Adam Kirsch

Un Abramo o tre?

da ''The New York Review of Books''

JON D. LEVENSON, Inheriting Abraham: The Legacy of the Patriarch in Judaism, Christianity, and Islam, Princeton University Press, pp. 244, $29.95

YAIR ZAKOVITCH, Jacob: Unexpected Patriarch, tradotto dall’ebraico da Valerie Zakovitch, Yale University Press, pp. 202, $25.00

RELIGIONE: Abramo è ovviamente considerato il patriarca dell’Ebraismo. Ma è possibile che Abramo sia in realtà il patriarca di tre diverse religioni, ovvero dell’Islam, del Cristianesimo e dell’Ebraismo?

I primi undici capitoli del libro della Genesi sono una quasi ininterrotta cronaca della malvagità, corruzione e malizia umana. Ai primi esseri umani, Adamo ed Eva, era stato dato un solo comandamento da Dio, non mangiare dall’albero della conoscenza, ma loro danno retta al serpente, trasgrediscono l’ordine di Dio e vengono espulsi dall’Eden. Nella generazione successiva, Caino uccide suo fratello Abele e viene mandato a vagare per il mondo. Dal capitolo sei, «il Signore vide che la malvagità dell’uomo nella terra era grande e che ogni creazione del pensiero dell’animo di lui era costantemente soltanto male». Rimpiangendo di aver creato l’uomo, Dio invia il Diluvio Universale per spazzare via la sua creazione, risparmiando solo Noè e la sua famiglia.

Ma non appena le acque si ritirano Noè si ubriaca e si addormenta nudo, dopo di che suo figlio Cam «vide la nudità del padre» – una grave violazione che fa meritare a Cam la dannazione eterna. A questo segue la vicenda della Torre di Babele, in cui gli esseri umani provano a costruire una torre in grado di raggiungere il cielo, solo per essere poi dispersi e separati da Dio. Prima di arrivare al dodicesimo capitolo della Genesi, è difficile immaginare come potrebbero essere peggiori gli esseri umani, o più incorreggibili. Le minacce e le punizioni divine sembrano non avere effetto sul genere umano; Dio si ripromesso di non inviare un secondo Diluvio, ma se Lo facesse, nessuno potrebbe dire che Egli non sia stato provocato. Sembra come se la storia dell’uomo abbia raggiunto un vicolo cieco nell’immoralità.

E poi arriva Abramo – o, come è conosciuto nella storia fino a questo punto, Abram. Il suo nome appare per la prima volta in una lunga genealogia, insieme a una dozzina di altri nomi – Arpachshad, Peleg, Serug – che oggi non significano niente per noi. Non c’è nessuna ragione per aspettarsi che Abramo possa divenire l’eletto nella storia futura. Eppure il capitolo 12 comincia con Dio che strappa Abramo dall’oscurità e gli fa, spontaneamente e per nessuna ragione chiara, una promessa tremenda:

Va’ via dal tuo paese, dal tuo parentado, dalla casa paterna, al paese che ti indicherò. Farò di te una grande nazione, ti benedirò, renderò grande il tuo nome, sarai una benedizione. Benedirò chi ti benedice, maledirò chi ti maledice, si benediranno di te tutte le famiglie della terra.

 

Come scrive Jon D. Levenson in Inheriting Abraham (Ereditando Abramo), «la chiamata e l’incarico» di Abramo rappresentano «un nuovo inizio» per la storia umana. Finora nella Genesi, abbiamo letto di esilio, distruzione, dispersione, ora, per la prima volta, sentiamo parlare di riunione, prosperità, alleanza.

Ci sono in realtà una serie di nuovi inizi. Nel breve termine, inizia la storia che orienterà il resto della Genesi: l’epica dei patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, che inizia in Mesopotamia, mentre vagano per le terre di Canaan e finisce con i figli di Giacobbe in un nuovo esilio in Egitto. In una prospettiva più ampia, inizia la storia degli Israeliti, che si estenderà attraverso il resto della Bibbia, dall’Esodo in giù fino all’esilio Babilonese nel sesto secolo A.C. e oltre. E infine, la “chiamata” di Abramo, com’è stata tradizionalmente descritta, può essere vista come l’inaugurazione di ciò che sarebbero poi diventate le religioni Ebraica, Cristiana e Islamica. Oggi, la metà della popolazione mondiale fa risalire il suo lignaggio spirituale fino ad Abramo figlio di Terah.

