficie. La sua ignoranza del tempo latente, quel rimosso dal presente che assale la coscienza in modo improvviso e violento è un caos imprevisto. Il coraggio di Ulisse e la sua sfida alla morte, nella fusione di intelligenza della finzione e logica delle realtà nascoste, manifestano la scoperta della forza dell’inconscio. Io seguo le sue tracce. Come lui protagonista potente, ora sono un uomo scoperto nella sua interezza, partecipe del tempo della finzione e della sua realtà messa da parte per un gruppetto di pochi audaci. Osservando così il nuovo quadro della situazione, mi appare definita per sinonimi e contrari la finzione della parola nella narrazione: vuoto e pieno risuonano in gola, il silenzio è in gioco come la parola. Si scopre così una mia nuova dimensione, una parte di realtà nascosta dalla coscienza impaurita dal caos. Ha con sé un nuovo ordine del mondo, mio e degli altri, usa il caos come necessità logica, una nuova consapevolezza che non solo l’individuo ma anche la società teme: può  porre fine all’ordine rassicurante delle cose. Una realtà che chi è rimasto fuori dal cavallo non sa vedere e la città cade. Nella gola del cavallo, Ulisse e i suoi compagni sintetizzano proprio questa realtà latente nel presente apparente: una finzione di realtà nascosta che emergerà travolgendo la realtà solita, le apparenze. Lo spazio abitato da Ulisse dentro il grande cavallo di legno è la minaccia incombente della morte inventata dalla narrazione, una gola minacciosa non avvertita dai Troiani perché disattenti alle voci nascoste. Inermi davanti al nemico invisibile, la città cade.

 

Il carretto della Morte.

Sì grande era lo schiamazzo di Don Chisciotte che fu presto inteso da quelli della carretta; i quali arguendo dalle parole l’intenzione di chi le proferiva, cacciarono tosto fuori dalla carretta la Morte, e dietro a lei l’Imperatore, il Demonio carrettiere e l’Angelo, senza che restasse indietro la Regina e il dio Cupido, e caricatisi tutti di pietre si posero in ischiere aspettando di fare a Don Chisciotte un magnifico movimento coi loro sassi. Don Chisciotte che li vide posti in sì formidabile squadrone, colle braccia inalberate e in atto di fargli piovere addosso un monte di pietre, tirò le redini a Ronzinante, e stette perplesso sul modo di eseguire la nuova prodezza col minore pericolo della sua propria persona.

 

La “nuova prodezza” richiede un esame attento della sua pericolosità da parte del temerario Cavaliere, come fosse Ulisse: ma gli occorre Sancio per esserlo, con lui può evitare il caos,  ritrovare l’ordine della ragione. Il carretto della Morte e il cavallo di Troia ribaltano l’operare solito dei due eroi e la loro prospettiva rispetto a ordine e caos. Sia a Ulisse che a Don Chisciotte, in situazioni e modi diversi, ma comunque in situazioni ribaltate rispetto al loro solito, la parola narrativa  propone il suo scorrere come gioco tra ordine e caos, apparenza e latenza. Vita e morte. Volando su Clavilegno, mi chiedo appunto come questo gioco avviene per alcuni grandi eroi letterari: non solo Ulisse e Don Chisciotte, ma anche Bloom, Joseph K. e Gregor Samsa. Nel suo saggio L’arte del romanzo, Kundera, riguardo ai personaggi dei suoi libri, nota che il loro significato è “filosofico” solo all’interno della finzione specifica del racconto, non in generale al di fuori di esso, come nella disciplina della filosofia. Le ipotesi di uomo nel romanzo sono infatti significative solo nel contesto sequenziale della storia stessa, non in assoluto. Non importa cioè un significato assoluto, come in filosofia, ma un significato ipotetico legato alla storia. Il protagonista dell’opera letteraria è colui che «solo nella finzione può esprimere la consapevolezza di realtà superiori alla realtà stessa»: la parola in sequenza è costruzione e distruzione, realtà e finzione, descrizione ed ipotesi di un universo con i suoi elementi vitali. Parola in gioco. La sequenza delle parole è fondamentale nel rapporto di quelle con la realtà narrativa. Lo scrittore descrive ed ipotizza, ambiguo tra realtà e finzione, usando le parole come forma di consapevolezza che cresce nel tempo, nel gioco tra ordine e caos. Nella Metamorfosi di Kafka, Gregor Samsa diventa scarafaggio assumendone nel tempo tutte le caratteristiche deformanti, dagli arti alla voce, ipotesi d’uomo che perde il contatto con la realtà. La sua parola diventa incomunicabile, realtà e finzione solitarie. L’uomo-finzione assorbe in sé l’uomo-realtà. Gregor Samsa si rende progressivamente e drammaticamente conto di essere “fuori dal tempo”, in ritardo rispetto ad esso ma senza possibilità di recupero. La sua parola esce trasformata dall’abbruttimento alienante, che diviene sempre più realtà della finzione. Il suo monologo è un cavallo di Troia per entrare nel mondo inaccessibile: quello del caos ordinato dei familiari. Ma è un cavallo senza gola, senza via d’uscita. Silenzio e vuoto. «È silenzio in gioco che include il vuoto della finzione nella realtà del lettore e chiede a lui una gola che Gregor non ha». Nella sua gola, il presente è un’ipotesi rinnovabile.

