Roberto Satolli

La politica della felicità

DEREK BOK, The politics of happiness: what Governement can learn from the new research on well-being, Princeton, Princeton University Press, 2010, pp. 272, $ 24,95

Dall’Illuminismo in poi – cioè da quando l’umanità ha raggiunto la sua maggior età, per dirla con Kant – si usa dire che l’uomo moderno non insegue tanto la salvezza dell’anima quanto la felicità, cioè punta a soddisfare non solo i suoi bisogni materiali ma anche i suoi desideri e le sue speranze qui e ora, nel mondo della storia e non in un aldilà di qualunque genere. Ovviamente questo può essere considerato vero solo come tendenza prevalente, anche perché la prospettiva religiosa non ha mai cessato di avere peso e appare anzi in piena ripresa, soprattutto negli ultimi decenni. Ma se il discorso vale, almeno in linea generale, nel mondo occidentale, pur con le dovute eccezioni, ci si può chiedere se è legittimo dedurne come corollario che il compito del buon governo sia quello di perseguire la felicità dei cittadini. Lo afferma per esempio la Costituzione americana, e lo accenna quella francese, ma la nostra Costituzione se ne guarda bene: l’Italia è fondata sul lavoro, che è impegno e fatica.

C’è un modo nuovo, o almeno aggiornato, di rispondere a quella domanda, facendo riferimento alla recente esplosione di ricerche scientifiche sulla felicità. Sociologi, psicologi e neuroscienziati riempiono le pagine delle riviste scientifiche e le aule dei congressi con i risultati di studi, condotti per lo più negli Stati Uniti e in Europa, che si propongono non solo di quantificare qualcosa di intrinsecamente soggettivo e addirittura impalpabile come la felicità, ma anche di metterla in relazione con tutti i possibili fattori misurabili che ne possono condizionare l’esistenza e il grado.

Lo studioso Derek Bok, ex preside di Harvard, affronta la questione in un libro dal titolo eloquente The politics of happiness: what Governement can learn from the new research on well-being (La politica della felicità: cosa il governo può imparare dalla nuova ricerca sul benessere, n.d.A.), con l’ottimistica convinzione che finalmente chi ci deve governare abbia le “evidenze scientifiche” che consentano di intraprendere le azioni più appropriate.

La scienza di star bene nella propria pelle diventa stile di governo

 

L’idea che possa esistere una “scienza della felicità” non è nuova, ovviamente. Per fare un solo esempio, il francese Henri Laborit, biologo e intellettuale eclettico della seconda metà del secolo scorso, aveva intitolato il suo laboratorio parigino con il neologismo di “Eutonologia”, da lui definita come «la scienza di star bene nella propria pelle». Ma nel caso dell’americano Bok e di altri pensatori di stampo utilitarista, anche europei, come per esempio l’economista britannico Richard Lyard, l’ambizione fa un salto dall’individuo alla società, e dalla eutonologia alla politica, e pretende perciò di trovare soluzioni buone per tutti, o almeno per la maggioranza dei cittadini.

Il passaggio dal singolare al collettivo viene anche presentato come un progresso rispetto alla schiavitù del Prodotto Interno Lordo (PIL, in inglese GDP), indice economico a cui giustamente si rimprovera di non poter rappresentare ogni aspetto dello sviluppo di un Paese, mentre le politiche nazionali e internazionali (si pensi all’area dell’euro) sembrano aver assunto ormai il PIL come unico riferimento assoluto che detta legge.

Non a caso negli ultimi mesi, dopo la Francia di Sarkozy, anche la Gran Bretagna di Cameron lo scorso novembre ha annunciato di voler d’ora in poi raccogliere sistematicamente e pubblicare un indicatore ufficiale sulla qualità della vita e il grado di contentezza dei cittadini: in altre parole, una statistica di GDH, la gross domestic happiness attorno a cui sta montando un movimento in diversi paesi.

Per valutare quanto tutte queste iniziative siano aria fritta (o, come dicono gli inglesi, zucchero filato: dolce ma privo di sostanza) occorre innanzitutto farsi un’idea sulla qualità della ricerca che viene pubblicata riguardo alla felicità, dal momento che vale sempre il vecchio detto “garbage in, garbage out”: se metti spazzatura, ne esce spazzatura…

 

Meglio essere ricchi e sani che poveri e malati

 

A prima vista, anche seguendo l’analisi dello stesso Bok, di pattume ce n’è tanto. O meglio, sembra che molta ricerca non faccia altro che riscoprire l’acqua calda.

