Christopher Benfey

John Brown. Terrorista o martire?

da ''The New York Review of Books''

The Tribunal: Responses to John Brown and the Harpers Ferry Raid, curato da John Stauffer e Zoe Trodd, Belknap Press/Harvard University Press, 570 pp., $39.95

STORIA: Come può essere giudicata nel 2013 la figura di John Brown, attivista americano che combatté a mano armata per liberare contro lo schiavismo prima della Guerra Civile Americana: un terrorista che lottò contro la legge o un martire per la libertà?

1.

Nel marzo del 1862, mentre viaggiava a bordo di un treno proveniente da Washington, Nathaniel Hawthorne volse lo sguardo in direzione della sponda del Potomac che bagna la Virginia, occupata dalle truppe dell’Unione, e «vide la piccola città di Harpers Ferry, raccolta attorno alla base di una collina tondeggiante della quale risaliva l’erto pendio». Hawthorne, che due anni prima era rientrato da alcuni incarichi diplomatici in Europa – si trovava a Londra all’epoca del raid all’Harpers Ferry compiuto da John Brown a mezzanotte del 16 ottobre 1859 – colse un’inaspettata somiglianza tra la pittoresca cittadina arroccata sulle alture della Virginia e «le città etrusche che ho visto tra gli Appennini».

Hawthorne si soffermò con lo sguardo sulle rovine dell’arsenale federale dove Brown – che sperava di innestare una rivolta di schiavi che si sarebbe propagata in tutto il Sud – si era barricato insieme a diciotto seguaci armati, quasi tutti ventenni, tra cui cinque afro-americani e due dei suoi figli, quando i Marines, agli ordini di Robert E. Lee e J.E.B. Stuart, presero d’assalto l’edificio. Brown rimase ferito ed entrambi i suoi figli persero la vita insieme ad altri otto compagni. Il gruppo di Brown uccise quattro civili e un soldato; il primo ferito fu un portantino nero libero, raggiunto alla schiena da un proiettile sparato da uno degli ambiziosi uomini di Brown mentre prendeva il controllo della città. Brown e quattro dei suoi seguaci furono impiccati a dicembre, altri due nel marzo del 1860.

«Si era lecitamente meritato il martirio, e lo accettò con dignità», notò Hawthorne nel contemplare il teatro di quegli eventi violenti e caotici che alcuni, compreso il suo amico Herman Melville, considerava la principale “avvisaglia” della Guerra civile che sarebbe scoppiata poco più di un anno dopo. Come se stesse studiando l’ambientazione per uno dei suoi racconti gotici, Hawthorne si divertì a immaginare in che modo sarebbe stato possibile alleviare l’atmosfera desolata di Harpers Ferry:

 

Il più splendente dei soli non avrebbe potuto rendere quella vista festosa, né spazzare via la malinconia dalla città in rovina; perché, a parte la naturale povertà, degradato e prodigo dei villaggi della Virginia, possiede una desolazione inesprimibile, dovuta alle devastazioni della guerra e al fatto di essere stata occupata a turno da entrambi gli eserciti. Tuttavia, il contrasto tra le cittadine del Sud e quelle del New England sarebbe meno forte se le prime fossero avvezze all’uso della vernice bianca quanto lo siamo noi. È prodigiosamente efficace quando si desidera fare buon viso a cattivo gioco. 

 

Benché a commissionargli un articolo sul suo viaggio nel Sud fosse stata l’ ‘Atlantic Monthly’, una rivista nota per le sue tendenze abolizioniste, Hawthorne firmò le sue anonime riflessioni “Un uomo pacifico”, e ammise di non poter fingere che la sua ammirazione nei confronti del vecchio John Brown si spingesse oltre il suo apprezzamento per l’eccellente ballata che Whittier aveva scritto sul suo conto. John Greenleaf Whittier, quacchero e pacifista, aveva voluto distinguere tra la “mano insanguinata” di Brown e il suo “cuore amorevole”, e rifiutando qualsiasi argomentazione basata sul fine che giustifica i mezzi:

 

Perisca con lui la follia che insegue il bene attraverso il male!

Lunga vita al generoso ideale che non si macchia di sangue umano!

