Steve Mithen

Società tradizionali e società moderne a confronto

da ''The New York Review of Books''

JARED DIAMOND, The World Until Yesterday: What Can We Learn from Traditional Societies?, Viking, 499 pp., $36.00

ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA: Uno stile di vita più tradizionale può insegnarci qualcosa per migliorare la nostra vita e la società in cui viviamo? Jared Diamond (il grande antropologo americano, il cui ultimo saggio viene qui recensito da Steve Mithen) pensa di sì.

Meno male che siamo WEIRD1, ossia che viviamo nel mondo occidentale, istruito, industrializzato, ricco e democratico, e che ci siamo lasciati la preistoria alle spalle. Se così non fosse, la nostra vita sarebbe una teoria continua di guerre e di diarree. Avrei potuto dover strangolare mia sorella se suo marito fosse morto e uccidere mio figlio appena nato se fosse sembrato debole, anche se avrei potuto probabilmente delegare il compito alla madre. Che bello essere WEIRD! Con la prospettiva di morire di infarto o di cancro, di respirare aria inquinata e di vivere in città affollate, piene di anziani soli e di figli disadattati.

Pur con innegabili vantaggi, abbiamo pagato a caro prezzo la scelta di abbandonare la società tradizionale e di fare il nostro ingresso nel mondo delle società stato in Mesopotamia 5400 anni fa, benché qualcuno sostenga che il Rubicone culturale fu attraversato 11.600 anni fa inventando l’agricoltura, quando l’ultima era glaciale era appena finita. Ma – domanda – non sarebbe stato meglio per il pianeta, per la nostra società e per il nostro benessere fisico e mentale rimanere entro i confini delle piccole società, vivere di caccia e di raccolta, di pastorizia o di agricoltura di sussistenza? No, è chiaro! Non avremmo avuto un Mozart, né la medicina moderna. Eppure – mi chiedo ancora – uno stile di vita più tradizionale può insegnarci qualcosa per migliorare la nostra vita di persone e la società? Jared Diamond pensa di sì. Pur non potendo egli ritornare nella preistoria, quella vera, il nostro autore ha visitato regolarmente le comunità tradizionali della Nuova Guinea dal 1964 in poi, e ha accumulato un bagaglio di esperienze personali e una cultura accademica di ampio respiro – in archeologia, geografia, ecologia e fisiologia – utili per la grande domanda: qual è il giusto stile di vita?

Jared Diamond, docente di geografia all’Università della California a Los Angeles, è celebre per tre saggi di divulgazione scientifica di assoluta qualità, come Il terzo scimpanzé (Bollati Boringhieri, 1994), Armi, acciaio e malattie (Einaudi, 1998) e Collasso (Einaudi 2005). È stato giustamente celebrato – ha ricevuto premi per la scienza e la saggistica scientifica, come la National Medal of Science, il Pulitzer, il Rhône-Poulenc e l’Aventis. Gli è pure stata intentata una causa da 10 milioni di dollari per una presunta diffamazione di due uomini di una tribù della Nuova Guinea da lui citati nel 2008 sul ‘New Yorker’. Ed eccolo di nuovo, Diamond e la sua storia, protagonisti del saggio fresco di stampa “The World Until Yersterday”, una lettura davvero coinvolgente.

L’autore sviluppa una serie di argomenti: atteggiamenti verso gli amici e gli estranei, sistemi di giustizia e natura della guerra,

crescita dei figli e trattamento degli anziani, atteggiamenti verso il pericolo, religione, diversità e competenza linguistica, alimentazione e salute. Per ciascuno, Diamond individua alcune differenze importanti tra la società tradizionale e quella moderna, e quali lezioni potremmo noi avere da loro. Alcune ci riguardano come individui – come crescere i figli, come regolare la dieta – altre la società come un tutto, ad esempio come migliorare il nostro sistema della giustizia. Perché ci dovrebbero essere insegnamenti? Perché – spiega Diamond – «per alcuni versi noi moderni siamo disadattati; i nostri corpi e i nostri costumi ora si confrontano con condizioni differenti da quelle che favorirono la loro evoluzione e a cui si sono adattati».