Risulta infatti appurato da ricerche formali come sia positivo essere in buona forma fisica, essere sposati e avere molti amici, e come sia invece negativo perdere il coniuge o un figlio, essere divorziati o essere soli, soffrire dolore o essere disoccupati. Diceva compuntamente Catalano, il comico maestro del luogo comune in una trasmissione televisiva di Renzo Arbore: «È meglio essere ricchi e sani, piuttosto che malati e poveri».

Però bisogna ammettere che alcuni risultati sono meno scontati o ovvi. Per esempio, secondo alcuni studi e contrariamente al comune sentire, i figli conterebbero poco per la felicità dei genitori. Sembra anche che le persone con idee politiche conservatrici e religiose siano in media più felici di quelle progressiste o laiche. Un risultato, questo (come pure l’eventuale suo contrario), che, oltre a essere difficilmente accettabile da tutti, risulterebbe veramente difficile da applicare alle decisioni politiche, almeno nel rispetto delle regole democratiche. Come si può immaginare che un governo eletto da una maggioranza liberale o di sinistra si dedichi a una politica inspirata alle idee opposte, al solo fine di massimizzare la felicità dei cittadini? Basterebbe forse questo esempio per sospettare che l’idea di una “politica della felicità” possa essere forse intrinsecamente e inevitabilmente paternalista, se non francamente autoritaria. E questo vale da Platone in poi, comprese tutte le ideologie “rivoluzionarie” degli ultimi due secoli.

Anche le cicale possono essere contente

Per entrare nel merito di risultati non ovvi e più adatti a essere utilizzati dai governi nelle scelte, appare da svariate ricerche che i cittadini di Paesi con un sistema di welfare ben sviluppato non siano più felici di quelli meno garantiti. Alcuni autori hanno sostenuto che un sistema di assistenza e previdenza sociale di stile europeo potrebbe rendere i cittadini americani addirittura più infelici di quanto siano ora.

Ovviamente quest’ultimo punto è assai più importante di tutti i precedenti per chiunque si proponga di fondare le scelte politiche generali se non esclusivamente, anche sulla massimizzazione della felicità. E poiché buona parte del welfare è salute, si comincia qui a intuire quanto sottile sia oggi il confine tra la concezione prevalente della salute e quella della felicità, argomento su cui dovremo tornare più avanti.

È forse per questa contiguità che lo stesso Bok, contraddicendo in questo caso la sua fede nella scienza della felicità come guida politica, si sbilancia ad argomentare comunque a favore di una maggior estensione delle garanzie sanitarie e previdenziali anche negli Stati Uniti. Ed è senz’altro opportuno, in questo come in altri casi, che ci si renda conto di come la felicità non sia e non possa essere l’unico valore collettivo: vi sono la libertà e la giustizia, solo per citarne due che hanno informato nel bene e nel male la storia politica degli ultimi secoli. Ma è anche importante notare come, in fatto di salute in particolare, vi siano per fortuna molte misure oggettive e solidamente quantitative che consentono di valutare il grado di benessere di una popolazione molto meglio di come si possa fare chiedendo ai cittadini quanto si sentano felici.

La ricchezza non crea la felicità, neppure dei Paesi

 

In realtà il principale obiettivo che lo studioso americano vuole porsi, quando si chiede che cosa la politica può imparare dalla ricerca sulla felicità, riguarda soprattutto la questione della crescita economica, ossia non quanto i governi devono spendere per fare contenti i cittadini, ma quanta ricchezza devono puntare a far generare nel Paese. È in fondo la solita vecchia domanda se la ricchezza doni o meno la felicità, che viene riproposta oggi anche nelle diatribe cui si è già accennato sul Prodotto Interno Lordo e sulla sua capacità di misurare sinteticamente tutte le dimensioni dello sviluppo di un Paese.

