Adam Shatz

«Una corda sola, ma Hendrix la faceva parlare»

da ''The New York Review of Books''
Jimi Hendrix: I Hear My Train A Comin', un film di Bob Smeaton, della serie della PBS American Masters
JIMI HENDRIX, Starting at Zero: His Own Story, Bloomsbury, pp. 256, $ 26,00
 PERSONAGGI: Jimi Hendrix è stato uno degli artisti più importanti del XX° secolo, una figura che ha cambiato profondamente la musica rock (e non solo). Adam Shatz, recensendo un documentario dedicato alla vita del musicista e una sua "autobiografia", ripercorre la vita e la carriera di questo straordinario artista.

Poco prima della sua morte all’età di ventisette anni il 18 settembre 1970, Jimi Hendrix disse all’amica Colette Mimram che non gli rimaneva molto tempo. Era venuto a saperlo da una indovina in Marocco, e credeva alla previsione. Hendrix, che era cresciuto senza un soldo, poteva guadagnare 14.000 dollari al minuto suonando la sua chitarra Fender Stratocaster al Madison Square Garden, ma non riusciva a trovare un minuto di pace. Era distrutto dal comportamento predatorio del suo manager Mike Jeffrey, un ex funzionario corrotto dell’MI51. Gli studenti radicali gli chiedevano di suonare gratis; le Pantere Nere cercavano di spingerlo a dar loro “sostegno”. Era stato assolto per possesso di eroina in Canada ma doveva far fronte a una causa per il riconoscimento della paternità a New York. Stava lavorando a un nuovo disco ma doveva essere costantemente in tour per finanziare l’Electric Lady, lo studio che stava costruendo sull’Ottava Strada Ovest. Benché notoriamente galante, aveva iniziato a picchiare le sue amanti, una delle quali dovette essere ricoverata di corsa al pronto soccorso dopo che lui le aveva tirato una bottiglia in un accesso di rabbia alcolica. Era stanco di essere una rockstar: desiderava improvvisare nei piccoli club e studiare composizione, in modo da imparare a leggere la musica, forse desiderava scrivere per un’orchestra. Ma Hendrix ebbe un tipo di carriera che non consentiva interruzioni.

In un recente documentario su Hendrix per la serie della Pbs American Masters2, I Hear My Train A Comin’, Colette Mimram dice di essere rimasta shoccata dalla nonchalance con cui egli predisse la sua morte, ma dice anche che non avrebbe dovuto esserne sorpresa. I testi di Hendrix descrivevano la vita come una gara contro il tempo. Egli si immaginava «vivere in fondo a una tomba» e si chiedeva se sarebbe sopravvissuto il giorno dopo o se – come cantò in “Purple Haze”, il suo maggior successo – domani avrebbe potuto essere «la fine del tempo». «La storia della vita», scrisse poco prima di morire, «è più veloce di un battito di ciglia».

Il dopo vita, comunque, può andare avanti per sempre se sei una leggenda come Hendrix. Non solo egli ha ricevuto un tardivo riconoscimento da American Masters, ma – o meglio gli eredi, la Experience Hendrix LLC – ha sfornato un certo numero di “nuovi” dischi nell’ultimo anno (questi variano dall’elettrizzante performance del Miami Pop Festival del 1968 ai disarticolati scarti della compilation People, Hell and Angels). Hendrix è anche “autore” di una nuova biografia, Starting at Zero, messa insieme raccogliendo riflessioni diaristiche, lettere e interviste. Starting at Zero è stato pubblicato senza la collaborazione degli eredi, il cui coinvolgimento in I Hear My Train A Comin’ ha costretto il documentario a limitarsi alle più prudenti allusioni ai prodigiosi appetiti di Hendrix per donne e droghe. Anche così comunque, la “biografia” è poco più che un lavoro frammentario, riservato strettamente ai fan di Hendrix, per cui qualsiasi traccia egli abbia lasciato rimane di significato talismanico. La famiglia di Hendrix, che dopo una lunga lotta ha strappato il controllo della sua eredità all’avvocato Leo Branton e al produttore Alan Douglas nel 1995, difficilmente può essere criticata per aver invaso il mercato con i cimeli di Hendrix, anche se questi sono di qualità molto varia. I memorabilia di Hendrix sono un grande affare.

