Timothy Snyder

Quello che dobbiamo sapere sull’olocausto

da ''The New York Review of Books''

Yehuda Bauer,The Death of the Shtelt, New Heaven, Yale University Press, pp. 208, $ 35,00, $ 23,00

David Engel, Historians of the Jews and the Holocaust, Stanford, Stanford University Press, pp. 314, $ 65,00

TIMOTHY SNYDER

Storia: la storia dell’olocausto, come fu vissuta dagli ebrei dell’Europa dell’est, attraverso le testimonianze e gli studi di Yehuda Bauer, David Engel, Barbara Engelking, Jacek Leociak, Saul Friedländer, Daniel Jonah Goldhagen, Raul Hilberg, Chil Rajchman, Marek Szapiro.

Perché non disponiamo di una storia dell’olocausto che riguardi le regioni dell’Europa dell’est, dove molte vittime morirono, e che descriva le interazioni tra gli invasori tedeschi, gli ebrei lì residenti e i popoli tra i quali vissero? La vasta letteratura dedicata all’olocausto è basata essenzialmente su fonti tedesche (che rappresentano, forse, la più imponente opera di ricerca degli ultimi decenni), ma si affida raramente a quelle dell’Europa dell’est. Dal canto loro, gli storici di questa zona hanno tradizionalmente mantenuto le distanze da un argomento che trascende la loro stessa storia e mette a dura prova il mito nazionale dell’innocenza.

Con Historians of the Jews and the Holocaust lo storico David Engel, della New York University, apporta un nuovo, sconcertante elemento a questa lista di limitazioni: gli storici che analizzano la vita e la storia ebraica, gli studiosi capaci di confrontarsi con la sua longue durée, con l’ebraico e lo yiddish, hanno separato il tema delle società e delle istituzioni ebraiche da quello dell’olocausto. E nel corso di decenni, afferma Engel, hanno innalzato «un muro che divide lo studio dell’olocausto da quello di ogni altro aspetto del passato degli ebrei».

Nella maggior parte dell’Europa orientale, per buona parte della prima metà del millennio che precedette l’olocausto, gli ebrei riuscirono – in modi e con esisti diversi – a mantenere il controllo sugli affari riguardanti la loro religione e le loro comunità. Poiché le istituzioni ebraiche fondate in epoca nazista – i consigli e la polizia ebraici – derivavano da realtà esistenti già prima della guerra, queste furono viste come uno sconveniente prolungamento della tradizione ebraica. E, dal momento che aiutarono i tedeschi a rastrellare i ghetti e ad attuare le deportazioni che precedettero le esecuzioni di massa e i forni crematori dell’olocausto, la tradizione ebraica dell’Europa orientale potrebbe sembrare senza scampo. Engel sostiene che dopo l’olocausto e la fondazione dello stato di Israele gli studiosi ebbero difficoltà a integrare gli stermini di massa nell’ambito della storia della vita ebraica. Per alcuni israeliani i consigli e le forze di polizia rappresentarono la forma corrotta di una tradizione essenzialmente sana che per secoli preservò la vita degli ebrei, malgrado le difficoltà della diaspora; per altri invece sono stati la conferma di quanto la diaspora fosse stata, in sé, una perversione. Tale argomento, suggerisce Engel, ha causato un disagio in Israele tale da indurre gli studiosi israeliani a evitare di discuterne apertamente in ambiti accademici internazionali. Contrariamente a ciò che un outsider potrebbe supporre, «la storiografia sionista non pone quasi mai l’olocausto al centro della propria agenda»1.

Tutte queste criticità si acuirono, sostiene Engel, in seguito alla comparsa del primo studio sistematico sulla shoah: nel 1961 un giovane studioso americano ancora sconosciuto, Raul Hilberg, pubblicò La distruzione degli ebrei d’Europa, oggi considerato una guida fondamentale alle istituzioni che condussero alle espropriazioni e all’uccisione degli ebrei tedeschi ed europei. In alcuni brevi passaggi riguardo ai consigli ebraici, Hilberg trae schiaccianti conclusioni sull’autodistruttività degli ebrei. Le sue fonti principali sono racconti di prima mano e documenti provenienti dagli uffici amministrativi di Berlino, tutti in tedesco. Queste descrivono i consigli e la polizia ebraici intenti nel raccogliere beni di valore, organizzare le brigate di lavori forzati ed esortare alla collaborazione durante le “selezioni” che precedevano la morte per fucilazione o asfissia. Poiché Hilberg non utilizza testimonianze di ebrei, non cita i numerosi (ma solitamente futili) interventi da parte di svariati consigli ebraici volti a migliorare il disperato destino della propria gente, né i loro frequenti (ancorché spesso falliti) tentativi di tramare contro i tedeschi. Ma gli sforzi, pressoché continui, di preservare la vita religiosa e culturale da parte degli ebrei sono difficili da estrapolare dalle fonti tedesche; proprio questi sforzi sono considerati da Yehuda Bauer, professore presso l’Università ebraica di Gerusalemme e consulente accademico dello Yad Vashem, un esempio di resistenza ebraica, o amidah. All’epoca della sua prima edizione, scrive Engel, l’opera pionieristica di Hilberg sembrò confermare i rischi derivanti dal sovrapporre la vita degli ebrei alla trattazione delle loro uccisioni di massa. In Israele la storia dell’olocausto è stata affidata a un’apposita istituzione statale: lo Yad Vashem; in America, gli storici della vita ebraica hanno invocato la metodologia come pretesto per non scrivere della shoah. Gli studiosi di maggiore spicco, come Steven Zipperstein e Paula Hyman, hanno voluto evitare che secoli di storia ebraica venissero interpretati esclusivamente alla luce della figura di Hitler.