Accade che la risposta della “scienza della felicità” su questo punto sia meno scontata e, secondo alcuni, anche meno credibile o forse meno accettabile. Infatti molte ricerche mostrano che, per lo meno nei paesi ricchi, non vi è correlazione tra la crescita del reddito pro capite e la felicità media della popolazione: per esempio in Gran Bretagna il PIL è raddoppiato negli ultimi quaranta anni, mentre la proporzione di coloro che si dichiarano soddisfatti della propria vita è rimasta immutata, stabilmente attestata attorno all’85%, anno dopo anno. Come la mettiamo, dunque? I governi dovranno smettere di avere la crescita economica tra i loro obiettivi politici e puntare invece a una felice stagnazione, se non addirittura a una decrescita, come molti teorici degli ultimi dieci anni si augurano? Bisognerebbe innanzitutto capire come questo sia possibile.

Una spiegazione del paradosso per cui la ricchezza non garantisce la felicità dei popoli, e forse degli individui, si può trovare nel concetto di status syndrome. Elaborata dal medico britannico Michael Marmot, lo studioso che per primo ha messo a fuoco l’importanza preminente dello stato socio-economico nel determinare la salute, la teoria sostiene che lo star bene (o male) nella propria pelle non dipende tanto dal potere, economico o di altra natura, di cui ciascuno dispone in assoluto, ma è in relazione alla posizione occupata nella scala sociale. In altre parole, la felicità (e la buona salute) dipendono soprattutto dal confronto con il prossimo.

Dove non arriva la politica, arriverà la medicina?

 

La rivista di medicina britannica ‘Lancet’, recensendo il libro di Bok1, cerca di smentire il mancato legame tra crescita economica (che tutti desiderano) e felicità, sostenendo che sono sbagliati i metodi usati per misurarla. Ma l’argomentazione adottata convince poco, mentre, piuttosto, sarebbe il caso di criticare l’intero impianto filosofico del volume e dire con chiarezza che è sbagliato il presupposto: i governi non devono perseguire la felicità dei popoli, ma più modestamente hanno il compito di amministrare la cosa pubblica come desiderano i cittadini.

Perché una rivista specializzata come ‘Lancet’ si interessa a un libro di politica? In diversi punti si è già accennato al confine labile tra felicità e salute.

Da quando nel 1946 l’OMS ha definito la salute come «stato di completo benessere fisico, mentale e sociale», sembra appunto divenuto pacifico che lo scopo della medicina sia qualcosa di molto simile alla felicità. Si arriverebbe così a una quasi identità di fini tra medicina e politica, dando indirettamente ragione a Giulio Maccacaro che negli anni settanta definiva la medicina come un «modo del potere»2.

Oggi però possiamo constatare come una visione della salute pensata in buona fede per superare la dimensione puramente fisica della sofferenza umana sia stata fatta propria, più che dai sistemi sanitari, dal mercato e dall’industria della salute, che vi ha prima colto e poi sempre più intensamente sfruttato un’enorme potenzialità di medicalizzazione dell’esistenza umana e della società. Se il benessere deve essere totale, ogni condizione umana meno che perfetta è suscettibile di un intervento medico e qualsiasi persona sana può essere trasformata in un malato che non sa di esserlo, e quindi in un potenziale consumatore di medicina.

Ecco dunque perché l’ipotesi di un governo che volesse puntare a garantire la felicità (in tutte le sue dimensioni, compresa la salute), ma rinunciando alla crescita, sarebbe una strana chimera, e sarebbe comunque visto dal mercato come la peggior bestemmia da esorcizzare.

 

1. ‘The Lancet’, 20 novembre 2010.

2. Medicina e Potere è il titolo che lo stesso Maccacaro diede a una collana editoriale da lui fondata nel 1972. Nel presentarla, definì la medicina un modo del potere. Questa definizione è, da allora, diventata un vero topos nel settore medico e sanitario. N.d.R.

 

ROBERTO SATOLLI medico e giornalista, è presidente dell’agenzia di giornalismo scientifico Zadig. Dirige riviste e siti di informazione nel campo della medicina e della scienza, e scrive su temi di salute su quotidiani e settimanali per il pubblico. È autore di libri, tra cui recentemente è stato pubblicato I due dogmi. Oggettività della scienza e integralismo etico, con Paolo Vineis (Feltrinelli, 2009). È presidente del Comitato etico dell’Istituto dei tumori di Milano, membro del Comitato di indirizzo del Centro Cochrane italiano e socio del Gruppo 2003 per la ricerca scientifica in Italia.

 

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