Tuttavia è evidente che questa origine comune non ha diminuito l’ostilità tra queste fedi. Al contrario, la figura di Abramo è stata più spesso terreno di battaglia che punto d’incontro. Questo è il tema brillantemente elaborato dal libro di Levenson, che racconta di nuovo la storia di Abramo esaminando l’uso che stato fatto di Abramo dal pensiero Ebraico, Cristiano e (in misura minore) Musulmano. «Storicamente – scrive – Abramo ha funzionato più da punto di differenziazione tra le tre comunità religiose che da punto di comunanza».

Prendete, ad esempio, le parole apparentemente dirette della benedizione di Dio: «si benediranno di te tutte le famiglie della terra». Questa, come le altre citazioni che ho usato, provengono dalla “Jewish Publication Society translation of the Bible”. La Bibbia di Re Giacomo1, d’altro canto dice: «si benediranno in te tutte le famiglie della terra». Su questa scelta di preposizioni, “di” anziché “in”, si gioca una controversia fondamentale fra Ebraismo e Cristianità sull’esatta comprensione del lascito della figura di Abramo. Per i commentatori ebrei tradizionali, indica Levenson, la frase suggeriva che Abramo sarebbe diventato sinonimo di prosperità e di carità divina: come la mette il commentatore medievale francese Rahi: «Un uomo dice a suo figlio “Possa tu essere come Abramo!”». «Per usare analogie moderne – aggiunge Levenson, in qualche misura datate – è come se qualcuno dicesse: “Possa tu fare soldi come Rockfeller!” o “Possa tu schiacciare come Michael Jordan!”».

Per San Paolo, d’altra parte, la frase aveva un’implicazione teologica molto più precisa. Nella ‘Lettera ai Galati’, Paolo spiega che i veri discendenti di Abramo non sono gli Israeliti, come credono gli Ebrei, ma tutte le persone che hanno fede in Gesù Cristo. «E la Scrittura, prevedendo che Dio avrebbe giustificato i pagani grazie alla fede, preannunziò ad Abramo questo lieto annunzio: “In te saranno benedette tutte le genti”». In questa lettura, Abramo è il prototipo del credente, il tramite attraverso cui la benedizione di Dio è consegnata ai fedeli di tutte le nazioni – non solo ai suoi discendenti biologici.

L’argomentazione di Paolo poggia su una distinzione tra fede e opere che è estranea all’Ebraismo ma è centrale per il Cristianesimo. Abramo, leggiamo, era stato benedetto grazie alla sua fede: «E poiché credeva nel Signore, Egli riconobbe il suo merito». Nel contesto, ciò si riferisce specificatamente alla sua fede, che egli avrebbe generato un erede, anche se lui e la moglie Sara avevano ottant’anni e non avevano figli. Per Paolo, comunque, ciò suggerisce che la “fiducia” (o, a seconda della traduzione, “fede”) in Dio era in se sufficiente per farlo considerare un uomo retto; Abramo, in questo punto di vista, era legittimato alla benedizione unicamente per la sua fede. Per la verità, avrebbe potuto esserlo solo più tardi, perché la Legge di Mosè – che divenne la base della pratica e del credo Ebraico – non sarebbe stata disponibile fino a un centinaio d’anni dopo la morte di Abramo.

La consistente ambiguità dell’identità Ebraica deriva da questo strano doppio fondamento. Essere Ebreo, religiosamente parlando, significa seguire la Legge di Mosè, – i 613 comandamenti consegnati agli Israeliti sul Sinai e la Legge Orale non scritta che è la base dell’Ebraismo rabbinico. Eppure essere un ebreo significa anche essere un discendente biologico di Abramo, un erede della promessa fatta da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti. Il risultato, scrive Levenson, è che:

il popolo d’Israele non è né una nazione in senso convenzionale né un corpo ecclesiastico composto da credenti con idee simili o che praticano un insieme comune di norme … Piuttosto … è una famiglia naturale con un ordine soprannaturale.