Engel, che ha una visione unitaria della storia moderna degli ebrei d’Europa, ritiene che sia giusto comprenderla nel suo insieme e considera le autolimitazioni dei suoi colleghi come «poco più che un’affettazione discorsiva». Egli fa bene a sottolineare l’esitazione degli storici, ma la sua critica al loro metodo storiografico non risulta convincente. Tra gli studiosi, gli studenti universitari e il pubblico in generale, il rischio che il passato degli ebrei possa essere definito esclusivamente attraverso la chiave di lettura dell’olocausto appare sufficientemente realistico e la resistenza che gli storici oppongono al determinismo e alla teleologia offre un metodo ammissibile (come dimostrano le opere di Hyman e Zipperstein) per produrre vivaci resoconti della molteplicità dell’esperienza ebraica nell’Europa moderna nei secoli che precedettero l’olocausto2. Il problema intravisto da Engel deriva in parte (ma non del tutto) dalle definizioni a cui egli ricorre per classificare gli storici. Egli critica gli studiosi della vita ebraica perché non si occupano dell’olocausto. Dal suo punto di vista, gli storici dell’olocausto non sarebbero degli studiosi dell’ebraismo, ma rappresenterebbero un intralcio per questi ultimi. Tuttavia, basterebbe che modificasse appena la visuale per considerare Hilberg il rappresentante di una diversa tradizione di erudizione ebraica: quella degli storici dell’ebraismo che si affidano soprattutto a fonti in lingua tedesca per documentare il crollo della civiltà di Germania alla quale loro stessi, in certa misura, appartengono.

Questa tradizione non è che il prolungamento di un’importante corrente, quella dell’Illuminismo ebraico (haskalah), nella sua versione centroeuropea. La maggior parte delle eminenti opere di storici pubblicate negli Stati Uniti, da quelle di Hilberg a quelle di Saul Friedländer, potrebbero rientrare in tale categoria. Alla luce di ciò, l’ultima opera di Friedländer, Gli anni dello sterminio: la Germania nazista e gli ebrei, 1939-1945, un possente resoconto narrativo delle politiche omicide dei tedeschi, basato sui ricordi degli ebrei ed evocante le vite delle vittime, raccoglie la sfida lanciata da Engel. Ma, poiché Friedländer attinge principalmente a fonti di lingua tedesca, il suo ritratto della vita degli ebrei è limitato da una visione consueta e tuttavia atipica. Egli fa un uso eccellente di importanti fonti primarie, come i diari di Victor Klemperer, la cui situazione (di ebreo protetto attraverso il matrimonio con una donna tedesca non ebrea) sarebbe stata quasi impensabile nelle regioni più orientali. Nella Polonia occupata, dove i matrimoni misti erano anche numerosi, i mariti ebrei di donne polacche non ebree venivano spediti nei ghetti, deportati nelle fabbriche della morte e uccisi nei forni. Gli ebrei tedeschi non rappresentarono che una percentuale molto ridotta delle vittime dell’olocausto: circa il tre percento. Quelli polacchi ne costituiscono invece più della metà. Un resoconto accurato della vita e della morte degli ebrei in Europa, e quindi dell’intersecarsi di storia europea e storia ebraica, dovrebbe avere come proprio fulcro la Polonia, dove la maggior parte delle vittime dell’olocausto risiedeva e dove un numero persino superiore di loro morì3.