Jimi Hendrix

Jimi Hendrix

E per buone ragioni. In un periodo molto breve, Hendrix creò un corpo di opere che non ha necessità dell’obnubilamento da nostalgia anni ’60 per essere apprezzato. Ha scritto una serie di canzoni acchiappa ragazze (“Foxy Lady,” “Fire”); non è stato estraneo all’edonismo, o al misticismo tipo figli dei fiori di quel periodo. Ma i suoi testi hanno espresso qualcosa di più profondo del desiderio di una vita senza limiti, o senza genitori. Essi erano una protesta non tanto contro l’autorità quanto contro il fato stesso, nella tradizione del blues che egli introdusse – o reintrodusse – nel rock.

Come ha scritto Miles Davis nella sua autobiografia, «Jimi Hendrix veniva dal blues, come me». Quando Eric Clapton e Pete Townshend, che erano divenuti famosi copiando gli assolo dei vecchi bluesmen neri, sentirono Hendrix suonare, a quanto si dice, si strinsero le mani l’un l’altro, come se avessero visto il fantasma di Robert Johnson3. Sul palco, Hendrix, – un chitarrista mancino che suonava una chitarra per destrorsi incordata per un mancino – si esibiva con una velocità e una destrezza mozzafiato, a volte con una mano sola. Ma non dava mai l’impressione di essere ossessionato dalla velocità. Dalla sua chitarra scaturiva una sequenza di suono così radioso e puro come quella del sax alto di Charlie Parker, o come quella del violino di Jascha Heifetz4. Come ricorderà più tardi Townshend, la chitarra elettrica «aveva sempre costituito un rischio» ma «Hendrix [lo] rese meraviglioso». Non solo il suo suono era estasiante, ma aveva “mud” (fango) dentro, quel carattere intrinseco che fa collocare i maestri da un’altra parte rispetto ai loro allievi.

Sembrava impossibile – anche inaccettabile – che Hendrix fosse così giovane. Ma questo non si era mai visto: Hendrix usava una gamma di innovazioni tecnologiche (feedback, sustain, effetti a pedale5) per espandere il suono della chitarra, per farla “parlare” in modi in cui non aveva mai parlato. La sua maestria nell’uso degli strumenti che il tecnico del suono Roger Mayer avrebbe più tardi creato per lui era completa quanto la maestria nell’uso della chitarra. (L'”Octavia”, un pedale per distorcere il suono che duplicava il segnale in entrata di una chitarra in un tono di un’ottava più alto o più basso, è ora chiamato il Jimi Hendrix Octavia.)

Tuttavia la distorsione, il frastuono e il fuzz6 della chitarra elettrica di Hendrix non erano ornamentali, ancora meno erano usati per celare carenze nel suo modo di suonare. Erano organici alla sua musica, aggiungevano un vortice di timbri espressivi che donavano al suo lavoro la ricchezza di una sinfonia; Hendrix, che credeva nella sinestesia, paragonava spesso i suoni ai colori 7. Come il musicologo classico Michael Chanan ha argomentato nel suo studio From Handel to Hendrix: «quello che lui fece per la chitarra elettrica fu come quello che Paganini fece per il violino».

Per i leader dell’invasione inglese8la sua abilità ritmica non fu meno mortificante. Hendrix riusciva a suonare contemporaneamente la linea melodica e il suo accompagnamento ritmico, un talento che mancava anche a Clapton. Egli preferiva suonare in trio con solo basso e batteria, perché i servigi di una chitarra ritmica non erano necessari a un chitarrista/orchestra.

