Francesca Boari

Federico Aldrovandi

FRANCESCA BOARI, Aldro, Corbo Editore, 2009, pp. 140, € 16,00

PERSONAGGI: Francesca Boari riporta l’attenzione sul caso Aldrovandi e sulla sentenza durissima raggiunta dopo quattro anni di un lungo processo che vede la condanna di quattro agenti di polizia.

Federico Aldovrandi, 18 anni, muore la notte del 25 settembre 2005 nel corso di un intervento operato da due pattuglie della polizia, nella immediata periferia della città di Ferrara. Dopo quattro anni, a seguito di un lungo processo, gli agenti responsabili vengono condannati.

Una sentenza durissima, di più di cinquecento pagine, giusta, e raggiunta grazie alla tenacia della mamma Patrizia e del papà Lino, al coraggio dei loro legali e alla solidarietà che si è creata attorno alla famiglia. Una solidarietà conquistata nel tempo; Ferrara è una piccola città di provincia, e non è stato facile avere l’appoggio dei concittadini, molto più rapido è stato il riscontro che la vicenda ha avuto a livello nazionale.

A fatica si è arrivati al processo di primo grado e alla sentenza di condanna di quattro agenti, di cui uno donna, nonostante le evidenti intenzioni della questura di Ferrara di archiviare la vicenda come uno dei tanti casi di morte per overdose.

Esplosivo in questo senso è stato senz’altro il blog, aperto dalla madre stessa che è immediatamente rimbalzato in qualche coraggiosa testata di giornale e nella trasmissione tanto seguita Chi l’ha visto?. A questo punto sono incominciati i dubbi, le perplessità su come davvero fossero andate le cose in quella terribile ed indimenticabile notte; sono emerse le contraddizioni e le prime ricostruzioni ufficiali hanno incominciato a fare acqua da tutte le parti.

La storia di Federico Aldovrandi apre una nuova pagina sul difficile tema della giustizia italiana e dell’informazione. In effetti la vicenda avrebbe meritato molta più attenzione e insieme a questa, altri sono i casi di morti in seguito all’intervento delle nostre forze dell’ordine che sono stati sussurrati a stento dalla stampa. Si pensi al caso Rasman, a Stefano Cucchi, a Giuseppe Uva e chissà quanti altri di cui i lettori abituali dei nostri quotidiani non conoscono nulla. Poche e sussurrate informazioni. Questioni delicate. Si parla di forze dell’ordine.

Mi piace a questo punto raccontare come ad oggi, alla vigilia della sentenza di cassazione attesa per giovedì 21 giugno, sono andate le cose relativamente a Federico.

Alla fine del 2008 decido come concittadina di interessarmi al caso, ancora prima della sentenza di primo grado che verrà emessa nel luglio del 2009.

Intraprendo una difficile e dolorosa strada dentro la verità. Ammetto che fino a quel momento mi ero limitata alla superficie. Non capivo, o meglio non volevo capire, che cosa fosse davvero successo quella notte di così tragico. Insegno da anni e conosco la cattive abitudini dei nostri giovani, so quali sono le loro fate e i loro luoghi di piacere artificiale. Leggere sul giornale locale che un giovane di diciotto anni era morto di overdose mi aveva sconvolto, ma avevo preferito girarmi dall’altra parte.

Conosco Patrizia e insieme cerchiamo di ricostruire alcuni tratti significativi della vita del giovane tra una lacrima, la pelle d’oca e tanti caffè. Da questi fugaci ma intensi incontri nasce la volontà, o meglio quasi la necessità di narrare la verità che mi si svelava giorno dopo giorno attraverso la forma del romanzo introspettivo. Mi sono detta che poteva essere uno strumento di indagine anche il mio tentativo di immedesimarmi nei protagonisti di questa vicenda. Poteva forse servire ad aprire gli occhi a tanti che ancora credono di poterli socchiudere.

La sera del 24 settembre 2005 Federico va in una nota discoteca di Bologna. In programma un concerto in un centro sociale appunto. Federico indossa una felpa con cappuccio, giubbotto e jeans. Federico è un ragazzo come tanti, ha interessi, è iscritto al IV anno di ITIS, ama la musica, suona come il fratello Stefano il clarinetto. Sta studiando per dare l’esame della patente.

Trascorre la notte al centro sociale, divertendosi poco, bevendo qualche birra e sniffando sostanze di diverso tipo.

Alle cinque si rientra per Ferrara e ci si lascia nel parcheggio da cui si era partiti. Federico decide di fare due passi per “smaltire”. Ha con sé il cellulare, è senza documenti e si avvicina all’Ippodromo, un piccolo parco della periferia vicino alla sua abitazione.

Sono le 6:45 quando i genitori si svegliano e si accorgono che Federico non è ancora rientrato. Di solito il ragazzo inviava un messaggio alla madre, questo accadeva quando sapeva di fare tardi.

