John Paul Stevens

Una lotta con la polizia e la legge

da ''The New York Review of Books''

IRVING MORRIS, The Rape Case: A Young Lawyer’s Struggle for Justice in the 1950s, University of Delaware Press, 445 pp., $32.00

POLITICA: nell’America degli anni ’50 un avvocato alle prime armi cercò di scagionare tre uomini accusati ingiustamente di stupro, dimostrando lo spergiuro della polizia.

The Rape Case: A Young Lawyer’s Struggle for Justice in the 1950s, di Irving Morris, ci racconta del suo autore almeno quanto dei fatti relativi al caso di cui si occupa, che riguarda la lite avvenuta nelle prime ore del mattino del 30 ottobre 1947 tra una giovane donna di cui non si conosce il nome e tre uomini a Woodlawn Park, Wilmington, Delaware. Il libro, scrive Morris, «è fondamentalmente la storia di un avvocato alle prime armi e della sua battaglia per ribaltare il risultato di un processo scorretto dimostrando… lo spergiuro della polizia.»

La vivida ricostruzione che Morris propone di fatti accaduti diverse decine di anni fa dimostra come i benefici immateriali che gli avvocati ricavano dalla devozione gratuita verso il loro lavoro superino di gran lunga il valore delle parcelle incassate dai clienti paganti. Ho citato spesso il consiglio che John Adams1 diede ad un giovane avvocato: «Ora, a quale obbiettivo più nobile, a quale reputazione più eccelsa può aspirare un mortale se non a padroneggiare tutto questo sapere, pronto ad assistere i più deboli e sventurati…?». La storia di Morris esemplifica questa lezione. Come scrive verso la fine del libro, «Anche se i miei clienti pagavano poco, so di aver guadagnato molto più di ciò che mai immaginai di poter ricevere dal rappresentarli con successo».

Nell’evolversi della storia, impariamo come un avvocato competente risponda ad una serie di sconfitte nel corso di un processo protrattosi a lungo. Non veniamo informati sugli eventi successivi, che hanno reso Irving Morris un leader del foro corporativo e il presidente della Delaware State Bar Association2; tra questi ne citerò uno dei più drammatici per rivelare la mia parzialità a favore dell’autore.

Negli anni ’60 Morris fu chiamato a difendere gli ex-direttori di una grossa società in un processo contro la loro decisione di ricompensarsi con stock options per aver trovato un acquirente dell’unico patrimonio rilevante dell’impresa: un’ingente e protratta perdita fiscale. Io ero uno di quei direttori e testimoniai.

Come mio avvocato, Morris doveva controinterrogare il testimone che avrebbe testimoniato contro di noi. Non saprò mai come si sarebbe svolto il controesame perché, per una strana successione di eventi, il testimone ebbe un attacco di cuore mentre si apprestava a giurare alla sbarra, si accasciò a terra e morì pochi minuti dopo. Inutile dire che Morris vinse la causa. Morris mi disse di aver pensato a quel caso il 20 gennaio 2009, mentre mi guardava amministrare il giuramento d’ufficio del vice-presidente Joe Biden. Morris è probabilmente l’unico spettatore che potrebbe identificare entrambi i partecipanti della cerimonia come suoi ex clienti. Naturalmente nel suo libro egli non menziona Biden, me, o altri suoi clienti, con l’eccezione dei tre uomini che furono ingiustamente processati nel caso di stupro del 1948, reato che in quegli anni era considerato un delitto capitale.