Hendrix ebbe con il suo strumento un rapporto più intimo di ogni altro chitarrista della storia. La sua sola altra «area di eccellenza», come l’amica Linda Keith osserva in I Hear My Train A Comin’ , erano le donne, e comunque venivano di gran lunga al secondo posto. Egli rimaneva di rado senza chitarra, anche quando era a letto. Suonava la chitarra tenendola tra le ginocchia, dietro la schiena e capovolta; la suonava con i denti, le accarezzava il manico e dondolava con essa come se fosse un’estensione del corpo. Le diede fuoco sul palco con un accendino a gas, il sacrificio della cosa che amava di più. Questo atto di distruzione creativa, per la prima volta compiuto al Monterey International Pop Festival nel giugno del 1967, lanciò la sua carriera negli Stati Uniti.

Gli appariscenti movimenti di Hendrix sul palco – e le sue camicie frivole, i pantaloni di velluto e i cappelli piumati – lo resero uno dei performer più visivamente attraenti degli anni ’60. Non aveva importanza che fosse magro e carino, con languidi occhi assonnati e di maniere schive, irresistibilmente garbate. Ma oggi si ascolta Hendrix al di là dell’effetto scenico. Aveva un suono indimenticabile, così potente e distintivo da attrarre un seguito ben al di là di quello del mondo del rock da stadio. Le sue improvvisazioni sono studiate dai musicisti jazz e campionate dagli artisti hip-hop. Compositori classici come John Adams e David Lang gli hanno reso onore; il Kronos Quartet ha eseguito un adattamento di “Purple Haze”. Un museo progettato da Frank Gehry è stato costruito in suo onore da Paul Allen, uno dei fondatori della Microsoft, a Seattle, sua città natale. “The Star Spangled Banner”, l’inno nazionale americano, non è più lo stesso dopo quello distorto ma maestoso di Hendrix a Woodstock, che sembrava evocare una nazione divisa. (Hendrix disse al conduttore televisivo Dick Cavett che stava semplicemente suonando una canzone che conosceva dai tempi della scuola.)

Il posto di Hendrix nel canone è assicurato. Ma quale canone? Egli fu, naturalmente, uno straordinario chitarrista rock. Tuttavia il fatto che suonasse rock ora sembra quasi fortuito dati i risultati da lui raggiunti. In Starting at Zero, egli si gingilla con i neologismi «Electric Church Music» e «rock-blues-funky-freaky sound». Trovava il rock troppo limitativo, in particolare odiava l’etichetta “rock psichedelico” spesso affibbiata al suo lavoro. La razza era uno dei motivi. Il rock fu il suo biglietto per la fama nell’America bianca, ma lo allontanò dal pubblico del rhythm and blues nero. Come scrive Greg Tate in una stimolante monografia su Hendrix, Midnight Lightning (2003): «Nessun maschio nero è stato mai così amato dai maschi bianchi come lo fu Jimi Hendrix»9.

Quell’amore allontanò il pubblico nero da Hendrix; era visto come troppo vicino ai bianchi e troppo bramoso di assecondare le loro fantasie sulla sessualità nera (qualcuno avrebbe potuto essere d’accordo quando Robert Christgau10 dopo Monterey chiamò Hendrix «lo zio Tom psichedelico»). Come osserva Tate, c’era «un cancello sul margine del paese ossessionato dalla razza che egli non fu in grado di oltrepassare», quello che diceva: «Jimi Hendrix era diverso da te e da me: Jimi Hendrix era per la gente bianca»11.

Il cancello si aprì dopo la morte di Hendrix. Il suo primo biografo fu un poeta nero di New York, David Henderson, il cui Scuse Me While I Kiss the Sky (1978)12 rimane il resoconto più poetico della sua vita. E benché non sia stato mai un grande per il pubblico nero, Hendrix non dovette subire la mancanza di ammirazione dei musicisti neri: Miles Davis, George Clinton, Prince e André Benjamin del gruppo hip-hop Outkast sono tra coloro che hanno tenuto alta la fiaccola di Hendrix (Benjamin interpreta Hendrix nel biopic in uscita di John Ridley, All Is by My Side).