Non il raid del terrore di mezzanotte, ma l’ideale che questo sottende;

Non l’orgoglio dell’audacia di chi vive in uno Stato vicino, bensì il sacrificio cristiano.

 

Nella cerchia di Hawthorne, a Concord, altri erano meno schizzinosi. Ad Emerson e Thoreau, che avevano sostenuto la causa di Brown e lo avevano invitato nelle loro case, questi era apparso eroico nella sua consacrazione a un’ideale e solenne in occasione del suo ultimo discorso, tenuto di fronte al tribunale della Virginia, quando aveva affermato «se avessi agito in questo modo per il bene dei ricchi, dei potenti, degli intelligenti, dei cosiddetti grandi… ogni uomo di questo tribunale avrebbe giudicato quel gesto meritevole di ricompensa anziché di castigo». Hawthorne era sconcertato dal commento di Emerson, ampiamente citato, circa il martirio di Brown:

 

Non mi sarei mai aspettato di prendere le distanze così totalmente da qualsiasi apoftegma di un saggio, le cui labbra beate avevano pronunciato centinaia di frasi d’oro, come quello che diceva (attribuita forse erroneamente a una fonte così onorevole) che la morte di questo fanatico sanguinario «rese la Forca venerabile quanto la Croce!». Nessuno fu mai impiccato più giustamente.

 

Emerson in realtà si era spinto persino più in alto sulla scala degli elogi, definendo la forca addirittura “gloriosa”.

 

2.

John Brown fu dunque un terrorista meritatamente impiccato o un martire della principale causa umanitaria del diciannovesimo secolo? Il 2 dicembre del 2009, nel centocinquantesimo anniversario della sua esecuzione, il‘New York Times’ ha pubblicato due editoriali. Sotto il titolo: “Il 9/11 del 1859”, Tony Horwitz ha tratteggiato un parallelo tra l’impresa di Brown e gli agenti di al-Qaeda che attaccarono il World Trade Center e il Pentagono. «Brown era un fondamentalista barbuto che si considerava prescelto da Dio per distruggere l’istituzione della schiavitù», ha scritto Horwitz. Secondo David Reynolds Brown è stato invece “Il martire della libertà”, una svettante figura nazionale che per lo «sforzo eroico di liberare quattro milioni di neri ridotti in schiavitù» meritava la grazia presidenziale.

La speranza di raggiungere un giudizio più equilibrato circa l’operato di Brown sembra essere all’origine di The Tribunal, l’esauriente opera curata da John Stauffer, studioso letterario di Harvard, e Zoe Trodd, professoressa di letteratura americana presso l’Università di Nottingham. Il titolo del loro libro deriva da un commento fatto da Brown in una lettera scritta a quattro giorni dalla sua esecuzione: «Lascio a un tribunale imparziale il compito di stabilire se il mondo sia peggiore o migliore in virtù del mio essere vissuto e morto in esso». Tra le dichiarazioni raccolte da The Tribunal figurano quelle degli abolizionisti del Nord e degli schiavisti del Sud, di una spia dell’Unione e un assassino confederato, di Frederick Douglass e Abraham Lincoln, di influenti personaggi internazionali come Karl Marx e Victor Hugo, di giornalisti, poeti, soldati e vedove, oltre che di Hawthorne, Whittier, Emerson e Thoreau. Tale varietà di opinioni, che risalgono tutte ai tre decenni immediatamente successivi al raid, quando la controversia era al suo culmine, riempie cinquecento pagine.

Stauffer e Trodd lasciano pochi dubbi circa l’opinione che hanno di Brown in quanto eroe nazionale che, ritengono, gli studiosi «continuano a sminuire o emarginare». La loro ammirazione sfiora di quando in quando il sentimentalismo, come quando affermano che «Brown offre una testimonianza del potenziale degli individui comuni di trasformare se stessi e il proprio mondo». Malgrado nella sua famiglia vi fossero stati casi di disturbi mentali e a dispetto di quanto testimoniato dai suoi stessi uomini circa la sua “monomania”, Stauffer e Trodd prevengono le insinuazioni di chi ritiene che Brown potesse essere mentalmente instabile affermando con arroganza che tali illazioni riflettono il «potere del razzismo in America».

