DIANE JOHNSON

Madri fate attenzione

da ''The New York Review of Books''
ELISABETH BADINTER, Mamme cattivissime? La madre perfetta non esiste, Milano, Corbaccio, 178 pp.,  €16,00                                                   SARAH BLAFFER HRDY, Istinto materno. Viaggio nella storia degli istinti femminili, Milano, Sperling & Kupfer, 152 pp., €18,59 PAMELA DRUCKERMAN, Bringing Up Bébé: One American Mother Discovers the Wisdom of French Parenting , Penguin, 284 pp., $25.95 ANNE ENRIGHT, Making Babies: Stumbling into Motherhood, Norton, 207 pp., $24.95 

ANTROPOLOGIA E SOCIOLOGIA: La campagna elettorale americana per le presidenziali a riacceso molti dibattiti, fra cui quello sul ruolo rivestito dalle donne nella società occidentale contemporanea: donna indipendente o angelo del focolare?
 

1.

La campagna per le elezioni presidenziali americane è scattata dai blocchi di partenza con un  vivace scambio ideologico, iniziato quando Hilary Rosen, commentatrice del Partito Democratico, ha deriso la moglie di Mitt Romney, definendola una donna «che non ha lavorato un solo giorno in tutta la sua vita». Dopo aver replicato pubblicamente su Twitter, affermando che allevare cinque figli maschi richiede un grande impegno, la signora Romney ha ricevuto le pronte scuse di Rosen e di altri democratici. Persino Michelle Obama è sembrata prendere le sue parti: «Ogni madre lavora duramente – ha affermato la first lady – e ogni donna merita di essere rispettata». La copertura televisiva dello scambio Romney-Rosen è risultata adeguata anche a resuscitare il ricordo della famosa osservazione di Hillary Clinton, che nel 1992, affermava che sarebbe potuta rimanere a casa a fare biscotti1; un commento sarcastico che allora come oggi come mandò su tutte le furie le donne che non lavorano fuori casa. Sino a quando ci saranno bambini da far nascere e da accudire, certe dispute riguardanti il ruolo della donna, ora rinominate “la guerra sulle donne”, sembrano irriducibili a equazioni politicamente consolidate (mamma casalinga = repubblicana; mamma lavoratrice democratica), soprattutto quando queste non sono universalmente valide, poiché molte mamme casalinghe pianificano di votare democratico, e viceversa. Nel frattempo, come per ogni questione culturale che tocca visceralmente gli americani, il conflitto tra maternità e carriera continua a dividere, benché nello scambio tra Rosen e Romney tutte le parti in causa siano d’accordo nell’affermare che Rosen avrebbe dovuto prendere atto del serio impegno che il ruolo di madre richiede, «quanto meno specificando che la signora Romney non ha mai svolto un lavoro retribuito» (il corsivo è mio). Sul dibattito pesa la tempestiva traduzione di Mamme cattivissime? La madre perfetta non esiste (titolo originale: Le conflit. La femme et la mère, N.d.R.), il bestseller della stimata femminista francese Elisabeth Badinter. In un penetrante articolo apparso di recente su ‘The New Yorker’2, Jane Kramer descrive la Badinter come una «philosophe femminista esageratamente arrogante»; una ricca intellettuale sposata con un influente senatore, nonché ex ministro della Giustizia (noto per aver abolito la pena di morte), la quale ha a propria volta insegnato presso l’esclusiva École Polytechnique. Badinter, da tempo influente in Francia, aveva già fatto parlare di sé con il precedente L’amore in più. Storia dell’amore materno (Fandango 2012)3, nel quale afferma che l’istinto materno non è innato, ma rappresenta piuttosto una reazione culturale di tipo acquisito – quantomeno in Francia. Come si legge in Mamme cattivissime, «le madri francesi hanno una cattiva reputazione… È evidente che non sono così smaniose di restare a casa o allattare». Badinter ha molto da dire in difesa del loro diritto a comportarsi “male”, ed esprime inoltre il timore che le giovani francesi stiano mandando in fumo le rivendicazioni di eguaglianza sociale conquistate a duro prezzo per cedere ai tentativi di chi desidera convincerle che non esiste vocazione più alta, o compito più gratificante, della maternità. In breve, Mamme cattivissime poggia sull’assunto che le forze sociali – genitori e suoceri, psicologi, medici,la Chiesa, gli attivisti e la società in generale – stanno moltiplicando gli sforzi volti a infondere un senso di colpa nelle donne che antepongono la carriera alla maternità, che tornano a lavorare dopo aver avuto un bambino, che ricorrono ai nidi o non allattano i propri figli. Stando a Badinter, simili pressioni sociali volte a riportare in auge una concezione superata del ruolo della donna sono – soprattutto, ma non interamente – una reazione delle istituzioni maschili alle recenti battaglie femministe a favore, ad esempio, dei nidi d’infanzia per le donne in carriera. Battaglie che in Francia – un Paese che in Europa vanta politiche sociali tra le più favorevoli alle donne e ai bambini – sono state combattute con successo. Una visione romantica o sentimentale è in circolazione fin