Tim Flannery

Tigri, uomini e lumache

da ''The New York Review of Books''

da ‘The New York Review of Books’

Elizabeth Tova Bailey, The Sound of a Wild Snail Eating, New York, Algonquin Books of Chapel Hill, pp. 190, $ 18,95

John Vaillant, The Tiger. A True Story of Vengeance and Survival, New York, Knopf, pp. 329, $ 26,95

Tim Flannery

Letteratura scientifica: Può affascinare una lumaca? Può essere considerata un “animale domestico”? Elizabeth Tova Bailey risponderebbe senza troppo pensarci di sì. Una malattia invalidante la costringe a letto per un lungo periodo e l’unica sua distrazione, l’unica compagnia, l’unico essere che sente a lei vicino (soprattutto per i ritmi di vita così simili ai suoi) è proprio una lumaca, finita accidentalmente nella sua stanza e stabilitasi in un vaso di fiori. Ne è nato un romanzo, appassionato e delicato, che Tim Flannery analizza in questo saggio. Ben diverso, per intensità e circostanze narrate, è l’altro romanzo recensito dall’autore, The Tiger, ambientato in Siberia e che vede come protagonisti dei cacciatori di tigri, intrepidi, e una tigre “assassina” e “vendicativa”: un moderno Il vecchio e il mare, o Il vecchio che leggeva i romanzi d’amore di Sepulveda, la nuova storia di un confronto diretto e “armi pari” fra uomo e animale.

Che si presenti sotto forma di un cespo di erbacce cresciuto per caso nella crepa di un marciapiede o del canto degli uccelli al sorgere del sole, la natura è ovunque intorno a noi. Ciò nonostante, ancora troppo spesso dimostriamo di amarla e rispettarla solamente quando rimane al di fuori della nostra portata. Nel caso di Elizabeth Tova Bailey, è una misteriosa malattia a separarla dal mondo naturale, fino a quando un amico le porta in regalo un vaso di violette con dentro nascosta una chiocciola; quel dono innescherà in lei un radicale processo di riavvicinamento alla vita, oltre che una lenta guarigione.

All’età di trentaquattro anni, durante una vacanza in una piccola città sulle Alpi europee, Elizabeth aveva cominciato ad avvertire che qualcosa dentro di lei si stava deteriorando. Era come se il tempo si fosse dilatato in modo strano, innaturale, e sempre più spesso cadeva preda di un senso angoscioso di confusione e smarrimento. A poche settimane dal ritorno nel New England il suo stato mentale precipita, per usare le sue stesse parole, «sempre più lontano dentro il buio più profondo, fino a quando la distanza tra me e il mondo divenne incolmabile. Non riuscivo a uscirne; riconnettermi con il mio corpo era diventato impossibile». I dottori non sanno trovare un nome alla sua malattia e presto Elizabeth si ritrova stesa su un letto d’ospedale, quasi completamente paralizzata, in preda a «torrenti di rimpianti, frustrazioni e dolori e a un senso di perdita impossibile da raccontare». La situazione sembra talmente fuori controllo da farle temere perfino di prendere sonno, nell’eventualità di perdere, addormentandosi, anche quell’esile margine di autocontrollo che era riuscita a conservare. La malattia agisce su di lei come un gatto col topo: la spinge inesorabilmente all’impotenza, le permette di strisciarne lentamente fuori, per poi nuovamente ricacciarcela dentro.

È durante un periodo di convalescenza in un monolocale, a primavera, che un amico le regala un vaso di fiori. Incapace perfino di alzarsi dal letto, Elizabeth in un primo momento sembra infastidita da quel dono, ma poi, all’ora di cena, si accorge che una chiocciola sta scivolando giù per il vaso, esplorando cautamente il suo nuovo habitat. I movimenti fluidi e ondulatori dell’animale catturano subito la sua attenzione, forse anche perché lei stessa in quel momento è costretta a vivere seguendo quegli stessi ritmi.

Elizabeth si aspetta che la chiocciola scompaia nella notte, ma la mattina dopo vede che è tornata a rifugiarsi nel suo nascondiglio dentro il vaso, sotto le viole. Poi si accorge della presenza di un buco quadrangolare su una busta vicino al vaso: «Era davvero strano. Come poteva un buco – un buco quadrato per giunta – formarsi nottetempo? Poi ho pensato alla chiocciola e alle sue attività notturne. Era chiaramente un animale notturno. Doveva avere una qualche dentatura, e certo non si faceva problemi a usarla».