All’una e quarantacinque circa del 30 ottobre 1947, uno di quegli uomini, “Sonny” Jones, e una giovane donna furono fermati da un ufficiale di polizia dopo aver lasciato Woodlawn Park. Sebbene la donna avesse detto all’ufficiale di «non aver avuto problemi», all’arrivo di un altra pattuglia affermò che Jones e altri due uomini l’avevano stuprata nel parco. La polizia prese Jones in custodia e iniziò a interrogarlo alle 2.15 del mattino. Jones identificò “Bud” Curran e “Reds” Maguire come le altre due persone coinvolte, e furono messi sotto custodia anche loro. Per le quattro di mattina i due ufficiali avevano ottenuto e assistito ad una dichiarazione di Jones. Altri due ufficiali ottennero una dichiarazione firmata da Curran intorno alle 4.30, e i primi due poliziotti ne ottennero una da Maguire per le 5.00. Circa dodici ore più tardi la polizia presentò il resoconto dell’arresto dei tre uomini con una seconda serie di dichiarazioni, sostenendo che la serie iniziale era appena stata riscritta per “ragioni di chiarezza”. Ognuno dei tre arrestati firmò la seconda dichiarazione senza leggerla. Se vi fossero due serie di dichiarazioni degli imputati, come essi dichiararono, o solamente una, come testimoniarono i poliziotti, diventò una questione importante e dibattuta al processo.

La descrizione di Morris della lettura del verdetto della giuria contiene un’incalzabile ammonimento sui pericoli di arbitrarietà associati alla condanna a morte. Egli cita dalla trascrizione del processo e dalle notizie di cronaca, come segue:

Mr. Malone: Signore e signori della giuria, avete raggiunto un verdetto?

Il Portavoce della Giuria:

Sì.

Mr. Malone: Chi risponderà per voi?

I Giurati: Il nostro portavoce.

Mr. Malone: Signora Foreman, dichiarate il prigioniero, Francis J. Curran, colpevole nella forma e nella sostanza dei reati di ciò per cui egli è imputato in primo grado o non colpevole?

Il Portavoce della Giuria: Colpevole.

Quando il portavoce della giuria, Isabelle Booth, pronunciò la parola “Colpevole” a proposito di Curran, «ci fu un elettrizzante silenzio mentre la parola attraversava nella sala.» Poiché la giuria non aveva chiesto la grazia, il verdetto di colpevolezza significò automaticamente condanna a morte. Gli avvocati non avevano semplicemente perso il caso; i loro clienti sarebbero morti. Reinhardt fu il primo avvocato difensore a reagire: «Chiedo che la giuria sia interrogata».

Quel che accadde dopo fu una delle scene più drammatiche mai avvenute in un’aula di tribunale in Delaware. Con un gesto di assenso, il giudice Malone andò avanti ad interrogare i giurati uno ad uno. In risposta alla domanda, «È questo il suo verdetto?» i primi otto giurati lo confermarono. Il nono giurato, Richard E. Porter, rispose, «È questo, con una richiesta di clemenza». La risposta diversa di Porter non venne registrata da Malone, che continuò con la stessa domanda al decimo giurato, Louis H. Talley. Talley rispose, «È così. Ma abbiamo avuto modo di sentire Mrs. Booth proporre una richiesta di clemenza alla corte». Al che Mrs. Booth intervenne: «Non sapevo se dovessi farla ora o quando aveste finito, ma anche noi facciamo questa richiesta».

La richiesta di clemenza, se accettata da due dei tre giudici, avrebbe significato l’imposizione da parte della corte della sentenza di carcere a vita per Curran, Jones e Maguire. Senza l’interrogatorio ai giurati non ci sarebbe stata alcuna richiesta di clemenza, e la questione dell’iniquità del processo sarebbe morta insieme ai tre accusati.

L’arbitrarietà nell’imposizione della pena di morte è esattamente il tipo di cosa che la Costituzioneproibisce, come io e i giudici della Corte Suprema Lewis Powell e Potter Stewart spiegammo nella nostra opinione congiunta in Gregg vs Georgia3 (1976).  Scrivemmo che le procedure alla base della sentenza capitale devono essere costruite in modo da evitare l’imposizione casuale e capricciosa della pena, paragonabile al rischio di venire colpiti da un fulmine. Oggi una delle cause di tale arbitrarietà è la decisione dei procuratori statali – che non è soggetta a riesame – di richiedere una sentenza di morte. Si tratta di una richiesta discrezionale che può essere influenzata dall’impatto che questa scelta a parere del procuratore potrebbe avere sulla possibilità di essere rieletto o di passare a incarichi di più alto livello.

