Steve Coll

Zero Dark Thirty

da ''The New York Review of Books''

CINEMA: Ilfilm che ricostruisce gli eventi che portarono all’uccisione di Bin Laden, è un film che riporta in maniera fedele eventi realmente accaduti o è piuttosto un’apologia sull’utilizzo della tortura da parte della CIA per ottenere informazioni dai fiancheggiatori di al-Qaeda?

CINEMA: Il film che ricostruisce gli eventi che portarono all’uccisione di Bin Laden, è un film che riporta in maniera fedele eventi realmente accaduti o è piuttosto un’apologia sull’utilizzo della tortura da parte della CIA per ottenere informazioni dai fiancheggiatori di al-Qaeda?

Non è raro che i registi provino a conferire autenticità ai primi fotogrammi di un film facendo lampeggiare sullo schermo diciture come: «basato su fatti realmente accaduti». Tuttavia, il linguaggio scelto dagli autori di Zero Dark Thirty per introdurre il loro film sugli eventi che hanno portato alla morte di Osama bin Laden è prettamente giornalistico: «Basato su resoconti diretti di eventi realmente accaduti». Mentre quelle parole si dissolvono, la scritta “11 settembre 2001” appare su sfondo nero e in sottofondo sentiamo le registrazioni autentiche delle chiamate di emergenza fatte dalle vittime dell’attacco di al-Qaeda al World Trade Center. Una voce di donna descrive le fiamme che si propagano intorno a lei e dice che «sta prendendo fuoco»; prega di non morire e poi la sua voce si spegne. Prima che uno qualsiasi degli attori pronunci una singola battuta, dunque, Zero Dark Thirty compie due scelte ben precise: si adegua ai metodi tipici di giornalisti e storici, e basa la sceneggiatura su quello che resta il trauma più indigesto nella vita nazionale americana degli ultimi decenni.

Dall’anteprima di Zero Dark Thirty a New York e a Los Angeles a dicembre (negli USA è uscito l’11 gennaio)1, il film ha prodotto reazioni discordanti. I critici ne hanno celebrato il ritmo, l’equilibrio, e le accattivanti ma complesse rappresentazioni della violenza politica. Il New York Film Critics Circle l’ha proclamato miglior film del 2012, ed è stato nominato per cinque premi Oscar, compreso quello per il miglior film. Le qualità che alcuni critici hanno apprezzato nel film sono le stesse che caratterizzavano The Hurt Locker, la precedente collaborazione – su una squadra di artificieri americani in Iraq – tra lo sceneggiatore, Mark Boal, e la regista, Kathryn Bigelow. (La pellicola, oltre ad aggiudicarsi l’Oscar come miglior film, fece della Bigelow la prima donna a vincere il premio Oscar come miglior regista, nel 2009).

Allo stesso tempo, un certo numero di giornalisti e funzionari pubblici – compresi tre senatori degli Stati Uniti – hanno criticato aspramente Zero Dark Thirty. Il loro appunto principale sta nel fatto che il film ingigantisce molto il ruolo della tortura – o le «tecniche di interrogatorio avanzate», per usare il terrificante eufemismo della CIA – nell’ottenere dai detenuti affiliati ad al-Qaeda le informazioni che in fine hanno portato alla scoperta del nascondiglio di Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, dove è stato ucciso dai Seals della marina il 2 maggio del 2011.

«Il film dà l’impressione che le tecniche avanzate di interrogatorio… siano state davvero l’elemento chiave per trovare Bin Laden», ha scritto Michael Morell, direttore pro tempore della CIA, agli impiegati dell’agenzia lo scorso dicembre. «Tale impressione è falsa». La presidentessa della commissione senatoriale per l’intelligence, Dianne Feinstein, e i due senatori membri della commissione per le forze armate, il democratico Carl Levin e il repubblicano John McCain, hanno cofirmato una lettera che definisce la versione della recente strategia antiterroristica presentata dal film come «gravemente inaccurata». I senatori sostengono inoltre che l’errata impostazione del film possa «potenzialmente influenzare l’opinione pubblica americana in modo allarmante e ingannevole».