Pensando che la creatura potesse gradire qualcosa di più di un pezzo di carta da mettere sotto i denti, Elizabeth prende da una vecchia brocca alcuni fiori ormai appassiti e li appoggia vicino al sottovaso. Quella sera stessa, la chiocciola riesce a raggiungerli e «studia con grande curiosità la nuova offerta». Quindi, «un petalo comincia lentamente a sparire, a un ritmo appena percettibile. Ho ascoltato con attenzione: potevo sentirla mentre mangiava. Il suono era quello di un essere minuscolo che sgranocchia senza posa un gambo di sedano. Ho osservato, paralizzata, come nel corso di un’ora il mollusco avesse meticolosamente fatto sparire un intero petalo viola. Era quella la sua cena».

La stanza dove Elizabeth trascorre la sua convalescenza è completamente bianca e, anche se c’è una finestra, drizzarsi a sedere per guardare fuori è troppo faticoso. Intrappolata in quella che ai suoi occhi è soltanto una spoglia scatola bianca, la chiocciola diventa così non solo qualcosa verso cui indirizzare le proprie attenzioni, ma addirittura un amico. Installatasi felicemente dentro il vaso di fiori, ogni notte invariabilmente scende a mangiare i fiori appassiti e spesso, svegliandosi all’improvviso nel silenzio di una notte interminabile, Elizabeth può sentirla masticare e quel suono la conforta.

La chiocciola dà mostra di gradire il momento in cui le viole vengono innaffiate, agitando i suoi tentacoli in piccoli movimenti di piacere durante la discesa per bere dal sottovaso. Ma ha anche le sue idiosincrasie: in particolare, manifesta decisa irritazione quando viene cambiato il terriccio ai fiori. Si rifiuta perfino di toccare il nuovo sostrato, procedendo fino al bordo del vaso servendosi di una foglia di violetta che opportunamente si trovava nei paraggi. Quando il terreno sabbioso viene nuovamente sostituito con humus selvatico, tuttavia, la creatura riprende a dormire sotto le viole e a farsi strada appoggiandosi direttamente al suolo.

Col passare del tempo la chiocciola diventa via via più audace, fino a scendere dalla cassa su cui poggia il vaso fino al pavimento a mangiare l’etichetta di una bottiglia di vitamine, arrivando anche a rosicchiare alcune lettere impresse sulla cassa in inchiostro di china. «La chiocciola e io stavamo entrambe vivendo all’interno di paesaggi alterati non di nostra scelta, in un certo senso condividevamo la stessa percezione di perdita e sfasamento.» Ma a cementare il rapporto c’è qualcos’altro: «Di giorno l’anomalia della mia situazione diventava più nitida: ero costretta a letto in un momento della vita in cui i miei amici e coetanei stavano facendo progressi importanti nelle loro carriere e mettendo su famiglia. Eppure la routine della lumaca di dormire durante il giorno mi ha fatto considerare una nuova prospettiva: non ero l’unica a passare le giornate dormendo».

Con il passare del tempo, Elizabeth si rende conto che osservare le risolute esplorazioni notturne dell’animale in qualche modo riesce a placare il flusso frenetico dei suoi pensieri cupi. «Con i suoi movimenti fluidi e misteriosi, la chiocciola era una specie di quintessenza di un maestro di tai chi

Alla fine Elizabeth riesce a ricavare un terrario; calata in un orizzonte più ampio, la creatura inizia a mostrare abilità sorprendenti, muovendosi sopra punte di muschi senza deformarli con movimenti che sembrano sfidare le leggi della fisica, e il suo equilibrio è talmente impeccabile che si potrebbe appollaiare sul bordo di una conchiglia con la stessa certezza di non cadere che se ce l’avessero incollata. Più volte Elizabeth la sorprende nel mezzo della toelettatura. Impossibilitata a tenere un libro in mano e perfino a leggere, osservare la chiocciola diventa l’unica attività che possa compiere senza alcuno sforzo; e non la annoia.