Probabilmente l’evoluzione più impressionante nella percezione che i neri avevano di Hendrix si è avuta nella critica culturale. Abbracciato all’inizio da entrambe le parti come grande chitarrista blues che si era fatto una fama nel rock “bianco”, Hendrix ora è celebrato come figura cardine in un movimento estetico eterodosso conosciuto come “Afrofuturismo”. Il pioniere di questo movimento fu Sun Ra, ovvero Herman Blunt, un pianista jazz dell’Alabama che aveva dichiarato di essere un alieno e che guidava una big band psichedelica chiamata Arkestra.

L’Afrofuturismo – il termine è stato coniato nel 1994 dal critico Mark Dery – ha le sue fondamenta nella tradizione del blues, ma si lascia incantare dalla promessa delle tecnologie, da quella dei sintetizzatori a quella delle navicelle spaziali: un miscuglio fantasmagorico di culto ancestrale e fantascienza. Nell’immaginazione Afrofuturista, lo spazio profondo appare come un’Utopia extraterrestre, un santuario dell’Armageddon sulla terra. L’Afrofuturismo era stato progettato per accogliere i devianti come Hendrix, un performer della musica dalle radici molto estese che amava Flash Gordon come un bambino, riveriva The Planets di Gustav Holst e spesso cantava la vita su altri pianeti o sotto l’oceano.

Jimi Hendrix e la madre Lucille

Jimi Hendrix e la madre Lucille

«L’idea di un viaggio nello spazio mi affascinava più di ogni altra cosa», Hendrix dice della sua infanzia in Starting at Zero. Non meraviglia: crebbe in innumerevoli piccoli alberghi, case popolari e stanze infestate dai topi e dovette mangiare a casa dei vicini per sopravvivere («la notte in cui nacqui», canta nell’ondivago, sinistro blues “Voodoo Chile”, «giuro che la luna divenne rosso fuoco»). Suo padre, Al Hendrix, un uomo piccolo e muscoloso di origini in parte Cherokee, era un soldato semplice nell’esercitò che tirava avanti falciando prati. Era di stanza in Alabama quando il 27 novembre 1942, la moglie diciassettenne Lucille diede alla luce il figlio a Seattle. Tornò tre anni dopo dalle isole Fiji solo per scoprire che Lucille aveva affidato il ragazzo ad amici di famiglia a Berkeley. Lo aveva chiamato Johnny Allen Hendrix; Al sospettava che il ragazzo fosse stato chiamato così in onore dell’amante di lei John Page. Lo riportò quindi a Seattle e gli cambiò nome in James Marshall.

Al e Lucille ebbero altri cinque figli, tutti, eccetto Jimi, dati in affidamento. Era un matrimonio come una specie di tango violento, e Lucille, che amava la vita veloce, scappava spesso con un altro uomo. Al beveva pesantemente e qualche volta usava il bastone. Lucille morì di epatite quando Jimi aveva quindici anni, e «divenne per lui un angelo», secondo Leon, il fratello più piccolo. La donna celestiale evocata nella sua ballata “Little Wing”, sembra essere stata la sola donna che egli abbia mai amato. Benché fosse spesso fotografato in compagnia di bionde dalle lunghe gambe, la sua preferenza andava alle donne slanciate, dalla pelle leggermente bruna che ricordavano sua madre.

Ben prima della morte di Lucille, Hendrix, un bambino silenzioso e meditabondo, era stato costretto a contare su altre donne per avere sostegno emotivo. Una di loro fu l’ospite di suo padre, Ernestine Benson, che gli fece ascoltare i dischi di Muddy Waters e gli regalò la prima chitarra quando aveva undici anni13. Aveva una corda sola, ma Hendrix la faceva parlare. Prima di aver imparato a suonare una sola nota sulla chitarra, pare che sia stato affascinato dalla scienza del suono: legava corde e strisce di gomma al suo letto per vedere quale sorta di vibrazioni tonali potesse produrre14. A dispetto dei dubbi, Al gli comprò la prima chitarra elettrica: una chitarra per destrorsi, perché aveva paura che il figlio, essendo mancino, fosse molto vulnerabile agli spiriti diabolici. Jimi la chiamò come la sua prima ragazza e se la legò sulla schiena, al modo di Sterling Hayden in Johnny Guitar.