 

Abramo, allora, è il padre di un popolo, ma non l’insegnante o il profeta o il fondatore di una religione. Soprattutto, non è – nella Bibbia almeno – ciò che è spesso lodato essere, il creatore del monoteismo. «In nessun momento», sottolinea Levenson, «Abramo proferisce parola a testimoniare l’unicità, l’incomparabilità o a rivendicare l’esclusività del suo Dio». È vero che Dio sceglie Abramo e gli promette di prendersi cura di lui e dei suoi discendenti per sempre: «un patto eterno attraverso i secoli, per essere il Dio tuo e della tua discendenza a venire». Ma questo non significa che Abramo neghi l’esistenza di altri dei diversi dal suo. Al contrario, la Bibbia lo mostra negoziare con i re di Canaan che venerano altri dei; in Genesi 14, Abramo accetta persino la benedizione di Re Melchizedek nel nome di un Dio chiamato El Elyon, “Il Dio Più Grande”.

Da dove viene allora, la reputazione di Abramo come nemico dell’idolatria? La risposta, mostra Levenson, è che essa è una creazione del periodo del Secondo Tempio dell’Ebraismo, negli immediati secoli prima di Cristo. È in libri apocrifi di quel periodo, come Il Libro dei Giubilei o L’Apocalisse di Abramo, che troviamo narrazioni in cui il giovane Abramo distrugge gli idoli che suo padre tiene in casa. Una di queste storie più famose, datata al periodo rabbinico, nei primi secoli a.C, mostra Abramo ragazzo distruggere tutti gli idoli del padre eccetto il più grande, nelle cui mani egli pone un bastone. Quando Terah scopre il massacro, Abramo gli racconta che l’idolo più grande ha distrutto gli altri in una competizione su cosa avrebbe avuto da mangiare come sacrificio. Rifiutandosi di credere a questa storia, Terah dimostra apertamente che gli idoli sono inutili pezzi di legno. La storia, nota Levenson, «è diventata la base del folklore e dell’istruzione elementare Ebraica», ma non appare da nessuna parte nella Genesi. In realtà, l’unica scrittura in cui Abramo appare come un imperturbabile monoteista è il Corano, che adotta alcuni di questi racconti post-biblici per la propria narrazione di Abramo.

È interessante dire che Abramo il monoteista non è il “vero” Abramo – per limitare l’autentico patriarca a ciò che impariamo su di lui dalla fonte primaria, il libro della Genesi. Una delle argomentazioni principali di Inhereting Abraham, comunque, è che questa sorta di spaccatura fa violenza all’integrità delle tradizioni religiose – che l’Abramo che importa è la figura che si è evoluta attraverso secoli d’interpretazione e di narrazione Ebraica, Cristiana e Musulmana, non il protagonista delle prime narrazioni (che erano esse stesse, naturalmente, piuttosto non storiche). E questo Abramo successivo, mostra Levenson, non può essere facilmente riconciliato con l’altro.

Forse il miglior esempio di questa incompatibilità arriva nel capitolo di Inheriting Abraham intitolato “Il Test”, in cui si analizza la storia del Sacrificio di Isacco, raccontato in Genesi 22. In questa narrazione breve, che costruisce una notevole suspense e pathos, leggiamo di come Dio ordini ad Abramo di portare Isacco a una vicina montagna e di offrirlo in sacrificio. Abramo parte immediatamente con Isacco, che porta con se il tronco sul quale sarà sacrificato e arriva al punto di deporre suo figlio sull’altare prima che intervenga Dio e blocchi l’uccisione: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli nulla. Poiché ora so davvero che temi Dio, in quanto non hai trattenuto tuo figlio, il tuo unico, da me». Al suo posto, Abramo sacrifica un montone, e riceve da Dio una nuova promessa. La storia era così importante per la fede israelita che una tradizione successiva riportava che il luogo della Aqedah, per utilizzare l’ebraico, divenne il sito del Tempio di Gerusalemme.

Questa storia è sempre risultata moralmente difficile per i lettori, come dimostra la quantità di commenti che ha provocato. Ma nel periodo post-Illuminismo, riporta Levenson, divenne un centro di esecrazione morale; per Kant e altri dopo di lui, Abramo nel Sacrificio di Isacco divenne «un paragone di comportamento non etico, fallimento morale, fanatismo morale e molto altro, tutto molto male». È difficile per noi entrare in un mondo spirituale in cui un simile atto possa essere il più lodevole esempio di fede (Stranamente, Levenson si riferisce solo in una nota a piè pagina al più importante tentativo moderno di comprendere lo spirito della Aqedah, Paura e Angoscia di Kierkegaard).