Non appena le condizioni di salute accennano a migliorare, Elizabeth comincia a documentarsi approfonditamente sulle chiocciole, scoprendo tra le altre cose che esse dispongono di un organo simile alla lingua, a forma di spada, con intorno circa 2.640 denti microscopici. I loro tentacoli, ha imparato, portano alle estremità gli occhi e vengono usati anche per esprimere stati d’animo, ritratti per lo sgomento o turgidi in stato di allerta. «Chiocciola» nell’alfabeto cinese può significare anche «mucca di melma», dove «melma» – scrive Elizabeth – è «l’essenza appiccicosa dell’anima di un gasteropode». Per muoversi la chiocciola secerne una sostanza vischiosa che l’ondulazione di un grosso muscolo denominato “piede” trasforma sul momento da solida a liquida, in modo da avanzare più agilmente; quel lubrificante è così aderente che grazie a esso – come ha dimostrato nell’Ottocento il naturalista Sanford – una chiocciola potrebbe sollevare fino a cinquantuno volte il proprio peso rimanendo in equilibrio su una tenda senza mai cadere. Ma si tratta soltanto di uno dei tipi di bava che le chiocciole sono in grado di produrre. In caso di ferite, ad esempio, possono secernere un liquame medicamentoso per proteggersi dalle infezioni.

Probabilmente contagiata dallo spirito esplorativo degli scienziati naturalisti del XIX secolo, Elizabeth decide di sottoporre la chiocciola a una speciale dieta alimentare a base di farina di granturco e amido di mais: «Fu un grave errore: così la chiocciola era sovralimentata. Si era arrampicata in cima al terrario e non si muoveva più di lì. Era chiaro che soffriva di una grave indigestione: immobile per ore, non faceva che espellere scorie da tutti gli orifizi».

Ero terribilmente preoccupata. Se la lumaca non si fosse ripresa, mi chiedevo egoisticamente, come avrei potuto sopravvivere al mio male senza la sua compagnia?

Sorprendentemente, esistono ampie prove documentate dell’intelligenza delle chiocciole e perfino alcuni indicatori di una sorta di sentire sociale. Nel saggio L’origine dell’uomo, Charles Darwin ha scritto di «un paio di chiocciole (Helix pomatia), una delle quali era debole, in un piccolo e mal fiorito giardino. Dopo un po’ di tempo l’individuo robusto e sano scomparve, e fu osservato che le traccie della sua viscosità si dirigevano verso il muro di un vicino giardino molto ben fornito. Il sig. Lonsdale concluse che egli aveva abbandonato il suo malato compagno; ma in capo a ventiquattro ore ritornò, e sembra comunicasse a quello l’esito della sua esplorazione, perché entrambi si avviarono lungo la stessa traccia e scomparvero su muro»1.

Niente di meno che il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti avverte che le chiocciole hanno imparato a cooperare tra loro per “evadere” dalla loro cassa di spedizione quando sanno che è diretta a un ristorante. Come scrive la Bailey, «con un obiettivo comune in mente uniscono le loro forze, spingono la parte superiore della cassa usando i muscoli del collo, fino a quando riescono a sradicare il coperchio scivolando poi lentamente ma costantemente verso la libertà».

Una mattina Elizabeth guarda dentro il terrario e ci trova otto piccole uova, il che la porta a chiedersi come la chiocciola abbia potuto concepirle. Secondo lo zoologo americano del XIX secolo Louis Agassiz, la chiocciola è «un vero amante modello» che «può trascorrere ore a soddisfare ogni minimo desiderio dell’oggetto delle [sue] attenzioni». Ma il romanticismo del gasteropode ha origine, per quanto strano possa sembrare, nelle spine che si nascondono dentro la coda: come spiegato da un altro cronista del XIX secolo, il rituale del corteggiamento tra chiocciole «concretizza il mito pagano di Cupido e le sue frecce, in quanto, prima della loro unione, ogni chiocciola lancia un dardo alato o una freccia al proprio partner». Queste spicula amoris, come vengono chiamate tali “frecce dell’amore”, sono qualcosa di unico all’interno del regno animale e sanno essere di straordinaria bellezza. Prevalentemente a base di carbonato di calcio, possono raggiungere un terzo della lunghezza del guscio e sfoderare fino a quattro pale simili a pinne e un’acuminata punta d’arpione; tecnicamente parlando non sono strettamente necessarie per l’accoppiamento, tanto che non tutte le chiocciole sono in grado di produrle, ma si pensa che esse contengano una melma speciale che ne migliora la longevità dello sperma.

