Colm Tòibìn

Andando oltre il limite

da ''The New York Review of Books''

JULIAN BARNES, Il senso di una fine, Einaudi, trad. it. di Susanna Basso, pp. 160,  €17.50

LETTERATURA: Lo scrittore Colm Tòibìn recensisce il romanzo di Julian Barnes vincitore del prestigioso “Man Booker Prize” 2011. La vita scialba e inerte di Tony Webster, un uomo di mezz’età che ha ormai da tempo rinunciata ai sogni di gloria della gioventù, viene scossa quando scopre che uno sconosciuto poco prima di morire, gli ha lasciato in eredità cinquecento sterline e un diario che contiene un segreto che appartiene al passato dell’uomo.

Gli scrittori inglesi sono oramai in grado di descrivere il senso di imbarazzo con un’eleganza particolarmente raffinata. Quando i loro personaggi indossano gli abiti sbagliati, o per esempio appartengono alla classe sociale sbagliata, si avverte un senso di profonda inadeguatezza, quasi di natura spirituale. Tuttavia, le frasi utilizzate per descrivere momenti – o anche ore o anni – di sconfortante turbamento rimangono, nell’opera di Julian Barnes, eleganti, accurate e ricercate. È come se la prosa rappresentasse l’ordinato rumore di fondo prodotto dalla società, o meglio la risonanza del giudizio del lettore, sul quale viene enfatizzata ancor più l’interna e disordinata paura del protagonista maschile, che vive in uno stato di profondo malessere.

C’è una poesia incompiuta di Philip Larkin dei primi anni Sessanta intitolata The Dance, in cui il protagonista «osserva nello specchio che si oscura / la vergogna di indossare pantaloni da sera, cravatta da sera», e poi, giungendo nella sala da ballo, si ritrova a costeggiare «il rumore / verso un bar arrangiato in equilibrio precario / e si guarda intorno». All’improvviso si chiede cosa ci faccia insieme a quella gente quando potrebbe starsene «a bere, o a letto, / o ad ascoltare dischi». Quando vede l’oggetto dei suoi desideri, vorrebbe avere «disperatamente quelle qualità / che momenti come questi richiedono, qualità che a lui mancano». In seguito si rende conto di «quanto bene / avrebbe fatto a starsene lontano». La poesia emana una malinconia strana, goffa e sentita nel profondo, ma il tono, il fraseggio, l’uso della strofa e della rima sono controllati in modo quasi magistrale. Mentre l’io è allo sbaraglio, la poesia è piena di risolutezza. Mentre la poesia è stranamente consolatoria, l’io è sconsolato. Questa tensione irrisolta conferisce alle poesie di Larkin la stessa potenza ambigua e insistente che troviamo nella narrativa di Barnes.

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