La qualità del sentire.

La novità del suono e’l grande lume/di loro cagione m’accesero un desio/mai non sentito di cotanto acume./ Ond’ella che vedea me sì com’io,/ a quietarmi l’animo commosso,/pria ch’io a dimandar, la bocca aprio,/ e cominciò: “Tu stesso ti fai grosso/col falso imaginar sì che non vedi/ciò che vedresti se l’avessi scosso”.

(Dante, Divina Commedia – Paradiso)

Dante-uomo è abbagliato da Beatrice come Ulisse è incantato dal canto delle Sirene.Sembra un dio marino. Beatrice illumina così la scena del rispecchiamento perfetto tra realtà e finzione, tra uomo e donna, tra anima di Dante e Dio. «La novità del suono e’l grande lume» sono come il canto delle Sirene: melodia sublime ed inarrivabile, giunta a Dante«col falso imaginar sì che non vedi», nel tempo emerso dalla parola per la presenza di Beatrice. Tempo mitico del presente paradisiaco, esso svela l’ “uomo-ipotesi” realizzatosi interamente nell’opera letteraria. Così avviene nel finale dell’Ulisse di Joyce: in un’acquatica Dublino, Bloom riuscirà infine ad incontrare il sì di Molly quando tutta l’esperienza del tempo marino sarà conclusa e Molly diventerà il «mio fior di montagna».

 

E poi gli chiesi con gli occhi di dire ancora sì…E allora mi chiese se io volevo dire di sì mio fior di montagna… e sì dissi sì voglio sì.

 

Allora il viaggio è lo stesso per tutti: passaggio mitico, simbolico attraverso l’esperienza della morte. A Ulisse serve per raggiungere Penelope, a Bloom Molly. A Don Chisciotte, Dulcinea: in modi diversi per “uomini-finzione” diversi. Medesimo il corpo ondoso del tempo, il canto perfetto delle Sirene. Nel loro destino di solitudine estrema, identità diverse troveranno sbocco unitario alla propria avventura disperata fondendosi con Penelope, Molly e Beatrice. Così il viaggio di Bloom, nell’Ulisse, finisce nel monologo di Molly che realizza il rispecchiamento di Bloom nella donna. Trionfo del tempo interiore in cui fluiscono liberamente le emozioni di Joyce. Il flusso libero sconfigge la disperazione dovuta alla casualità cronologica del vivere, (numeri di sola realtà) perché la perfezione del tempo interiore (finzione della parola) si sostituisce all’imperfezione banale del tempo esteriore: Bloom si fonde in Molly.