Tutte le chiocciole sono ermafrodite. In alcune specie entrambi gli individui svolgono entrambi i ruoli, mentre in altre devono decidere chi fa il maschio e chi la femmina. I conflitti sorgono se entrambi vogliono essere maschio o femmina. Una volta fecondata, la chiocciola può trasportare dentro di sé lo sperma per anni e se isolata può arrivare ad auto-fecondarsi, il che spiega come la chiocciola solitaria di Elizabeth sia riuscita a partorire.

Alcuni giorni dopo avere deposto le sue otto uova, la chiocciola sparisce. Elizabeth comincia a cercarla furiosamente e con il passare delle ore si rende conto di essere «quasi più attaccata all’animale che alla mia stessa fievole vita». Ma poi un amico passato a trovarla riesce a localizzare la creatura dentro il terrario, nascosta sotto una chiazza di muschio assieme a circa altre 150 uova.

La salute di Elizabeth sta ormai lentamente migliorando, e desidera tornare a casa. Preparandosi a lasciare l’appartamento, chiede all’amico che le aveva regalato la chiocciola di liberarla, riportandola dove l’aveva trovata, insieme alla sua prole. Per rendere il distacco più sopportabile decide di tenere con sé uno dei cuccioli, che colloca immediatamente dentro un antico piatto di vetro. Ma qualcosa è cambiato: «Osservare una chiocciola era diventato snervante. Mi chiedevo a che punto nella mia convalescenza sarei riuscita a lasciarmi alle spalle tutto questo».

Anni dopo, Elizabeth scopre di essere stata affetta da una malattia dei mitocondri – piccoli organuli che forniscono l’energia alle nostre cellule – probabilmente contratta a seguito di un’infezione virale. Apprende anche l’identità della sua chiocciola: si trattava di una Neohelix albolaris, chiocciola di foresta dalle labbra bianche nativa delle foreste orientali del Nord America, dalla Georgia al Quebec.

Come la Bailey, anche Darwin fu afflitto per gran parte della sua vita adulta da una malattia misteriosa (ora provvisoriamente diagnosticata come morbo di Chagas). È stata forse quella malattia a dargli la pazienza per intraprendere e portare avanti fino alla morte i suoi minuziosissimi studi sulla natura? Se fosse altrimenti, sarebbe difficile immaginare cos’altro avrebbe potuto trasformare Charles Darwin dal giovane esploratore pieno di energie del viaggio intorno al mondo sulla nave Beagle all’osservatore straordinariamente paziente e perennemente cagionevole degli anni successivi.

A ogni modo, l’inattività e la pazienza (per quanto infinita possa essere) non sempre si sposano bene con tutti gli impegni che coinvolgono il mondo naturale, e la gestione delle tigri selvagge è un lavoro che richiede molta più azione di quanto la maggior parte di noi potrà mai immaginare. Oggi soltanto 3.200 tigri vivono in natura – dalle decine di migliaia che erano solo qualche decennio fa – e la loro stessa sopravvivenza è incredibilmente travagliata. In Russia sono rimaste circa quattrocento tigri siberiane e non appena viene segnalato un crimine forestale che implichi un attacco contro l’uomo da parte di tigri, un collettivo federale autonomo noto come “Inspection Tiger” entra in azione. Con sede a Primorye, nell’estremo oriente russo, a inizio 1997 il leader del gruppo era Yuri Trush, un uomo destinato a vivere un incontro con una tigre che è rimasto senza paragoni.

John Vaillant, che riporta l’incredibile resoconto di quanto è accaduto in The Tiger, descrive Trush come «uno sbirro della tundra, un maschio Alfa alto quasi due metri» con occhi «dello stesso colore della pietra preziosa di nome Occhio della Tigre»2. Trush è un osso duro. Ha insegnato combattimento corpo a corpo nelle forze armate sovietiche e riesce a rompere i mattoni a mani nude. A proposito di un nemico che stava inseguendo una volta disse: «sapeva benissimo che sarei stato capace di decapitarlo con le mie stesse mani».

Vaillant descrive brillantemente gli abitanti della regione di Primorye: dagli indigeni Nanai, Udeghe e il popolo Orochi, ai nuovi immigrati dalla Russia, molti dei quali stabilitisi da appena una generazione. Si tratta quasi sempre di gente poverissima ed è stata la sorte di uno di loro – un uomo di nome Vladimir Markov – a segnare per Trush il corso fatale degli eventi.