Patrizia si preoccupa e incomincia una lunga serie di telefonate senza fortuna al figlio. Il suo numero è registrato nella rubrica del figlio sotto il nome mamma. Quello di Lino, invece, sotto il nome stesso. Sembra un particolare di poco conto, ma nelle indagini sarà determinante.

Un ispettore di polizia risponde, infatti, solo alle 8:00 quando sul cellulare di Federico compare Lino.

La conversazione è vaga e alla domanda del padre sul perché l’agente abbia tra le mani il telefono di Federico viene risposto che è stato trovato un telefono su una panchina dell’ippodromo e si stanno facendo degli accertamenti. Avrebbero richiamato loro quando capivano qualcosa.

Davanti a quell’agente c’era già da più di tre ore disteso il corpo senza vita di Federico, con la testa appoggiata su un cuscino di sangue, una scarpa sola, e il corpo ricoperto di lividi. Un corpo massacrato, come fosse stavo investito da una macchina, dirà lo zio Stefano all’obitorio.

Il suo corpo è abbandonato sull’asfalto, senza un lenzuolo, un vociare intorno, lamenti, pianti, ghigni. Intanto il fratello Stefano, 14 anni, prende la bicicletta e va a cercarlo.

E se lo avesse trovato? In fondo il parchetto, come abbiamo già detto, era nelle vicinanze della casa di famiglia. Se avesse visto il fratello in quelle condizioni?

Andiamo avanti. Quasi cinque ore dopo Nicola Solito, ispettore della digos amico di famiglia, il padre Lino è un ispettore di polizia municipale,  si presenta a casa loro.

Solito era stato chiamato sul posto e immediatamente aveva riconosciuto Federico. A lui spetta il compito di andare ad avvertire la famiglia. Solito riferisce quanto gli hanno raccontato i colleghi e cioè che Federico sembrava un indemoniato, saltava sul tetto della macchina della polizia, gridava, calciava e sbatteva la testa contro gli alberi. Improvvisamente pare si sia sentito male, quando è arrivato il 118 Federico era già morto. Questo in sostanza quello che a fatica Solito riesce a dire a Lino, senza parole, incredulo, disperato, già affogato da un dolore indelebile. È lo stesso Solito, prima di scomparire dalla scena, a suggerire ai genitori di non fidarsi della versione ufficiale e nominare un perito e un avvocato

Nelle settimane successive si dispone l’autopsia e si apre una inchiesta, mentre l’“inchiesta” interna è iniziata subito. Subito dopo la tragedia i poliziotti suonano alle porte delle case vicine all’ippodromo, chiedono cosa è stato visto e sentito. Nessuno parla e chi lo fa capisce subito che è meglio tacere, fingere di non avere visto e sentito niente.

Il 29 settembre, ancora prima del risultato dell’autopsia, una dichiarazione su un giornale locale rompe il silenzio e i dubbi sull’accaduto: «Faremo di tutto per scoprire la verità, ma non c’è alcun legame tra le lesioni esterne e la morte. Le lesioni non sono la causa della morte».

Passano molti giorni nel silenzio, senza che niente sembri prendere la direzione giusta. La famiglia naufraga nel dolore, non sa come muoversi, non sa se troverà mai una risposta a quel fatto orribile che ha distrutto in poche ore la loro normalità.

A dicembre il fascicolo sulla morte di Federico è ancora sostanzialmente vuoto, nessun esito medico è stato depositato. Emergono dettagli sulla assunzione di droga del ragazzo ma non tali da determinarne la morte. Si parla vagamente di improvviso malore. La volontà che emerge è quella della archiviazione. A questo punto grazie anche al’appoggio e al coraggio dell’avvocato Fabio Anselmo, la famiglia compatta decide di rompere il silenzio istituzionale aprendo un blog che nel giro di poche settimane sarà il più visitato d’Italia.

Il blog si apre con l’immagine atroce del viso di Federico sfigurato. La fotografia è accompagnata da una lettera della mamma.

«Scrivo la storia di quel che è successo a mio figlio Federico. Non scriverò tutto di lui, non si può raccontare una vita, anche se di soli diciotto anni non ancora compiuti. È morto il 25 settembre. A Natale sono stati tre mesi. Ho sempre pensato che sopravvivere ad un figlio fosse un dolore insostenibile. Ora mi rendo conto che in realtà non si sopravvive. Non lo dico in senso figurato. È proprio così. Una parte di me non ha più respiro. Non ha più luce, futuro. Perché il respiro, la luce e il futuro sono stati tolti a lui».

Checchino Antonini, giornalista di ‘Liberazione’, Cinzia Gubbini de ‘Il Manifesto’, Dean Buletti della trasmissione ‘Chi l’ha visto?’ incominciano ad occuparsene assiduamente.