La finzione del rispecchiamento totale e perfetto in un’altra realtà consente alla realizzazione di sostituirsi alla disperazione, tramite la capacità della parola di essere realtà e finzione di essa nello stesso tempo. Nonostante l’Ulisse di Joyce sia un’opera letteraria di grande impegno anche sotto l’aspetto dell’organizzazione della trama e della lunga gestazione, tanti anni di vita del suo autore, ciò che colpisce di più il lettore è l’estemporaneità apparente di quanto succede a Bloom, Dedalus, Molly e agli altri personaggi. Non sembra che dietro alle parole ci siano una gestazione e un’architettura così lunghe e complesse: la vivacità di suoni e immagini è sorprendentemente spontanea, anche troppo, se talora non si riesce nemmeno a seguirne il senso così bizzarro. È proprio questo aspetto bizzarro di suoni e immagini tramite le parole ciò che individuo qui come il “canto delle Sirene”. Ogni frase nuova trascina con sé tracce di parole il cui percorso è incerto, emotivamente instabile. La parola che segue nel momento successivo si lega a quella precedente sia strategicamente, secondo sentimento e volontà iniziali, sia casualmente, e sempre secondo una esigenza formale sentita che rivela progressivamente il nuovo territorio in cui si formano le attinenze emotive.

L’autore progredisce emotivamente nella dinamica narrativa del racconto, secondo una logica parzialmente sconosciuta. La costruzione letteraria forma così nuovi scenari, nuove ipotesi di realtà: con il canto, dà alle parole una amplificazione di senso, «una qualità diversa del sentire».L’emergere delle emozioni più profonde permette alla realtà del racconto di trovare la sua logica senza che la mente sia sconvolta per questo: la coscienza letteraria non teme le immagini della realtà. Lo vediamo bene in Roberto Bolano, nel suo 2666:

Zero, nulla. Questa idea, però, lo fa ridere. Dietro ogni risposta si nasconde una domanda, ricorda Anski che dicono i contadini di Kostekino. Dietro ogni risposta inappellabile si nasconde una domanda ancor più complessa. La complessità, tuttavia, lo fa ridere, e a volte sua madre lo sente ridere in soffitta come quando aveva dieci anni. Anski pensa a universi paralleli. In quei giorni Hitler invade la Polonia e inizia la seconda guerra mondiale. Caduta di Varsavia, caduta di Parigi, attacco all’Unione Sovietica. Solo nel disordine siamo concepibili.

La parola pneumatica: figure in divenire.

 

“Morto?” chiese la signora Samsa guardando la serva con aria interrogativa, sebbene anche lei potesse constatarlo, anzi vederlo senza bisogno di constatare nulla. “Credo bene!” rispose la donna, e a prova di ciò spinse con la scopa il cadavere di Gregor ancora per un buon tratto. La signora Samsa fece un gesto come se volesse fermare quella scopa, ma non lo completò. “Beh, disse il signor Samsa, possiamo ringraziar Dio.”

(F. Kafka, La metamorfosi)

 

L’aereo ha fatto improvvisamente un salto nel vuoto e mi sono preso paura. Paura di precipitare senza poter arrestare la corsa. Deve essere perché ora c’è Kafka a guidare il mezzo. L’idea di vuoto e di parola che si muove per mezzo del vuoto, oltre che dentro di esso, mi ha fatto questo brutto scherzo di turbolenza, mentre lui mi parlava: gli sono seduto di fianco. Le sue parole, come in Cervantes e altri grandissimi piloti, sembrano avere sia la leggerezza della volontà che s’impone sopra la realtà, incurante delle conseguenze dei vuoti d’aria, che la pesantezza dei sentimenti che ci porta inevitabilmente alla perdita di controllo e a precipitare in caduta libera nel vuoto fino alla catastrofe, per un eccesso di peso in volo. Gli dico di scaricare subito del carburante per alleggerire l’aereo. E lui cosa fa? Smette di parlare e subito l’aereo riprende quota: ha abbandonato Gregor Samsa al suo destino di peso morto, pur di salvare se stesso. E me: più leggeri senza Gregor. La signora Samsa, rimasta viva non facendo parte della zavorra, senza constatare nulla, non ce n’è bisogno, basta vederlo, domanda alla serva se deve credere a quello che lei stessa vede: Gregor è morto. In fondo, pensa, era solo uno scarafaggio. Il padre di Gregor sa che non è così. Si sente finalmente liberato dalla presenza scomoda di una finzione di uomo, qual era diventato il povero figlio. Possibile che tutti ci siamo salvati in modo così egoistico? Ma è proprio così: ora si può riprendere a volare senza la zavorra dei sentimenti.