“Società tradizionale” è chiaramente un’espressione di ampio respiro, e il nostro autore si limita a definirla in una rara nota a margine:

Intendo le società del passato e presenti che vivono con una bassa densità di popolazione in piccoli gruppi – dalle poche decine alle poche migliaia – e il cui sostentamento si fonda sulla caccia e la raccolta o si affida all’agricoltura e alla pastorizia, società che sono state trasformate, pur in misura limitata, dal contatto con le grandi e occidentalizzate società industriali.

Diamond prosegue ammettendo che oggi questi tipi di società hanno subìto una modificazione, almeno parziale, dal contatto con il mondo occidentale, mentre sostiene anche che conservano tratti e processi sociali delle piccole società del passato. Questo è probabilmente vero. Ma forse è necessaria una cautela persino maggiore quando parliamo di queste società tradizionali che si trovano oggi in ambienti marginali: marginali rispetto alla loro capacità di condurre alla crescita economica o ad uno sviluppo in società stato. Stando così le cose, le società tradizionali sopravvissute sono un campione non rappresentativo delle società del passato. Se pure Diamond le descrive come una fonte di «migliaia di esperimenti naturali» di stili di vita, il campione potrebbe essere gravemente parziale. La ricostruzione archeologica è necessaria per ampliarlo, ma ciò crea nuovi problemi: su come interpretare i muti reperti materiali delle vite cariche socialmente ed emotivamente che desideriamo confrontare con la nostra?

Le tribù delle montagne della Nuova Guinea, che sono le protagoniste del suo saggio, sono un caso adeguato. Quando, nel 1931, occhi occidentali – australiani, per la precisione – le incrociarono per la prima volta, sembravano tradizionali allo stato puro: tecnologia dell’età della pietra, guerre tribali croniche, una varietà sorprendente di lingue e di rituali esotici. Nei ritratti di Diamond, quelle società hanno percorso rapide gli ultimi settantacinque anni, attraversando i cambiamenti sociali ed economici che avevano impiegato millenni per svolgersi nel resto del mondo. Ma cosa era successo nei settantacinque anni precedenti al 1931? O nei cento, nei mille, o nei settemila anni che ci riportano alle prime testimonianze archeologiche delle culture su quelle montagne? Era sempre esistita la cultura della rigida territorialità, della vendetta e della carestia periodica osservate dopo il 1931? O invece le genti di montagna della Nuova Guinea degli anni ’30 avevano le loro società tradizionali, che differivano da quelle precedenti come i recenti neoguineani differiscono da noi oggi?

Diamond è consapevole di tali problemi e quando sembra pensarla diversamente, riferendosi per esempio alle migliaia di anni di guerre tribali in Nuova Guinea, è verosimilmente più per una ricerca di impatto letterario che per un errore di valutazione. Del resto, egli ribadisce che il saggio è rivolto a un vasto pubblico e che non è un lavoro accademico. Resta comunque un problema, e cioè se la natura del libro sia sufficiente a giustificare l’assenza di note che spieghino le sue molte affermazioni sulle società, moderne e tradizionali: credo che molti lettori avrebbero preferito consultare i materiali originari a cui Diamond ha attinto, e, dal mio punto di vista, ho trovato molti fatti e cifre accattivanti che avrei voluto approfondire, alcuni dei quali mi lasciano perplesso e credo siano da verificare. A titolo di cronaca, Diamond si è difeso sul ‘New Yorker’ dalle accuse di imprecisioni fattuali dicendo di avere scritto da giornalista più che da scienziato. Sono convinto che i criteri di attendibilità debbano valere in entrambi i casi e che anche la divulgazione scientifica richieda note esplicative. Anche se forse oggi sono troppo sensibile su questa materia, poiché scrivo la recensione nella settimana stessa in cui sta per essere pubblicato nel Regno Unito il rapporto Leveson sull’etica del giornalismo.