Boal è un ex giornalista e, durante la preparazione per la sceneggiatura di Zero Dark Thirty, ha intervistato svariati funzionari della CIA, ufficiali militari e funzionari della Casa Bianca. Stando a quel che si dice, l’amministrazione Obama e i vertici della CIA hanno autorizzato alcune di queste interviste, apparentemente nella convinzione che il pubblico avrebbe apprezzato il film che ne sarebbe risultato. Inoltre, Boal ha dichiarato di aver svolto altre ricerche di sua iniziativa. Boal e la Bigelow hanno fornito sostanzialmente due risposte alle critiche ricevute. Una è che in quanto sceneggiatori che tentano di comprimere una storia complessa in una narrazione cinematografica, gli deve essere concesso un certo grado di licenza artistica.

Affermazione inappuntabile, ovviamente, e tuttavia gli autori non possono, da un lato, vantare un’autenticità giornalistica mentre, dall’altro, citano l’arte come scusa per lo scadente resoconto di una questione importante come il fatto che la tortura abbia avuto un ruolo vitale nella ricerca di Bin Laden, e che quindi potrebbe essere, per alcuni, una politica pubblica difendibile. Boal e la Bigelow – non i loro critici – sono stati i primi a promuovere il film come una specie di giornalismo. La Bigelow ha addirittura definito Zero Dark Thirty un «reportage cinematografico». Prima che si accendesse la controversia, Boal ha dichiarato a un intervistatore del ‘New York Times’: «Non voglio manipolare la storia».

Boal ha detto di essere convinto che la sua sceneggiatura catturi «un dibattito molto complesso sulla tortura» poiché mostra alcuni prigionieri che forniscono informazioni sotto coercizione, mentre altri continuano a mentire. Non c’è dubbio che Boal e la Bigelow abbiano voluto rappresentare il ruolo della tortura nella ricerca di Bin Laden in modo ambiguo. The Hurt Locker era un film di una discreta complessità sviluppato sull’azione, non sulla spiegazione didattica. Tuttavia, la storia di The Hurt Locker presentava un microcosmo di guerra che non per forza puntava a ritrarre il fenomeno molto più ampio della tragica invasione dell’Iraq, quindi lo spettatore non aveva occasione di comparare le scelte cinematografiche al resoconto di un fatto storico.

Zero Dark Thirty è esattamente il contrario: si tratta di una storia epica che la regista cerca di racchiudere in un microcosmo raccontando la storia della caccia a Bin Laden, che è durata dieci anni e ha visto il coinvolgimento di molte centinaia di funzionari della CIA e di personale militare, principalmente attraverso l’esperienza di una singola agente, “Maya”, interpretata da Jessica Chastain, personaggio basato su una reale agente CIA che, stando a quanto riportato, Boal avrebbe incontrato. Nel film, la storia personale della ricerca di Bin Laden da parte di Maya – originale e convincente – è alternata agli esplosivi eventi esterni, come l’attentato terroristico a Londra il 7 luglio 2005, e l’attentato al Marriot Hotel di Islamabad, in Pakistan, nel 2008. Per quanto gli autori vantino un metodo giornalistico, tale approccio narrativo – il riferimento a eventi pubblici recenti e drammatici – invita lo spettatore a giudicare l’attendibilità del film.