Quando il processo per il caso di stupro si concluse, Morris era uno studente ventiduenne al secondo semestre del primo anno alla scuola di legge di Yale. La sua formazione giuridica, come quella di molti suoi coetanei, veniva finanziata dal governo federale in seguito al servizio militare svolto durantela Seconda GuerraMondiale. Morris non solo sfuggì alla morte per mano di un mitragliere tedesco, durante la battaglia di Bulge, ma fu anche catturato dal nemico appena prima della fine della guerra. La sua esperienza di guerra di certo rafforzò il suo desiderio di aiutare altri tre veterani congedati con onore, che più tardi divennero suoi clienti, a ottenere la liberazione da un’ingiusta prigionia.

I primi capitoli del libro narrano i fatti che portarono al processo e come Morris divenne l’avvocato dei tre imputati. Particolarmente toccante è la descrizione del dolore dei famigliari, tutti fermamente convinti dell’innocenza dei tre giovani. Prima del processo, il massimo coinvolgimento con la legge che quelle famiglie avevano avuto era tramite il fratello più anziano di Maguire, che lavorava nel dipartimento di polizia; a quanto pare egli ebbe anche un ruolo importante nella decisione del dipartimento, dopo il processo, di condurre un’indagine interna sulla veridicità della testimonianza degli ufficiali di polizia. Due delle famiglie coinvolte erano in grado di pagare le parcelle dello studio legale, ma dopo il verdetto non potevano più permettersi di sostenere le spese dell’appello.

Più avanti nel libro, Morris descrive le lungaggini a cui queste famiglie andarono incontro per raccogliere i 5000 dollari necessari per ognuna delle cauzioni per il rilascio. Solo mescolando il patrimonio immobiliare e le azioni in un’azienda di famiglia, e solo grazie all’intervento di un impiegato della Corte che accettò queste forme di pagamento per la cauzione, nonostante lo statuto richiedesse esplicitamente denaro contante o titoli di stato, Curran, Maguire e Jones poterono ritornare alle loro famiglie dopo aver passato più di dieci anni in carcere.

La strada che condusse le famiglie a Morris ebbe inizio quando la madre di Curran lesse un articolo sul Reader’s Digest del gennaio 1948 su un avvocato di Philadelphia, di nome Herbert L. Maris, che aveva fatto dello scagionare persone innocenti ingiustamente incarcerate una missione di vita. Il marito della signora Curran andò a Filadelfia per persuadere Maris a impugnare il caso, ma egli si rifiutò di farlo senza prima aver letto la trascrizione del processo. Nessuna copia allora era disponibile, ma le famiglie si accordarono con lo stenografo del tribunale, che permise loro di acquistarla a rate. Maris lesse infine l’intera registrazione, si convinse che gli uomini erano innocenti, e acconsentì a prendere in mano il caso. La legge del Delaware, ad ogni modo, esigeva la partecipazione di un corrispondente locale, il che portò alla partecipazione di Morris al caso.

Nel settembre del 1952, quando le famiglie stavano ancora cercando un avvocato del Delaware per aiutare Maris, Morris venne assunto come assistente del presidente della Corte Distrettuale degli Stati Uniti nel Delaware. In seguito a un incidente, il capo di Morris venne ricoverato in un ospedale dove due delle sorelle di Sonny Jones lavoravano come infermiere. Furono loro a chiedere al giudice un consiglio su come trovare un avvocato nel Delaware; il giudice le indirizzò da Morris, che inizialmente lavorò come semplice corrispondente locale, per poi alla fine assumere la piena responsabilità del caso.