dal vittoriano L’angelo della casa – fin dai tempi di Rousseau, e persino di Plutarco, il quale affermò che «le madri dovrebbero allevare e allattare personalmente i propri figli», poiché nulla può sostituirsi alla Madre. Malgrado la veridicità o la pretestuosità delle argomentazioni a favore o contro il connubio tra carriera e maternità, i più concordano nel ritenere che una concezione esaltata della maternità, con le limitazioni che questa comporta (restare a casa con il proprio bambino) produce tra gli altri l’effetto di controllare le donne e tentare di riconciliarle con la loro mancanza di indipendenza e di influenza materiale, di incatenarle al loro posto (la casa), mantenerle in una condizione di svantaggio economico (lontane dal luogo di lavoro) e frustrare le loro capacità e ambizioni individuali. Le pressioni per tornare a quello chela Badinter chiama il “nuovo naturalismo” hanno, scrive:   finora prodotto né un matriarcato né l’eguaglianza sessuale, ma piuttosto una regressione nella condizione femminile. Noi [donne] abbiamo accettato questa regressione in nome della superiorità morale, dell’amore che nutriamo verso i nostri figli e di un’interpretazione ideale della loro educazione: elementi che [nel mantenere le donne in condizione di schiavitù volontaria] si stanno dimostrando ben più efficaci dei limiti imposti dall’esterno. Come tutti sanno, nulla è paragonabile alla schiavitù volontaria.   Badinter in particolare indica come istigatrice di idee sulla natura innata dell’istinto materno e sul reale destino della donna l’antropologa americana Sarah Blaffer Hrdy, autrice di Istinto materno. Viaggio nella storia degli istinti femminili. La Badinter può essere stata tratta in inganno dal breve titolo in francese: Les Instincts maternels, e accusa l’Hrdy di avere un punto di vista sull’attaccamento materno “finalistico in modo malato”. In realtà, pur senza minimizzare la fisiologia materna – tutti quegli ormoni e quelle ossitocine – Hrdy sembra concordare con Badinter sul fatto che una nuova ondata di fondamentalismo maternalista stia mettendo a rischio i vantaggi conquistati dalle donne. Noi vediamo che esattamente le forze sono in atto nella nostra società, con le donne americane che si fanno convincere da teorie come l’“attaccamento genitoriale”. Questo potrebbe forse essere il luogo adatto a ricordare la recente copertina della rivista ‘Time’, sulla quale appariva una donna che allattava un bimbo di quasi quattro anni, e l’articolo che iniziava con queste agghiaccianti ma eloquenti parole: «A Joanne Beauregard, nessun ruolo si confà quanto quello di madre…» (il corsivo è mio). Le controversie americane sull’attaccamento genitoriale – quelle teorie che raccomandano la totale abnegazione di sé e anni di allattamento al seno – sono state attribuite all’influenza di libri come The Baby Book, del dottor William Sears, e a quelli di diversi altri esperti americani, tra cui la scomparsa Jean Liedloff (autrice di Il concetto del continuum), la quale non aveva figli. È interessante notare come questi “esperti” raccomandino uno stile genitoriale che loro stessi non hanno conosciuto, il che fa supporre la persistenza di qualche residuo di rabbia e di ribellione, mentre i libri francesi dedicati all’allevamento dei piccolissimi tendono a propugnare lo stesso tipo di educazione che gli autori hanno a loro volta ricevuto, in quella che appare una rassicurante dimostrazione di fiducia nella propria cultura. Badinter considera forse ipocrita la presunta centralità attribuita in America al bambino, dal momento che noi come società non riusciamo a prenderci soddisfacentemente cura dell’educazione e della salute dei nostrii figli. In Bringing Up Bébé Pamela Druckerman, una neomamma americana che risiede a Parigi, tenta di scoprire il segreto della serenità con cui i francesi affrontano la maternità. Il suo libro è colmo di osservazioni pertinenti:   Esistono motivi strutturali per cui le donne francesi appaiono più calme di quelle americane: ogni anno prendono circa ventun giorni di ferie in più. In Francia c’è meno retorica femminista, ma esistono molte più istituzioni volte ad agevolare l’occupazione delle donne.  Faccio fatica a rivelare qui una delle principali conclusioni del libro di Druckerman senza temere di rovinarvi la sorpresa e scoraggiarvi dal leggerlo: i neonati francesi dormono senza interruzioni per tutta la notte, e i bambini francesi non lanciano il cibo, perché i genitori insegnano loro che per ottenere ciò che vogliono occorre aspettare, anche solo per cinque minuti nel caso di un neonato affamato (“la Pausa”), o più a lungo nel caso di bimbi grandicelli, fornendo sempre una spiegazione del motivo per il quale l’adulto non può soddisfare istantaneamente i loro desideri. L’autrice paragona questo comportamento alle teorie americane sull’educazione, secondo le quali i neonati costretti a provare un attimo di frustrazione sono destinati a sentirsi rifiutati.  