Per comprendere pienamente cos’è in gioco in questa storia, comunque, dobbiamo essere in grado di vedere che il sacrificio di Abramo «è anche un atto di auto-sacrificio». Nel perdere Isacco, Abramo sopporta non solo di perdere il figlio che aveva atteso per anni, ma l’intera discendenza che Dio gli aveva promesso. Infatti, la tensione che guida la storia di Abramo è se egli sarà in grado o meno di generare un erede maschio. Quando riceve la chiamata del Signore, apprendiamo, Abramo aveva settantacinque anni, con una moglie, Sara, che aveva quasi la stessa età; eppure egli non aveva figli, e aveva al tempo perso tutte le speranze di avere un bambino. In un primo tempo, Sara spera di aggirare questo problema da sola, dando a suo marito la serva egiziana Hagar, come “concubina”. Questa unione produce un figlio, Ismaele, ma Dio fa capire chiaramente che se egli diventerà il padre di una moltitudine, non sarà colui che erediterà la benedizione.

In conclusione, all’età di cento anni, Abramo finalmente genera un figlio da Sara, e lo chiama Isacco – gioco di parole sulla parola Ebrea che sta per “ridere”, visto che Abramo e Sara avevano riso alla notizia che avrebbero concepito un figlio. Non appena appare Isacco, comunque, Dio ordina ad Abramo di portare il ragazzo in cima a una montagna e di offrirlo a lui in sacrificio. Come scrive Levenson, «Egli è il vero futuro di Abramo, la promessa pronunciata dalla bocca di Dio, alla quale lui deve prendere parte». Eppure egli è fedele a ciò che aveva compreso essere la dinamica del sacrificio: dandogli il suo erede a lungo atteso, Abramo prova a se stesso di meritare di avere indietro Isacco, perché divenga il fondatore di una nuova nazione.

Questa, almeno, è l’interpretazione Ebrea della Aqedah. Per i Cristiani, naturalmente, l’imminente sacrificio di Isacco porterebbe in un’altra dimensione; qui ora ha importanza non come un momento della storia degli Israeliti ma come una prefigurazione o “modello” della crocifissione. Proprio come Isacco portò il legno su cui sarebbe stato bruciato, così Gesù portò la sua croce. C’era, naturalmente, una grande differenza: «ma Cristo ha sofferto. Isacco non ha sofferto, perché egli era un modello per la passione di Cristo che doveva arrivare», scrisse nel secondo secolo d.C. il polemista antisemita Melitone, vescovo di Sardi (vicino Smirne). In questo modo di pensare, il significato dell’episodio originale è esaurito e trasceso dal suo compimento in Cristo, proprio come l’Ebraismo è reso nullo dalla Cristianità:

 

Una volta realizzato ciò a cui tendeva il modello, allora quello che era figura della cosa futura, essendo diventato inutile, viene distrutto, avendo ormai trasmesso la sua immagine alla realtà che sussiste. Allora ciò che prima era prezioso diventa insignificante, all’apparire di ciò che è veramente prezioso.

 

Il tono è più veemente che nella Lettera di Paolo ai Galati, ma l’effetto è lo stesso: in entrambi i casi, la concezione ebraica di Abramo come fondatore di una nazione è cancellata, in favore di una nuova interpretazione di Abramo come il precursore della Cristianità. Il Corano, naturalmente, mette in scena la sua propria variazione sullo stesso tema, dichiarando:

 

Abramo non era né Ebreo né Cristiano, ma un hanif [un vero monoteista] e un Musulmano…Sicuramente, il popolo più degno di Abramo è colui che lo ha seguito, insieme al suo profeta [Maometto] e ai suoi profeti.

L’acuta consapevolezza di Levenson di queste visioni competitive di Abramo lo lascia profondamente scettico su qualsiasi tentativo moderno di vedere Ebraismo, Cristianesimo e Islam come “fedi Abramiche” essenzialmente compatibili. Il suo ultimo capitolo, “Un Abramo o Tre?”, è dedicato a degli attacchi aspri a scrittori ed istituzioni che hanno cercato di nascondere queste differenze, che lui considera un’ingenua buona volontà. Rimane il fatto che il Cristianesimo non può accettare Abramo come il fondatore di una nazione che ritiene se stessa la benedizione speciale di Dio, poiché esso ritiene che quella benedizione sia passata alla Chiesa; mentre l’Islam non può accettare che i Cristiani siano i discendenti spirituali di Abramo, poiché vede Abramo semplicemente come un profetico precursore di Maometto. E nessuno di essi può accettare la visione di Abramo come un semplice non credente fondatore del monoteismo, in stile ecumenico contemporaneo – soprattutto perché, come abbiamo visto, questa visione in se stessa è alquanto non biblica.