Le società WEIRD sono esse stesse enormemente diverse – con differenti gradi di W, di E, di I, di R e di D. Sovente Diamond è elastico e a tratti piuttosto generico sulla variabile a cui si riferisce e non fa riferimento alla Cina, una nazione davvero weird, anomala, con la sua mescolanza di capitalismo e di comunismo, di ricchezza e povertà, di vita urbana e di vita rurale. A volte, egli include le società stato a partire dall’epoca mesopotamica; altre volte parla di “mondo moderno” o di “primo mondo” o di “vita occidentale”; e talvolta le sue riflessioni sembrano rivolte esclusivamente alla ricca società americana della classe media, quella stessa in cui – immagino – egli dimora in California.

Questa sensazione è palpabile quando si riferisce alla maggiore longevità e salute degli anziani delle società moderne rispetto alle società tradizionali. Quest’ultime, infatti, apparirebbero sotto una luce decisamente più favorevole se le confrontassimo con le classi operaie urbane di metà Ottocento o, perché no, con quelle contemporanee. E se persino scattassimo un’istantanea dell’America moderna, qualunque tentativo di ricavare un quadro generale della vita, dell’alimentazione, dell’assistenza all’infanzia e del trattamento degli anziani sarebbe quasi impossibile alla luce dell’enorme varietà di condizioni socioeconomiche del paese.

A ogni buon conto, l’America moderna è piuttosto anomala. Parlando della religione Diamond sostiene, ad esempio, che è stata infiacchita dalla scienza e dalla sua capacità di spiegare il mondo, e che, al contempo, il bisogno della preghiera si è contratto perché la tecnologia ha ridotto il numero e il potenziale impatto dei pericoli che dobbiamo affrontare. Il ragionamento regge se vogliamo comprendere la laicizzazione in Europa, ma fa acqua nel caso dell’America, la nazione scientificamente e tecnologicamente più avanzata, dove il Cristianesimo e persino il creazionismo sono in piena salute. E per contro, le sue spiegazioni per l’aumento del diabete – avendo uno stile di vita in netto contrasto con quello delle società tradizionali – sono efficaci per capire la diffusione della malattia in America, ma non ne spiegano la bassa frequenza in Europa, un’area del mondo altrettanto sedentaria e ipernutrita.

Diamond è evidentemente angosciato da queste differenze tra America ed Europa, ma altre discrepanze importanti sono rifiutate. Scrive, per esempio, che le reti delle relazioni sociali sono più importanti e durature nelle società tradizionali che in quelle occidentali. Questo ragionamento vale forse per l’America meritocratica, ma dubito che calzi per l’Europa, e certamente stride nel caso del Regno Unito, dove prosperano ancora le reti di old boys2. Un recente rapporto del Sutton Trust3mette in luce l’influsso, vivo come non mai, di un manipolo di scuole private – Eton in testa – come via di accesso alle professioni più prestigiose.

Diamond inizia il suo studio considerando gli atteggiamenti verso amici, nemici ed estranei, concludendo che le società tradizionali – del passato e presenti – si comportavano come “nazioni in miniatura”. Qui, come altrove, per fondare il ragionamento egli attinge a racconti tratti dalla sua esperienza. Si tratta di storie brevi e piacevoli che, nel loro intreccio, ci propongono una biografia affascinante. In questa sezione del libro è usato un aneddoto per spiegare come la società tradizionale, o perlomeno la tribù neoguineana presso cui dimorava in quel tempo, aveva un concetto di amicizia personale differente da quello che Diamond aveva maturato in America, e che aveva pensato fosse universale fino ad allora.