Ma è soprattutto su quello che chiamano il “tribunale della storia” che i due autori si concentrano in questa loro pregevole compilazione. Illustrano argomentazioni note circa i modi in cui il raid di Brown galvanizzò il Sud e divise il Partito democratico, spaccandolo lungo linee settarie che contribuirono alla vittoria elettorale di Lincoln. La diarista Mary Chesnut espresse lo sdegno sudista nei confronti di guerrieri in pantofole come Stowe, Thoreau ed Emerson, che vivevano «in confortevoli case del New England…», scrivendo «libri che leniscono i loro cuori dall’amarezza nei nostri confronti. La cui unica abnegazione che praticano è chiedere a John Brown di venire quaggiù e tagliarci la gola in nome di Cristo».

Stauffer e Trodd dimostrano quanto fosse difficile per gli abolizionisti nonviolenti come William Lloyd Garrison e Lydia Maria Child avallare l’operato di Brown. (“Nel far fuoco con la sua pistola”, scrisse generosamente Garrison, “egli ci ha semplicemente detto che ora è. È scoccato mezzogiorno, grazie a Dio”). Danno anche senso al perchè Brown, con l’audacia della sua dedizione al sacrificio di sé in nome dell’emancipazione degli schiavi, abbia ispirato generazioni di afro-americani, da Frederick Douglass all’artista Jacob Lawrence (la cui serie di dipinti del 1941 rimane uno dei più commoventi tributi al retaggio di Brown).

 

3.

In un libro precedente intitolato The Black Hearts of Men, Stauffer aveva affermato che alcuni abolizionisti, tra cui lo stesso Brown, avevano abbracciato la causa degli schiavi in maniera così assoluta da avere di fatto acquisito un’identità bi-razziale, “dal cuore nero”. Il racconto della vita di Brown che si legge nell’introduzione di The Tribunal segue questa stessa direzione. Nato in Connecticut nel 1800, Brown era figlio di un coltivatore e conciatore di pelli e fu educato secondo i rigidi principi del Calvinismo del New England – dannazione degli infanti, predestinazione, il resto – che non abbandonò mai. Discendeva da un colono del Mayflower e da un funzionario coloniale della Guerra di Indipendenza, ma la sua vita fu segnata da cospicui fallimenti. Secondo Stauffer e Trodd, “al di fuori del contesto dei suoi fallimenti lavorativi è quasi impossibile comprendere la crociata di Brown contro la schiavitù”.

Dopo essersi formato come ministro della chiesa congregazionista in Connecticut, Brown si fece una famiglia in Ohio e lavorò come conciatore, direttore di ufficio postale e bibliotecario in Pennsylvania, non lontano dal confine con l’Ohio. Perse la moglie, che gli aveva dato sette figli, e ne sposò un’altra, con cui ne ebbe altri tredici. Durante gli anni Trenta del 1800, in seguito al fallimento delle sue iniziative commerciali, speculò avventatamente in alcuni terreni in Ohio, e durante il Panico del 1837 perse tutto. Verso la fine di quell’anno uno stampatore abolizionista di nome Elijah Lovejoy fu ucciso da una folla inferocita ad Alton, in Illinois. Infuriato dall’assassinio di Lovejoy e forse amareggiato dai propri fallimenti, Brown sentì il desiderio di compiere un gesto sensazionale. “Qui di fronte a Dio, alla presenza di questi testimoni”, affermò durante un raduno abolizionista, “a partire da questo momento consacro la mia vita alla distruzione della schiavitù”.

Per Stauffer e Trodd, i problemi personali resero Brown straordinariamente sensibile alla difficile condizione degli schiavi afro-americani. “Più di qualunque altro bianco di cui si abbia testimonianza storica”, sostengono, “egli consacrò la propria vita alla loro causa e vide nelle loro sofferenze le proprie”. Nel 1846 Brown peggiorò la propria situazione finanziaria lanciandosi avventatamente e sulla scia di cattivi consigli, nel commercio della lana a Springfield, in Massachusetts, ma fallì ancora una volta, “su grande scala”. Pochi mesi più tardi uno dei suoi figli fece cadere una pentola di acqua bollente sulla figlia di appena un anno, ustionandola a morte. “Per alcuni anni”, confessò in seguito Brown, “provai un costante, intenso desiderio: morire”. Stando a Stauffer e Trodd, «si era addentrato in un universo di disperazione americana che gli afro-americani conoscevano meglio di chiunque altro».