La controversia morale principale che riguarda Abramo ha che fare con la sua prontezza nel sacrificare Isacco. Ma c’è un altro episodio – a dire il vero, due episodi, che si rispecchiano a vicenda o sono uno il duplicato dell’altro – che rimane una macchia sulla reputazione del patriarca. È potenzialmente più negativo della Aqedah perché non ha a che fare con lo zelo ma con un codardo interesse personale.

Si parla della storia di come Abramo, viaggiando in una terra straniera, finge che Sara non sia sua moglie ma sua figlia, per allontanare l’ostilità di un governante locale che vorrebbe la donna per se. Questo accade in Egitto, in Genesi 12, poche righe dopo che Abramo è arrivato nel regno di Gera. In ogni caso, la trovata funziona bene per Abramo: quando il governante scopre chi è davvero Sara, la rimanda da Abramo, il quale nel frangente diventa più ricco. In nessun modo, comunque, ciò si riflette bene su Abramo, e Levenson si dilunga per giustificare la sua condotta.

Questo imbroglio può essere solo una macchia sulla reputazione di Abramo; per suo nipote Giacobbe, questo arriva quasi a determinare la sua intera vita. Questo è il severo giudizio dato da Yair Zakovitch nel suo breve libro Jacob: Unexpected Patriarch (Giacobbe: Patriarca Inaspettato), che appare nella collana dedicata alle biografie della Yale “Jewish Lives”. Tuttavia forse è l’ambiguità morale della vicenda di Giacobbe che in primo luogo rende possibile il suo essere soggetto di una biografia, per quanto non convenzionale. Abramo è una figura troppo primordiale e archetipale per essere il soggetto di una biografia per quanto non convenzionale, e Isacco figura a malapena nella Genesi eccetto che come collegamento tra suo padre e suo figlio. Giacobbe è in realtà la prima persona nella Bibbia Ebraica che sembra essere uno di noi – le cui paure, stratagemmi e pene evocano non solo stupore ma anche umana simpatia.

Il libro di Zakovitch non può essere considerata una biografia tradizionale, ovviamente, perché tutto ciò che sappiamo su Giacobbe proviene dalla Genesi – non c’è modo di verificare o completare il racconto biblico di un uomo che probabilmente non è mai esistito eccetto che come personaggio letterario. Ma persino come personaggio inventato, la figura di Giacobbe presenta dei problemi, poiché la sua storia – come la maggior parte delle storie bibliche – è stata composta mettendo insieme diverse fonti, e riflette una varietà di problemi politici e letterari. «Le biografie della Bibbia», scrive Zakovitch, «non sono magnifici ritratti dipinti da artisti su tela ma il lavoro di mosaicisti che selezionavano, modellavano e organizzavano pietre colorate fino a che emergeva un lavoro voluto e ben eseguito».

L’elemento nuovo nel trattamento di Zakovitch della storia familiare di Giacobbe è la sua fiducia che sia possibile scoprire, attraverso serrate analisi strutturali e confronti di fonti, le prime e più trasgressive versioni di vicende che la Bibbia aveva attenuato – «elementi antichi, essenziali che erano  stati trascurati dalla Bibbia» – per ragioni politiche o religiose. Si prenda ad esempio il primissimo episodio della storia di Giacobbe, la sua lotta all’interno del ventre materno con suo fratello gemello Esaù. Quando Rebecca lo partorisce, Esaù esce per primo, con Giacobbe che lo tiene per i talloni, come se i bambini stessero lottando nell’utero – il presagio della loro relazione a venire. Secondo la Genesi, il nome di Giacobbe (in Ebraico, Ya’acov) è un gioco di parole sulla parola tallone (‘aquev) – proprio come il nome di suo padre Isacco rimandava alla risata di Sara.