La sua idea di amicizia viene scossa dalla risposta che gli dà un nativo di nome Yabu alla domanda se intendeva fare visita all’amico Jim, un maestro di scuola britannico stanziato in Nuova Guinea. Racconta Diamond che Yabu e Jim si erano incontrati in uno dei suoi campi di bird-watching e che avevano trascorso piacevolmente del tempo insieme a chiacchierare, fra battute e racconti. Dopodiché Jim era tornato nella sua cittadina sulle alture centrali, a poche miglia dal villaggio di Yabu. L’innocua domanda di Diamond si era incontrata con una risposta persino sdegnata di Yabu:

Fargli visita? E perché mai? Se Jim ha del lavoro o una mansione da assegnarmi per raggranellare qualche soldo, allora può darsi. Ma di lavoro non ne ha. E allora non ho intenzione di fermarmi nella sua cittadina e fargli visita per pura “amicizia”!

La seconda parte del libro tratta l’argomento “Pace e Guerra”. Esordisce col racconto della morte di un bambino in un incidente stradale in Nuova Guinea, per condurci nelle differenze eloquenti tra i sistemi di giustizia della società tradizionale e di quella moderna. Nel primo, prevale la ritessitura dei rapporti tra le parti coinvolte, come risoluzione emotiva e come riconciliazione; nel secondo, invece, prevale l’interesse a identificare la colpa e a cercare la punizione. La ragione della differenza è chiara: nelle società tradizionali su piccola scala è facile che le parti in causa già si conoscano, che siano addirittura imparentate, e che avranno certamente occasione di rincontrarsi. In una società stato non c’è bisogno di sanare una relazione, perché prima nemmeno esisteva e le parti non avranno più occasione di rivedersi.

Ma rimane irrisolto il bisogno della risoluzione emotiva. Pur riconoscendo i vantaggi decisivi della giustizia di stato – la capacità di spezzare i cicli di violenza altrimenti incessanti, fornendo un «campo di gioco equo» per la risoluzione delle dispute (almeno in teoria) e impedendo ulteriori delitti punendo il colpevole – Diamond suggerisce che noi occidentali ricaveremmo dei vantaggi introducendo alcune pratiche tradizionali nel nostro sistema di giustizia di stato, in particolare la mediazione e la giustizia riparativa.

Non è un’idea particolarmente originale, e Diamond riconosce che l’adozione di tali pratiche ha alle spalle annose discussioni. La giustizia riparativa – la pratica di riunire le parti per riconoscere le responsabilità in vista di una riconciliazione – è stata significativa in due processi di pace di successo del mondo moderno: in Sudafrica e in Irlanda del Nord. Mi ha sorpreso che Diamond, per altri versi esauriente, non abbia commentato, né riflettuto su questi casi esemplari che riguardano le azioni che lui stesso suggerisce debbano essere fatte.

È vero, mi ha lasciato insoddisfatto, ma mi ha indotto ad approfondire. E infatti una rapida ricerca su Google mi permesso di reperire un eccellente articolo di Rachel Monaghan pubblicato nel 2008 sulla ‘International Criminal Justice Review’. L’articolo ha tratto insegnamenti dal Sudafrica e dall’Irlanda del Nord a proposito dell’innesto efficace nei sistemi di stato dei sistemi di giustizia riparativa basati sulla comunità. Gli esempi del Sudafrica erano particolarmente interessanti perché descritti come adattamenti dai sistemi di giustizia riparativa tribali tradizionali, più di un decennio prima che Diamond suggerisse che quella era la strada da percorrere.