Il primo problema che si pone al momento di determinare la fedeltà di Zero Dark Thirty ai fatti che riguardano il ricorso alla tortura è che la maggior parte dei documenti sui programmi di interrogatorio della CIA rimangono ancora secretati, compresi quelli riguardanti l’uso formalmente sanzionato del waterboarding, forma di soffocamento controllato, e di altre tecniche brutali tra il 2002 e il 2006. Lo stesso vale per tutti i documenti della CIA relativi alla ricerca di Bin Laden a partire dall’11 settembre. La documentazione ottenuta attraverso l’atto per la libertà di informazione dall’American Civil Liberties Union e da altre associazioni, e il lavoro di giornalisti investigativi come Dana Priest del ‘Washington Post’, Jane Mayer del ‘New Yorker’, Mark Danner di questa testata2, e Adam Goldman dell’‘Associated Press’, hanno portato a galla alcuni dettagli sul programma di interrogatorio della CIA. Tuttavia, la documentazione resta piena zeppa di informazioni mancanti e interrogativi senza risposta.

Una stima di quanto sia profondo il gap tra ciò che si conosce pubblicamente e ciò che i documenti secretati descrivono può essere fatta in base ai resoconti di una relazione recentemente condotta dalla commissione del Senato per l’intelligence riguardo al programma della CIA. Si dice che tale relazione si aggiri sulle seimila pagine, e sia basata sul controllo di circa sei milioni di documenti della CIA e di cablogrammi da e per i cosiddetti black sites, centri di detenzione straordinaria, dove circa un centinaio di sospetti di al-Qaeda sono stati trattenuti e dove almeno alcuni di loro sono stati brutalmente interrogati, come mostrato in Zero Dark Thirty. La relazione del Senato resta molto riservata, tuttavia, ed è difficile che venga diffusa nella sua interezza.

Il risultato di tale segretezza è che ciò che viene spesso descritto come il “dibattito” americano sull’uso della tortura sui sospetti di al-Qaeda consiste principalmente in affermazioni, prive di prove, di funzionari pubblici con libero accesso al rapporto riservato che hanno espresso opinioni diametralmente opposte su ciò che è il rapporto contiene. La senatrice Dianne Feinstein, per esempio, ha dichiarato che la pratica di waterboarding e di altre dure tecniche «non sono state centrali» nello sviluppo degli indizi che hanno portato al nascondiglio di Osama bin Laden. Tuttavia Michael Hayden, l’ultimo direttore della CIA durante l’amministrazione Bush, ha scritto l’anno scorso che le informazioni strappate ai detenuti che sono stati «soggetti ad alcune forme di interrogatorio rafforzato» si sono poi rivelate “cruciali” per la ricerca. Il resoconto indipendente più completo sulla caccia a Bin Laden pubblicato fino ad oggi – Manhunt, del giornalista Peter Bergen3 – nel complesso condivide la visione della Feinstein, ma la CIA e altri funzionari intervistati da Bergen hanno anche affermato che alcuni detenuti di al-Qaeda che sono stati torturati hanno fornito importanti prove.

L’interrogativo più semplice da porsi è che cosa esattamente Zero Dark Thirty mostri sul ruolo della tortura nel ritrovamento di Bin Laden. Da quanto si sa, la scoperta cruciale della CIA è stata l’identificazione di un corriere, che era conosciuto ai colleghi di al-Qaeda con il suo nome di battaglia, Abu Ahmed al-Kuwaiti. Gli agenti della CIA sono quindi risaliti al percorso del corriere fino ad Abbottabad. Molti detenuti e altre fonti hanno contribuito con informazioni che hanno confermato l’identità e l’importanza del corriere. Alla fine, nel film, Maya dice a un detenuto che venti fonti diverse hanno aiutato a ricostruire il ruolo di al-Kuwaiti.

Ciò che Zero Dark Thirty mostra è inconfondibile: la tortura gioca un ruolo fondamentale nella riuscita di Maya. Il primo detenuto che aiuta a interrogare è Ammar. Viene torturato a lungo nella sequenza iniziale del film, immediatamente dopo le voci delle vittime del World Trade Center. Ammar ha il viso tumefatto; lo vediamo appeso a delle corde, mentre subisce il waterboarding, viene umiliato sessualmente, privato del sonno con musica a volume altissimo, e rinchiuso in una piccola cassa di legno. Durante tale travaglio, Ammar inizialmente non si lascia sfuggire nessuna informazione attendibile. Dopo esser stato soggiogato e portato a pensare di essere già stato d’aiuto alle indagini mentre era in preda al delirio, tuttavia, fornisce informazioni essenziali riguardo al corriere in cambio di un buon pasto.