In un articolo apparso un anno più tardi su un giornale abolizionista curato da un amico di Frederick Douglass, Brown assunse l’identità di un afro-americano libero. «Benché sia un gentiluomo bianco – scrisse Douglass dopo un incontro avvenuto verso la fine del 1847 – [Brown] è per affinità un nero, e interessato profondamente alla nostra causa, come se il suo animo fosse stato marchiato dal ferro della schiavitù». Secondo Stauffer e Trodd, molti schiavi presumevano che Brown fosse nero. «Un simile malinteso – concludono – rifletteva la convinzione secondo cui Brown ritenesse che gli ideali di libertà ed uguaglianza della nazione significassero partecipare con tutta la gente comune ed eguale».

Naturalmente, una cosa è fallire negli affari e perdere una figlia in un incidente drammatico,  e un’altra, ben diversa, è essere uno schiavo – impossibilitato a votare, a possedere alcunché, a imparare a leggere e a sposarsi liberamente, e costretto a vedere i propri figli venduti come bestiame al migliore offerente. Si tratta di un argomento che Russell Banks ha affrontato nel toccante romanzo Cloudsplitter, nel quale uno dei figli di Brown teme che il padre «possa essere accusato, dopotutto, di essersi appropriato di meriti che spettavano ad altri per aver sopportato un grande dolore senza essere prima stato obbligato a provare a sua volta quel dolore». In ogni caso ripetuti fallimenti non sembrano aver sensibilizzato molti bianchi alla causa degli schiavi sofferenti, né al Nord, né al Sud.

 

4.

In seguito ai violenti attacchi sferrati in Kansas nella primavera 1856 contro i leader abolizionisti, e al pestaggio che un rappresentante della Carolina del Sud inflisse all’interno del Senato al senatore abolizionista del Massachusetts Charles Sumner, e che quasi costò la vita a quest’ultimo, Brown decise che occorreva fare qualcosa:

 

Brown decise di compiere un gesto di una rappresaglia contro i coloni schiavisti. La notte del 24 maggio in compagnia di sette uomini, tra cui quattro figli e un genero, si introdusse nell’insediamento schiavista situato lungo il torrente Pottawatomie. Avvicinatisi a tre casette che sorgevano nei pressi del corso d’acqua, svegliarono i coloni, ne trascinarono cinque nel buio della notte e li colpirono a morte uno ad uno con delle pesanti spade. Secondo il vivido resoconto del ‘New York Herald’, una delle vittime fu decapitata e un’altra ebbe la trachea “recisa di netto”.

 

Questo crimine esecrabile è presentato da Stauffer e Trodd con linguaggio attenuato. L’attacco fu compiuto “per rappresaglia”, e le vittime erano dei “coloni schiavisti” che abitavano in un “insediamento schiavista” e vivevano, scrivono, in “uno stato di guerra civile”.

Peccato che nessuno dei coloni assassinati dagli uomini di Brown possedesse di fatto degli schiavi. Mahala Doyle, rimasta vedova in seguito all’attacco, scrisse una lettera durissima a Brown, detenuto in carcere in seguito al raid dell’Harpers Ferry, facendogli notare che anche lui adesso aveva perso due figli:

 

Ora potrà apprezzare [sic] il dolore che provai in Kansas, quando entrato all’improvviso nella mia abitazione nel cuore della notte lei catturò mio marito e i miei due ragazzi e li portò fuori dal giardino uccidendoli a sangue freddo, lasciandomi ad ascoltare. Non può affermare di averlo fatto per liberare i nostri schiavi; non ne possedevamo, né mai pensammo di possederne; mi ha semplicemente reso una povera vedova sconsolata, con dei figli indifesi.