Gli ero grato per avermi indotto a cercare quell’eccellente articolo. Sono poi stato motivato a fare letture supplementari dai due capitoli successivi su “Pace e Guerra”. Il primo, un breve resoconto della guerra dei Dani del 1961 tra due alleanze tribali in Nuova Guinea; il secondo, una considerazione discorsiva sulla guerra nelle società tribali e su come differisca dalle guerre moderne. Il resoconto della guerra dei Dani era affascinante e irritante in eguale misura, con Diamond che, forse memore delle critiche precedenti, propone una scrupolosa documentazione delle fonti (una tesi di dottorato in olandese, due libri scritti da un antropologo, un libro di scienza divulgativa e un documentario). Questa guerra sembra fosse tipica, delle guerre nelle società agricole tradizionali, oltre che di quelle combattute in Nuova Guinea: un ciclo in apparenza inesauribile di imboscate, incursioni e battaglie in campo aperto, e di omicidi e stermini occasionali.

Diamond evita l’errore di attribuire tale violenza persistente alla natura umana, e riconosce che la guerra è una risposta a circostanze ecologiche ed economiche ben precise. Rileva poi differenze essenziali rispetto alla guerra moderna: i popoli tribali spesso conoscono l’identità delle persone che uccidono; sono mobilitate intere popolazioni, più che eserciti specializzati; e la pace è più difficile da ottenere e rimane più fragile quando è assente un governo centrale che la impone.

La natura cronica della guerra tribale, con il suo perdurante desiderio di vendetta, suscita orrore non solo in noi lettori distanti ma anche fra le popolazioni tribali. Diamond descrive la sofferenza causata alle genti della Nuova Guinea e come quest’ultime avessero provato gratitudine per l’intervento del governo centrale, che aveva posto fine alle belligeranze con un manipolo di poliziotti di pattuglia. Come confronto con la guerra delle società tradizionali, Diamond cita vari esempi di guerra moderna, dal bombardamento giapponese di Pearl Harbor del 1941, alla guerra del football del 1969 tra El Salvador e l’Honduras. Mi ha tuttavia sorpreso che non faccia riferimento al contrasto più devastante: il conflitto arabo-israeliano.

Dopo pagine su pagine sulle guerre in Nuova Guinea mi è stato inevitabile riflettere sul ciclo di violenze in apparenza senza fine in Medioriente; si registrano guerre arabo-israeliane nel 1948, nel 1956, nel 1967, nel 1973, nel 1982, e più recentemente nel 2006 e nel 2008; e persino nella settimana in cui leggevo il libro di Diamond, lo scorso novembre. Sia i palestinesi sia gli israeliani manifestano una memoria robusta, il desiderio di vendetta, la demonizzazione del nemico, il massacro di civili e la mobilitazione di intere popolazioni: di soldati di leva nel caso di Israele, e della intifada dei bambini lanciatori di pietre in Palestina. Ha i connotati della guerra tribale classica descritta da Diamond nelle Highlands neoguineane, una guerra tribale, però, con armi moderne in una società moderna, con la potenzialità di conflagrare in tutto il Medioriente.

La terza parte del saggio esplora gli atteggiamenti e le pratiche verso i giovani e verso gli anziani nella società tradizionale e in quella moderna. A proposito della crescita dei figli, Diamond sostiene che molti elementi sono da ammirare nella società tradizionale: il contatto costante tra madre e figlio, che prevede di condividere il letto, l’allattamento a richiesta, a differenza dell’allattamento a orari fissati come nelle società occidentali, i giochi cooperativi piuttosto che competitivi, il modello diffuso dell’accudire, che prevede che i bambini siano guardati a turno da una cerchia allargata di adulti in aggiunta ai loro genitori. Alloparentale, viene definito nel gergo scientifico.

Come l’autore lascia intendere, queste pratiche sono generatici di sicurezza emotiva, di fiducia in se stessi, di curiosità e di autonomia degli adulti e dei bambini nelle società su piccola scala, una miniera a cui noi occidentali dovremmo attingere. Ma se i contrasti sono così grandi come Diamond suggerisce mi è poco chiaro. Sono convinto che le cure alloparentali siano più significative in Occidente, almeno in Europa, di quanto egli lasci intendere, assumendo spesso la forma di baby sitting circe4, di gruppi di colazione e di doposcuola, e di un ampia gamma di modalità di assistenza che si avvalgono di nonni, zie, zii, amici e di strutture a pagamento, di cui solo alcune sono dichiarate allo stato.