Piuttosto che sciorinare un elenco in avvocatese dei fatti concepito per persuadere i lettori dell’innocenza dei tre imputati, i primi capitoli del libro di Morris – che illustrano il caso, l’udienza preliminare e il processo, durato sei giorni – servono a un obiettivo più ristretto. Viene messo in chiaro che la giuria ha dovuto affrontare difficili problemi di credibilità: se credere agli imputati o al racconto della presunta vittima su ciò che accadde al parco, così come sul fatto che l’incontro fosse consensuale. Non erano in conflitto solamente le testimonianze dei partecipanti all’evento, ma anche quelle dei tre poliziotti. Sappiamo ora che quei poliziotti senza dubbio commisero spergiuro. Essi testimoniarono, mentendo, che ognuno degli imputati aveva firmato una sola dichiarazione invece di due. Se la giuria avesse accettato la testimonianza della polizia come vera, questo avrebbe necessariamente significato che gli imputati stavano mentendo quando sotto giuramento dichiararono il contrario. La conclusione che gli imputati mentivano su un punto dibattuto a lungo durante il processo, senza dubbio influenzò la presa di posizione dei giurati sulla veridicità delle testimonianze contrastanti sul caso.

Nella relazione di Morris sugli eventi che accaddero dopo che prese in mano il caso, egli racconta della sua serie di sconfitte nei procedimenti giudiziari statali. Inizialmente Morris cercò, senza successo, la prova che avrebbe stabilito lo spergiuro degli agenti di polizia. Dopo che quello spergiuro venne alla luce in seguito a un’indagine del dipartimento di polizia, Morris subì ripetute sconfitte nel tentativo di persuadere i giudici statali a concedere un nuovo processo.

Morris spiega in modo convincente come i giudici statali abbiano stabilito i fatti controversi circa l’incontro tra gli imputati e la presunta vittima, ma abbiano evitato di porsi una domanda rilevante: se lo spergiuro avesse privato gli imputati del loro diritto ad avere una giuria imparziale nell’esprimere il suo parere. Implicita nel libro di Morris, è la consapevolezza del rischio che giudici alle prese con richieste di risarcimento post-condanna possano essere orientati a sostenere il lavoro dei loro colleghi da una parte e la continua esposizione ad un’ampia pubblicizzazione del caso di imputati in  carcere dall’altra.

La descrizione di Morris di quello che egli considerava un improprio accertamento dei fatti da parte dei giudici d’appello mi ha ricordato la decisione della corte suprema di qualche anno fa, nel processo Scott vs. Harris (2007). Deve essersene ricordato anche lui, visto che vi fa riferimento in una nota a piè pagina nel libro. In quel caso, otto dei miei colleghi produssero la loro analisi de novo di un videotape della polizia su un inseguimento ad alta velocità, nel tentativo di determinare la ragionevolezza della decisione di un poliziotto di usare le armi per porre fine all’inseguimento. Scrissi il mio dissenso, e ancora lo credo fermamente, che i miei colleghi avrebbero dovuto rimettersi al giudizio dei due giudici di grado inferiore, secondo cui una giuria doveva risolvere la questione e sulla base della registrazione integrale. (L’intera registrazione – a differenza del video incompleto e poco chiaro – ha chiarito che le sirene sulle macchine della polizia diedero agli automobilisti in arrivo un adeguato avvertimento dell’inseguimento in corso).

Delle sconfitte di Morris nei tribunali statali, una è particolarmente difficile da comprendere. Nel dicembre 1954, quando presentò alla corte suprema la sua difesa a sostegno della domanda di rilascio dei suoi clienti, si erano verificati due sviluppi estremamente favorevoli. In primis, Morris aveva ottenuto una copia del rapporto interno della polizia che stabiliva che ognuno degli imputati aveva effettivamente firmato due dichiarazioni. Quel rapporto, a sua volta, portò all’ammissione della corte statale che gli ufficiali avevano distrutto le prime dichiarazioni e avevano commesso spergiuro. In secondo luogo, una decisione unanime presa dalla Corte Suprema del Delaware all’inizio di quello stesso anno aveva stabilito che laddove una prova venisse intenzionalmente distrutta, la corte doveva «adottare una visione dei fatti tanto sfavorevole (alla parte che ha distrutto la prova) quanto le circostanze ragionevolmente ammettono».

Il resoconto sui giornali dell’arringa di Morris sembrava dichiararlo netto vincitore, ma passarono diversi mesi senza alcuna sentenza della corte di stato. Poiché i suoi clienti avevano già passato sette anni in carcere e dal momento che si aspettava di vincere, Morris decise di tentare di velocizzare la decisione dei giudici, offrendo di fornire ogni ulteriore spiegazione o argomento che potesse essere d’aiuto. Se questa offerta offese o meno i giudici, di certo non aiutò la sua causa. Dieci mesi dopo l’udienza, la corte alla fine negò la libertà.