Come indicato da Engel, esiste inoltre la scuola degli storici positivisti ebraico-polacchi che si occupa principalmente della raccolta delle fonti. A oggi il suo rappresentante più noto è Emmanuel Ringelblum, che ha organizzato gli archivi del ghetto di Varsavia: una fonte inestimabile per gli studiosi che utilizzano documenti in polacco o in yiddish (le lingue degli ebrei di Varsavia). La stessa tradizione anima inoltre le collezioni archivistiche dell’Istituto Storico Ebraico di Varsavia, che comprende migliaia di testimonianze dei sopravvissuti dell’olocausto, in polacco e in yiddish, raccolte subito dopo la fine della guerra. Benché Engel non tratti di loro in quanto tali, gli storici che appartengono a questa tradizione ebraico-polacca potrebbero anche essere visti come studiosi della vita degli ebrei che scrivono dell’olocausto. Questo approccio empirico è stato ripreso a partire dal 1989 (data che segna la fine del comunismo in Polonia) dal nuovo Centro Polacco di Studi sull’Olocausto, oltre che (con maggiore discontinuità) dall’Istituto della Memoria Nazionale. L’Istituto Storico Ebraico, sotto la sua nuova direzione, ha pubblicato e annotato fonti quali il diario di Marek Szapiro, che sopravvisse in clandestinità a Varsavia. Malgrado le testimonianze che risalgono alla fine della guerra siano numerose, i diari rimangono invece rari. Quello di Szapiro – scritto e pubblicato in polacco – è particolarmente importante, poiché racconta gli sforzi quotidiani di un ebreo che tenta di capacitarsi di quanto sta accadendo durante gli ultimi anni della guerra, e include spassionate discussioni sui rapporti personali con dei polacchi non ebrei, ivi compresi protettori e ricattatori. L’esempio recente più importante di questa tradizione positivista ebraico-polacca è rappresentato dalla guida al ghetto di Varsavia, un’opera enciclopedica e imprescindibile di Barbara Engelking e Jacek Leociak. Questa scuola presenta dei punti deboli che sono il risvolto delle sue virtù: trasmette importanti fonti polacche (e talvolta yiddish) senza prendere atto del dibattito interpretativo che ha luogo in tedesco e in inglese. Le sue importantissime scoperte, che comprendono dettagliati esempi di resistenza polacca, vengono quindi ignorate negli ambiti di maggior respiro4.

Il tratto forse più invitante del libro di Engel è rappresentato dalla sua conclusione, che rimane aperta a diverse interpretazioni. Benché egli palesi la propria opinione – ovvero che l’olocausto fu la conclusione scontata di un periodo già di per sé difficile della storia degli ebrei – capisce che è impossibile prevedere quali saranno le conclusioni a cui giungeranno in futuro gli studiosi.

In Peggio della guerra, Daniel Jonah Goldhagen adotta una posizione diversa: secondo i suoi studi, tutto quello che c’è da sapere dell’olocausto, come per ogni altra calamità del ventesimo secolo, già ci è noto. In una sua opera precedente, I volenterosi carnefici di Hitler (Mondadori, 1997), egli aveva cercato di spiegare la shoah come espressione di un protratto e specifico «anitsemitismo eliminazionista» tedesco. Quell’opera fu criticata tra l’altro per la scarsa attenzione che rivolge ad altre tradizioni culturali antisemitiche e razziste – diffuse a esempio nei paesi vicini alla Germania – e che, stando alla tesi dell’autore, sarebbero dovute sfociare anch’esse nell’olocausto.

Una critica a cui Goldhagen dà risposta in Peggio della guerra, sostituendo all’«antisemitismo eliminazionista» «l’eliminazionismo»: una condizione mentale diffusa tra coloro che prendevano parte a omicidi di massa. Anziché approfondire questa semplice spiegazione, Goldhagen si limita a estenderla ad altri genocidi5. Le uccisioni di massa vanno considerate come una questione di libero arbitrio: il «momento decisionale», sostiene Goldhagen, «è generato dalla volontà di uccidere unita alla spinta a tradurre tale volontà nella ferma decisione di perpetrare l’atto. È quindi di per sé sufficiente a rendere conto del perché simili persone compiano stragi ed eliminazioni di massa.» (p. 76). Egli afferma che altri studiosi dell’olocausto «inquinano» la storia parlando delle istituzioni coloniali che i tedeschi allestirono nei paesi da loro occupati durante la seconda guerra mondiale. Anziché considerare il contesto politico o storico, dovremmo affidarci al nostro intuito, a «ciò che sappiamo della vita individuale e sociale in generale» (p. 363). Questa ingannevole conoscenza include anche la capacità di percepire la «bestia che è in noi», o, meglio, negli altri, e mai comunque in Goldhagen o nei suoi lettori. Ogni nazione, ci è dato capire, ha un proprio livello di disumanità: «la bestialità varia da una cultura o sottocultura all’altra» (p. 443).

Goldhagen ha uno stile «molto popolare», come afferma il suo editore; forse perché una definizione così categorica della differenza tra assassini e assassinati piace. Ma le categorie a cui Goldhagen ricorre rivelano, se applicate con rigore, un difetto di metodo. Secondo l’autore, «è un carnefice chiunque contribuisce consapevolmente, in modo tangibile, alla morte o eliminazione di altri, o a fare del male ad altri nel quadro di un programma di annientamento o eliminazionista» (p. 97). In che modo si potrebbe applicare tale definizione all’uccisione in massa degli ebrei di Varsavia nell’estate del 1942, uno dei peggiori crimini nazisti? Goldhagen ha ragione quando afferma che nessuna versione dei fatti può prescindere dalla presenza di un leader ideologicamente motivato. Egli cita Hitler e Himmler, e noi potremmo aggiungere Odilo Globocnik, il capo delle SS responsabile delle liquidazioni dei ghetti (compreso lo sterminio degli ebrei) nella colonia tedesca nota con il nome di Governatorato Generale. O il suo vice Hermann Höfle, che insieme alle SS tedesche e ai poliziotti a lui sottoposti diresse le deportazioni dai singoli ghetti.

