Joseph Lelyveld

Sudafrica. Una persona che racconta la verità

da ''The New York Review of Books''

Se dovessimo descrivere di primo acchito il fotografo sudafricano David Goldblatt, potremmo dire che è il Walker Evans1 del suo paese. Benché Evans sia stato uno dei modelli di Goldblatt, all’inizio della sua carriera più di mezzo secolo fa, in questo caso il confronto serve solo ad alludere alla chiarezza morale della sua visione, alla serietà dei suoi intenti e all’ampiezza della sua opera. Ma ciò non è bastato a preparare gli spettatori che hanno visitato la mostra al Jewish Museum, una ricca esposizione dei suoi lavori in bianco e nero realizzati negli anni ’60, ’70, ’80, il periodo più caldo dell’apartheid.

Goldblatt, che non si è mai veramente considerato un fotoreporter, divide il suo lavoro in due categorie: professionale e personale. La prima categoria comprende tutto ciò che ha fatto su incarico di qualche editore o ente, la seconda riguarda invece ciò che è scaturito dal suo profondo bisogno di impegnarsi per la sua terra e la sua gente.

Un impegno che è andato ben al di là dei conflitti razziali e dell’oppressione, senza mai essere staccato da queste realtà inevitabili. Goldblatt lo fa risalire agli anni della sua formazione, in una città di minatori chiamata Randfontein, fuori da Johannesburg, dove ogni tanto veniva isolato in quanto ebreo e maltrattato dai compagni di scuola afrikaner, e dove, più tardi, il servire i clienti nel negozio di vestiti di suo padre lo esponeva quotidianamente alle piccole cortesie e scortesie, alle evasioni e a quell’innato disinvolto razzismo che costituivano un normale scenario per quel posto e quel periodo.

Il tratto distintivo del fotografo Goldblatt è sempre stato quello di andare più a fondo, di trovare una prospettiva insolita che puntasse dritto al cuore del problema: un’immagine che parla della solitudine, di stentate aspirazioni, di un fragile orgoglio da ambo le parti della divisione razziale, non di rado con un accenno a un’imminente violenza o al suo risultato. Un ragazzo bianco a un picnic punta una pistola giocattolo alla testa del suo fratellino; un giovane nero seduto mostra tutte e due le braccia ingessate, risultato di un pestaggio della polizia; un soldato afrikaner fa un rigido saluto davanti alla tomba di due amici d’infanzia uccisi in un combattimento al confine con l’Angola.

L’ombra della violenza non preclude però suggestioni d’intimità come l’immagine del figlio di un fattore bianco con le mani dolcemente posate sulla spalla e sulla schiena di una balia nera poco più vecchia di lui; o un capoturno bianco in una miniera di platino sottoterra, che va a tutta velocità su una specie di automobilina a pedali, con un minatore nero che pedala seduto accanto a lui; o un fattore che costruisce una bara per il servitore povero del vicino. Autoassolvendosi, in modo del tutto simile ai bianchi della segregata America del Sud, gli afrikaner si sarebbero vantati paternalisticamente di conoscere i loro neri e di prendersi cura di loro. Nelle fattorie questa pretesa era spesso – ma non sempre – priva di fondamento. Nelle zone suburbane, dove i bianchi andavano ad abitare in numero sempre maggiore, i rapporti erano infatti esclusivamente tesi.

Nelle immagini di Goldblatt raramente c’è folla: non sono rubate da un fotografo che si nasconde e si muove velocemente con il dito nervoso sul pulsante dello scatto. Ci sono però molti esempi di piccoli gruppi familiari raffigurati in modo sorprendentemente diretto. Uno tra questi attira in particolar modo la mia attenzione, forse perché mi è accaduto di trovarmi dietro al fotografo quando lo ha realizzato, quarantacinque anni fa. Un giovane lavorante della ferrovia afrikaner e sua moglie stanno in piedi nel cortile della loro abitazione offerta dal governo. Sono bianchi poveri che lo stato dell’apartheid ha cercato di sostenere. Marito e moglie appaiono incredibilmente sinceri e tristi, sembra che il loro bambino, tra le braccia della madre, stia piangendo disperatamente. La tipica didascalia informativa di Goldblatt tiene conto del loro credo religioso (che io avevo completamente dimenticato). Queste persone pensano che tutte le confessioni abbiano un barlume di verità, così non mancano di andare in chiese diverse ogni domenica. Quando si torna alla fotografia, lo stereotipo va letteralmente in pezzi.

A volte non ci sono affatto persone, solo le loro abitazioni, o monumenti e chiese, oppure i luoghi dove sorgevano le case prima che le autorità decidessero di raderle al suolo e di costringere gli abitanti a spostarsi verso insediamenti distanti, decisi in base al colore della pelle, sulla scia del contorto sogno dell’apartheid. Soltanto in un’immagine gli abitanti non sono stati spostati: una donna nera sta completamente sdraiata su un divano cadente, un bambino dietro di lei, il resto del suo desolato mobilio le sta tutto attorno. Mancano le mura e il tetto della sua baracca illegale, costruita con rami e pannelli di plastica: sono stati confiscati e demoliti dalla polizia. Poco dopo che la fotografia fu scattata, ci racconta Goldblatt, la donna iniziò a ricostruire la sua casa.