Dopo i giovani, Diamond rivolge l’attenzione agli anziani. Dichiara un certo interesse personale, e ci informa che lui ha settantacinque anni e che prevede l’inizio della sua vecchiaia quando di anni ne avrà ottantacinque, considerando che i suoi sessanta e settanta sono stati il picco della sua vita. Nella Nuova Guinea rurale si viene considerati anziani a cinquant’anni, sebbene qui e in altre società tradizionali vivano molte persone ultrasettantenni, e forse anche più anziane.

Diamond offre descrizioni vivide dei modi spicci con cui i popoli tradizionali liquidano il problema degli anziani: dalla incuria passiva – per esempio lesinando sul cibo – al suicidio assistito, fino all’uccisione violenta. Mi ha sorpreso il mancato riferimento ai dibattiti in corso (perlomeno nel Regno Unito) sulla legalizzazione del suicidio assistito, un ritorno del mondo moderno a un atteggiamento tradizionale verso l’anziano. Di nuovo, mi preoccupo delle generalizzazioni di Diamond sull’Occidente, ovvero che la sua popolazione disponga di cibo e di assistenza medica in abbondanza. In realtà, in occidente la situazione di molte persone non è tale ma nell’insieme questa parte del libro è una preziosa riflessione su una questione di importanza crescente, ovvero il ruolo degli anziani nel mondo moderno.

Avevo un’idea diversa del mondo moderno che ritorna al modo tradizionale, che Diamond trascura nei due capitoli seguenti il cui tema è il “pericolo”, e che costituiscono la quarta parte del libro. Questo tema importante Diamond lo definisce “paranoia costruttiva”, ossia l’attenzione ai pericoli per evitarli cum grano salis, che i popoli della Nuova Guinea realizzano, ad esempio, parlando costantemente fra loro:

Aggiornano la cronaca in diretta degli avvenimenti, di cosa è successo stamattina e ieri, chi ha mangiato cosa e quando, chi ha urinato dove e quando, e i dettagli minuti di chi ha detto cosa su chi o fatto cosa a chi.

Anche i !Kung, o pigmei, e altri popoli tradizionali adottano questo comportamento.

Questa forma di pettegolezzo riduce i rischi ambientali, in parte mantenendo rapporti sociali che possono essere utili quando insorgono problemi. Il valore del pettegolezzo fornisce una delle teorie più convincenti dell’evoluzione del linguaggio tra gli antenati ominidi, una teoria rafforzata dai resoconti di Diamond nelle alture della Nuova Guinea. Egli confronta la diffusione del pettegolezzo tradizionale con l’uso assai più parco della conversazione nella società occidentale, attribuendo il fenomeno ai minori pericoli e alla ricchezza di fonti d’informazione.

Ma un confronto piuttosto ovvio da proporre  che Diamond ignora – è la straordinaria crescita dei social media, soprattutto Facebook e Twitter. Essi trasmettono un’informazione banale come il gossip degli abitanti delle alture neoguineane. Ma i social media svolgono in teoria la funzione che il pettegolezzo di persona svolge nella società tradizionale, un mezzo per trascendere la separazione fisica imposta dalla società occidentale. E addirittura Skype permette il pettegolezzo a tu per tu, con gente in un altro continente. Credo, però, che l’uso smodato dei social media sia come il troppo sale nel cibo: un desiderio scaturito con l’evoluzione, che un tempo era funzionale e che oggi è nocivo. Questo non è qualcosa che deve essere imparato dalla società tradizionale, è semplicemente incorporato nel nostro genoma.