Il team di Inspection Tiger ha ricevuto la richiesta di localizzare e ispezionare la baracca di Markov nei boschi. Attraversando sentieri sterrati coperti di neve su un veicolo, chiamato Kung, che sembra uscito da un film della serie Mad Max, la squadra arriva a destinazione con il sole già calante. La baracca è circondata di orme di tigre e umane e Trush, portando con sé una videocamera, inizia a seguirle lungo un sentiero che porta nel bosco. Citando Vaillant: «L’audio registra un improvviso rantolo, simile a un conato di vomito».

La temperatura è di trenta gradi sotto zero, eppure in un punto la neve è stata completamente squagliata. Al centro di quel cerchio oscuro, come una sorta di offerta sacrificale, giace una mano priva di braccio e una testa senza volto. Nelle vicinanze si trova un osso oblungo, probabilmente un femore, rosicchiato fino a eliminare ogni traccia di sangue tutto intorno.

Poi «si sente un suono: una breve, impetuosa esalazione – tipo quando si vuole spegnere la fiamma di una candela. Ma con qualcosa di diverso in termini di volume dell’aria che viene spostato – qualcosa di ben più grande e profondo. Nello stesso momento, forse una decina di metri più avanti, dall’estremità del ramo più in basso di un abete cade spontaneamente un carico di neve».

La tigre, che da lontano sorveglia la sua preda, si muove. Ormai al buio, armato soltanto di un fucile, Trush decide di seguire le orme dell’assassino fin dentro la foresta. Ma intanto il felino è sparito nell’oscurità.

È probabile che i primi scontri tra tigre e uomo abbiano avuto luogo quando i nostri antenati iniziarono a esplorare l’Africa, circa 50.000 anni fa. Ma con la nascita dei primi insediamenti umani la natura del rapporto era destinata a cambiare. Come scrive Vaillant: «In tutta la Corea, in Manciuria e nel sudest della Cina, le tigri venivano considerate al tempo stesso sacre e un flagello. Fino al 1930 circa hanno continuato a rappresentare un rischio tale che, nella Corea del Nord, la maggior parte dei voti ai santuari buddisti venivano portati proprio per chiedere protezione dagli attacchi felini. Ciò nonostante, le tigri venivano contemporaneamente tenute in grande considerazione, in parte perché si credeva che anche loro offrissero doni al cielo».

Nel loro caso, i voti avevano la forma delle teste mozzate delle loro prede, convinzione nata probabilmente interpretando l’abitudine del felino di decapitare la vittima durante o dopo l’uccisione. La gente comune era decisamente riluttante a reagire contro una tigre selvatica, per paura di offendere l’animale (senza parlare della reazione di vendetta che avrebbe potuto stimolare) e così le loro vite quotidiane sono state modellate – e a volte tiranneggiate – dagli sforzi allo stesso tempo per evitare propiziarsi questi dèi predatori.

Per quanto disperate potessero essere le condizioni dei villaggi depredati, gli abitanti potevano comunque contare su una sorta di società di cacciatori di taglie nota come Tiger Hunters Guild (Confraternita dei Caccatori di Tigri, n.d.T.). Riconoscibili per i caratteristici copricapi conici di feltro blu, questi intrepidi coreani utilizzavano fucili a miccia tipici del XIV secolo per uccidere i predatori di uomini. La detonazione dell’arma si innescava accendendo uno stoppino e aspettando che la fiamma penetrasse nel cannone, il che richiedeva nervi saldi e una quantità di coraggio praticamente impossibile da immaginare.

Incredibilmente, per alcuni di loro era motivo d’onore provare a catturare le tigri vive. «Un’impresa apparentemente folle» secondo Vaillant, che però «verrà definitivamente abbandonata soltanto intorno al 1990». Uno degli ultimi e più celebri cacciatori di tigri è stato Vladimir Kruglov. In qualche modo Kruglov aveva inventato un sistema per imprigionare esemplari adulti di tigre selvatica servendosi di rami d’albero biforcuti, per poi ridurli all’immobilità e infilarli in un sacco. Kruglov, nelle parole di Vaillant, è «uno degli unici esseri umani nella storia della specie ad avere ripetutamente afferrato tigri selvatiche per le orecchie ed essere sopravvissuto per poterlo raccontare. “Non ho mai permesso a nessun altro di toccare loro le orecchie” mi ha spiegato nel 2001. “Sai, le orecchie per una tigre sono come un volante. È possibile disattivare i denti passando per le orecchie”.»