Invece di rispondere direttamente all’assunto che enfatizzava l’influenza dello spergiuro degli agenti sulla credibilità dei tre imputati, la corte concluse che l’errore era innocuo, poiché non v’era alcuna differenza significativa tra le dichiarazioni distrutte e quelle ricevute come prova. Ma quella conclusione era conseguenza dell’accettare come credibili le affermazioni (sull’uguaglianza delle due successive dichiarazioni) di quegli stessi ufficiali che avevano mentito sul numero delle dichiarazioni.

Dopo che gli imputati esaurirono i ricorsi statali, Morris fu finalmente in grado di cercare soccorso da una corte federale. Egli persuase il giudice distrettuale degli Stati Uniti, Caleb Wright, a dissentire coi sei giudici di stato che avevano negato la libertà ai suoi clienti, e a ricusare l’analisi della corte suprema del Delaware. Morris scrive:

 

La differenza critica tra le due opinioni stava nell’approccio agli antipodi che ognuna delle corti aveva preso. Per la corte suprema [del Delaware] il compito era cercare un verbale che fornisse giustificazione alla sentenza di condanna, senza dover tenere conto dell’effetto della testimonianza chiaramente falsa della polizia…. Wright, d’altra parte, basava la sua concessione di libertà sull’irregolarità  che lo spergiuro della polizia aveva causato al processo.

 

I tre imputati, così come le loro famiglie, erano ovviamente felicissimi. Quando Morris andò a trovarli in prigione, loro «accolsero la notizia del nostro successo con moderazione, o almeno era quel che credevo. Ma non appena mi allontanai, sentii le loro grida di gioia mentre ritornavano in cella». La reazione della stampa si rifletté sia nel titolo a quattro colonne sulla prima pagina del ‘Morning News’, sia nelle foto segnaletiche dei clienti di Morris al momento dell’arresto che corredarono l’articolo. Come l’autore giustamente rileva, queste foto – presenti anche nel libro e sulla sua sovraccoperta – «non suscitarono alcuna simpatia, né per loro né per la loro causa, dal momento che gli imputati fissavano il pubblico dritto in faccia». La descrizione della reazione della stampa ricorda al lettore che la causa di Morris non godeva di nessuna popolarità. Il procuratore generale del Delaware emise un comunicato stampa in cui annunciava che sarebbe ricorso in appello: non criticava soltanto la decisione specifica, ma anche il danno causato dal coinvolgimento delle corti federali nel rivedere il lavoro di giudici statali.

Mentre il caso era in appello, Morris lo portò all’attenzione di un amico e compagno alla scuola di legge che era il consulente di facoltà del Duke Law Journal. Quel giornale pubblicò poi un articolo che trattava dell’importante problema legale presentato dall’istanza federale di habeas corpus4 nel caso di stupro. Che l’utilizzo consapevole di falsa testimonianza da parte dell’accusa violasse i diritti costituzionali dell’imputato era ormai assodato, quel che separava le corti era se tale principio rimanesse valido anche quando l’accusa non era a conoscenza della menzogna.

Nell’analizzare questo problema, l’autore dell’articolo raccomandò di utilizzare una regola che avrebbe sostenuto la conferma dell’ordine del giudice Wright espandendo «il significato del termine “autorità giudiziarie” in maniera da includere tutti i dipendenti dello Stato direttamente connessi con l’assicurare un particolare imputato alla giustizia». L’articolo fu pubblicato prima chela Corte  d’Appello degli Stati Uniti, per la terza circoscrizione, pubblicasse la sua decisione unanime, confermando la concessione di libertà del giudice Wright a Curran, Maguire e Jones. Mentre la corte d’appello non citò la nota, l’opinione pubblica sostenne che lo spergiuro dei poliziotti che presero parte all’indagine rese il processo iniquo, anche se l’accusa era all’oscuro delle loro bugie.