Nel compendio che Engelking e Leociak fanno della creazione e distruzione del ghetto di Varsavia, l’importanza del ruolo dei suoi duemila poliziotti ebrei appare orribilmente chiara: furono loro, infatti, a svolgere la maggior parte del lavoro, e certo sapevano cosa stesse accadendo. Secondo la definizione di Goldhagen, anche loro furono «carnefici». E, in quanto tali, dovettero agire sulla spinta del proprio desiderio antisemita di eliminare gli ebrei. Ciò è assurdo. Naturalmente, Goldhagen potrebbe ribattere che i poliziotti ebrei agirono sulla scia di motivazioni non ideologiche, come il desiderio di salvare se stessi o le proprie famiglie. Ma la sua analisi non lascia alcuno spazio ai carnefici che agirono così. Egli potrebbe rispondere che i poliziotti ebrei armati di manganelli prendevano ordini dai poliziotti tedeschi armati di pistole, come infatti accadeva. Tuttavia, nega esplicitamente e ripetutamente l’importanza della coercizione nelle azioni dei carnefici, e sembra riluttante a voler esaminare i diversi livelli di autorità che portarono gli ebrei alle fabbriche della morte.

Egli definisce le camere a gas uno strumento «accidentale» delle uccisioni di massa: una formulazione che la maggior parte degli storici rifiuterebbe. Naturalmente ha ragione quando dichiara che l’antisemitismo è indispensabile per spiegare l’olocausto, ma differisce da altri studiosi nell’impazienza da lui dimostrata nei confronti di una causalità molteplice e, in questo nuovo libro, anche nell’analisi storica capace di rivelare il nesso tra odio e uccisioni. Egli sbaglia nell’attribuire al libero arbitrio, e solo a esso, ogni caso di uccisione di massa. Di fatto, l’olocausto richiese la partecipazione di molte decine di migliaia di individui, i quali, contrariamente a quanto affermato da Goldenhagen, non compirono alcuna «deliberata scelta» (p. 302), non «sceglievano liberamente» (p. 100) di partecipare alle uccisioni, né avevano preso in alcun modo parte alla dscussione omicida sulle vittime «non deumanizzate né demonizzate» (pp. 335-336).

Come la deportazione degli ebrei di Varsavia a Treblinka fu portata a termine grazie all’intervento dei poliziotti ebrei, così questo stesso campo di sterminio era tenuto in attività dai prigionieri di guerra sovietici, che operavano agli ordini dei tedeschi. Nello sconvolgente e commovente racconto che Chil Rajchman fa di Treblinka, così come nei ricordi di altri, rari sopravvissuti di quel lager, le guardie e i carnefici sono presentati come esseri umani6. Nel 1942, le fabbriche della morte erano operate da individui sopravvissuti all’altro piano di sterminio su larga scala implementato dai tedeschi: quello che prevedeva di affamare, sino alla morte, i prigionieri di guerra sovietici. Questi, benché di origini diverse, erano accomunati tra loro dalla cittadinanza e dall’educazione sovietica, che era antirazzista e anti-antisemita. Molto probabilmente, collaborando si salvarono la vita. Furono reclutati per assolvere a un compito che non avevano previsto né scelto, mentre erano rinchiusi in quei campi della fame dove, prima che le camere a gas di Treblinka entrassero in azione, circa due milioni di loro già erano morti. Al pari dei poliziotti ebrei, nemmeno questi prigionieri sovietici agivano per libera scelta, spinti dal desiderio di soddisfare la propria volontà individuale nell’ambito di un contesto «favorevole allo sterminio» (p. 195).