Non è finita però: ora che Kafka tace, inizia a parlare Cervantes che è tornato a trovarci al posto di guida. E con lui sono di nuovo udibili le parole del povero Don Chisciotte, finzione di uomo che non capisce d’essere folle se non in punto di morte: e subito arriva un’altra turbolenza. Fai parlare Sancio – gli urlo io – così riprendiamo quota! Oppure facciamola finita con tutti e due, servo e padrone! ma questo lo dico solo dentro di me. Tanto, rifletto, creare presuppone sin dall’inizio il nulla della fine anche, o forse soprattutto, per lo Scrittore. Tanto vale finirla subito! Così si può riprendere a volare in silenzio, da soli con i propri sentimenti alleggeriti.«La fine, pur in assenza di presente, è un nuovo inizio il cui ordine sfugge»: possiamo solo tentare di immaginarlo, ma fuori dalla finzione, nell’eco lasciata dalla parola narrativa. Ora c’è una precisione nel volo, un nuovo ordine in cui parole e immagini sono fuori dalla finzione e hanno una corrispondenza reale. Ora parole e immagini coincidono insieme nella duplicità che le accomuna nel presente. È cessata la loro distanza temporale. Siamo già vicini all’atterraggio e mi accorgo che non vedo più né Cervantes né Kafka. Sento un altro vuoto, che non pregiudica l’atterraggio, anzi, ma mi fa sentire strano e nostalgico dell’avventura del volo che sta finendo, curioso di sapere cosa rappresentavano per me quei momenti non solo di panico, ma anche di divertimento inconfessato. Ora mi viene voglia di analizzarlo, quel vuoto creato in volo dalla loro presenza.

 

Lo sfasamento consapevole.

Estranei alla natura integrante della parola-finzione, familiari e colleghi di Gregor Samsa non possono cogliere l’interezza della realtà come complementarietà di realtà e sua finzione. L’“uomo-finzione” Gregor rimane solo, isolato nello spazio-tempo ambivalente della sua integrità isolata, un’unità ridotta ai minimi termini e disancorata alla realtà fisicamente dai tanti piedi troppo sottili e dalle altre deformazioni mostruose che ne denotano la debolezza di aderenza alla realtà degli altri. Primo tra tutti, Ulisse, sia nell’Iliade che nell’Odissea, ci ha mostrato la superiorità dell’ “uomo-finzione” sull’ “uomo-realtà”, la sua capacità superiore di oltrepassare tutti gli ostacoli, per la sua consapevolezza della realtà come duplicità, realtà e finzione, da vivere perciò in ambedue le dimensioni.

Ulisse, in questo uguale a Don Chisciotte, è il campione della solitudine, dentro una separazione dal mondo dovuta alla grandezza di questa sua consapevolezza, anche se li distingue l’essere il primo, Ulisse, soggetto reale di un mondo devastante e l’altro soggetto illusorio della duplicità delle cose. Ambedue lotteranno, ciascuno a suo modo, contro la meschinità delle regole della comunità e dei suoi “uomini-solo realtà”, che non lasciano spazio alla pietà per i più deboli.  Troppo pericolosi per le persone semplici, saranno costretti da loro all’esilio ed alla sofferenza, prima di ritornare semplici “uomini-realtà”, mortali come tutti gli altri, legati ai limiti della propria umanità. Non è accettabile, per la comunità, la capacità dell’eroe di superare limiti ed ostacoli terreni solo in base all’astuzia, o alla fantasia più sfrenata, cioè alle finzioni consapevoli necessarie alla riuscita delle loro imprese. Gli eroi possono riuscirci solo con l’aiuto divino. Così avviene nell’Odissea, così non succede nel Don Chisciotte, dove Dio non interviene mai direttamente. Ma in Ulisse “uomo-finzione” rimane la consapevolezza della superiore dimensione che unisce finzione e realtà, nonostante la dura prova dell’esilio e della lontananza dagli affetti, quando non la loro perdita. Vincerà l’eroismo infine, pur pagando un prezzo agli “uomini-realtà”: la vendetta nuda e cruda. Questa lo farà diventare più crudele e spietato di loro. Ma, a differenza di quelli, potrà mantenere «la grandezza della finzione e della solitudine conseguente, la piena consapevolezza della propria integrità vitale», al di là di tradimenti ed ipocrisie che regolano la vita comunitaria degli “uomini-realtà” suoi nemici. Sarà sincero nelle emozioni di amore e paura, non vorrà perdere il proprio sé. La stessa integrità Don Chisciotte la recupera solo in punto di morte, come un ex carcerato che abbia tentato inutilmente di ritrovare se stesso inutilmente per tutta la vita: sempre respinto dagli altri, come Cervantes stesso. Non c’è pietà per loro due. Ma Don Chisciotte cerca nella mascheratura letteraria della realtà una nuova integrità, una nobiltà spietata con gli ingannatori e pietosa verso i deboli e gli ingannati. Cervantes è il suo patrigno, impietoso verso la stupidità, derisorio verso la follia, ma comprensivo per la ricerca umana d’identità duratura nella perdita del sé.