Ironicamente, mentre è possibile che la nota non citata nell’articolo abbia aiutato la causa di Morris presso la corte federale d’appello, il fatto che essa mettesse in evidenza i differenti approcci alla questione nei tribunali minori rafforzò la possibilità che la Corte Supremaavrebbe garantito la richiesta dello Stato per certiorari5 e rivedere i meriti del caso. In quella petizione, lo Stato giustamente affermò che era importante risolvere il conflitto.La Corte Suprema, tuttavia, rifiutò di rivedere la decisione della terza circoscrizione sul caso, che fu quindi chiamato Delaware vs. Curran.

L’ordinanza della corte che negava la petizione fu seguita dalla liberazione dei clienti di Morris, poiché il procuratore generale decise di non riaprire il caso. Il libro si conclude riassumendo diverse importanti lezioni che questo caso di stupro insegna.

Piuttosto che privare i potenziali lettori dell’opportunità di imparare tali lezioni direttamente dal libro vorrei concludere questa recensione con un commento su un successivo, importante sviluppo giudiziario nella legislazione, oltre a tentare di rispondere all’ipotesi se questo cambiamento permetta a un giudice del distretto federale di concedere la libertà nel caso una situazione simile dovesse ripresentarsi oggi. Lo sviluppo successivo, dal punto di vista legale, fu una reazione contraria alla tesi fatta dal procuratore generale del Delaware e da altri funzionari pubblici che criticavano gli oneri imposti dai giudici federali al rinforzo della legge statale con la garanzia dell’habeas ai prigionieri dello Stato. In risposta a tale reazione, Morris segnala che nella decade precedente i giudici federali avevano emesso il mandato in soli 98 casi.

Tuttavia, nel 1996, il Congresso e il presidente Bill Clinton furono persuasi che questa reazione dei rappresentanti di stato fosse giustificata, e conseguentemente il congresso promulgò, e il presidente firmò, l’AEDPA (Antiterrorism and Effective Death Penalty Act). Questo statuto in generale proibisce a giudici federali di concedere la domanda per il diritto dell’habeas corpus, a favore di una persona imprigionata a seguito della sentenza di una corte di stato, a meno che tale sentenza non sia il prodotto di «una decisione che era contraria a, o coinvolgeva un’irragionevole applicazione di, una legge federale chiaramente stabilita, come determinato dalla Corte Suprema degli Stati Uniti».

Se un nuovo caso di stupro, con le stesse modalità discusse nel caso di Morris, venisse alla luce oggi – dopo l’entrata in vigore dell’AEDPA e dopo la decisione della Corte d’Appello sul caso di stupro di Morris – i procuratori statali argomenterebbero che la richiesta del Delaware di certiorari, diede alla Corte Suprema l’opportunità  di stabilire chiaramente il mantenimento nel Terzo Circuito del caso Curran6 come la corretta regola di legge, ma che la Corte, negando la petizione, ha sbagliato. Dato l’assodata regola che la negazione di certioriari non riguarda il merito, quella negazione non potrebbe stabilire chiaramente nulla sugli scopi dell’AEDPA.

Ma questa posizione trascura l’importante seguito al caso Curran. Pochi mesi dopo il rifiuto del certioriari nel caso Curran, la Corte Suprema annunciò la sua opinione in Napue vs. Illinois (1959)7, ampliando la regola contro l’uso di testimonianze spergiure da parte dello Stato riguardo due importanti aspetti. Primo, Napue sosteneva che l’allargamento della regola includeva l’errore di un procuratore nel correggere la falsa negazione di un fatto riferito da un testimone che ne compromette completamente la credibilità. Secondo, Napue riaffermava la regola di allargare la regola all’uso di falsa testimonianza «nota come tale dai rappresentanti dello Stato». Particolarmente significativo è il fatto che uno dei tre casi che la corte citò a supporto della sua riformulazione della regola era il caso Curran, di cui aveva recentemente negato il certiorari; la corte sicuramente era consapevole del fatto che gli importanti “rappresentanti dello Stato” in quel caso fossero ufficiali di polizia, piuttosto che procuratori.