2.

Sarah Hrdy ha un’interessante spiegazione teleologica per l’ascesa del fondamentalismo religioso e sociale a cui stiamo assistendo: al pari di altri antropologi, ella ritiene che la vera base del fondamentalismo sia da ricercarsi nell’innato, o quanto meno primario, impulso maschile a controllare la fertilità femminile. In quest’ottica, tale impulso sarebbe all’origine delle limitazioni che i talebani e altre religioni impongono alle donne. Al pari di Badinter, Hrdy fa notare che le giovani americane rischiano di perdere i diritti conquistati a caro prezzo perché:   Non vedono alcun nesso tra gli innati desideri maschili che in passato spingevano a controllare le donne e le opinioni sulle donne e la famiglia che motivano i politici attuali a dibattere incessantemente su chi abbia il diritto di decidere se e quando una donna può diventare madre.   Hrdy illustra la propria teoria con un aneddoto che racconta di come un giorno, durante una seduta, il senatore Rick Santorum diede in escandescenze al punto da far temere per la propria salute:   Come tutti gli esseri umani, anzi, come è tipico dell’intero ordine dei primati, il senatore mostrava un interesse intenso, addirittura ossessivo, per le condizioni riproduttive di altri membri del gruppo. Come altri primati maschi di rango che l’hanno preceduto, intendeva controllare quando, dove e in che modo le femmine appartenenti al suo gruppo si riproducono.   Semprela Hrdyfa a notare come in un’occasione i Santorum, anziché interrompere una gravidanza che gli era stato detto sarebbe potuta costare la vita alla signora Santorum e non avrebbe prodotto un figlio in grado di sopravvivere, optarono per mettere a rischio la vita della donna: non certo la stessa scelta che la maggior parte degli americani avrebbe compiuto, benché Santorum non esitò a dichiararsi pronto a imporla alle altre famiglie americane. Badinter riassume a grosse linee l’attuale situazione:   Da quando le donne hanno assunto il controllo della propria fertilità, nei Paesi industrializzati si è assistito all’insorgere di quattro fenomeni: il declino nel tasso procapite di natalità; l’incremento dell’età media delle primipare; una maggiore presenza delle donne nel mercato del lavoro; la diversificazione degli stili di vita delle donne, con la comparsa, in molti Paesi, di coppie e donne single senza figli.   Quest’ultimo punto appare particolarmente significativo per delle società che si preoccupano del calo delle nascite. Badinter nota come molti degli sforzi con cui i conservatori tentano di promuovere la natalità si rivelino in definitiva controproducenti; le politiche sociali che «aiutano le donne a gestire diversi ruoli» e non le scoraggiano dal trovare un impiego – come accade in Scandinavia e Francia – riescono a spingere le donne ad avere figli più delle politiche che si limitano a sostenere le donne nella loro vita familiare, considerando «tutti gli altri obblighi che vengono imposti alle donne – quelli relativi alla carriera – una questione di scelta personale, che non ha nulla a che fare con le politiche governative». Alcuni Paesi hanno affrontato la necessità di incrementare la popolazione tramite l’offerta di sussidi familiari, ma questi non funzionano così come quando l’occupazione femminile è agevolata da nidi e congedi di maternità. Quando le opzioni delle donne sono limitate, le donne che hanno studiato e sono interessate alla carriera scelgono