 

Un paio di anni più tardi Brown architettò un’incursione più mirabile nella contea di Vernon, nel Missouri, lungo il confine con il Kansas. Accompagnato da diciotto uomini e sotto la minaccia delle armi riuscì a liberare undici schiavi da tre fattorie, e a condurli in Canada, verso la libertà, dopo un viaggio di mille miglia. Gli incursori erano armati sino ai denti ma spararono appena. Uno dei proprietari di schiavi oppose resistenza, e fu ucciso. Fuggito in Canada, Brown scrisse con tono trionfale sul ‘New York Tribune’: «Undici persone hanno recuperato con la forza i loro “diritti naturali e inalienabili”, solo un uomo è stato ucciso, e tutto l’inferno è rimescolato dal basso».

 

5.

Il massacro di Pottawatomie Creek era stato messo a segno furtivamente, con il favore delle tenebre, e Brown non ne assunse mai la responsabilità. L’assalto all’Harpers Ferry fu invece studiatamente d’effetto, come notato da alcuni testimoni in grado di apprezzarne la teatralità. John Wilkes Booth, che interpretava una piccola parte nel teatro Marshall di Richmond, si prese un giorno libero per assistere all’impiccagione di Brown, e fu così toccato dal suo atteggiamento da rischiare di perdere i sensi e dover chiedere a un soldato qualcosa da bere per potersi riprendere. Booth raccontò in seguito a sua sorella Asia che il “mezzo sangue” Lincoln, con «il suo aspetto, il suo pedigree, le battute e gli aneddoti grossolani e abietti, i suoi sorrisi volgari e la sua leggerezza» non poteva essere accostato all’eroica grandiosità di Brown. «Egli segue le orme di John Brown – disse, riferendosi a Lincoln – ma non è più all’altezza di quel vecchio duro eroe, Possente Dio! No. John Brown è stato un uomo ispirato, il personaggio più grandioso del secolo!».

Thoreau riteneva che i carcerieri di Brown avessero commesso tre errori, ciascuno dei quali aveva contribuito alla spettacolarità degli eventi: Brown non fu impiccato seduta stante; gli fu invece permesso di predicare e scrivere lettere (e, stando a resoconti inesatti, di imbattersi al patibolo in una schiava accompagnata dal figlio); e fu impiccato da solo. «Nessun imprenditore teatrale desideroso di dare risonanza al suo comportamento e alle sue parole avrebbe saputo orchestrare le cose con altrettanta abilità. – fece notare Thoreau – E chi pensate fosse l’impresario? Chi posizionò tra la prigione e la forca la schiava con il figlio, che egli si chinò a baciare con un gesto simbolico?».

Non è chiaro cosa Brown avesse sperato di ottenere con l’incursione. Come osservano Stauffer e Trodd, il suo piano sembra essersi “evoluto” nel tempo. Thomas Wentworth Higginson, uno dei suoi “sei finanziatori segreti” (che in seguito guidò un reggimento di neri e fu il consulente letterario di Emily Dickinson) rimase deluso nell’apprendere che le incursioni di guerriglia volte a liberare gli schiavi di cui aveva sentito parlare (e che gli ricordavano di Sir Walter Scott) si fossero in qualche modo trasformate in una missione suicida contro «l’intero potere del governo degli Stati Uniti». Che Brown, che non aveva messo a parte delle proprie intenzioni nessuno schiavo, sperasse davvero di innestare una ribellione in tutto il Sud? Se così fosse, nota Hawthorne, si rese colpevole di un «assurdo errore di valutazione». Forse però il suo obiettivo era stato sin dall’inizio un altro: una spettacolare conflagrazione di sangue e violenza, un ulteriore rimescolamento dell’inferno dal basso, capace di scuotere la nazione dal proprio torpore e polarizzare Nord e Sud attorno allo scottante problema storico di quell’epoca.

6.

