Andrea Segrè

451 parole: taste

Taste, il gusto: amaro, aspro, dolce, salato, umami ma anche carattere estetico soggettivo delle persone. Gustare, assaporare, assaggiare rimanda soprattutto al mangiare, al cibo fino a diventare Salone (del Gusto): per capire come lo stile alimentare responsabile possa migliorare la nostra salute e quella della Terra.

Tuttavia, oltre ai tradizionali cinque “sensi”, negli ultimi anni se ne è sviluppato un sesto, meno visibile ma più incomprensibile e altrettanto universale: il gusto dello spreco. Taste the Waste come il titolo evocativo del pluripremiato film del regista tedesco Valentin Thurn presentato nel 20111. Immagini forti, cruente come le discariche piene di pane ancora buono da mangiare: una manna dal cielo da incenerire nel nome dell’abbondanza, dell’eccesso, delle inefficienze e storture del mercato. Sequenze tanto più drammatiche quanto più forte e crescente è l’impoverimento globale a causa della crisi mondiale da una parte e l’aumento degli affamanti, denutriti, sottonutriti a livello planetario dall’altra.

Tanto che secondo gli ultimi aggiornamenti della FAO nel mondo si getta via una quantità di cibo ancora commestibile tale da poter sfamare, se fosse recuperato, metà degli abitanti del nostro pianeta (3,5 miliardi di persone): mentre gli affamati hanno già superato la fatidica soglia del miliardo. Ma non sono soltanto gli alimenti ad essere gettati via ancora buoni: anche l’acqua che è servita per produrli, trasformarli, distribuirli per poi non consumarli. L’acqua infatti più che berla noi ce la mangiamo.

 

Così lo sguardo di Valentin Thurn si è posato proprio sul “gusto” dello spreco di acqua: Taste the Waste of Water. Documentario presentato in anteprima lo scorso 29 agosto alla World Water Week2 di Stoccolma, evento internazionale sul futuro della risorsa acqua a livello globale. In contemporanea è uscito un appello con lo stesso titolo sul sito del National Geographic3 a firma di un gruppo di scienziati4.

Di seguito è la traduzione italiana dell’appello Taste the Waste of Water5.

 

Nessun bambino andrà a letto affamato

Alla prima Conferenza Mondiale sull’Alimentazione, svoltasi a Roma nel 1974, l’allora Segretario di Stato americano Henry Kissinger fece una dichiarazione lodevole: «Tra dieci anni nessun bambino andrà a letto affamato». All’epoca c’erano buone ragioni per essere ottimisti. Per anni la produzione alimentare mondiale era aumentata più velocemente rispetto al tasso di crescita della popolazione. Il numero di persone che soffrivano di denutrizione era stato gradualmente ridotto. L’impiego diffuso di sementi ad alte rese, i massicci investimenti nell’irrigazione e meccanizzazione per incrementare la produzione di cibo avevano dato risultati tangibili sia per gli agricoltori sia per i consumatori.

Per circa due decennila Rivoluzione Verdeaveva migliorato la sicurezza alimentare e le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone. Tuttavia, verso la metà degli anni ’90, più di mezzo miliardo di persone soffriva la fame. Da allora in poi, il numero di persone che vanno a letto affamate è tornato ad aumentare.

 

Un grande surplus di cibo

Paradossalmente, le statistiche alimentari hanno continuato a mostrare dati positivi tanto sulla produzione quanto sulla quantità di cibo disponibile sui mercati. Ciononostante un numero crescente di persone soffre di insicurezza alimentare a causa della povertà. La maggior parte dei più poveri del mondo (circa un miliardo di persone) non solo ha limitato accesso al cibo disponibile per mancanza di denaro e di potere contrattuale, ma ha anche limitato accesso ad altri beni di prima necessità e ai servizi come ad esempio l’acqua.

Questa condizione, già di per sé grave, è ancor più preoccupante se si considera che ogni anno circa 1,3 miliardi di tonnellate di cibo prodotto vengono perse e sprecate nei passaggi fra il campo e la tavola. Si tratta di circa a un terzo dell’intera produzione mondiale, pari 170-180 kgpro capite. D’altro canto i dati sull’obesità forniscono numeri altrettanto “pesanti”: circa 1,5 miliardi di persone di età superiore ai 20 anni risultano in sovrappeso.