Anche se la vicenda non può chiaramente confermare la conoscenza dei giudici della Corte Suprema dei fatti del caso Curran, il rispetto per la loro competenza ci da la libertà di presumere che avessero almeno letto il giudizio della corte d’appello, prima di citarlo come supporto per la loro riformulazione di un’importante regola di legge. Quell’opinione si appoggiava abbastanza apertamente sul principio che il giusto processo costituzionale venga violato dallo spergiuro della polizia persino quando il procuratore non ha conoscenza della falsità della testimonianza della polizia. Interpretando Pyle vs. Kansas (1942)8, il secondo dei tre casi citati dalla Corte Suprema in Napue vs Illinois sulla regola riguardante i “rappresentanti dello Stato”, l’opinione della difesa di Curran affermava:

Un’analisi degli atti nel caso Pyle rivela, come l’informato giudice ha qui sotto indicato, che l’ufficiale dell’accusa non era in alcun modo a conoscenza della testimonianza falsa data da alcuni testimoni dello Stato del Kansas, né del fatto che funzionari di polizia si fossero adoperati per procurarsi false prove favorevoli all’accusa. Noi concludiamo, come ha fatto la corte, che la testimonianza consapevolmente falsa del detective Rodenheiser nelle circostanze del caso alla sbarra fu sufficiente a causare il superamento della linea della tollerabile irregolarità  nel processo agli imputati, e a farlo precipitare nel campo dell’ingiustizia sostanziale… Da tutta la documentazione constatiamo che agli imputati fu negato un giusto processo, così com’è garantito loro dal quattordicesimo emendamento.

 Dal momento che Irving Morris è noto per aver persuaso la corte d’appello a scrivere l’opinione Curran, e per aver convinto la Corte Supremaa rifiutare la petizione per certiorari del Delaware, gli dovrebbe essere anche riconosciuto il merito per il suo contributo nello stabilire da parte della Corte Suprema una regola di legge trasparente, che darebbe sostegno oggi a un mio ipotetico cliente, se ci fosse un nuovo caso di stupro con gli stessi identici fatti e la stessa storia procedurale. Questa è solo una delle tante ragioni per cui vale la pena leggere le memorie di Morris.

(Traduzione di Matteo Cortesi)

 

1. John Adams (1735-1826) fu il secondo Presidente degli Stati Uniti d’America dal 1797 al 1801. Laureatosi in legge ad Harvard, all’inizio della sua carriera da avvocato si mise subito in mostra per la sua grande abilità oratoria. N.d.R. [Fonte Wikipedia].

2. Associazione che promuove la condotta etica degli avvocati del Delaware. N.d.R.

3. Causa con cui la Corte Suprema dichiarò costituzionale l’utilizzo della pena di morte negli Stati Uniti. N.d.R.

4. L’habeas corpus venne introdotto in Inghilterra nel 12° secolo. Secondo l’habeas corpus, ogni persona tratta in arresto deve conoscere il reato di cui è imputata e deve essere portata davanti al magistrato competente che deciderà se rimetterla in libertà o meno. N.d.R. [Fonte Treccani.it]

5. Certiorari (dal latino “essere informato”) è un ordine emanato da un giudice di una corte d’appello a un giudice di ordine minore dell’invio di tutti i dati relativi a un caso che la corte d’appello vuole revisionare. N.d.R.

6. La United States Court of Appeals for the Third Circuit è una corte federale che ha il potere di rivedere e modificare tutte le sentenze emesse da corti di grado inferiore. N.d.R.

7. Caso che stabilì che la pubblica accusa non può utilizzare prove ottenute con la falsa testimonianza. N.d.R.

8. Caso che stabilì che il diritto dell’habeas corpus di un prigioniero viene violato quando gli inquirenti commettono spergiuro o manomettono prove che potrebbero favorire l’imputato. N.d.R.

JOHN PAUL STEVENS è stato giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti dal 1975 al 2010. Il suo libro più recente è Five Chiefs: A Supreme Court Memoir (Little, Brown and Company, 2012).

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