Ci sono molte più informazioni e idee nei capitoli sul pericolo, inclusi i racconti di tre incidenti durante i viaggi in Nuova Guinea che l’hanno persuaso del valore della “paranoia costruttiva”. Descrive se stesso come una persona ormai prudente, al punto da esasperare gli amici americani, che lo reputano ridicolo. Nel mondo occidentale – questo il suo ragionamento – siamo incapaci di valutare obiettivamente i rischi. Un esempio per tutti sono gli studenti universitari americani che giudicano, sbagliando, l’energia nucleare più pericolosa delle automobili, e i pesticidi più dannosi di un intervento chirurgico. E paragona, da un lato, il modo sensato in cui gli agricoltori di sussistenza ripartiscono il rischio, disperdendo i lotti di terreno in differenti contesti ecologici, e, dall’altro, le azioni insensate dei “guru” della finanza di Harvard, che si limitano a massimizzare i profitti a lungo termine trascurando i rischi a breve termine. Con le conseguenze del tracollo finanziario del 2008-2009.

La quinta parte del saggio è composta da tre capitoli che hanno per tema la religione, il linguaggio e la salute. Quello sulla religione è il meno soddisfacente, fossilizzandosi sulle definizioni di religione e rinunciando in buona parte al confronto tra la società tradizionale e la società WEIRD, la raison d’être del suo saggio. Credo che, fra gli argomenti trattati, la religione richieda una conoscenza antropologica superiore a quella posseduta da Diamond per ottenere qualsiasi risultato. E mancano alcuni confronti che parrebbero scontati. Mi riferisco all’impatto della scrittura sulla natura dell’ideologia religiosa nelle società stato.

Il capitolo seguente sulle diversità e le competenze linguistiche è decisamente più interessante. Descrive il tasso spaventoso di estinzione delle lingue: se proseguirà con questo ritmo, alla fine del secolo delle settemila lingue attuali ne sopravvivranno poche centinaia. La maggior parte di esse comprende poche migliaia di parlanti, e un gran numero ne conta meno di duecento, a dispetto dei nove giganti linguistici che vantano oltre cento milioni di parlanti: in ordine di grandezza, il mandarino, lo spagnolo, l’inglese, l’arabo, l’hindi, il bengalese, il portoghese, il russo e il giapponese. Diamond esplora i fattori ecologici e storici che influenzano la diversità linguistica, e che spiegano l’incredibile numero di lingue parlate nella Nuova Guinea.

Il suo confronto chiave tra mondo tradizionale e mondo moderno è la prevalenza del bilinguismo, o del multilinguismo, nel mondo tradizionale, e del monolinguismo nel mondo moderno. Diamond si riferisce a una “idea diffusa” negli USA, ossia che il bilinguismo sia dannoso e che l’inglese debba essere la lingua ufficiale dominante. Contrario a questo sciovinismo linguistico, egli cita gli studi che dimostrano come il bilinguismo migliori le prestazioni cognitive oltre a favorire la comunicazione, proteggendo fra l’altro contro l’Alzheimer. Se la lezione che Diamond vorrebbe noi ricavassimo dalle società tradizionali è che il bilinguismo e il multilinguismo siano positivi per noi, presumo che molti lettori di queste pagine lo appoggerebbero, che farebbero anch’essi muro contro le minacce al bilinguismo negli Stati Uniti e deplorerebbero l’insegnamento sempre più sporadico delle lingue straniere negli USA e nel Regno Unito.

Il penultimo capitolo del saggio – sull’alimentazione – si occupa della diffusione delle malattie non comunicabili (MNC) nel mondo moderno, come il diabete, l’ipertensione, l’ictus, l’infarto, i tumori. Di queste malattie morirà la maggior parte di noi, eppure sono rare o sconosciute nelle società tradizionali. Viceversa, la morte causata dai leoni, dalla caduta di alberi e dalle malattie parassitarie sono rare a New York. Un fattore decisivo nella diffusione delle MNC è l’eccesso di sale nel cibo, uno dei vizi del mondo occidentale, un settore che Diamond conosce bene essendo originariamente specialista di assorbimento del sale nella vescica biliare. Scrive con dovizia di dettagli scientifici e con disinvoltura non solo sull’assunzione del sale ma anche sul drammatico aumento del diabete e sulle sue cause.