Alcuni spettatori potrebbero considerare la confessione finale di Ammar, che avviene in un contesto in realtà ospitale, come una forma di tortura che non ha funzionato, o che ha funzionato solo in parte. Infatti, questa sequenza del film mostra chiaramente come il regime di interrogatori coercitivi della CIA fosse costruito per portare i prigionieri all’esasperazione, secondo José Rodriguez Jr., un ex leader dei servizi clandestini della CIA, che ha descritto e difeso il regime degli interrogatori in un memoir, Hard Measures: How Aggressive CIA Actions After 9/11 Saved American Lives (Threshold, 2012). Perché se un detenuto della CIA inizialmente si rifiutava di cooperare, gli interroganti applicavano tecniche “avanzate” in una sequenza sempre più intensa, fino a portare il prigioniero a ciò che Rodriguez definisce «la fase di remissione». Una volta che il detenuto «diventava remissivo e accettava di collaborare», i metodi più duri venivano eliminati, ha scritto Rodriguez, e il prigioniero poteva essere nutrito e viziato in cambio delle confessioni che prima non voleva fare.

In seguito, vediamo Maya analizzare le registrazioni degli interrogatori di un’altra mezza dozzina di prigionieri che forniscono informazioni su al-Kuwaiti. Nel film non è chiaro se tali detenuti siano in custodia presso la CIA o presso un governo arabo amico o altro. Vediamo le videocassette da dietro la spalla di Maya. Le immagini sono scure e minacciose. Sembra che molti dei prigionieri vengano torturati o siano appena stati torturati.

Più avanti, Maya conduce direttamente altri due interrogatori. Nel primo, il soggetto accetta di collaborare con lei dopo aver dichiarato: «Non desidero essere di nuovo torturato». Il suo ultimo interrogatorio è con Abu Faraj al-Libi, un leader di al-Qaeda. Vediamo al-Libi subire il waterboarding e altri abusi fisici. Al-Libi nega di conoscere il corriere di Bin Laden, ma ormai Maya ha così tante altre informazioni che interpreta quella negazione come una prova ulteriore: il corriere è tanto importante da indurre al-Libi a sopportare la tortura per proteggerne l’identità.

Praticamente, ogni volta che nel film Maya trae indizi importanti dai prigionieri, quindi, la tortura è uno dei fattori determinanti. Probabilmente, il grado di enfasi sull’importanza della tortura mostrato nel film va oltre ciò che anche i più strenui difensori del regime di interrogatori della CIA, come Rodriguez, hanno sostenuto. Rodriguez, nel suo memoir, sostiene che l’“interrogatorio avanzato” fosse indispensabile nella caccia a bin Laden – non che fosse il mezzo predominante per la raccolta di indizi importanti.

Preoccupante almeno quanto ciò che Zero Dark Thirty mostra sul ruolo della tortura nella caccia a Bin Laden è ciò che il film non racconta. La documentazione che abbiamo sul programma di interrogatori della CIA può essere irrisoria, ma certo racconta una storia più completa di quella del film. Per esempio, in alcuni black sites dove i prigionieri della CIA sono stati interrogati, erano presenti anche degli agenti dell’FBI. Poiché tali agenti erano addestrati a condurre interrogatori che potessero sostenere un esame minuzioso presso i tribunali americani, e poiché l’addestramento dell’FBI è tradizionalmente teso a formare agenti di polizia, e non comprende strategie di antiterrorismo o di guerra, alcuni degli agenti presenti si opposero con veemenza ai metodi duri della CIA. Hanno denunciato le tecniche “avanzate” dell’agenzia come controproducenti e moralmente inaccettabili.