«Le cause vincenti sono facili da sostenere», scrive Andrew Delbanco in The Abolitionist Imagination, pubblicato lo scorso anno e corredato dalle repliche di John Stauffer e altri1. Al pari di Stauffer e Trodd, Delbanco è alla ricerca di una lettura imparziale, o meno parziale, del periodo immediatamente precedente la Guerra Civile. I tempi sono maturi per una tale valutazione, suggerisce, «adesso che un certo sfinimento nei confronti delle guerre di cultura ha preso piede» (dove per guerre di cultura intende la tendenza a giudicare gli scrittori e i personaggi storici in base alle norme politiche a noi contemporanee). In libri recenti come The Republic of Suffering, di Drew Faust, e America Aflame, di David Goldfield, in cui «l’Unionismo urlato a squarciagola» lascia il posto a «una vivida consapevolezza delle devastanti conseguenze che seguirono al fallimento del compromesso», Delbanco coglie un concomitante “cambiamento di tono” e una “valutazione più pacata” della Guerra Civile «in quanto evento ampiamente tragico, forse addirittura evitabile».

Delbanco attribuisce gran parte di questo cambiamento all’esperienza di «aver assistito a due guerre guidate dall’America e giustificate in gran parte come atto di liberazione di esseri innocenti costretti a vivere in condizioni analoghe a quelle che la schiavitù imponeva». Egli ci chiede di immaginare di vivere nel mondo prebellico nel quale gli abolizionisti reclamavano un cambiamento «non domani, non l’anno prossimo, ma adesso». «Se avessimo potuto sapere con anticipo quale sarebbe stata l’entità del massacro che ne sarebbe seguito – domanda – ci saremmo schierati dalla parte di chi era disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di porre fine alla schiavitù?» (Come fa notare replicando a un critico, John Brown aveva «condotto, o quanto meno tollerato, un massacro in Kansas»). Delbanco ci invita a simpatizzare con i moderati quali Hawthorne, da lui definito con ammirazione «uno scrittore politicamente inclassificabile», e Melville, «sensibili al crimine della schiavitù ma nauseati dalla risposta abolizionista».

Per Delbanco, quelli come Brown che reclamavano l’emancipazione immediata e se necessario violenta di tutti gli schiavi appartengono a una tipologia ricorrente nella società americana, poiché c’è sempre qualcosa che una sostanziale fetta della popolazione considera meritevole di essere abolita, come l’alcool, l’aborto, i carburanti fossili, le armi, i mattatoi e via dicendo. Di fronte a simili, imperiose richieste, coloro che reclamano un iter politico, il ricorso al voto, un compromesso o una soluzione graduale appariranno sempre, agli occhi degli abolizionisti, come dei temporeggiatori privi di spina dorsale. Delbanco nota che Hawthorne firmò una petizione contro la Legge sugli Schiavi Fuggitivi del 1850, che tutelava il diritto di proprietà degli schiavisti negli Stati del Nord, rendendo di fatto la schiavitù un’istituzione nazionale.

Le misurate riflessioni di Delbanco sono state accolte con una risposta particolarmente caustica da parte di Stauffer, il quale afferma che alcuni mali, compresa la schiavitù così com’era praticata nel Sud, sono talmente estremi da «minare il compromesso e precludere la possibilità di una via di mezzo. In simili circostanze –  aggiunge allarmato – occorre combattere i fanatici violenti con un fanatismo più umano». Stauffer fa notare che Hawthorne scrisse una biografia per la campagna presidenziale di Franklin Pierce, suo compagno a Bowdoin nonché apologeta dello schiavismo. Come a voler mettere a tacere le voci sulla presunta «simpatia di Hawthorne per la causa sudista», Stauffer scrive che durante la guerra «egli richiese un autografo a Jefferson Davis ma non ad Abraham Lincoln» – un gesto che potrebbe avere diverse ragioni (Davis era stato ministro della Guerra di Pierce), e che di per sé non dice nulla.

7.

«Di sicuro, se l’insurrezione è mai un dovere sacro – scrisse Victor Hugo di John Brown – lo è quando è diretta contro la schiavitù». E tuttavia, a quanto pare, se l’istituzione dello schiavismo non fosse stata abolita l’insurrezione da sola non sarebbe bastata ad emancipare ogni schiavo (come il Lincoln di Spielberg e Kushner ha tentato di chiarire). Lincoln palesò il proprio timore che una vittoria dell’Unione potesse lasciare intatta la schiavitù e permettere il re-asservimento degli schiavi emancipati.