molto più spesso di un tempo di non avere affatto figli – e ciò, in molti Paesi, comporta un calo nelle nascite: «Maggiori sono le sue credenziali e più un lavoro è interessante, e più è probabile che una donna scelga di non avere figli», scrive. «Sostenere la maternità part time rappresenta la chiave per incrementare la fertilità». Molte delle osservazioni di Badinter si riferiscono alla società francese, e a prima vista potrebbero sembrare non applicabili alla nostra. I dibattiti interculturali sono sempre complicati dal fatto che quando si tratta di tendenze che investono il femminismo, la famiglia, il sesso e la politica, tra Francia e Stati Uniti esiste spesso un ritardo di uno o due decenni, per quanto le tematiche risultino familiari a entrambi i Paesi. Ampie generalizzazioni sulla cura dei figli, i congedi di maternità e paternità e via discorrendo sono forse ben più plausibili in un Paese relativamente omogeneo e assai più piccolo qual èla Francia, che incidentalmente offre alcune politiche sociali tra le più vantaggiose d’Europa, decisamente migliori di quelle in vigore in America. E poiché l’America è almeno quindici volte più grande della Francia, gli Usa presentano una miriade di varianti regionali e sociali che complicano qualsiasi tentativo di generalizzare circa la nostra società. Molti indizi dimostrano però come il nostalgico antifemminismo che Badinter vede farsi strada in Francia sia già ben affermato negli Usa. Dal2011 aoggi, al Congresso e nelle legislature statali sono state presentate, e talvolta approvate, quasi mille proposte di legge contro l’inclusione della contraccezione nei piani di assicurazione sanitaria e a favore dell’introduzione obbligatoria di invadenti ecografie vaginali, sedute di counseling e altre misure mirate a scoraggiare chi intende sottoporsi a un’interruzione volontaria della gravidanza, e volte ad abrogare altre forme di tutela per le donne e ridefinire i concetti di stupro e di essere umano. Come dimostra il recente attacco di Rush Limbaugh nei confronti di una donna da lui definita “sgualdrina” per aver testimoniato di fronte a una commissione parlamentare in tema di contraccezione femminile, ogni giorno porta nuovi esempi di antifemminismo, o quanto meno di indifferenza, reazionario. Badinter e gli antropologi come Hrdy affermano che il principale elemento scatenante della reazione contro queste libertà, tanto nelle società progredite che in Afghanistan, è il tentativo da parte delle donne di assumere il controllo della propria fertilità. Badinter è naturalmente in possesso di prove e statistiche, e accusa, oltre alle donne, La Leche League4 e, forse erroneamente, gli antropologi come Hrdy, da lei disprezzati perché intonano inni “all’efficienza della natura”, sempre piuttosto invisi alla Cartesiana francese. Non è del tutto facile dipanare delle argomentazioni basate, come in definitiva si basano queste, sulla speranza che le persone riescano ad accordarsi su ciò che è o meno naturale: ad esempio, se gli esseri umani possiedano un innato desiderio di avere figli, o se l’anestesia ostetrica sia naturale. Inoltre, il fatto che qualcosa sia naturale la rende forse obbligatoria o desiderabile? Può il progresso essere definito dalla misura in cui noi sopprimiamo o controlliamo i nostri istinti naturali a favore di un qualche bene collettivo? O dalla misura in cui ci facciamo beffe della natura a nostro rischio?  

3.