Esistono adeguate storie evolutive che spiegano il desiderio dannoso di sale, di zucchero e di grassi. Diamond sottolinea un’ironia, quella cioè che le persone che avevano antenati – migliaia di anni fa – più a loro agio con la carenza di sale nelle savane africane, oggi a Los Angeles rischiano di morire per i problemi connessi a un eccesso di sale; analogamente, i geni che oggi ci predispongono al diabete ci avrebbero permesso un tempo di sopravvivere alla carestia. Diamond sostiene che dobbiamo capire quali aspetti degli stili di vita tradizionali ci proteggevano dalle MNC. Ma proponendo la sua risposta – assenza di fumatori, esercizio fisico regolare, assunzione limitata di alcol, di sale e di zucchero, dieta ricca di fibre, di frutta e di verdura – ammette che il consiglio è così banale che è imbarazzante ribadirlo.

Diamond chiude il saggio descrivendo il suo conflitto di emozioni quando arriva all’International Airport di Los Angeles dopo una spedizione sul campo in Nuova Guinea. Egli nutre una passione evidente per la fitta boscaglia e il canto degli uccelli, apprezza la ricca vita sociale ed emotiva delle società tradizionali e, nella vita quotidiana, ha subìto un forte influsso dagli amici e dai conoscenti della Nuova Guinea, adottando la loro paranoia costruttiva e non toccando mai una saliera. Ma non si fa illusioni sulle sfide per la vita tradizionale e ammette le ragioni per cui essa è stata presto abbandonata per i vantaggi del mondo moderno: principalmente per la medicina moderna e la fine delle guerre croniche. E poi, vuoi mettere una doccia senza serrare le labbra per evitare un’infezione?

Mentre Diamond si riadattava a L.A., mi facevo l’idea di quanto la “società tradizionale” permea tuttora molti comportamenti nelle società WEIRD: che si tratti dei perduranti conflitti dal sapore tribale tra stati nazione, della rete diffusa di assistenza ai bambini, delle nostre cattive abitudini alimentari o della persistenza del sistema di classe nel Regno Unito. Le nostre abitudini, maturate con l’evoluzione, sono lì, pronte a riemergere ogniqualvolta ne abbiano la possibilità. Come accade con Facebook o con Twitter. Poche persone hanno l’opportunità di trascorrere il loro tempo sia nel mondo occidentale sia nelle società tradizionali, e un numero ancora minore ha l’erudizione per scrivere su una gamma così ampia di argomenti come quelli esposti in “The World Until Yersterday”. Spesso avrei voluto che Diamond approfondisse le sue riflessioni sul mondo moderno, che le esplorasse in modo più esauriente. Mi sono così risolto a farlo in parte da solo. Ed è a mio avviso il segno di un grande libro.

(Traduzione di Silvio Ferraresi)

1. Acronimo di Western (occidentali), Educated (istruiti), Industrialized (industrializzati), Rich (ricchi) e Democratic (democratici). Weird è traducibile con anomali o anche con predestinati. N.d.T.

2. I collegamenti sociali ed economici tra ex allievi di scuole private esclusivamente maschili. N.d.T.

3. Il Sutton Trust è un ente educativo benefico che si propone di migliorare la mobilità sociale e si occupa degli svantaggi in materia di istruzione. N.d.T.

4. L’affidamento a turno dei figli a cerchie di amici fidati. N.d.T.

STEVE MITHEN è docente di archeologia presso l’Università di Reading, nel Berkeshire. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Il canto degli antenati. Le origini della musica, del linguaggio e del corpo (Codice 2008).

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