In che modo, esattamente, i poliziotti ebrei (cittadini polacchi) e le guardie di Treblinka (cittadini sovietici) erano finiti in mano ai tedeschi? Goldhagen ci fa capire che Hitler controllava da sempre la maggior parte degli ebrei d’Europa, e afferma che prima di decidere la loro uccisione i nazisti si cimentarono in svariate soluzioni «eliminazioniste». È vero che, attraverso il terrore, l’intimidazione e il furto, la leadership tedesca determinò l’emigrazione di oltre la metà degli ebrei della Germania. È anche vero che Hitler e altri leader studiarono diversi piani di deportazione volti a liberare l’Europa dagli ebrei. Ma il regime nazista non avrebbe potuto uccidere (né in alcun modo eliminare) gli ebrei d’Europa senza ricorrere alla guerra, poiché nel 1939 quasi tutti loro vivevano al di fuori dei confini tedeschi. Durante i primi sei anni di governo, prima che la Germania attaccasse la Polonia, il regime di Hitler ne uccise a centinaia. Tra il 1939 e il 1941, dopo l’invasione della Polonia ma prima dell’invasione dell’Unione Sovietica, decine di migliaia di ebrei morirono nei ghetti. Dopo l’invasione della seconda, milioni di essi furono uccisi con armi da fuoco o nelle camere a gas. Benché Goldhagen preferisca non citare per nome altri studiosi, riserva l’epiteto di «apologeti» a coloro che tentano di complicare la sua versione dei fatti con elementi quali le istituzioni e la guerra. L’autorità intellettuale da lui prediletta è quella degli stessi assassini, di cui cita ripetutamente le parole. E, sulla base di quanto da loro affermato sui motivi che li animarono, conclude che la sua interpretazione sia quella giusta. L’idea che la motivazione a uccidere sia quella rivelata dagli stessi assassini sfida, di fatto, ciò che sappiamo della vita individuale e sociale. C’è chi ama uccidere e chi uccide per odio. Gli altri, che rappresentano una percentuale decisamente superiore, cercano di spiegare le proprie azioni ricorrendo all’ideologia della retorica che viene offerta loro da chi detiene il potere. Fanno propri gli slogan dei loro leader criminali, e tuttavia non dobbiamo confondere la loro ideologia posticcia con una spiegazione vera e propria. Reiterando le ragioni degli assassini come se queste costituissero una dotta analisi, si rischia non solo di incorrere in errori semplicistici, ma anche di emulare il loro modo di pensare.

Dopo aver indicato come i nazisti deumanizzassero le proprie vittime ebree (e non solo), Goldhagen associa a sua volta gli esseri umani alle bestie: e non per vezzo retorico, cosa che già sarebbe riprovevole, ma come categoria della sua tesi principale. Avendo ricordato ai suoi lettori che i nazisti definivano le proprie vittime ebree come portatori di malattie, egli si accinge ad applicare la medesima categoria incontrata nella retorica nazista («patologia») ai carnefici e agli «islamisti politici», come Mahmoud Ahmadinejad, che egli crede diventeranno futuri carnefici. L’enfasi che Goldhagen pone sul libero arbitrio, la propaganda e la disumanità ricorda gli anni Trenta; il suo libro non è tanto un analisi di quell’epoca di uccisioni di massa, ma il suo frutto rabbioso. Come fa notare Yehuda Bauer, «il nostro problema morale» nei confronti dell’olocausto «non è dato dal fatto che i carnefici fossero disumani, bensì umani, esattamente come noi, e che noi esseri umani siamo soggetti a provare quegli istinti omicidi che loro manifestarono».

Dopo essere stato per decenni un eminente studioso dell’olocausto, con The Death of the Shtetl Bauer ha volto la propria attenzione al suo epicentro geografico: quel territorio compreso tra il mar Baltico e il mar Nero che nel 1939 (all’indomani del patto Molotov-Ribbentrop tra Mosca e Berlino) fu occupato dall’Unione Sovietica, e successivamente, a partire dal giugno del 1941, dalla Germania, dopo che i nazisti tradirono i loro alleati sovietici. È qui, nella Polonia orientale, nella Romania nordorientale e negli stati baltici, che l’olocausto ebbe inizio e che un quarto delle sue vittime morirono. Sino alla seconda guerra mondiale le shtetlach – tradizionali cittadine di ebrei ortodossi – erano molto diffuse nella Polonia orientale, che occupa la maggior parte di questo territorio. Qui gli ebrei vivevano in mezzo a polacchi, ucraini, bielorussi, tedeschi e non solo. Bauer affronta la dolorosa questione della loro partecipazione alla guerra attraverso l’esame di alcune shtetlach che sorgevano in una zona che un tempo era parte della Polonia orientale e oggi appartenente all’Ucraina occidentale e alla Bielorussia occidentale. In questa zona, che fu occupata prima dai sovietici e poi dai tedeschi, il tema della responsabilità storica degli ebrei è addirittura più complesso di quanto suggerito da Engel. Qui l’Armata Rossa e il Nkvd (commissariato governativo dell’Unione Sovietica che gestiva un’ampia gamma di affari di stato) avevano preceduto la Wehrmacht e le SS in veste di occupanti. Prima ancora che i tedeschi creassero i consigli ebraici, i sovietici avevano reclutato alcuni ebrei all’interno della propria amministrazione locale. Bauer scrive che, dopo l’invasione della Polonia orientale da parte dell’Armata Rossa, nel 1939, alcuni ebrei iscritti ai partiti comunisti di prima della guerra «svolsero un ruolo di rilievo nella transizione verso la dominazione sovietica». Nell’ambito della nuova economia che fu instaurata in queste terre, «gli ebrei finirono per occupare una versione sovietica del ceto medio, a cui tradizionalmente appartenevano». Benché, fa notare l’autore, molti di loro patissero sotto il regime sovietico, questo stesso era «visto con benevolenza dalle giovani generazioni di ebrei». E, come in seguito, sotto il regime fascista, la partecipazione di rappresentanti di spicco delle comunità ebraiche ai consigli sembrò contaminare, agli occhi degli studiosi, le tradizioni della vita comunitaria degli ebrei, così la partecipazione di giovani al regime sovietico fu vista come un elemento capace di corrompere la rivolta di sinistra (anch’essa tradizionale) contro l’autorità degli agiati leader delle comunità ebraiche. Benché il più importante partito ebraico della Polonia a cavallo delle due guerre fosse l’Orthodox Agudas Israel, di matrice religiosa (e desideroso di trovare un accordo politico con le autorità polacche), questo era fortemente contrastato dal partito socialista Bund, da vari partiti laburisti sionisti e dal Partito comunista (che, prima della guerra, nei villaggi e nelle città della Polonia orientale contava molti iscritti ebrei).