Non è certo un segreto che vi sia un ramo di dissenso all’interno del governo riguardo il programma della CIA. Non solo gli agenti dell’FBI, ma anche alcuni funzionari della CIA si sono fatti degli scrupoli sulla pratica del waterboarding e della deprivazione del sonno, come è stato descritto nel dettaglio dall’ex agente dell’FBI Ali H. Soufan nel suo libro del 2011, The Black Banners: The Inside Story of 9/11 and the War Against al-Qaeda (Norton 2011). Soufan ricorda di essersi lamentato dell’uso delle “tecniche avanzate” con un funzionario della CIA che gli ha risposto: «Sulla tortura ci sono le Convenzioni di Ginevra. Non vale la pena  perderci la testa». L’agente descrive anche una discussione che ha avuto con un interrogante riguardo il fatto che la tortura possa produrre informazioni attendibili da fondamentalisti incalliti. Quando l’interrogante ha dichiarato che sarebbe stato in grado di rendere un prigioniero di al-Qaeda «docile come un agnellino», Soufan ha risposto, come ricorda nel libro:

 

Questo genere di cose non funziona su persone pronte a morire per la loro causa… Persone del genere sono addestrate a essere torturate e picchiate severamente. Si aspettano di essere sodomizzati e di vedere i membri della propria famiglia violentati davanti ai loro occhi! Crede davvero che spogliarli nudi e togliergli la sedia da sotto il sedere possa farli collaborare?

 

Agli spettatori di Zero Dark Thirty non viene offerta nessuna di queste argomentazioni. Difficilmente inserire testimonianze di un tale dissenso, anche en passant, avrebbe minato l’intensità del film, e dal punto di vista giornalistico sarebbe stato più completo. Gli unici appunti che i funzionari della CIA nel film esprimono sulla tortura sono indiretti e volti alla loro protezione. Dan, un interrogante interpretato dall’attore Jason Clarke, si lamenta stancamente, prima di fare ritorno alla sede centrale, di avere visto troppi uomini nudi, e teme che l’ambiente politico di Washington, che prima aveva contribuito a creare un’atmosfera permissiva per le sue arti oscure, possa ora rivolgersi contro di esse.

A livello cinematografico, le scene di tortura nel film sono allo stesso tempo scabrose e scialbe. La degradazione di Ammar è ovviamente tesa a scioccare lo spettatore ma il suo maltrattamento sullo schermo non è poi molto peggiore di ciò che di routine viene trasmesso in serie televisive come Homeland o 24. Viene spogliato nudo, ma lo vediamo principalmente da dietro. A un certo punto, Maya e Dan gli fanno notare che se l’è fatta sotto, ma non vediamo nulla di tale umiliazione direttamente.

Le scene di tortura del film si differenziano dai rapporti storici per due ragioni. Boal e la Bigelow hanno fuso insieme la pseudoscienza delle “tecniche avanzate” della CIA, accuratamente riviste anche dal punto di vista clinico, come il waterboarding, con l’abuso senza controllo dei prigionieri da parte di poliziotti militari di basso grado in posti come Abu Ghraib e Guantánamo. Dan, per esempio, mette ad Ammar un collare per cani e lo fa gattonare in un atto di umiliazione ritualizzata, ma questa non è mai stata una tecnica approvata dalla CIA.