L’attenzione di Badinter è stata attratta in particolare da un tema: «L’ironia di questa storia è che nel momento stesso in cui le donne occidentali si sono finalmente liberate del sistema patriarcale hanno trovato in casa un nuovo padrone». Si riferisce al bambino allattato al seno: simbolo dell’oppressione femminile. L’incoraggiamento dell’allattamento al seno le appare molto più carico di significati oppressivi di quanto non appaia forse a molte americane; l’allattamento al seno oggi rappresenta la norma negli Usa (dove interessa circa il 73,9 percento delle madri) e in diversi Paesi industrializzati ad eccezione della Francia, dove sembra essere considerato vagamente disgustoso: un’avversione che potrebbe essere in parte ereditata dagli aristocratici del diciottesimo secolo, quando l’allattamento era una pratica associata ai ceti inferiori (come il lettore ricorderà dalla sua prima scioccante lettura di Rousseau, il quale abbandonò in orfanotrofio e presso le balie i figli appena nati, per rivederli raramente). Esiste inoltre la diffusa credenza che l’allattamento rovini il seno. Un libro che mette a confronto diverse pratiche salutistiche offre interessanti dati statistici dai quali emerge che i chirurghi americani praticano il doppio degli interventi di aumento del seno rispetto ai loro colleghi francesi, i quali praticano invece molti più interventi riduttivi. Riguardo alla frequenza dell’allattamento, i francesi sono agli ultimi posti della classifica (solo gli irlandesi sono peggio), essendovisi opposti, secondola Badintere, in nome della libertà: «Le madri francesi esitano a interpretare il ruolo che ci si aspetta da loro, e i governi che si sono succeduti negli ultimi trent’anni hanno esitato ad allineare il Paese con i parametri suggeriti dalla Oms», che considera l’allattamento al seno una pratica auspicabile. Lei lo afferma con orgoglio nei confronti delle sue connazionali, e teme che queste possano ammorbidirsi al riguardo. Badinter critica l’intensificarsi dei tentativi mirati a rendere le francesi più inclini all’allattamento, dubita delle affermazioni secondo cui l’allattamento al seno è benefico – un tema ormai più o meno assodato, benché lei continui a dirsi scettica – e abbia difficoltà a credere che qualcuno possa desiderare farlo:   Se allattare è un diritto, non lo è forse anche il non allattare? Le donne norvegesi e svedesi sono in grado di esercitare la propria libertà di scelta e rifiutarsi di uniformarsi a questa norma morale e sociale? È difficile sapere cosa le donne pensino davvero sull’allattamento, se tengono per loro i propri sentimenti di ambivalenza.   Nella sua discussione, dal tono vagamente disgustato, osserviamo che per Badinter l’allattamento è una questione estetica, nonché ricca di implicazioni sulle libertà individuali e i principi egualitari: Se l’allattamento al seno è ciò che scatena l’attaccamento materno, che ne è dei milioni di madri che non hanno mai allattato? Amano forse i propri figli meno delle altre? Il suo attacco è rivolto in gran parte contro La Leche League, che molte madri americane ricorderanno di aver conosciuto nel reparto maternità: un manipolo di donne infervorate e sollecite alle quali si poteva chiedere consigli sugli unguenti lenitivi per capezzoli, e che Badinter, in parte a ragione, considera delle oppositrici proto-naziste della libertà femminile, legate praticamente a un culto che oggi mira a privare le povere donne africane dei vantaggi del moderno latte in polvere. E prosegue ricostruendo e rammaricandosi dei successi de La Leche League, che è riuscita a convincere Unicef e Oms a montare a livello globale delle campagne promozionali ed educative volte a incoraggiare l’allattamento al seno: «Accettando incondizionatamente le rivendicazioni secondo le quali i bambini allattati con il biberon sono più cagionevoli, i sostenitori non rilevano la differenza tra lo stato della sanità generale per un bimbo nato in Sudan e per uno nato a Parigi». Tale osservazione non prende però in considerazione l’aumento della mortalità infantile, che in molti Paesi dove le risorse idriche sono malsicure è una delle conseguenze dell’uso del latte in polvere. Per via della sua reputazione di donna integra, le sono state in grande misura risparmiate le accuse di conflitto di interessi nella difesa del latte in polvere e dei pannolini usa-e-getta, benché Badinter sia la principale azionista dell’agenzia pubblicitaria che segue Nestlé e Procter and Gamble (produttrice dei Pampers). Per coloro che dubitassero delle ripercussioni che la cultura ha sulle pratiche di alimentazione infantile, un’occhiata al recente Making Babies, della scrittrice irlandese Ann Enright, basterà a convincerli dei suoi poteri. Nel tentativo di descrivere la propria esperienza di maternità, Enright trasuda un disgusto beckettiano:   Non mi è mai piaciuto trovarmi accanto a donne che allattano – c’è sempre troppo amore, troppo afflato materno nella stanza. Inoltre, sospetto che sia sessualmente gratificante. Per chi? Oh, per tutti: per la madre, il bambino, il padre, il suocero. La voce di ognuno è quel tantino nervosa come se non stesse avvenendo: ciascuno ne trae un piacere leggermente perverso e borghese. Orrore.   