Proprio dalla perdita d’integrità ha avvio il capolavoro letterario del Don Chisciotte.

Così Don Chisciotte e Cervantes si specchiano l’uno nell’altro, le loro vite s’incontrano nell’identità respinta e ritrovata: nella nuova integrità. Anche in un qualunque noir, seppure in vesti diverse, compare l’“uomo-finzione” dalla identità respinta e ritrovata: è l’assassino, cioè colui che finge di essere uno tra tanti, mentre realizza il suo progetto criminale straordinario, in cui egli ritrova la sua integrità perduta. Nella descrizione dei suoi atti e progetti da parte dell’autore, vediamo realizzarsi progressivamente la vera realtà, cioè quella della sua finzione come funzione fondamentale dello specifico raccontare. Il suo delitto vuole affermare l’arte di una persona che sa di non essere come gli altri e non vuole neanche esserlo, anzi la sua è una forma di vita inimitabile di cui lui solo può essere il sublime interprete.

Il delitto permette di distruggere il kitsch imitativo delle vittime prescelte, rimanendo il solo e sublime interprete della vita perfetta. L’assassino è un megalomane presuntuosoche«uccide l’inconscio della sua solitudine umana, la sua perduta integrità, sopprimendo le brutte copie di realtà costituite da altri esseri viventi». La sua integrità di uomo è da ritrovare nella perfezione dell’idea, e non in quella della logica concreta della vita, capace di integrare il caos nella solitudine eroica. Così l’assassino è un finto ‘uomo-realtà’ contro cui lotta l’investigatore. È un anti-Ulisse: la vendetta per lui è delirio della grandezza della solitudine, non sua esaltazione consapevole.

L’investigatore è un uomo solo e consapevole di esserlo, soprattutto è libero mentalmente ma dentro il caos delle relazioni umane: quanti commissari o investigatori “felicemente” sposati, quindi coinvolti in una libertà ordinata a due, riusciamo a ricordare? Ma ce n’è qualcuno o proprio nessuno? Quanti invece sono quelli dalla storia sentimentale travagliata e solitaria come quella di Ulisse? Capace di ordinare il caos da solo «Ulisse è colui che individua il tranello della finzione», è lui il più abile in questo. «Il suo talento mimetico permette all’indagine di smascherare il colpevole»,trovando indizi in spazi e tempi umani dall’aspetto ingenuo. Questo gli permette di superare gli ostacoli reali, immaginare e scoprire l’inganno nascosto. Così parlando di Ulisse, troviamo anche l’investigatore. Chi è nascosto nel cavallo di Troia in assenza di Troia? Chi è «un’ipotesi d’uomo, oltreché uomo delle ipotesi»,che si realizza tramite la parola che fluisce nel racconto? Certo, se considero uomo e ipotesi insieme dialetticamente, una cosa mi sorprende: il perduto Ulisse mi ricorda molto un investigatore moderno.

VINCENZO BONICELLI DELLA VITE è laureato in Scienze Politiche, export manager. Diploma di High School ’68 in Oklahoma, insegna Italiano in Louisiana nel ’79-’80. Curatore della Fiction di ‘451’, collabora a ‘Lucidamente’, rivista on line. Ha pubblicato Crisalide  (Il Filo, 2007), i racconti Verità nascoste, (Cicorivolta, 2009), su ‘451’ e in varie antologie. Con il saggio Sancio, io e l’isola di nessuno (Pungitopo 2012), è nella terna finalista del Premio Contemporanea d’Autore 2013 in attesa di esito.

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