La tragedia della storia degli ebrei, secondo Hilberg, risiede nel fatto che la tradizionale remissività ebraica abbia precluso loro di opporsi ai tedeschi. Per Bauer invece, la tragedia della loro società nella Polonia orientale risiede nel fatto di essersi dimostrata tanto vulnerabile alla coercizione sovietica e all’ideologia comunista nel 1939. La sua preoccupazione circa l’integrità della vita degli ebrei lo porta forse a esagerare il significato della collaborazione tra essi e comunisti. Anche gli ucraini e i bielorussi presero parte all’amministrazione sovietica, così come alcuni polacchi. Gli ebrei che risiedevano in queste zone, benché in alcuni casi occupassero ruoli in vista come miliziani sovietici e amministratori locali, non raggiunsero i livelli più alti dell’amministrazione sovietica, che erano invece appannaggio di Ucraina, Bielorussia e Russia.

Tuttavia, quando nell’estate del 1941, proprio all’inizio della loro invasione dell’Unione Sovietica, i tedeschi conquistarono queste terre, le Einsatzgruppen7 tedesche rivelarono che il Nkvd aveva trucidato migliaia di prigionieri, e la propaganda nazista attribuì agli ebrei in quanto tali la responsabilità di tali crimini, che erano proseguiti sino all’arrivo dei tedeschi. I tedeschi, attraverso il racconto appassionato, esagerato e semplificato di queste uccisioni, cercarono di spingere le popolazioni locali a uccidere gli ebrei. Goldhagen capovolge la propaganda nazista: anziché considerare tutti gli ebrei dei comunisti assassini, ritiene tutti i non ebrei degli assassini antisemiti. In questo modo c’è un’«identificazione, ispirata dall’antisemitismo, degli ebrei locali con i bolscevichi» (p. 362). La maggior parte degli ebrei non aveva nulla a che fare con il regime sovietico, ma tale associazione non era ingannevole: si trattava di un ingiusto stereotipo, basato talvolta sull’esperienza (stando alle prove di Bauer), e immancabilmente avallato dalla propaganda di chi all’epoca deteneva il potere indiscusso. Goldhagen stesso cede all’esagerazione quando afferma che «le popolazioni locali» uccisero gli ebrei, evitando in questo modo ai tedeschi di doversene occupare. Nell’estate del 1941 i pogrom di lituani, ucraini, polacchi (e non solo) causarono la morte di circa ventimila persone – una cifra raccapricciante, che rappresenta però meno del due percento di tutti gli abitanti della regione morti durante l’olocausto. Quell’anno i tedeschi, delusi da ciò che consideravano il fallimento dell’autopulizia, uccisero un altro milione di persone ricorrendo ai plotoni di esecuzione e ai gaswagen. E quando cercarono aiuto si rivolsero per lo più a prigionieri di guerra e a poliziotti del luogo posti direttamente ai loro ordini, anziché ad antisemiti che agivano sulla scia delle proprie emozioni. L’impiego che Goldhagen fa del termine generico «popolazioni» rappresenta un grave errore, soprattutto dal momento che la grande maggioranza delle popolazioni locali non prese direttamente parte all’uccisione degli ebrei.