Ma non ci riferiamo solamente di cibo. Stiamo parlando di acqua e soprattutto dell’uso e abuso che si fa di essa. Più che bere l’acqua, noi la mangiamo. In media ci vuole1 litrodi acqua per produrre una chilocaloria. La dieta giornaliera di una persona povera, che può essere dell’ordine di 1.800-2.000 kcal, richiede una quantità di acqua pari a circa una o due tonnellate, mentre la dieta giornaliera di una persona benestante richiede anche più di cinque tonnellate di acqua. Non si tratta quindi solo di non sprecare cibo – di cui la popolazione ha bisogno – ma si tratta di alleviare la carenza di acqua e di farne un uso più adeguato. L’acqua è una risorsa limitata e altamente variabile.

Costi elevati e multipli per un guadagno limitato

Nel mondo non vi è alcuna carenza di cibo, ma piuttosto un surplus. Naturalmente, è essenziale produrne abbastanza per una popolazione in crescita, costituita da persone con sempre maggiore potere d’acquisto, soprattutto nei paesi emergenti. Ma se una buona parte della produzione va persa, rovinata, scartata o utilizzata male, è opportuno ampliare la prospettiva e individuare strategie che coniughino la produzione di cibo, la riduzione degli sprechi e delle perdite con diete sostenibili per una popolazione in aumento.

Il valore economico dello spreco alimentare e dei rifiuti è stimato a circa 200 miliardi di euro (250 miliardi di dollari). Quale impresa con l’ambizione di rimanere sul mercato potrebbe accettare perdite nella produzione dell’ordine di un terzo? Non è semplicemente irragionevole gettare via un prodotto su tre o quattro? Parliamo di alimenti che hanno richiesto tanto impegno (lavoro) e risorse limitate – suolo, acqua, energia – per essere prodotti. Perché i consumatori e le istituzioni dovrebbero accettare tutto questo?

Mentre le famiglie povere spendono una parte significativa del loro reddito in cibo, la spese per il cibo nei paesi ricchi rappresenta attualmente il 10-15% del bilancio familiare. Ma la spesa è solo una delle tante voci di bilancio. Ci sono anche le imposte da pagare. All’interno del bilancio totale dell’Unione europea, che è di poco meno di 150 miliardi di euro (187 miliardi di dollari), circa il 40% viene utilizzato per la politica agricola comune. Le sovvenzioni all’agricoltura tendono a stimolare la produzione indipendentemente da considerazioni di sicurezza  alimentare regionale e globale. È impressionante notare che una stima conservativa del valore economico globale dei rifiuti alimentari sia superiore al bilancio totale dell’UE e quasi il doppio del contributo totale allo sviluppo globale.

Anche se i dati economici sono impressionanti, i costi inutilmente alti legati all’abuso delle risorse naturali – e le relative implicazioni ambientali – sono ben più preoccupanti. Tutti gli alimenti per esser prodotti hanno consumato acqua, occupato terra, contribuito alle emissioni di gas a effetto serra e hanno avuto numerosi altri impatti ambientali. Si tratta di costi reali che potrebbero presto rivelarsi inaccettabili dal momento che erodono le prospettive per un futuro solido e vivibile di una gran parte della crescente popolazione mondiale.

 

Un’opzione vincente a costi ragionevoli

È giunto il tempo per un approccio nuovo e pragmatico. E se ci concentrassimo su ciò che può essere raggiunto, non solo a livello di produzione e di distribuzione ma facendo soprattutto un uso migliore delle risorse disponibili? Se le perdite e gli sprechi di cibo venissero ridotti della metà, il risparmio d’acqua globale – solo per l’irrigazione – sarebbe nell’ordine di450 chilometricubi. Ciò equivale a sei volte il flusso di acqua del Nilo nel lago Nasser o la quantità totale di acqua utilizzata dal settore industriale a livello globale.

Quest’acqua preziosa potrebbe essere meglio utilizzata per supportare le funzioni ambientali acquatiche e potrebbe anche esser utilizzata per soddisfare altri bisogni urgenti della società. È vero, la riduzione delle perdite richiederà ulteriori investimenti in trasporti, stoccaggio e in un migliore accesso al mercato in particolare per i piccoli produttori dei paesi più poveri. Ma non investire può risultare molto più costoso nel lungo periodo.

Le difficoltà per gli agricoltori di zone povere che devono portare i loro prodotti a mercati più lontani a causa della mancanza di un adeguato stoccaggio e di mezzi di trasporto inadeguati sono particolarmente deleterie e rappresentano opportunità perse, specialmente quando i raccolti sono abbondanti. L’eccedenza temporanea viene infatti spesso persa a causa di parassiti, muffe e altre malattie. Per il piccolo produttore portare l’eccedenza di un anno fertile al mercato locale significa solo il crollo dei prezzi della sua intera produzione.