In modo ancor più evidente, Zero Dark Thirty ignora ciò che il rapporto mostra su come la tortura sia diventata regolata, legalizzata e burocratizzata – banalizzata, in fondo – in alcuni black sites della CIA. Un rapporto solo parzialmente riservato preparato dall’ex ispettore generale della CIA, John Helgerson, indica che i medici del dipartimento servizi medici della CIA sono assistevano alle sessioni di interrogatorio e prendevano i parametri vitali dei prigionieri per assicurarsi che fossero abbastanza in salute perché le torture potessero continuare. I funzionari dell’agenzia hanno scritto cablogrammi e promemoria dettagliatissimi sulle sessioni di interrogatorio avanzato, come dimostra la bozza dell’investigazione riservata svolta dalla commissione del Senato per l’intelligence, resa pubblica. Sono stati registrati e catalogati dei filmati. Questa routine d’ufficio all’interno della CIA avrebbe potuto esser stata perfino più scioccante sullo schermo rispetto al clichè dell’abuso fisico su prigionieri scelto dagli autori del film.

Infine, Zero Dark Thirty non funziona a livello giornalistico perché adotta delle scorciatoie che la maggior parte dei reporter giudicherebbero illegittime. A partire dall’affaire Janet Cooke4 al ‘Washington Post’, editori e professori di giornalismo hanno iniziato a mettere in guardia contro i pericoli di utilizzare personaggi “compositi” che potrebbero rappresentare varie persone reali. Tali personaggi offrono la possibilità di ampliare le possibilità narrative, ma le falsificano anche. Zero Dark Thirty non fa che confermare questo punto di vista. Boal ha dichiarato al ‘Times’ che Ammar, il personaggio di al-Qaeda più riuscito nel film, è appunto ricostruito in base a diverse figure reali. E tuttavia il film è disseminato di dettagli che suggeriscono una somiglianza tra Ammar e un vero ex detenuto della CIA, Ali Abdul Aziz Ali, il cui nome di battaglia era Ammar al-Baluchi.

Nella realtà, Ali è il nipote trentacinquenne di Khalid Sheikh Mohammed, il creatore dichiarato degli attacchi dell’11 settembre. È stato arrestato in Pakistan nel 2003 e rinchiuso nelle prigioni segrete della CIA finché non è stato trasferito a Guantánamo nel 2006, dove ora fa i conti con la pena di morte di fronte a una commissione militare. È accusato di aver trasferito, seguendo le istruzioni di suo zio, una somma di 200.000 $ ai dirottatori, e di averli forniti di altri supporti logistici. L’Ammar di Zero Dark Thirty è descritto in vari punti come «il nipote di Khalid Sheikh Mohammed», che è “legato” a suo zio e le cui impronte digitali si trovano sui «soldi dell’11 settembre», e in particolare come l’individuo responsabile della consegna di 5.000$ ai dirottatori.

Il personaggio di Ammar è presentato nel film come un uomo condannato a passare l’intera vita dietro le sbarre, senza poter ricorrere ad avvocati o alla giustizia. In una delle prime scene di interrogatorio, Maya si toglie la maschera nera prima di entrare per affrontare il prigioniero, perché Dan le assicura che quell’Ammar non sarà mai libero di minacciarla. Siamo invitati a gustarci il soggiogamento di Ammar.

La vera storia di Ali è forse ancor più interessante. Ha partecipato attivamente e arrogantemente al processo a Guantánamo e i suoi avvocati hanno richiesto il permesso dei giudici militari di introdurre a sua difesa le prove che fosse stato torturato durante la custodia presso la CIA, e di informarsi sulle identità dei funzionari dell’agenzia che l’avevano interrogato. Tale richiesta è stata rifiutata adducendo la motivazione che ciò che è successo ad Ali mentre era nelle prigioni della CIA è riservato. Le indirette descrizioni dell’abuso su Ali mostrate in Zero Dark Thirty potrebbero essere il solo resoconto pubblico ricevuto dal vero prigioniero prima di essere condannato a morte. E tuttavia il film non fa nulla per mostrare la sua connessione con tale verità.