Poiché il fulcro dello studio di Bauer è molto circoscritto, egli è in grado di notare alcuni aspetti della doppia occupazione che rendono più difficile avallare delle spiegazioni semplici per questi pogrom. Bauer è l’ultimo di una serie di storici, attivi in diversi campi, a comprendere che doppia occupazione equivale a doppia collaborazione. Ciò non significa che alcune persone collaborarono con i sovietici e altre, successivamente, con i tedeschi, ma che molti individui, appartenenti un po’ a tutti i gruppi, presero parte in qualche misura alle istituzioni sia degli occupanti sovietici che di quelli tedeschi. Come fa notare Bauer, alcuni dei non ebrei che si unirono alle forze ausiliari di polizia durante il regime tedesco già erano stati miliziani sotto i sovietici. Questi collaboratori locali svolsero un ruolo importante, sia nell’ambito della politica sovietica che di quella tedesca, prima dell’una e poi dell’altra: è difficile però ricondurre le loro azioni a un qualsiasi impegno ideologico. In realtà, in alcuni casi le persone presero parte alle iniziative antisemitiche dei tedeschi per distanziarsi, agli occhi dei nuovi dominatori, dal loro precedente coinvolgimento nell’amministrazione sovietica8. Bauer considera la volontà degli ebrei di partecipare ai consigli nel 1941 come il tentativo di ricostituire, in circostanze terribili e prive di precedenti, la vita comunitaria ebraica. Sotto il suo sguardo attento molti cliché vengono privati delle loro fondamenta. L’immagine con cui Hilberg descrive la macchina assassina tedesca trova riscontro nel ritratto delle agonizzanti shtetlach fatto da Bauer sulla base dei ricordi di numerosi ebrei, che erano mossi dal desiderio di conservare qualche elemento della loro tradizione in una situazione essenzialmente disperata. Egli sostiene anche che gli ebrei in generale scelsero i propri leader, che spesso tentarono di proteggere gli interessi del loro popolo, solitamente senza riuscirvi, i quali vennero poi rimpiazzati da altri, scelti dai tedeschi. Quasi in ogni ghetto gli ebrei organizzarono una qualche forma di resistenza, che rappresentò l’affermazione morale della vita ebraica che Bauer fa rientrare nel concetto di amidah. Anche la prospettiva generalizzante con cui Goldhagen descrive le popolazioni locali come animate da risentimento viene meno.

Bauer crede (pur non dandolo a vedere) che la maggior parte dei non ebrei approvassero l’olocausto. Ciò nonostante, il suo pregevole capitolo sui «vicini di casa» rivela l’inaspettato coraggio dimostrato da alcuni cristiani nel tentativo di salvare gli ebrei. Questo non cambia l’immagine generale del massacro tedesco e dell’indifferenza o ostilità dei locali, ma restituisce umanità ai milioni di persone che Goldhagen tende a ridurre a stereotipo collettivo. Verso la fine, Bauer offre una parziale soluzione al problema di David Engel, e nel prendere in esame le comunità ebraiche combina la storia degli ebrei in Europa con la storia dell’olocausto.

Il successo di Bauer è monco soprattutto per un problema di fonti, che è stranamente ciò di cui Hilberg accusa Engel. In passato, basandosi su fonti tedesche, Hilberg aveva tratto delle indebite, categoriche conclusioni sulla vita degli ebrei. Adesso Bauer descrive la vita dei polacchi (e non solo) basandosi su fonti ebraiche. Le sue ultime parole sui polacchi richiamano alla mente le severe conclusioni di Hilberg a proposito degli ebrei: la società polacca, dice Bauer, «implose sotto il peso della corruzione, del fallimento economico e della propria inutilità». Come lui sa bene, lo stato polacco crollò perché i suoi leader scelsero di opporsi a Hitler, e furono i primi a farlo in Europa. Benché durante la guerra qualche polacco si fosse comportato in maniera biasimevole, le società clandestine polacche erano molto evolute e la resistenza fu formidabile. Se Bauer avesse esaminato questa stessa regione geografica basandosi su fonti in lingua polacca non sarebbe riuscito ad affermare, come invece fa, che l’amidah – il mantenere una «posizione eretta» di fronte al pericolo – è un fenomeno esclusivamente ebraico. I polacchi, e non solo loro, praticarono diverse modalità di difesa attiva della propria vita nazionale, comprese le rivolte armate. Bauer non vede l’amidah polacca perché, dalle fonti ebree su cui si basa, non traspare con forza, proprio come Hilberg non seppe coglierla dalle fonti tedesche da lui prese in esame9. Il resoconto che fa della vita ebraica può invece in questo modo essere visto come esempio di un metodo nuovo, capace di evocare sia la dignità della shtetl che l’integrità storica dell’intera regione.

La principale patria del popolo ebraico non può essere esaminata a prescindere dalle lingue che qui si parlavano. Quando fu chiesto ad Hannah Arendt cosa rimanesse dell’autodistruzione omicida della Germania, ella rispose, com’è noto: «Es bleibt die Muttersprache» (“Resta la madre lingua”). Ciò che invece non rimane, dopo l’olocausto, è quell’Europa multilingue che produsse studiosi assolutamente capaci di comprendere non solo l’ebraico e lo yiddish, ma anche il tedesco, il polacco, l’ucraino, il bielorusso e il russo. Dalle ricerche basate su fonti in lingua tedesca è possibile ricostruire gran parte della storia istituzionale dell’olocausto, come Hilberg in passato ha dimostrato così bene. Il suo approccio viene controbilanciato dal racconto della rinascita della vita ebraica in Germania e nelle cittadine dell’Est, che si può evincere dalle fonti ebraiche e tedesche, come Bauer e Friedländer hanno dimostrato. Il rifiorire della storia ebraica in Polonia, come documentato da Engelking e Leociak, aggiunge un terzo elemento: la loro ricerca basata su fonti polacche consente la ricostruzione del più importante centro di vita e di morte degli ebrei, la città di Varsavia.