La sfida è molto diversa nelle parti ricche del mondo, dove lo spreco alimentare – che si concentra alla fine della filiera – è un problema relativamente più grande. I consumatori svolgono un ruolo importante in questo senso, ma la colpa non è tutta loro: lo spreco è generato da un’inadeguata interazione  tra  agricoltori, industria alimentare, mercati all’ingrosso, grande e piccola distribuzione, ristorazione, consumatori. Alla fine, gli oneri del cattivo uso delle risorse e il cibo prodotto sono a carico della popolazione. E noi siamo tutti i consumatori.

 

Andiamo avanti con le vecchie e buone promesse!

Il livello di spreco alimentare mondiale e le conseguenze ad esso associate hanno raggiunto proporzioni assurde. È tempo di rinnovare i buoni vecchi impegni. Quando la FAOfu fondata, nel 1945, aveva nella sua mission anche la riduzione dello spreco alimentare. Alla prima Conferenza Mondiale dell’Alimentazione, nel 1974, venne suggerita la riduzione del 15% di perdite post-raccolto, che sarebbe dovuta diventare del 50% entro il 1985. Per varie ragioni, gli impegni presi sono stati silenziosamente ignorati.
Il futuro inizia adesso!

La buona notizia è che molti importanti stakeholders sono attualmente in fila nello sforzo di promuovere una società in grado di coniugare il risparmio delle risorse con l’apporto di un giusto nutrimento per una popolazione mondiale in crescita. Alcune recenti iniziative sono promettenti. Nel mese di gennaio 2012, è stata approvata dal Parlamento Europeo una Risoluzione che chiede agli Stati membri dell’UE di dimezzare lo spreco alimentare entro il 2025, di dedicare il 2014 come Anno Europeo contro lo spreco alimentare e di adottare misure che impediscano la produzione di rifiuti quali, ad esempio, la revisione dell’etichettatura riguardante la data di scadenza e l’adozione di sistemi di recupero sostenibili come Last Minute Market. Anche le iniziative imprenditoriali sono le benvenute.

Ridurre le perdite e gli sprechi di cibo, e quindi le perdite di acqua e di altre risorse, richiede azioni congiunte e coordinate lungo tutta la filiera alimentare, dai produttori fino ai consumatori e ai policy makers. Il futuro dei nostri figli e nipoti sarà diverso dalla situazione passata e attuale. In una generazione, circa 9 miliardi di persone vivranno in un mondo con immense opportunità, ma anche in un mondo in cui i limiti delle risorse naturali e le dinamiche ambientali influiranno sempre più sugli individui, l’economia, la società. Una delle conseguenze più tangibili del riscaldamento globale sarà che la disponibilità di acqua diventerà sempre più variabile, mentre la domanda aumenterà.

L’incredibile spreco di cibo del nostro tempo di crisi non è dunque una scelta sensata per un futuro desiderabile. Il nostro futuro sostenibile deve essere senza spreco.

1. Taste the Waste. Why we throw away our food, Germania 2011
2. Organizzata dallo Stockholm International Water Institute (www.siwi.org) la World Water Week si è tenuta a Stoccolma l’ultima settimana di agosto 2012  (www.worldwaterweek.org).
3. Nel sito: http://newswatch.nationalgeographic.com/2012/08/29/waste-food-waste-water-a-message-from-world-water oltre all’appello si può vedere il trailer del video.
4. Fra gli altri: Isher Judge Ahluwalia, Chairperson, Board of Governors, the Indian Council for Research on  International Economic Relations (ICRIER); Margret Catley-Carlson, UN Secretary General Adviser and  Patron of the Global Water Partnership; Mohamed Ait Kadi, President of the General Council of Agricultural Development, Morocco. And Chairing the Technical Committee at the Global Water Partnership; Junguo Liu, Professor School of Nature Conservation, Beijing Forestry University; Jan Lundqvist, professor, senior scientific advisor, SIWI; Alexander Mueller, Assistant Director-General, FAO; Julian Parfitt, Dr Principle Resource Analyst, Oakdene Hollins; Brad Ridoutt, Principal Research Scientist, CSIRO Sustainable Agriculture Flagsh; Andrea Segrè, Professor of International Agricultural Policy, Dean, Faculty of Agriculture, University of Bologna and President, Last Minute Market; Valentin Thurn, filmmaker, author Germany.
5. Una versione ridotta in italiana è stata pubblicata sul sito deLa Repubblica: http://www.repubblica.it/ambiente/2012/08/28/news/appello_forum_acqua-41608210/

ANDREA SEGRÈ è professore ordinario di Politica Agraria Internazionale e Comparata e preside della Facoltà di Agraria all’Università di Bologna. Presiede inoltre Last Minute Market, spin off accademico dell’Alma Mater Studiorum dell’Università di Bologna.

 

 

 

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