Ma Zakovitch nota che un’alternativa etimologica per il nome può essere trovata nel libro successivo di Osea. Qui, il profeta castiga il popolo d’Israele per la sua falsità, e dice che esso è il vero discendente di Giacobbe, che era stato chiamato così perché «nel ventre aveva ingannato il fratello» Esaù: qui, la parola che sta per “inganno” (aqav) ha la stessa radice dell’ebraico Ya’acov. Per Zakovitch, questo etimologia non è un’invenzione dialettica del profeta, ma la sopravvivenza di un’antica tradizione che era stata accuratamente cancellata dalla Genesi stessa. Non c’è modo di provarlo in maniera assoluta, naturalmente, ma Zakovitch sostiene il principio che «nelle marginali e più antiche tradizioni spesso sopravvivrà – tradizioni contro cui l’interpretazione principale era indirizzata».

La lotta tra fratelli che è iniziata nel ventre si consuma in Genesi 27, quando Giacobbe, sotto la direzione di sua madre, riesce a ingannare Esaù allontanandolo dalla benedizione paterna che gli spettava come primogenito. Veniamo a sapere di come Giacobbe copra le sue lisce braccia con della pelle di capra così che il cieco Isacco lo prenda per il suo peloso fratello, e di come l’inganno quasi fallisca: «La voce è la voce di Giacobbe, eppure le mani sono le mani di Esaù», rimugina Isacco. Ma finalmente Isacco benedice il suo figlio più piccolo, pensando che sia il maggiore; e quando appare il vero Esaù, è troppo tardi per rimangiarsi la benedizione. «Lo sfogo di Esaù», scrive Zakovitch, «è uno dei più puri, più struggentemente disperati della Genesi: “Emise un grido forte ed amarissimo. Poi disse a suo padre: ‘Benedici anche me, padre mio!’”».

Il resto della vita di Giacobbe, nella lettura di Zakovitch, sarà spesa nell’espiare questo inganno. Quando scappa dalla vendetta di suo fratello e torna indietro nella sua ancestrale terra d’origine in Mesopotamia, s’innamora di Rachele, la bellissima figlia minore di Laban. Lavora sette anni per avere la mano di Rachele, ma la notte delle nozze, Laban sostituisce sua figlia maggiore Lea nel letto di Giacobbe. Quando Giacobbe se ne lamenta, suo cognato lo rimbrotta puntualmente: «Non è pratica di questo luogo far sposare la più giovane prima della più vecchia». Il sottinteso non potrebbe essere più chiaro: qui «queste questioni non sono condotte come a Canaan, dove il fratello più giovane può ignorare il primogenito e rubare i suoi diritti». E ogni pena successiva nella vita di Giacobbe – dai costanti conflitti tra le sue mogli, al tradimento per mano di suo figlio Ruben, al destino del suo figlio prediletto Giuseppe, venduto in schiavitù dai fratelli gelosi – può essere vista come la vendetta per le dinamiche di famiglia avvelenate, provocate quando egli rubò il diritto di nascita di suo fratello.

Tuttavia, «nonostante il racconto preciso del conto da saldare, con le assidue insistenze che il trasgressore pagherà in pieno per le sue azioni», rimane il fatto che è Giacobbe ad ereditare la benedizione di Abramo e a passarla alla nuova generazione. Infatti è Giacobbe che ha il privilegio unico di lottare con un angelo e di batterlo, ottenendo così il cambio di nome in Israele – che nell’Ebraico sta per “lotta con Dio”. Ed è come popolo d’Israele, che i discendenti di Abramo o alcuni di loro, avrebbero continuato a godere, ad abusare e a lottare per riguadagnare il favore promesso da Dio – una storia il cui ultimo capitolo deve essere ancora scritto.

1. La Bibbia di Re Giacomo, è la traduzione della Bibbia in inglese per eccellenza. Commissionata dal re inglese Giacomo I e pubblicata nel 1611, rappresenta la versione ufficiale (o autorizzata) della Chiesa anglicana. Si veda, Il libro da cui scaturisce la nostra letteratura, di Robert Pogue Harrison, ‘451’ n. 17, maggio 2012. N.d.R.
ADAM KIRSCH è senior editor di ‘The New Republic’ e contributing editor di ‘Tablet’. Il suo libro più recente è Why Trilling Matters (Yale University Press 2011). 
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