Certo, sarebbe auspicabile che i seguaci dei diversi approcci prendessero reciprocamente atto dei rispettivi meriti. L’impresa fondamentale però resta quella di comprendere, sulla base di fonti di prima mano e nelle lingue di pertinenza, le politiche tedesche e lo stile di vita degli ebrei nei territori dell’Est europeo dove queste confluirono. Esistono ancora delle testimonianze, molte delle quali rimangono scarsamente utilizzate. «So che sono morti», scrive Bauer degli ebrei della sua shtetlach. «Ma voglio sapere come vissero.» Vissero in mezzo agli altri, e la loro vita – non solo la loro morte – risulta incomprensibile se non si tiene conto della vita, e talvolta anche della morte, dei loro vicini non ebrei. In tempi non così remoti, anche il polacco, l’ucraino e il bielorusso erano lingue parlate dagli ebrei.

1. Engel intende dire che gli eminenti storici sionisti hanno preferito evitare l’argomento, e non che nessuno storico israeliano ha mai trattato di questi complessi temi.

2. Vedi a esempio The Jews of Odessa. A Cultural History, 1794-1881, di Zipperstein (Stanford University Press, 1991), e l’opera di Hyman The Emancipation of the Jews of Alsace: Acculturation and Tradition in the Nineteenth Century (Yale University Press, 1991). Nei suoi scritti successivi, Zipperstein è più propenso a riconoscere «l’ombra retroattiva» proiettata dall’Olocausto su eventi precedenti di quanto sia disposto a fare Engel. Si veda il suo Imagining russian jewry: memory, history, identity (University of Washington Press, 1999).

3. Gli ebrei che vivevano fuori della Polonia, e in particolare quelli ungheresi, furono deportati ad Auschwitz e uccisi nelle camere a gas. Un numero inferiore di ebrei europei fu deportato in altre fabbriche della morte della Polonia occupata e sterminato con lo stesso metodo.

4. Si veda il mio Jews, Poles & Nazis: The Terrible History, in ‘The New York Review’, 24 giugno 2010, e Nazis, Soviets, Poles and Jews, in ‘The New York Review’, 3 dicembre 2009.

5. Nei casi del comunismo sovietico e cinese la tesi di Goldhagen non si adatta bene quanto all’esempio della Germania. Nei primi due, infatti, era pratica comune minacciare o terrorizzare i carnefici.

6. Goldhagen afferma che i tedeschi erano troppo coerenti nel loro razzismo per violentare le donne ebree. La testimonianza di Rajchman, così come un considerevole numero di altre fonti, indica diversamente.

7. Squadre della morte. N.d.T.

8. Ad avanzare la teoria di una simile autopulizia su base individuale è stato Jan T. Gross in I carnefici della porta accanto: il massacro della comunità ebraica di Jebwabne, in Polonia (Mondadori, 2003). Per degli esempi di doppia collaborazione in studi recenti, si veda Anton Weiss-Wendt, Murder Without Hatred: Estonians and the Holocaust (Syracuse University Press, 2009), pp. 115-119, e Unter Rotem Stern und Hakenkreuz: Baranowicze 1939 bis 1944 di Alexander Brakel, (Schöningh, 2009), p. 304.

9. Nel termine yiddish oyfshtand e in quello polacco di powstanie, così come nel termine ebraico di amidah, la nozione di “posizione eretta” è equiparata alla resistenza e al senso di dignità che tale posizione conferisce.

LIBRI CITATI NELL’ARTICOLO:

Barbara Engelking e Jacek Leociak, The Warsaw Ghetto. A Guide to the Perished City, New Heaven, Yale University Press, pp. 906, $ 75,00

Saul Friedländer, Gli anni dello sterminio. La germania nazista e gli ebrei, 1939-1945, Milano, Garzanti, 2009, pp. 984, € 43,00

Daniel Jonah Goldhagen, Peggio della guerra. Lo sterminio di massa nella storia dell’umanità, Milano, Mondadori, 2010, pp. 640, € 24,00

Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, Torino, Einaudi, 1999, pp. XII-1479, € 21,50

Chil Rajchman, Io sono l’ultimo ebreo (Treblinka, 1942-43), Milano, Bompiani, 2010, pp. 132, € 15,00

Marek Szapiro, Nim słonce wzejdzie: Dziennik pisany w ukryciu, 1943-1944, Warsaw, Zydowski Instytut Historyczny, pp. 682, zł 40,00

(Traduzione di Marzia Porta)

TIMOTHY SNYDER è professore di Storia a Yale. In Italia è famoso per Il principe rosso (Rizzoli, 2009). Il suo nuovo libro, uscito a ottobre per Bodley Head, è Bloodlands: Europe Between Hitler and Stalin.

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