Cosa ha reso Vladimir Markov vittima di un attacco delle tigri? La maggior parte degli abitanti della regione Primorye non sono in alcun modo disturbati dalle tigri, dal momento che vivono osservando il motto «Se io non la tocco, lei non toccherà me». Vaillant nota infatti che «tale era la stabilità dei rapporti uomo-tigre nella zona di Panchelaza [una frazione del Primorsk] che l’eventualità che una persona non venisse uccisa, ma solamente attaccata da una tigre era, letteralmente, risibile. Essere colpiti da un meteorite era più probabile».

Trush intervista le persone che avevano incontrato la vittima poco prima della sua morte, tra cui Evgeny Sakirko, che Markov era andato a trovare nell’area di disboscamento che gestiva durante il giorno. «Farò meglio a tornare a casa, perché i cani verranno uccisi» aveva detto Markov, decisamente nervoso. Sembrava molto preoccupato, secondo Sakirko, e non voleva fermarsi a mangiare nonostante il pranzo stesse per essere servito. Ulteriori prove dello stato di profondo turbamento di Markov emergono dai colloqui con Ivan Dunkai, un anziano cacciatore della tribù di indigeni Nanai, una persona che godeva dell’assoluta fiducia di Markov. La notte precedente l’attacco, Markov aveva fatto visita a Dunkai e gli aveva detto: «C’è una tigre nei paraggi». Dunkai aveva chiesto dove e Markov aveva risposto che si stava nascondendo. «Vieni con me. Adesso. Andiamo a stanarla insieme». «Come possiamo andare a caccia di notte? È impossibile!» aveva obiettato Dunkai prima di offrirgli del cibo. Markov aveva rifiutato, dicendo che doveva «andare adesso!». Stranamente, poco dopo che se ne era andato arrancando nel buio, il suo cane da caccia era tornato alla cabina di Dunkai. «Un cane di solito rimane con il suo padrone, tanto più che quello era un cane da caccia» aveva osservato Dunkai.

Il vicino più prossimo di Markov è un eremita conosciuto come Kopchony (Affumicato). Vive in un buco nel terreno a un paio di kilometri dalla baracca di Markov e vede regolarmente tigri. Egli racconta: «Una volta stavo camminando per strada e notai qualcosa poco più in là. Mi sono avvicinato e lei era lì – la sua zampa era grande così» dice, coprendosi il volto con una mano. «Lei non si muoveva, così io le ho detto: “Sei rimasta qui ad aspettarmi per un bel po’, non è così? Mi hai notato da lontano”».

Questo straordinario personaggio intrattiene chiaramente rapporti di assoluta serenità con le tigri. Interrogato sulla morte di Markov, se avesse mai discusso del fatto con Dunkai, risponde: «No, non ne abbiamo mai parlato perché lui lo sapeva già senza bisogno che io glielo dicessi e io lo sapevo già senza bisogno che lui me lo dicesse: di cosa avremmo dovuto parlare?».

Quando Trush torna alla baracca di Markov per ulteriori rilevamenti scopre che la tigre è rimasta lì per diversi giorni, distruggendo tutto quel che è rimasto impregnato dell’odore della preda: il manico della scure, le stoviglie, il lavandino, il gabinetto all’aperto. Tempo di radunare le prove e Trush e il suo gruppo «capiscono immediatamente che quella tigre non era a caccia di animali, e nemmeno di uomini: era a caccia di Markov». Una guardia forestale crede di sapere perché: «Markov andava a caccia di cuccioli di tigre» disse [Yevgeny] Smirnov. «Mangiava la carne e vendeva le pelli. Stavo cercando di arrestarlo io stesso. Se non fosse stato per la tigre l’avrei preso, prima o poi. La tigre mi ha battuto sul tempo.»