Jimi Hendrix durante il servizio militare

Jimi Hendrix durante il servizio militare

Hendrix disse che se non fosse stato per la sua chitarra sarebbe finito in prigione. La ragione per cui si arruolò nella 101esima Divisione Aviotrasportata – cosa non menzionata da American Masters – fu che questo gli evitò una condanna a due anni. A diciott’anni era stato arrestato perché a bordo di una macchina rubata. Rimase nell’esercito per un anno scarso. In una lettera dalla base di Fort Campbell, Kentucky, dichiarava in maniera altisonante che «se qualche problema scoppia da qualche parte, saremo noi i primi a partire», ma contemporaneamente già cercava una via d’uscita. Aveva formato un gruppo con il compagno di letto a castello Billy Cox, un bassista della Virginia la cui ferma nell’esercito stava finendo, e voleva seguirlo. I Hear My Train A Comin’ riferisce il racconto di Hendrix secondo cui fu congedato con onore dopo essersi ferito alla caviglia in un lancio col paracadute. Ma non c’è traccia di una ferita alla caviglia nei suoi documenti medici; secondo il biografo Charles Cross, finse di essere gay per essere espulso.

Nei pochi anni seguenti, Hendrix fece la sua gavetta nei club neri, nelle tavole calde, nei juke joint15 e nelle sale da biliardo – il così detto circuito del chitterling16. Suonò con tutti, dagli Isley Brothers a Little Richard. Imparò a suonare con i denti dal chitarrista Alphonso Young, e a suonare dietro la schiena da T.Bone Walker. L’originalità del suono della sua chitarra elettrica era innegabile: Hendrix aveva fatto colpo su Cox come fosse l’incrocio «tra Beethoven e John Lee Hooker». Ma con il suo look da damerino e i selvaggi assolo, Hendrix era sempre visto come uno scherzo della natura. I musicisti del circuito lo chiamavano “Rotelle”, perché si esercitava così diligentemente da dare l’impressione di averle perse (di essere matto). Little Richard, invidioso delle sue frivole camice di seta, lo licenziò perché era troppo carino.

Jimi Hendrix e Fayne Pridegeon

Jimi Hendrix e Fayne Pridegeon

Arrivando ad Harlem nel 1964, incontrò una giovane e bellissima donna, Fayne Pridgeon, che riconobbe il suo talento e se lo portò a casa. «Si gettò nel mio letto con la stessa grazia con cui un pilota di chiatte del Mississippi si avventa su un piatto di cavoli e pane di mais dopo dieci ore di lavoro sotto il sole», ricordava. Fuori dal letto, comunque, era «penosamente timido». Harlem si dimostrò ancora più fredda dei locali del circuito chitterling. Chi lo incontrava per strada gli chiedeva se lavorasse nel circo. «Vai via tu e la tua musica country», gli disse un DJ di Harlem quando Hendrix gli chiese di mettere su un disco di Dylan.

Hendrix si sentiva più a casa nel quartiere di Dylan, il West Village, dove si trasferì nell’estate del 1965. Guidando una band chiamata Jimmy James and the Blue Flames, divenne noto come il “Dylan Nero” per il suo stile afro alla Dylan. Hendrix, che credeva di avere una voce terribile, ammirava la «faccia tosta di Dylan nel cantare in modo così stonato» quasi quanto ammirava i suoi testi (Hendrix avrebbe avuto in seguito l’apprezzamento di Dylan per la sua ipnotica cover di “All Along the Watchtower”). Uno dei suoi primi ammiratori nel Village fu Linda Keith, fidanzata di Keith Richard. Fu lei a portare Chas Chandler, il bassista degli Animals, a sentirlo. Chandler voleva produrre dischi, e credeva che con il cantante giusto avrebbe potuto trasformare la murder ballad 17 “Hey Joe”, narrata da un marito tradito in fuga dopo aver ucciso la moglie, in un successo. Quando entrò al “Cafe Wha?” nell’agosto 1966, “Jimmy James” stava strimpellando “Hey Joe”. Un mese dopo, Chandler fece volare Hendrix a Londra.