Nasce il comitato “Verità per Aldro”. Da qui tutti i giornali sembrano intervenire, partendo proprio da quella fotografia da cui nascerà anche il mio romanzo.

Il 15 marzo inizia la vera inchiesta giudiziaria. I quattro agenti vengono iscritti nel registro degli indagati, avviso di garanzia per omicidio preterintenzionale. Diventano di dominio pubblico anche i nomi dei quattro agenti: Enzo Pontani, Luca Pollastri, Paolo Forlani e Monica Segato. Il processo è lungo e pieno di sorprese. La famiglia non smette mai di lottare, la città è spaccata in due, chi crede alla versione delle istituzioni, chi non mette la testa sotto il cuscino e decide con tutte le forze che ha di appoggiare la famiglia. Il 6 luglio del 2009 trova una sua prima conclusione la vicenda Aldovrandi nella sentenza di primo grado.

Il tribunale di Ferrara emette una sentenza di condanna per i quattro agenti di polizia, riconosciuti responsabili di eccesso colposo in omicidio colposo. Vengono condannati ad una pena di tre anni e sei mesi di reclusione (tre anni condonati), oltre al pagamento delle spese processuali e al risarcimento dei danni in favore della famiglia.

Nell’ottobre dello stesso anno esce il mio romanzo, “Aldro” edito da Corbo. Viene presentato in un celebre palazzo della città di Ferrara, palazzo Bonaccossi, alla presenza del ex sindaco Gaetano Sateriale e del sindaco neoeletto Tiziano Tagliani. La sala è gremita di persone, è un momento di grande emozione per tutti noi presenti.

Pochi giorni prima, avevo ricevuto sulla segreteria del mio cellulare un messaggio in cui mi si minacciava chiaramente di morte. A me non sembrava possibile. Sapevo che avevo scritto un’opera introspettiva, inventando i dialoghi e non entrando in merito alle questioni giudiziarie. Sapevo anche che avevo scritto una storia necessariamente forte, a tratti cruda. Il mio intento era quello di invitare alla riflessione il mondo degli adulti, referenti principali dei nostri giovani. Gli adulti sono oggetto di denuncia al di la delle divise e delle tuniche. Il disagio gridato dai giovani ha bisogno di ascolto. Hanno bisogno di valori e di coerenza.

Tante sono le vicende simili a quella che abbiamo cercato di raccontare in queste righe. Il 16 ottobre del 2009 muore Stefano Cucchi in modo oscuro e ancora da accertare. La vicenda Rasman meriterebbe un capitolo a sé. E ancora altre. La famiglia Aldovrandi è stata di esempio al nostro Stato, ha avuto il coraggio del “leone” ed è riuscita ad uscire dallo stato di remissione e paura a cui spesso siamo costretti.

Nota della redazione:

L’articolo è stato scritto alla vigilia della sentenza della Corte di Cassazione, che il 21 giugno ha condannato definitivamente i quattro poliziotti accusati della morte di Federico Aldrovandi a 3 anni e 6 mesi di reclusione per omicidio colposo. I condannati però non dovranno scontare alcun tipo di pena in carcere, visto che tre anni di carcerazione sono coperti dall’indulto. Il 9 luglio 2012, nel corso del cosiddetto processo “Aldro Bis” (riguardante i depistaggi avvenuti nelle ore immediatamente successive alla morte di Federico Aldrovandi), la Corte d’Appello di Bologna ha confermato la condanna di altri due poliziotti della questura di Ferrara rispettivamente a 10 e 8 mesi di carcere per favoreggiamento e omissione. Ha suscitato ulteriori polemiche, pochi giorni dopo la lettura della sentenza definitiva per omicidio colposo, le frasi scritte sulla bacheca di Facebook di “Prima Difesa” (associazione che “tutela gratuitamente per cause di servizio tutti gli appartenenti alle forze dell’ordine”) da uno degli iscritti al gruppo contro la madre di Federico Aldrovandi, Patrizia Moretti: «La “madre” se avesse saputo fare la madre, non avrebbe allevato un “cucciolo di maiale”, ma un uomo!». Sulla stessa pagina Facebook, uno degli agenti condannati ha scritto sempre contro la Moretti: «Che faccia da culo che aveva sul tg … una falsa e ipocrita… spero che i soldi che ha avuto ingiustamente possa non goderseli come vorrebbe… adesso non sto più zitto dico quello che penso e scarico la rabbia di sette anni di ingiustizie…»

FRANCESCA BOARI insegna filosofia e storia. Collabora con la pagina locale della città natale, Ferrara, occupandosi prevalentemente di eventi culturali. La sua prima pubblicazione è Il prezzo del riscatto (Cicorivolta, 2008) prefato dallo psichiatra fenomenologo Eugenio Borgna. Nel 2009, a pochi mesi dalla sentenza di primo grado che già condannava i quattro agenti coinvolti nella vicenda Aldovrandi, ha pubblicato Aldro (Corbo). 

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