Il villaggio di Sobolonye, dove vive la famiglia di Markov, rimane traumatizzato dall’uccisione. La maggior parte degli abitanti si rifiuta anche solo di entrare nel bosco finché la bestia non verrà catturata. Ma Andrei Pochepnya, un giovane appena tornato dal servizio militare, assillato dai genitori perché trovi un impiego, ha disposto nella foresta una serie di trappole per animali da pelliccia. Così deve iniziare il giro. La tigre si trova a meno di un miglio di distanza e ha già individuato la sua presenza; entrata in un rifugio in disuso, ha preso un materasso e, trascinandolo per una cinquantina di metri sopra il fiume ghiacciato, l’ha posato sotto un abete: «Andrei sarebbe arrivato, e la tigre in qualche modo lo sapeva, intorno alle due del pomeriggio. I cacciatori sono vigili per necessità e una tigre di quattrocento chili seduta come una sfinge sopra un materasso è qualcosa che difficilmente passa inosservato. Ma Andrei non era conscio della presenza di una tigre nel bosco; in effetti, si era buttato giù dal letto poco prima».

Quando, giorni dopo, suo padre e gli amici giungono sul luogo del delitto, non trovano che poche tracce di sangue e il corpo di Andrei è sparito. Soltanto il suo fucile, ancora carico, giace vicino al materasso. Quando un membro del gruppo di ricerca prova a fare fuoco, l’arma si inceppa; ricaricata con lo stesso proiettile, al secondo tentativo funziona perfettamente. Dopo aver gettato nel fiume l’inaffidabile carabina, il padre continua la ricerca del figlio: «Quel che Alexander Pochepnya aveva trovato è qualcosa che nessun genitore sarà mai preparato a vedere. A cinquanta metri nel bosco innevato, un cumulo di vestiti anneriti dal sangue secco giaceva in un cerchio di terra scoperta. Sembrava più un caso di combustione spontanea che l’attacco di una belva. Non era rimasto niente, a parte stoffa tagliuzzata e stivali vuoti».

Riflettendo su quel macabro scenario, Vaillant comincia a chiedersi cosa succeda alle vittime così sventrate: «Se il corpo viaggia nelle viscere dell’animale – se la sua sostanza e la sua essenza diventano quell’animale – cosa succede all’anima?».

La reputazione di Trush e del suo team di investigatori è ora sotto gli occhi di tutti: devono assolutamente trovare e uccidere la bestia. Leggendo “Libro Bianco” (così i cacciatori si riferiscono alle tracce lasciate sulla neve), si può facilmente credere che la tigre abbia in qualche modo influenzato la mente di Andrei, inducendolo a camminare dritto verso la sua morte mentre lei rimaneva invisibile, anche se in piena vista.

Non ci sono alternative: bisogna seguire a piedi le tracce lasciate dal felino. Siamo ormai vicini al giorno più corto dell’anno, e le impronte della tigre sembrano dirigersi direttamente verso Sobolonye. Trush e i suoi uomini raggiungono l’animale su una strada sterrata a circa dieci miglia dalla città. È una giornata di sole sgargiante e la radura è talmente piatta e limpida che nemmeno un coniglio riuscirebbe a nascondersi. Non si vede nulla. Poi, all’improvviso, lo spiazzo esplode. «Il primo impatto dell’attacco di una tigre non arriva dalla tigre stessa, ma dal suo ruggito. Quel suono ha il potere di […] separarti da te stesso» scrive Vaillant.

I tre secondi successivi cambieranno per sempre la vita di un uomo e di un predatore di uomini, ma rivelare il climax significherebbe fare un torto profondo a tutti coloro che sicuramente leggeranno questo straordinario romanzo. È una storia di uomini e di natura brillantemente raccontata e se finendo il libro noterete che il battito del vostro cuore è molto più accelerato del solito (così è successo a me), potreste voler tornare alla lettura dell’ugualmente brillante Sound of a Wild Snail Eating, che di sicuro vi fornirà un antidoto decisamente efficace.

1. Charles Darwin, L’origine dell’uomo e la scelta in rapporto col sesso, Torino-Napoli, Società l’Unitone Tipografico-Editrice, 1871, p. 235.

2. Nel 2012 uscirà il film The Tiger, tratto dal libro di Vaillant, per la regia di Darren Aronofsky, e Brad Pitt interpreterà il ruolo di Yuri Trush. N.d.R.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

TIM FLANNERY è professore di Sostenibilità Ambientale alla Macquarie University di Sydney. Fra i suoi libri usciti in Italia ricordiamo: Diario di un esploratore (Corbaccio, 2010), I signori del clima. Come l’uomo sta alterando gli equilibri del pianeta (Mondolibri, 2007) e L’ultima tribù (Corbaccio, 2007).

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