Jimi Hendrix

Jimi Hendrix

La Swinging London era quanto di più vicino allo spazio extraterrestre un fan nero di fantascienza nel 1966 potesse vedere, eccetto il Vietnam. Apparve a Hendrix come «una specie di paese delle fiabe». Chandler lo piazzò nel vecchio appartamento di Ringo Starr («aveva bisogno di essere seguito», secondo Linda Keith). Un mese dopo il suo arrivo aveva già un’affascinante nuova fidanzata, la super-groupie Kathy Etchingham, una band, la Jimi Hendrix Experience, con Noel Redding al basso e Mitch Mitchell alla batteria e un contratto discografico. Prima ancora di aver messo piede in studio nel gennaio 1967 per registrare il suo straordinario debutto, Are You Experienced, era già una leggenda metropolitana londinese. L’abbraccio inglese ebbe anche il suo lato meno piacevole. I tabloid lo chiamarono «il selvaggio del Borneo»; la femminista Germaine Greer si lamentava che il pubblico inglese «voleva vederlo fare un pompino alla chitarra e strofinarci sopra l’uccello». Ma Hendrix era troppo scaltro – e troppo esaltato da questo improvviso eccesso di fama – per rifiutare la parte di super stallone. Si stava anche facendo ammiratori molto influenti. Clapton pensava che suonasse come «Buddy Guy sotto acido»; Paul McCartney, stupefatto dalla velocità e dal virtuosismo del suo modo di suonare, lo chiamava «Finger Hendrix».

Fu McCartney che raccomandò Hendrix all’organizzatore di concerti Lou Adler, che stava mettendo su il Monterey International Pop Festival. Adler non aveva mai sentito parlare di lui – Are You Experienced non era ancora stato distribuito negli Stati Uniti – ma raccolse il suggerimento di McCartney. Fu il battesimo del fuoco. Alla fine dei quaranta minuti di esibizione degli Experience, Hendrix spaccò la chitarra in fiamme e lanciò in offerta i suoi pezzi bruciati dal palco. La folla fu trafitta. Pete Townshend, che era apparso sul palco prima di Hendrix con gli Who e aveva spaccato la sua chitarra, si sentì crudelmente messo in ombra; il suo gesto, si rammaricò dopo, era stato «un concetto di pura scuola d’arte con un chiaro programma». Ma Hendrix diede al pubblico qualcosa che voleva molto più fortemente di un “concetto da scuola d’arte”. Il suo impatto sulla controcultura fu così profondo che l’FBI aprì un fascicolo su di lui. Ma come rende chiaro Starting at Zero, Hendrix rimaneva un veterano della 101esima Aviotrasportata nella sua visione politica, diffidente rispetto al Black Power e alla protesta antimilitarista. Anche il suo costume psichedelico a Monterey, confessò a un amico come salì sul palco, era «solo per lo spettacolo».

Quando Are You Experienced apparve in America nei negozi di dischi un mese dopo Monterey, il passaparola aveva già preparato il terreno per la conquista di Hendrix del Nuovo Mondo. Sei mesi dopo arrivò il successivo Axis: Bold as Love, che conteneva alcune delle ballate con i suoi testi più forti. Poi, nell’aprile del 1968, Hendrix scomparve in uno studio vicino a Times Square per realizzare il suo capolavoro assoluto, Electric Ladyland. Alla ricerca di un suono più pieno – e allontanandosi sempre più dal suo bassista Noel Redding – invitò altri musicisti nello studio: batteristi, sassofonisti e organisti. Le canzoni si allungarono e divennero più ambiziose, a volte quasi orchestrali.

Lavorando con un registratore a dodici tracce per la prima volta, Hendrix e il suo tecnico del suono, Eddie Kramer, inserirono una quantità di effetti sonori dell’altro mondo. Hendrix fece dozzine di registrazioni di ogni canzone; nessun dettaglio era troppo piccolo per la sua attenzione. Esasperato dal perfezionismo di Hendrix, Chandler si licenziò, seguito da Redding. Quando il suo gruppo, il Jimi Hendrix Experience, distribuì Electric Ladyland nell’ottobre 1968, la band non esisteva più. Ma fu il primo disco che Hendrix produsse da solo, un lavoro assolutamente inclassificabile di futurismo blues e l’espressione più piena di un’immaginazione che rifiutava di essere confinata nei tre minuti classici della canzone pop.