Zero Dark Thirty è stato costruito per tenere gli spettatori in tensione, e a giudicare dalla sua ricezione da parte della critica, per molti spettatori ha avuto successo in questo senso. I suoi difetti a livello giornalistico sono però importanti perché potrebbero anche influenzare l’irrisolto dibattito pubblico sulla tortura, al quale il film dà un contributo distorto. Nel suo secondo giorno dall’insediamento, il presidente Obama ha dichiarato illegale la tortura per ordine dell’esecutivo, ma ha preferito non ordinare investigazioni pubbliche o meno sul regime di detenzione della CIA durante il governo Bush. Nella campagna elettorale recentemente conclusa, Mitt Romney ha dichiarato che avrebbe riportato in vigore l’uso delle «tecniche di interrogatorio avanzate». La tortura di Stato non è un anatema in molti degli Stati Uniti; è una scelta politica disponibile. Nei sondaggi sull’opinione pubblica, solo una risicata maggioranza di americani si oppone alla tortura dei prigionieri nella lotta contro il terrorismo, ma il supporto pubblico alla tortura è cresciuto in modo significativo nel corso degli ultimi anni, un cambiamento che lo studioso dei servizi segreti dell’Università di Stanford Amy Zegart ha attribuito in parte all’influenza degli «spettacoli basati su storie spionaggio».

Se anche la tortura funzionasse, non potrebbe mai essere giustificata, perché immorale. Eppure alcune forme di tortura metodicamente organizzate e approvate dallo Stato appaiono anche in democrazie sviluppate, perché alcuni leader pubblici sono desiderosi di vedere legato il loro prestigio all’argomento che in circostanze di emergenza nazionale, la tortura potrebbe essere necessaria perché sarebbe in grado di fornire tempestive informazioni indispensabili per la pubblica sicurezza, laddove metodi di interrogatorio più umani fallirebbero.

Non c’è prova empirica a supporto di questa teoria. Tra le altre cose, nessuno scienziato socialmente responsabile approverebbe esperimenti accademici per paragonare i risultati della tortura a quelli di interrogatori meno coercitivi. Perciò, i fautori della tortura negli Stati Uniti si appellano a un sillogismo falso: la CIA ha torturato dei sospetti di al-Qaeda; quei sospetti hanno fornito informazioni utili alla sicurezza pubblica; quindi, la tortura era giustificata e addirittura essenziale. Nella sua recente dichiarazione agli impiegati della CIA circa Zero Dark Thirty, il direttore pro tempore della CIA Morrel ha dato un implicito supporto a questa teoria quando ha affermato che la controversia in atto sui trattamenti dei sospetti di al-Qaeda da parte della CIA dopo il 2002 «non si risolverà mai del tutto».

Si tratta di una timida tautologia; ed è anche la prova di un ben più ampio fallimento politico. Come per il discorso sulla politica riguardo il cambiamento climatico, la persistenza di argomentazioni a favore o contro il valore della tortura ammessa ufficialmente rappresenta una vittoria per coloro che giustificherebbero tali abusi. Certo è che Zero Dark Thirty non ha svolto un servizio pubblico aumentando l’accettabilità di questo genere di dibattito.

(Traduzione di Giulia Zavagna)

1. Il 7 febbraio in Italia. N.d.T.

2. ‘The New York Review of Books’. N.d.R.

3. Manhunt: The Ten-Year Search for Bin Laden from 9/11 to Abbottabad (Crown 2012).

4. Janet Leslie Cooke (1954), giornalista americana. Vinse il Premio Pulitzer nel 1981 per un suo articolo apparso sul ‘Washington Post’ intitolato Jimmy’s World, che raccontava la storia di una bambina di  8 anni dipendente dall’eroina. La storia si rivelò essere una montatura, e la Cooke restituì il premio l’anno seguente. N.d.R.

STEVE COLL è presidente della New America Foundation e giornalista del ‘New Yorker’. In Italia è stato pubblicato il suo libro La guerra segreta della CIA. L’America, l’Afghanistan e Bin Laden dall’invasione s

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