In Irlanda, «l’allattamento al seno era assoltamente occultato alla vista. Ciò che la cultura aveva di più prossimo a una rappresentazione dell’allattamento era l’immagine del Sacro Cuore, che offre senza fine il suo seno maschile… In verità, sapete, allattare causa dolore. Di sicuro, all’inizio fa proprio un male dannato». Probabilmente, potendo scegliere le nostre influenze culturali, preferiremmo le risolute convinzioni francesi di Badinter. Nel complesso, i sostenitori dell’allattamento al seno sono ormai talmente abili che in alcuni Paesi, come quelli scandinavi, la pratica è quasi universale, mentre in Svezia si è ulteriormente diffusa da quando viene rappresentata come un “diritto” e non un dovere, e vengono imposte alcune concessioni a favore delle madri che tornano a lavorare durante l’allattamento. Sino a qualche tempo fa avrei detto che nella maggior parte degli ambienti americani la questione dell’allattamento fosse ormai risolta e avesse perso la sua complessa valenza; per gli americani, pensavo, l’allattamento è più o meno un’opzione privilegiata i cui benefici in termini di praticità e salute sono raramente messi in discussione e la cui mancata pratica non comporta alcuna riprovazione – le donne allattano o non allattano i propri figli a seconda di un insieme di fattori: lavoro, pediatra, usanze locali e via dicendo, senza incorrere nel biasimo in caso non possano farlo. Ma adesso che i legislatori conservatori e i sacerdoti si dimostrano desiderosi di interferire con le più intime questioni mediche femminili, si assiste al ritorno di un clima di colpa e dissenso. La maggior parte delle donne nella maggior parte dei Paesi ha risentito in qualche modo del conflitto tra carriera e maternità, e del ruolo delle donne e del valore della maternità in generale. Tuttavia, che la maternità possa, da sola, determinare la posizione di una donna all’interno della società è un’idea sinistra e retrograda che le forze religiose e fondamentaliste tentano di promuovere, e non solo in America. In tutto il Medio Oriente la situazione è ben peggiore. Se è possibile vedere la maggior parte dei dogmi religiosi, delle usanze sociali e delle leggi attraverso il prisma dell’esigenza degli uomini di controllare la fertilità femminile, noi possiamo vedere che la religione e le leggi sono ad essa sottomessa. Concludendo, cosa potrebbe spiegare questo ritorno dell’America al maternalismo, in tandem con altre forze del fondamentalismo politico e religioso crescenti in America? Noi lo vediamo nel recente scompiglio sollevato attorno al tema della contraccezione, una questione che si poteva pensare definitivamente risolta con la sua inclusione nei moderni pacchetti di assicurazione; lasciate che coloro che vogliono la rifiutino. Come dimenticare la fotografia della commissione parlamentare che la prese in esame – formata da uomini di una certa età, vestiti di tutto punto? Le opinioni sul ruolo e i doveri dei maschi non sembrano ripartite in base all’appartenenza politica, ma di genere; e anche quando sono presentate sotto forma di semplice raccomandazione, come nel caso del famoso dottor Sears, vengono viste con un certo sospetto. Forse la decisione più utile che la società potrebbe prendere è di fare in modo che gli uomini – i politici, i sacerdoti e forse anche i medici – non abbiano la possibilità di decidere di tematiche prettamente femminili, al di là del loro ruolo nel concepimento e nell’educazione congiunta dei figli. (Traduzione di Marzia Porta)

1. La frase integrale (pronunciata durante una conferenza stampa nel corso della quale un giornalista chiese alla Clinton se non sentisse di aver rinunciato troppo al suo ruolo di moglie e madre per avere più successo nella vita professionale) è questa: «Credo che sarei potuta restare a casa a fare biscotti e a bere del the, ma ciò che deciso di fare è stato di realizzarmi appieno nella professione che ho intrapreso da prima che mio marito entrasse a far parte della vita pubblica [americana]». N.d.R. [Fonte Wikiquote]. 2. “Against Nature”, ‘The New Yorker’, 25 luglio 2011. 3. Pubblicato per la prima volta nel 1981. N.d.R. 4. Organizzazione no profit, fondata nel1956 in America e presente sessantotto paesi del mondo, che promuove l’allattamento al seno. N.d.R.
DIANE JOHNSON è una scrittrice e critica Americana. Vive tra San Francisco e Parigi. Il suo ultimo libro è Lulu in Marrakech (Dutton, 2008).

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