Per scongiurare una simile evenienza, Lincoln e i suoi colleghi del Partito Repubblicano assunsero la posizione, articolata da Sumner nel suo primo discorso al Congresso, che la libertà fosse “nazionale” mentre la schiavitù non fosse altro che un’istituzione “locale” mantenuta solo da leggi e da statuti locali – a dispetto dell’ampia affermazione di ‘libertà per tutti’ contenuta nella Dichiarazione di Indipendenza e nella Costituzione. Per Lincoln, Sumner, Seward e gli altri, la Costituzione, che non faceva esplicita menzione di schiavi, considerava questi delle “persone”, e non delle “proprietà”. Nel suo nuovo, eccellente libro Freedom National, James Oakes dimostra quando simili vedute fossero diffuse all’interno del Partito Repubblicano e con quale assiduità Lincoln e i suoi le tradussero in leggi attraverso l’adozione di una serie di misure che alla fine condussero, a quanto pare ineluttabilmente, al Tredicesimo Emendamento2.

Se, come Lincoln affermò nel suo secondo discorso inaugurale, “tutti sapevano” che l’utile della schiavitù «era per certi versi la causa della guerra», la guerra contro la schiavitù non era solo una campagna militare ma anche una battaglia legislativa. La Guerra Civile fu una crisi storica di immensa complessità e dalle origini multiple e correlate, tra le quali vi era ciò che Oakes (il quale nel suo libro cita John Brown un’unica volta, in un commento attribuito a Lincoln circa l’insufficienza della sola emancipazione) definisce le sue “origini abolizioniste”. Un “racconto esaustivo delle origini della guerra” dovrebbe comprendere, secondo Oakes, non ultimo una descrizione dell’economia politica della schiavitù, dello sviluppo di una società basata sulla manodopera gratuita al Nord, dell’evoluzione delle politiche di partito, dello scisma tra le chiese protestanti, oltre a una maggiore attenzione al contesto internazionale nel quale sia la schiavitù che l’abolizionismo si svilupparono.

 

8.

L’abolizionista inglese Harriet Martineau sentiva che il caso di John Brown continuava a rimanere fondamentalmente misterioso. «L’unica cosa evidente di Harper’s Ferry – scrisse alla fine del dicembre del 1859 – è la grandezza morale di John Brown», manifestata nella «eroica compostezza del suo comportamento» dopo il suo arresto. E tuttavia, sentiva, c’era qualcosa di profondamente inquietante nella sua scelta dei mezzi. «Il suo atto è, per noi, un mistero – concluse – e un mistero doloroso. Se non aveva altra intenzione che quella di far fuggire gli schiavi come si spiegano tutte quelle armi?».

Particolarmente toccanti sono le parole che pare Brown abbia pronunciato avvicinandosi al patibolo. «Questo è un bellissimo Paese» disse ai suoi carnefici. «Non avevo mai avuto prima il piacere di vederlo». Un commento disarmante, che forse non esprime altro che una reazione di fronte a una scena poco familiare e il rammarico al pensiero che non la si vedrà più. Stauffer e Trodd suggeriscono, illudendosi, che «con queste parole egli forse offrì un’ultima, profetica visione di un Paese liberato dalla schiavitù, ancora mai visto, che sarebbe emerso dal bagno di sangue». Il commento evoca però anche la trasognata sensazione di qualcuno che si sveglia da un sogno, da qualche forma di incantesimo, di sortilegio o di mania, così come il Young Goodman Brown di Hawthorne, che svegliatosi sconvolto dalla sua avventura notturna di violenza e trasgressione fa ritorno al suo placido villaggio e a sua moglie, ma non sarà mai più lo stesso.

(Traduzione di Marzia Porta)

1. Andrew Delbanco, The Abolitionist Imagination, con note di John Stauffer, Manisha Sinha, Darryl Pinckney e Wilfred M. McClay (Harvard University Press, 2012), recensito su ‘The New York Review of Books’ da David Brion Davis, Should You Have Been an Abolitionist?, 21giugno 2012.

2. Freedom National: The Destruction of Slavery in the United States, 1861–1865 (Norton, 2012).

CHRISTOPHER BENFEY è docente di inglese presso il Mount Holyoke College, nel Massachusetts. Il suo libro più recente è Red Brick, Black Mountain, White Clay: Reflections on Art, Family and Survival (Penguins Books 2013).

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