Electric Ladyland fu l’ultima registrazione che completò in studio. Quando morì, stava lavorando al seguito, pubblicato postumo come First Rays of the New Rising Sun. Era al massimo della sua potenza creativa ma si sentiva stranamente senza potere. Soffriva di ulcere a causa dei suoi tour troppo lunghi – nel suo primo tour americano, suonò in quarantanove città in cinquantuno giorni – ed era sempre più dipendente da cocaina e anfetamina. Queste erano fornite dalla super-groupie bisessuale Devon Wilson, una ex prostituta, fidanzata part-time e eroinomane a tempo pieno che viveva con lui sulla 12esima Ovest (lui la chiamava “Dolly Dagger” [Bambola Pugnale] perché lo aveva tradito con il suo arci rivale Mick Jagger). L’addio di Chandler lo lasciò alla mercé di Mike Jeffery, che era determinato a rimettere insieme gli Experience. Jeffery non fu d’accordo quando Hendrix rimpiazzò Redding con il vecchio compagno di letto a castello Billy Cox e si circondò di musicisti neri: temeva che i bianchi ne sarebbero stati impauriti.

L’ultimo album che Hendrix pubblicò in vita fu un live con il suo gruppo di soli neri, la Band of Gypsys, con Cox e il batterista Buddy Miles. Registrato alla Fillmore East il giorno di capodanno del 1970, Band of Gypsys, fu l’album più funky che Hendrix abbia mai registrato, un audace ritorno alle sue radici. Miles Davis, con cui aveva fatto delle jam session, era tra il pubblico quella sera18. La musica che sentì sarebbe in seguito riecheggiata nel suo jazz elettrico alla Hendrix. Davis fu particolarmente impressionato da “Machine Gun”, un apocalittico blues, che si schiude lento, in cui Hendrix usò il feedback per simulare i suoni di pallottole, di elicotteri e di bombe.

Narrato da un uomo che è spinto ad uccidere qualcuno che a sua volta è spinto ad uccidere qualcuno – «anche se apparteniamo solo a gruppi diversi» – immerge l’ascoltatore in una zona di furioso combattimento, un posto in cui Hendrix avrebbe potuto finire se non fosse stato congedato dall’esercito. La paura e la paranoia non dovrebbero essere state difficili da immaginare per lui. Chiunque sembrava volere una parte di lui: una parte dei suoi profitti, un posto nel suo letto, una parte delle sue droghe. Al Festival dell’Isola di Wight nell’agosto 1970, disse a Richie Evans: «Mi stanno uccidendo».

Meno di un mese dopo andò a Londra per ristabilirsi tra le braccia di una vecchia amante, un’ereditiera tedesca e pattinatrice sul ghiaccio di nome Monika Dannemann. Incapace di addormentarsi a causa delle anfetamine che stava usando, prese nove pastiglie del Vesparax di Monika, diciotto volte la dose raccomandata per un uomo del suo peso, e andò a letto. La Dannemann lo trovò la mattina dopo incosciente e chiamò un’ambulanza. L’esame postmortem concluse che si era soffocato con il suo stesso vomito sulla via dell’ospedale. Fu sepolto a Seattle vicino alla sua “piccola ala”. L’amata madre Lucille, di pochi anni più vecchia di lui quando morì.