L’effetto complessivo, l’emozione che la maggior parte di queste immagini ottengono dallo spettatore non è tanto l’indignazione quanto l’empatia per questi esseri umani in conflitto, in continua lotta per un rifugio e per un po’ di dignità. Il fotografo, senza mai essere sentimentale, riesce a estendere questa empatia anche agli afrikaner, nel cui nome è stato decretato il sistema dell’oppressione. Può identificarsi con il loro attaccamento alla terra e arrivare a condividerlo, proprio nel momento in cui registra lo sventramento del paesaggio e l’ingiustizia razziale che il sistema ha costruito. Si è sempre considerato uno che dice la verità – benché non l’abbia mai detto così apertamente – piuttosto che un soggetto politico, uno che ritrae il paesaggio piuttosto che la lotta. Ma la lotta, nel suo significato più profondo, è stata il suo grande tema.

Sono vent’anni che l’apartheid, in quanto sistema legalmente riconosciuto, è finito, ma le sue conseguenze devastanti permangono nelle township e nei campi di ripopolamento rurale che iniziarono a esistere sotto il dominio dei bianchi. Negli anni successivi all’apartheid – in cui Goldblatt aveva più di settant’anni – l’impegno verso la sua terra è diventato ancora più appassionato. Il cambiamento politico del suo paese è coinciso con balzi tecnologici che lo hanno portato a scattare, per la prima volta, la maggior parte delle sue foto personali a colori: poteva lavorare su immagini al computer come aveva lavorato con i negativi nella camera oscura, fino a essere soddisfatto della sincera rappresentazione della luminescenza e della brillantezza della luce del Sudafrica che aveva ottenuto con una qualità che il Kodachrome tendeva a rendere graziose2.

I soggetti sono rimasti essenzialmente gli stessi ma la società è cambiata. A determinare dove le persone possono vivere adesso è la classe sociale piuttosto che il colore della pelle, così ci sono più opportunità di mostrare strati razziali e sociali diversi uno accanto all’altro, spesso nelle aree di confine tra gli insediamenti occupati, grandi e piccoli, e le gated communities3, ora formalmente non più in regime di segregazione. Benché ci fosse una mezza dozzina di esempi di foto in bianco e nero scattate dal 2000 in poi (compresa una di un calzolaio che fa il suo mestiere dietro spire di filo spinato, che sottolineano la situazione di pericolo del nuovo Sudafrica più efficacemente di qualsiasi didascalia), il passaggio al colore e a stampe più grandi è un capitolo della sua carriera omesso nel quadro generale delle opere che sono state esposte al Jewish Museum. È conservato invece in libri recenti come South Africa Intersections (Prestel, 2005) e Intersections intersected (Fundacao Serralves, 2008); quest’ultimo, catalogo dell’omonima mostra allestita al New Museum of Contemporary Art di New York, del 2009, accosta la sua opera in bianco e nero ai lavori a colori degli ultimi anni.

Ciò che è stato esibito nella mostra sulla Fifth Avenue può non essere stato tutto ma è stato abbastanza per mostrare come David Goldblatt gradualmente sia arrivato a essere riconosciuto come maestro contemporaneo, oltre i confini del Sudafrica e al di là del circolo dei suoi rifugiati e sostenitori. Le personalità di spicco del mondo della cultura sudafricana, tra le quali Nadine Gordimer e il direttore teatrale e impresario Barney Simon, sono state tra le prime a comprendere l’importanza e il significato dell’opera che si stava formando sotto i loro occhi.

Goldblatt ha tenuto la sua prima personale a Johannesburg e a Cape Town nel 1983, quando ormai da più di venti anni si dedicava al suo lavoro a tempo pieno (il Museum of Modern Art ha fatto la sua esibizione quindici anni dopo). Nel 2006 ha ricevuto il premio fotografico Hasselblad – quanto c’è di più vicino a un Nobel per la categoria – e nel 2009 il Premio Cartier Bresson. Questi premi e la seconda delle due importanti mostre a New York in un anno testimoniano un fatto da tempo evidente: che il suo lavoro sopravvivrà all’era che ritrae, perché cattura la situazione del Sudafrica al di là di un determinato periodo. In un’ambientazione sudafricana la sua opera riesce a toccare nel tempo il dolore e la solitudine della condizione umana in sé.

(Traduzione di Laura Forti)

NOTE

1. Walker Evans (1903-1975) è stato il fotografo che ha immortalato gli Stati Uniti durante Grande Depressione degli anni Trenta. Le fotografie, a sfondo sociale, denunciavano il degrado della sua società, ritraendo soprattutto i volti delle persone e le case e i paesaggi dove abitavano. N.d.R.

2. Il Kodachrome è stata la prima pellicola a colori, che è uscita di produzione nel 2009. N.d.R.

3. Zone ad accesso limitato. N.d.R.

Joseph Lelyveld

è direttore editoriale del ‘New York Times’. È autore di Move your shadow. South Africa, black and white (Abacus, 1987) e nella primavera del 2011 uscirà per i tipi di Knopf il suo nuovo libro, Great Soul. Mahatma Gandhi and his Struggle with India.

Print Friendly, PDF & Email
Invia una mail per segnalare questo articolo ad un amico