  1. Il servizio segreto britannico. N.d.R.
  2. American Masters è un programma della rete televisiva Pbs che racconta le vite di artisti, musicisti, scrittori e attori che hanno lasciato un’impronta importante nella vita culturale americana. N.d.R.
  3. Come il pianista jazz Brad Mehldau ha scritto in un perspicace saggio in cui paragona Hendrix a Beethoven e Coltrane, il suo sound ha sempre provocato un misto di stupore e terrore, ciò che i Romantici chiamavano “il sublime”. Si veda Mehldau, Coltrane, Jimi Hendrix, Beethoven and God, BradMehldau.com, maggio 2010.
  4. 4Jascha Heifetz (1901 – 1987) è stato un violinista lituano naturalizzato statunitense. È considerato uno dei più grandi interpreti del novecento della letteratura violinistica virtuosistica. N.d.R.
  5. Il feedback è il tipico fischio che si crea quando i suoni emessi da una cassa ritornano ad essere captati con sufficiente “potenza di innesco” da un microfono o da un qualsiasi strumento musicale elettrico, e da questo rimandato al medesimo altoparlante, in un circuito chiuso. Il sustain invece è un termine che indica la quantità di tempo in cui un suono emesso da uno strumento rimane percepibile all’orecchio prima di svanire. N.d.R.
  6. Il fuzz è un particolare tipo di distorsione usata su chitarra o basso elettrico. N.d.R.
  7. Electric Ladyland (Continuum, 2004), una monografia del chitarrista inglese John Perry, è un manuale introduttivo particolarmente acuto sulle innovazioni musicali di Hendrix.
  8. Con il termine “British invasion” si indica il grande successo commerciale ottenuto da gruppi o cantanti inglesi (a partire dai Beatles) negli altri paesi anglofoni negli anni ’60. N.d.R.
  9. Benché la fama e la ricchezza sembrassero averlo trasportato in una dimensione post-razziale, persistevano a volte ricordi amari di come la gente di colore viveva sulla terra. Durante una visita a Seattle nel 1968, a lui e alla sua famiglia venne rifiutato di essere serviti in un ristorante fino al momento in cui una ragazzina di diciotto anni non gli chiese un autografo.
  10. Robert Christgau (1942) è un critico musicale statunitense, a lungo critico musicale del ‘Village Voice’. N.d.R.
  11. I soldati neri in Vietnam che sapevano che Hendrix era stato nella 101esima Aviotrasportata e che lo vedevano come uno di loro, furono la maggior eccezione a questa regola, secondo Michael Herr in Dispacci.
  12. «Scusatemi se bacio il cielo», verso tratto dalla canzone di Jimi Hendrix “Purple Haze”. N.d.R.
  13. Conforme al mito, nei dettagli come nei suoi contorni più ampi, I Hear My Train A Comin’ riporta la leggenda che Al Hendrix abbia comprato a suo figlio la prima chitarra. In realtà, Al Hendrix considerava il suonare musica, «il business del diavolo».
  14. Gli studiosi della musica classica contemporanea ora considerano Hendrix come un “eretico americano” nella tradizione di Harry Partsch e John Cage, coloro che crearono il piano preparato (un pianoforte il cui suono viene modificato inserendo vari oggetti tra le corde) a Seattle un anno prima della nascita di Hendrix.
  15. I juke joint erano dei locali presenti nel sud est degli Stati Uniti negli anni delle segregazione razziale, in cui le persone di colore potevano liberamente bere alcolici, ballare, giocare a carte e suonare. N.d.R.
  16. Il circuito chitterling era il nome con cui si indicavano dei locali sparsi in tutti gli Stati Uniti nel periodo della segregazione razziale, in cui attori, artisti e musicisti afroamericani erano liberi di esprimersi e di esibirsi. Il nome deriva da un tipico piatto della cucina afroamericana: una pietanza a base di interiora di maiale stufate o in zuppa. N.d.R.
  17. La murder ballad è un sottogenere delle tradizionali ballate. Queste ballate raccontano gli eventi (reali o immaginari) che hanno condotto a un omicidio e le sue conseguenze. N.d.R.
  18. Davis e Hendrix parlarono di realizzare un disco insieme, ma il progetto fallì quando Davis insistette per avere come anticipo 50.000 dollari. Davis successivamente divorziò dalla sua giovane moglie, la cantante Betty Mabry, dopo aver scoperto che lei se la stava facendo con Hendrix. La sua ammirazione e passione per Hendrix, comunque, rimasero inalterate.
ADAM SHATZ, ex Literary Editor per la rivista ‘The Nation’, scrive regolarmente per ‘The London Review of Books’.
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